PSYCHOMEDIA
Telematic Review

Dalle Rubriche di Paolo Migone
"Problemi di Psicoterapia
Alla ricerca del 'vero meccanismo d'azione' della psicoterapia"
pubblicate sulla rivista

 

Il Ruolo Terapeutico, 2003, 92: 54-62

Riflessioni sulla linea di ricerca di Daniel Stern
 

Paolo Migone
Condirettore della rivista Psicoterapia e Scienze Umane

 

Vorrei fare alcune riflessioni sulla recente linea di ricerca di Daniel N. Stern, almeno così come io l'ho capita ascoltandolo a un suo seminario dal titolo "L'interpretazione non basta", organizzato dalla Associazione di Studi Psicoanalitici (ASP) di Milano il 13 aprile 2002 al Palazzo delle Stelline. Daniel Stern, tra le altre cose autore del noto libro del 1985 Il mondo interpersonale del bambino [Torino: Bollati Boringhieri, 1987], è tra i più conosciuti esponenti della cosiddetta infant research in psicoanalisi (altri autori sono Lichtenberg, Emde, Greenspan, Beebe, Lachmann, ecc., in genere tutti nordamericani), che utilizza metodi sperimentali, cioè di laboratorio, per studiare lo sviluppo precoce del bambino e quindi per revisionare la teoria psicoanalitica dello sviluppo e della motivazione. Stern ad esempio ha dimostrato che esiste una precocissima capacità del bambino a relazionarsi con la madre, invalidando quindi la precedente concezione della Mahler [M. Mahler, F. Pine & A. Bergman, La nascita psicologica del bambino (1975), Torino: Boringhieri, 1978] secondo la quale nel bambino vi era una prima fase autistica, di non relazione (coerente col concetto freudiano di "narcisismo primario"), prima di entrare in rapporto con il mondo oggettuale attraverso le successive fasi della separazione-individuazione. Il bambino che emerge dalle ricerche sperimentali di Stern invece si può dire che abbia un compito opposto nella vita, non tanto quello di riuscire a separarsi dalla madre, dall'oggetto, quanto quello imparare ad "unirsi" ad esso, ad "amare" nella età adulta, se così si può dire.

Ma a parte queste considerazioni che sono ormai note a tutti, quello che qui mi interessa discutere, come dicevo, è la linea di ricerca più recente di Stern e del suo gruppo di lavoro, il noto "Boston Group for the Study of Change Process", che firma sempre gli articoli collettivamente e di cui fanno parte anche L.W. Sander, J.P. Nahum, A.M. Harrison, K. Lyons-Ruth, A.C. Morgan, N. Bruschweiler-Stern, e E.Z. Tronick. Questo gruppo aveva pubblicato un articolo sul n. 5/1998 dell'International Journal of Psychoanalysis dal titolo "Non-interpretive mechanisms in psychoanalytic therapy: The 'something more' than interpretation" ("Meccanismi non interpretativi nella terapia psicoanalitica: il 'qualcosa in più' dell'interpretazione"), che era uscito come lead-article (cioè come primo articolo del fascicolo) ed era stato sottoposto alla discussione generale nella mailing list elettronica dell'International Journal, il cui riassunto è stato poi pubblicato nel n. 1/1999 (questo articolo del gruppo di Boston, tra l'altro, era uscito proprio nel numero precedente a quello in cui uscì, sempre come lead-article, l'articolo mio e di Giovanni Liotti dal titolo "Psychoanalysis and cognitive-evolutionary psychology: an attempt at integration" ["Psicoanalisi e psicologia cognitivo-evoluzionistica: un tentativo di integrazione"], in cui io come psicoanalista e Liotti come cognitivista ci eravamo messi insieme per tentare una sintesi di determinate teorie della cura a partire dai rispettivi punti di vista - sia il nostro articolo che quello del gruppo di Boston, con le discussioni, erano pubblicati integralmente anche sul sito Internet dell'International Journal of Psychoanalysis).

Ebbene, è proprio a quell'articolo sul "qualcosa in più" dell'interpretazione che Stern fece riferimento nel suo seminario di Milano, elaborandolo in riflessioni molto libere, a volte anche estemporanee, e sono queste le posizioni che vorrei discutere qui. Anch'io in queste mie riflessioni procederò liberamente, ed è scontato che quello che dirò non è "quello che ha veramente detto Stern", ma quello che io ho capito di quello che lui ha detto. Ho condiviso queste mie riflessioni, tra l'altro, in una e-mail del 21-4-2002 con alcuni colleghi di orientamenti diversi (Giorgio G. Alberti, Tullio Carere-Comes, Giovanni Liotti, Sergio Benvenuto, Diego Napolitani, Mario Rossi Monti, Fausto Petrella e Salvatore Freni) all'interno di una lista di discussione del dibattito post-congressuale del primo congresso italiano della SEPI-Italia (la sezione italiana della Society for the Exploration of Psycotherapy Integration, di cui Tullio Carere-Comes è il coordinatore italiano) che si è tenuto a Milano il 16-3-2002, i cui atti a cura di Alberti e Carere-Comes sono stati pubblicati nel 2003 presso l'editore Franco Angeli di Milano col titolo Il futuro della psicoterapia: tra integrità e integrazione (tutto il dibattito pre- e post-congressuale, che è molto lungo, è pubblicato integralmente su Internet, linkato al sito del congresso: http://www.psychomedia.it/pm-cong/2002/sepi02mi.htm) (a proposito del dibattito sulle posizioni di Stern, può essere utile leggere anche la critica a Stern fatta da Anthony Ryle sul n. 1/2003 dell'International Journal of Psychoanalysis, pp. 109-118; Ryle, tra le altre cose, è noto per aver proposto una Cognitive Analytic Therapy [CAT], cioè una tecnica che tenta di integrare la psicoanalisi con la terapia cognitiva, dotata anche di un manuale [A. Ryle & I.B. Kerr, Introducing Cognitive Analytic Therapy: Principles and Pratice. Chicester: Wiley, 2002]). 

Ma vediamo ora cosa disse Stern a Milano, come insomma lui pensa che avvenga la terapia psicoanalitica. Non dimentichiamo infatti che lo sforzo di Stern (così come quello di Lightenberg, Lachmann ecc.) è quello di applicare le acquisizioni della infant research in psicoanalisi alla terapia degli adulti, come ben spiegò in quell'articolo sul "something more" than interpretation.

La posizione di Daniel Stern

Stern dice che il problema della scientificità della psicoanalisi a lui non interessa, in quanto per "scienza" oggi si possono intendere tante cose, troppe. A lui preme se una cosa può essere interessante o meno. E, a questo riguardo, la psicoanalisi tradizionale (la questione dell'inconscio dinamico, la teoria tradizionale della cura, ecc.) si può dire non sia più interessante quasi per nessuno. E' interessante invece fare altri discorsi in psicoanalisi, ad esempio come quelli che lui e il suo gruppo di Boston hanno fatto nell'articolo su quel "qualcosa in più" dell'interpretazione sul n. 5/1998 dell'International Journal a cui si accennava prima. In quell'articolo Stern e collaboratori avevano parlato di quelli che loro chiamano "present moment" e "now moment", momenti critici della seduta, importanti per il cambiamento. Questi momenti vogliono essere "esterni al transfert", cioè "reali", ricchi di esperienza affettiva, di scambio intersoggettivo e di riconoscimento reciproco. Viene subito da chiedersi cosa si intenda qui per "realtà" e "relazione reale" (infatti è ovvio che non ha senso dire che il transfert non è "reale", anzi, casomai per il paziente lo è ancor di più della cosiddetta "realtà"), e Stern ha detto che lui e il suo gruppo hanno provato a lavorarci su, e più volte - mi sembra abbia detto tre volte - si sono riuniti per affrontare il problema di cosa significhi per loro "realtà", ma tutte le volte alla fine rinunciandoci per dichiararsi sconfitti (sic); ha detto che "ci riproveranno in futuro" (ha anche precisato che il loro modo di lavorare è di riunirsi alla sera a casa di qualcuno, in salotto, di fronte a del buon vino rosso e del formaggio francese, e di parlare liberamente - chissà, forse per ricreare, verrebbe da dire, questi "momenti adesso"). Sono questi "now moments" quelli che con tutta probabilità inducono cambiamenti nella "memoria procedurale" del paziente, che per Stern è la cosa che più conta. Il seminario infatti era iniziato con una trattazione dettagliata del funzionamento neurobiologico della memoria a lungo termine, tramite anche diapositive (per mancanza di spazio, non posso qui spiegare cosa sia la "memoria procedurale", e mi vedo costretto a rimandare alla letteratura specializzata - si veda ad esempio D.J. Siegel, La mente relazionale. Neurobiologia dell'esperienza interpersonale [1999]. Milano: Cortina, 2001; vedi anche la mia rubrica del n. 105/2007 dal titolo "L'inconscio psicoanalitico e l'inconscio cognitivo"). Ma a questo punto sorge subito un'altra domanda: i now moments, questi momenti magici, sono la causa o la conseguenza del cambiamento strutturale? Problema vecchio quanto il mondo, sollevato bene da Alexander già nel 1946 [F. Alexander, T.M. French et al., La esperienza emozionale correttiva (1946), Psicoterapia e Scienze Umane, 2/1993; edizione su Internet: http://www.psychomedia.it/pm/modther/probpsiter/alexan-1.htm], che disse che non è l'insight che causa il cambiamento (come voleva la tradizione psicoanalitica, la stessa che ora anche Stern critica), ma che l'insight invece avviene "dopo" che è avvenuto qualcosa, la "esperienza emozionale correttiva", dopo cioè che il cambiamento è già avvenuto.

Per tornare alla memoria procedurale, essa, nel bambino come nell'adulto, è quella che regola quasi tutti i comportamenti importanti (dal camminare al relazionarsi con gli altri in modi anche complessi), ed è strettamente collegata anche alla capacità di comprendere i comportamenti intenzionali degli altri. A questo riguardo Stern ha accennato alla scoperta, fatta all'Istituto di Fisiologia dell'Università di Parma da Gallese, Rizzolatti e altri, dei "neuroni specchio" (mirror neurons), che si attivano non solo quando il soggetto compie un determinato movimento, ma anche quando il soggetto vede in un altro quello stesso movimento intenzionale (sono amico di Vittorio Gallese, essendo anch'io di Parma, e tempo fa parali con Fonagy di queste scoperte, che in parte conosceva già, e che hanno importanti implicazioni per la sua teoria della metacognizione, detta anche funzione riflessiva, e per la questione dell'empatia, come lo stesso Gallese cerca di dimostrare - si veda anche un suo recente contributo sulla rivista Neuropsychoanalysis). Soprattutto la questione dell'intersoggettività per Stern è importante, cioè il fatto che determinati comportamenti hanno una natura "duale", come se fossero una musica suonata con due strumenti, come un coro di due persone. Ha fatto l'esempio del bacio: quando baciamo una donna ci romperemmo i denti incisivi se non avessimo una idea precisa di come lei si muove e di come noi ci muoviamo sapendo nel contempo come si muove lei (mi viene in mente infatti un paziente che regolarmente cozzava contro i denti della donna che cercava di baciare, e un altro che nell'intimità non sapeva mai come muoversi, e che mi chiedeva in seduta, gridando e al colmo della disperazione: "Ma dottore, mi spieghi, dove metto al mano? Dove metto al mano?", senza rendersi conto della straordinaria comicità che produceva, seppure afflitto dal dolore di uno che non capiva cosa provavano gli altri, e quindi cosa doveva fare per funzionare adeguatamente in quella situazione sociale).

Ma cosa sono esattamente i "present moment", e, all'interno di questa categoria, i "now moment"? Ci sarebbe qui molto da dire e da discutere, compreso il bisogno di Stern, per me antipatico, di coniare nuove parole. Fatto sta che, cosa rara (e pregevole) per un americano, si è dilungato molto a parlare di Husserl e Heidegger e del concetto di tempo, anche se, a mio parere, è legittimo essere sospettosi di questi psicoanalisti americani (anche se Stern è in parte svizzero) che solo ora scoprono improvvisamente la fenomenologia europea. Purtroppo la mia impreparazione filosofica non mi permette di valutare appieno i suoi commenti sulla fenomenologia. Una cosa comunque l'ho capita bene: i "now moment" sono imprevedibili, accadono e basta. Possiamo solo essere grati alla divina provvidenza - si potrebbe dire - se accadono questi momenti di autentico "incontro" tra paziente e analista. Non ci avviciniamo ad essi tramite le libere associazioni, ad esempio, né con l'atteggiamento analitico standard, qualunque esso sia, casomai di più col nostro atteggiamento umano, personale, non stereotipato, non con quello ritualizzato dello psicoanalista nel suo ruolo di professionista. Pare dunque che lo scopo sia quello di destrutturare il paziente, di aprirlo a esperienze, vissuti e "momenti" nuovi (mistici, direbbe qualcuno?), onde condurlo verso strade che aprano nuove possibilità comportamentali ed affettive.

A questo riguardo, Stern ha fatto una sorta di elogio della stupidità, cioè di quell'atteggiamento del paziente non finalizzato, non facilmente comprensibile, "stupido", in cui non capiamo niente e non sappiamo dove sta andando. Magari sono questi i momenti più importanti. Stern chiama questa stupidità "sloppyness", cioè trasandatezza, confusione, trascuratezza. Naturalmente non ho saputo trattenermi dal fargli una domanda, e chiedergli di spiegare esattamente come lui vede la differenza tra la sua sloppyness e le associazioni libere, dato che noi sappiamo che Freud e la tradizione psicoanalitica avevano appunto visto nelle associazioni libere (la "regola aurea") questo modo per destrutturare il paziente, per spezzare il ciclo della ripetizione, scoprire cose nuove e impreviste (si pensi al concetto di "sorpresa" nel Muraro di Sorpresa ed enigma [Milano: Franco Angeli, 1994], derivato da Theodor Reik [Der überraschte Psychologe ("Lo psicologo sorpreso"), Leida: A.W. Sijthoff's Uitgeversmij N.V., 1935]). Da questa destrutturazione, recita sempre la psicoanalisi, si può passare a una ristrutturazione dei significati del paziente secondo nuove configurazioni e più in generale a una maggiore integrazione psichica in cui determinati contenuti non siano più difesi dalla rimozione. Stern mi ha risposto qui con facilità, dicendomi che le associazioni libere si basavano sul concetto di "determinismo psichico", cioè per Freud esse non erano affatto stupide, ma intelligentissime, andavano da qualche parte, erano guidate da una ben precisa causalità (ed era proprio per questo che Freud le utilizzava - ma allora io mi chiedo: se sono "guidate", perché Freud le chiamava "libere"?). Ma, dice Stern, noi ora non aderiamo più a questo tipo di scienza, la nostra scienza è quella del XX (o XXI) secolo, dove non a caso si parla di fuzzy logic, di fuzzy physics, di chaos theory, di causalità circolare invece che lineare, e così via. Era il concetto di causalità lineare che, a parer suo, stava dietro alle associazioni libere di Freud (io qui dissento nettamente, si pensi solo ai concetti freudiani di "sovradeterminazione del sintomo", di "interpretazione parziale", ecc., tutti esempi dell'uso freudiano della causalità circolare - rimando qui al mio articolo sul Il Ruolo Terapeutico, 1987/88, 46/47, pp. 50-54). Sono rimasto perplesso, e non sono riuscito dal trattenermi dal fargli una seconda domanda, ben consapevole di rubare spazio alle poche domande concesse all'immenso uditorio (la sala delle Stelline era piena e molti non hanno potuto iscriversi per mancanza di spazio). Gli ho chiesto: se un fenomeno non è prevedibile, come facciamo a riprodurlo? Come facciamo a insegnare la psicoterapia, la psicoanalisi? Che tipo di scienza è questa, se esula dai concetti di controllo e predizione? Stern si è limitato a rispondere "Well, that's the real problem, that's a very good question. We have to work on it" ("Beh, questo è un vero problema, è una ottima domanda. Ci stiamo lavorando"). Trattenendo a malapena la mia aggressività, ho preferito non dire altro.

Un'altra cosa che ha raccontato Stern, divertente, è quella dei WFM. Questo acronimo viene usato dai poliziotti americani come esclamazione (vi sono anche altri acronimi simili usati in USA, si pensi al noto SOB - Son of a Bitch - che viene esclamato senza rischiare di dire una parolaccia perché si dicono solo le iniziali). Ma per tornare al nostro WFM, vi sono dei momenti in cui veramente possono avvenire dei punti di svolta o di non ritorno, in cui si possono decidere le sorti della nostra intera vita. Ad esempio nella vita di un poliziotto può capitare - si spera poche volte - di trovarsi faccia a faccia con un delinquente con le pistole puntate. Entrambi si guardano negli occhi per pochi attimi, devono decidere cosa fare, e dalla loro decisione può dipendere anche la vita o la morte di uno dei due, o di tutti e due. Se uno decide di sparare, le conseguenze possono essere imprevedibili. Se invece uno decide di abbassare la pistola, l'altro può scappare, o, se le aveva abbassate il delinquente, per quest'ultimo possono profilarsi anni di galera. Comunque vadano le cose, quando il poliziotto (se è sopravvissuto) rientra nel suo Police Precinct, si toglie il cappello, lo posa sul tavolo e si asciuga la fronte, esclama, "Oh, God, what a WFM I had today!" ("Oh, mio Dio, che WFM ho avuto oggi!"). WFM significa "Weird Fucking Moment", cioè, depurata questa espressione dalla parolaccia, vuol dire "bizzarro momentaccio", "terribile dannato momento", ecc. ("Oh, mio Dio, che dannato momento ho avuto oggi!"). Ebbene, per Stern sono questi i momenti importanti in psicoanalisi, gli WFM. E' proprio in questi momenti imprevedibili e bizzarri, magari carichi di disagio o tensione da parte di entrambi paziente e terapeuta, che possono accadere le cose più importanti e che costituiscono dei punti di svolta per la terapia. Sono questi momenti quelli che possono essere alla base di importanti passi in avanti anche nello sviluppo infantile, dove nell'interazione madre-bambino - immagino adesso io - possono essere messi in atto importanti test "alla Weiss & Sampson" (per capire cosa sia un test secondo la control-mastery theory del San Francisco Psychotherapy Research Group guidato da Weiss & Sampson, rimando alle mie rubriche nei numeri 62/1993 e 68/1995 del Ruolo Terapeutico, oltre che al libro di Weiss del 1993 Come funziona la psicoterapia, che ha una presentazione mia e di Liotti [Torino: Bollati Boringhieri, 1999]). Si può dire che dei bei WFM, ben gestiti, siano auspicabili in analisi. Ecco un tipico WFM in psicoanalisi: ad un certo punto il paziente, in una determinata seduta, chissà perché dice a se stesso: "Oggi ho proprio voglia di non coricarmi sul lettino, ma di guardare in faccia il mio analista". Detto fatto, lo comunica al suo analista, e si siede sul lettino puntando dritto gli occhi su di lui. I due si guardano un po' sbigottiti, in un certo senso come il poliziotto e il delinquente in quel WFM di prima, senza saper bene cosa dire o fare. Qui ci sono però mille modi con cui l'analista può uscirne, può non esserne a disagio, o può dire ad esempio "Salve", oppure "Come si sente", o non dire niente, e così via. Secondo Stern sono questi now moments, come dicevo, i momenti più utili, anche perché carichi di tensione emotiva nell'hic et nunc, pregni di implicazioni per la ristrutturazione profonda del paziente (ma - osserverei io ancora - il problema non è tanto il modo con cui si reagisce a questi importanti momenti che piovono dal cielo, quanto il lavoro preparatorio, spesso inconsapevole ad entrambi, avvenuto nei mesi o anni precedenti che ha portato il paziente a fare quel determinato passo, a osare un comportamento nuovo e creativo, e su questo Weiss e Sampson - peraltro mai citati da Stern - hanno detto e scritto molto [su Weiss e Sampson, vedi le mie rubriche nei numeri 62/1993 e 68/1995 del Ruolo Terapeutico]).

E a questo punto Stern si è messo a parlare - seguendo un percorso secondo me obbligato - della ben nota questione del rapporto tra ritualità e spontaneità in analisi, dell'intergioco dialettico tra questi due momenti dal cui equilibrio dipenderebbe gran parte del potere terapeutico di quello che facciamo. Ma quello che mi ha fatto arrabbiare è che Stern non ha assolutamente citato Irwin Hoffman, che, come è noto, ha fatto di questo aspetto il fulcro della sua ricerca teorica e clinica degli ultimi 10-20 anni. Nell'intervallo non sono riuscito a trattenermi di chiedere personalmente a Stern come mai non avesse citato Hoffman, dato che aveva parlato dello stesso problema e per di più con le stesse identiche sue parole e riflessioni. Stern mi ha risposto ancora laconicamente "Sì, avrei dovuto citarlo, è vero", ma non sono riuscito a strappargli i motivi di questa sua "dimenticanza", peraltro ripetuta dopo l'intervallo quando ha ripreso il discorso a fondo e ancora con le stesse parole e teorizzazioni di Hoffman. Sappiamo che buona parte dei "nuovi" discorsi psicoanalitici si basano semplicemente sull'ignoranza, ma c'è un limite a tutto, considerato anche che a quanto pare Stern conosce bene Hoffman, e che Hoffman è venuto più volte in Italia a tenere seminari, i suoi articoli e il suo libro sono stati tradotti ecc. [Il paziente come interprete dell'esperienza dell'analista (1983), Psicoterapia e Scienze Umane, 1/1995; Ritualità e spontaneità nel processo psicoanalitico (1995), Ricerca psicoanalitica, 2/2000; Ritualità e spontaneità nella situazione psicoanalitica (1998), Roma: Astrolabio, 2000; ecc.]. Intendiamoci, non è che io vada matto per Hoffman, anzi, ho tante critiche da fare anche a Hoffman, che fui io a invitare per primo in Italia, a farlo conoscere, a organizzare col mio gruppo di Bologna un convegno su di lui il 17-10-1998, ecc.

Hoffman, che fu lo stretto collaboratore di Gill negli ultimi vent'anni della sua vita, pur divergendo molto dalle sue idee ma a lui legato da continue discussioni (ed è stato questo il motivo del mio interesse per il suo pensiero, quello di cercare di capire che direzione prendeva dopo la morte di Gill [Su Gill, si veda il suo classico articolo del 1984 e il dibattito in rete che ne è seguito]), era del parere, come peraltro Stern, che la psicoanalisi così come veniva teorizzata in senso classico era ben poco interessante. Si può dire che l'operazione fatta da Hoffman sia quella di invertire il classico rapporto tra psicoanalisi e antropologia, nel senso che egli non fa una "psicoanalisi dell'antropologia" (come in genere si è fatto), ma una "antropologia della psicoanalisi", in cui la psicoanalisi viene analizzata come uno dei rituali di guarigione della civiltà occidentale. Della psicoanalisi Hoffman guarda la cornice, la struttura, le sue regole, lo spazio in cui viene praticata, e cerca di capire come questo momento terapeutico si rapporta con gli altri momenti non terapeutici, sia all'esterno della seduta che soprattutto all'interno di essa, cioè tutte quelle volte in cui l'analista non si muove nel suo ruolo di professionista ma è "spontaneo", viene colto da quei momenti imprevisti, frequenti e inevitabili (ad esempio quando il paziente fa delle domande personali all'analista, o quando, mentre esce, sulla porta, gli fa determinate domande del tipo "Mi presta l'ombrello che piove?", "Mi dica, dove ha comprato quella bella maglietta?" ecc.). Sono questi i momenti che Hoffman chiama "liminali", riferendosi allo "spazio liminale" di cui parlano gli antropologi, quello spazio che è al limite (limen) tra il rituale e il non rituale, tra la struttura e l'antistruttura, tra la "communitas" e lo spazio dedicato al rituale di passaggio o alla cerimonia sacra (è Victor Turner l'antropologo cattolico a cui Hoffman qui fa riferimento: vedi Il processo rituale: struttura e antistruttura [1969], Brescia: Morcelliana, 1972; Antropologia della performance [1986], Bologna: Il Mulino, 1993). Hoffman, proprio come ha sottolineato Stern, dice che ovviamente non è la spontaneità in quanto tale che conta, ma il suo potere deriva dal fatto che è inserita all'interno di un rituale (cioè di qualcosa di non spontaneo), altrimenti non sarebbe più "spontanea", ma un comportamento come un altro. E' il saper vedere in modo dialettico l'antitesi tra spontaneità e ritualità l'aspetto magico della psicoanalisi, nel senso che è la corretta gestione di questa dialettica quella che è maggiormente pregna di implicazioni terapeutiche. Anche Hoffman, come Stern, svalorizza la utilità della interpretazione (anzi, a volte dice che è il saper non dire la verità ai pazienti quello che è più terapeutico). Inoltre anche Hoffman (anzi, soprattutto lui, oltre che Stern) sostiene che il valore mutativo delle interpretazioni, o in genere degli interventi dell'analista, sta non tanto nel loro valore di verità ma nella loro capacità di imprimere nel paziente una direzione futura piuttosto che un'altra, anche per il solo fatto di come sono pronunciate tra i mille modi possibili di dire una stessa cosa (mille modi che però non sono infiniti - e questo è uno dei tentativi con cui Hoffman cerca di collocarsi rispetto alla questione dell'ermeneutica e del post-moderno, nel senso che lui ovviamente non crede che via sia una verità da scoprire, ma una nuova realtà da costruire insieme, anche se comunque vi sono dei "vincoli" della realtà, dei limiti all'interpretazione).

Non posso qui di dilungarmi a parlare di Hoffman, un autore che, come ho detto, invitai col mio gruppo di Bologna a un convegno del 17-10-1998 con Jervis, Fossi, Casonato, Beneduce, De Matteis, ecc. La rivista Ricerca Psicoanalitica, organo della Società Italiana di Psicoanalisi della Relazione (SIPRe), vi dedicò un numero, il 2/2000, con la relazione anche di alcuni membri del mio gruppo (Wilfredo Galliano, Daniela Iotti, Cristiano Martello, Angela Peduto) e commenti di Franco Borgogno e Carlo Rodini; invece la relazione individuale di Cristiano Martello ("Il rituale della psicoanalisi"), che fa l'antropologo, uscì sul n. 14/15, 1998, della rivista di Casonato, Psicoterapia. Io sono abbastanza critico di Hoffman (e anche di Stern, a questo punto), perché ho l'impressione è che non siano riusciti a fornire contributi veramente nuovi ai problemi dibattuti dalla psicoanalisi da un secolo a questa parte (se si esclude ovviamente la ricerca empirica di Stern sul bambino, ma questo è più che altro merito del suo laboratorio sperimentale). Se posso esprimere un giudizio a rischio di essere affrettato (dovrei infatti far passare più tempo e prendere maggiore distacco dalle impressioni di questo seminario, prima di fare affermazioni di questo tipo), mi sembra che la importanza di queste posizioni sia più che altro sociologica, nel senso che è tra i tanti indicatori della crisi della psicoanalisi classica, dove molti autorevoli esponenti tutt'a un tratto scoprono che l'interpretazione non funziona più, che l'atteggiamento psicoanalitico classico così come loro l'avevano imparato (o che era stato loro erroneamente insegnato) non è del tutto terapeutico, e così via. Sono insomma fenomeni che ci indicano non tanto come curare meglio i pazienti, quanto come è stata tramandata la psicoanalisi in buona parte di questo secolo. Questa almeno è la mia sensazione (per un approfondimento, rimando ai capitoli 1 e 4 del mio libro Terapia psicoanalitica). Per ora mi fermo, ho già fin troppo approfittato della vostra attenzione. Non ho certo fornito un resoconto fedele del seminario di Daniel Stern, ma alcune mie riflessioni critiche, scritte di getto, che spero però stimolino il vostro interesse (si possono anche andare a leggere le reazioni a queste mie riflessioni da parte di Liotti e di Carere-Comes nel dibattito a cui ho accennato prima, che è al sito Internet http://www.psychomedia.it/pm-lists/debates/sepi3.htm).

Infine, sempre a proposito di una critica a Stern, vorrei ricordare l'importante articolo di Jeanine Vivona sul ruolo del linguaggio in terapia, che ho fatto uscire sul n. 4/2007 di Psicoterapia e Scienze Umane.

Paolo Migone
Condirettore della rivista Psicoterapia e Scienze Umane
Via Palestro 14, 43100 Parma, tel./fax 0521-960595, E-Mail <migone@unipr.it>

Il Ruolo Terapeutico, 2003, 93: 50-55

Uno scambio di lettere su Stern (Tullio Carere-Comes, Bergamo, e Paolo Migone, Parma)

Da Tullio Carere-Comes, 19 aprile 2003:

Caro Paolo, ti mando alcune riflessioni, stimolato dalla rilettura della tua rubrica su Stern nell'ultimo numero del Ruolo Terapeutico, 92/2003. Svolgi come sempre in modo eccezionale la tua funzione di "storico della psicoanalisi", attentissimo a tutto quello che succede nel campo, e preziosissimo per tutti i riferimenti bibliografici e in rete. Sei una vera miniera. Però non ho trovato nel tuo commento nessuna apertura nei confronti dei fermenti di vera novità offerti da Stern (che giustamente ricolleghi al lavoro di Hoffman). Penso che Stern e Hoffman si sentirebbero piuttosto frustrati con te (come mi sento io), che non riesci a vedere niente di veramente nuovo nel loro lavoro, liquidato come semplice "indicatore della crisi della psicoanalisi classica".

In sostanza, sia Stern che Hoffman sottolineano la necessità di inserire il momento della spontaneità e dell'imprevisto come parte integrante ed essenziale della relazione terapeutica (quel momento che io ho inserito nel mio modello [vedi il sito Internet http://www.psychomedia.it/pm/modther/modndx1.htm] come "vertice O" [mutuato da Bion], il luogo in cui il terapeuta si muove come un mistico o un artista). Naturalmente qualsiasi terapeuta di qualsiasi scuola ammetterebbe che in ogni terapia ci sono questi momenti, ma quello che di solito ne fa è lasciarli ai margini come irrilevanti, o non degni di considerazione teorica, o (sotto l'influsso del giustificazionismo popperiano) come nient'altro che fonti di ipotesi da sottoporre a test. La differenza, in Stern e Hoffman (aggiungerei anche la Bucci), è che in questi autori i now moments non sono eventi irrilevanti, o rilevanti solo nella misura in cui possono essere (riduttivamente, popperianamente) trasformati in ipotesi da sottoporre a test empirico. Sono momenti che hanno valore terapeutico di per sé, in their own right: forse il valore terapeutico più alto in assoluto.

Il punto essenziale è che nessuno di loro in questo studio si pone al di fuori della scienza (superfluo ricordare che Stern e Bucci sono ricercatori rinomati). Rifiutano il riduzionismo scientifico di marca popperiana, ma rivendicano una visione allargata dell'impresa scientifica. Come hai giustamente osservato, "Hoffman, proprio come Stern, dice che ovviamente non è la spontaneità in quanto tale che conta, ma il suo potere deriva dal fatto che è inserita all'interno di un rituale... è il saper vedere in modo dialettico l'antitesi tra spontaneità e ritualità l'aspetto magico della psicoanalisi, nel senso che è la corretta gestione di questa dialettica quella che è maggiormente pregna di implicazioni terapeutiche". Io ho detto le stesse cose nei termini del mio modello: quello che fa la differenza è l'articolazione dialettica tra K e O (termini sempre di Bion), tra conoscenza e spontaneità, tra scienza e mistica. Ma per la "corretta gestione di questa dialettica" occorre vedere la relativa autonomia dei due poli. Non c'è dialettica se il mistico è solo un fornitore di ipotesi, e il momento cruciale e qualificante resta la verifica empirica delle ipotesi. C'è vera dialettica (e vero dialogo) solo se lo scienziato non prevale sul mistico, né il mistico sullo scienziato. In una prospettiva dialettica il mistico è anche un fornitore di ipotesi per lo scienziato, e reciprocamente lo scienziato è anche uno studioso di procedure atte a favorire i now moments (per esempio, tecniche meditative).

Analogamente, per la Bucci non si tratta di "far venire l'Io dov'era l'Es", come voleva Freud, cioè di far prevalere l'ordine simbolico su quello presimbolico: anche qui l'obiettivo è di stabilire un movimento bidirezionale tra simbolico e presimbolico - una dialettica tra O e K, come avevano anticipato Bion e Loewald. Questo inquadramento dialettico cambia radicalmente il modo di intendere l'impresa scientifica rispetto al riduzionismo scientistico. Il terapeuta-scienziato (il terapeuta nel vertice scientifico della terapia) che ha riguadagnato la prospettiva dialettica non privilegia i dati rispetto all'argomentazione o viceversa, né la falsificazione rispetto alla verifica o viceversa, né la deduzione rispetto all'induzione o viceversa, né la ricerca euristica rispetto a quella empirica o viceversa. Il terapeuta che lavora a tutto campo non privilegia la scienza rispetto all'ermeneutica o viceversa, l'approccio object-oriented rispetto a quello subject-oriented o viceversa, ma di volta in volta cerca il punto di equilibrio più appropriato all'interno di ognuna di queste polarità (punto che può trovarsi, nel caso specifico o per un terapeuta specifico, più vicino all'uno piuttosto che all'altro polo).

In questa visione puoi capire gente come Bion e Loewald, come Stern e Hoffman, e come (nel mio piccolo) me stesso. Altrimenti ti fanno (ti facciamo, vi facciamo) arrabbiare e basta, e ci prendi (ci prendete), nella migliore delle ipotesi, come sintomi della crisi della psicoanalisi.

Da Paolo Migone, 20 Aprile 2003:

Caro Tullio, mi ha fatto piacere che hai letto la mia critica a Stern, che poi non è altro che la e-mail che mandai tempo fa alla nostra minilista della sezione italiana della Society for the Exploration of Psychotherapy Integration (SEPI-Italia), e-mail che fu commentata da te e da Gianni Liotti. In sintesi, riassumo il motivo per cui non sono d'accordo nel trovare un aspetto di novità nelle posizioni di Stern e Hoffman, come spiegai in quella e-mail. Quello che Stern e Hoffman oggi hanno "scoperto" non è altro che l'aspetto che circa un secolo fa ha caratterizzato la nascita della psicoanalisi come disciplina, cioè la possibilità che analista e paziente possano essere sorpresi dalla scoperta, dall'emergere di qualcosa di ignoto, di imprevisto, e tutto questo è catturato dalla tecnica (complessa e paradossale) delle associazioni libere. Tutte le altre osservazioni di Stern e Hoffman su questo punto a me sembrano fronzoli (e come ho detto nella mia letter to the editor pubblicata nel n. 5/2001 dell'International Journal of Psychonalysis, che è anche al sito Internet http://ijpa.org/letter2oct01.htm, a me sembra che questa sia l'unica vera differenza che rimane tra la tecnica della psicoanalisi e quella della terapia cognitiva, e non è escluso che anch'essa un giorno sparisca).

Sulle altre questioni, mi sembra che riemergano le nostre divergenze, molto profonde, sulla cornice teorica generale adottata, cioè sulla dialettica tra scienza e mistica come sovraordinata a tutto il resto (cioè, in sostanza, sulla concezione della dialettica come fu criticata da Gianni Liotti tempo fa). Questa è una grossa differenza di prospettiva, perché, a differenza di te, io (e penso anche Gianni Liotti e Giorgio G. Alberti) mi colloco all'interno dell'ottica scientifica per vedere le cose, non all'esterno (altrimenti semplicemente la scienza non esisterebbe più). E' vero che aspetti cosiddetti mistici esistono per così dire "in natura", ma nella misura in cui li osservi e li studi ricadi all'interno di un vertice, non fuori da esso, altrimenti si fa una operazione scorretta e incoerente. Questa è anche la grossa differenza tra te e Westen, mi sembra (e anche tra te e la Bucci, ovviamente). E' sicuramente una grossa differenza, che definirei filosofica, sulla quale peraltro abbiamo discusso ad nauseam nei mesi scorsi, per cui qui non ci ritorno e ti risparmio.

Da Tullio Carere-Comes, 24 Aprile 2003:

Caro Paolo, la tua riduzione delle scoperte di Stern e Hoffman a "nient'altro che" la vecchia tecnica delle associazioni libere (l'ennesima scoperta dell'acqua calda) non mi sembra cogliere la sostanza della questione. Ammettiamo pure che la tecnica delle associazioni libere sia estesa fino a includere non solo le associazioni mentali vere e proprie, ma anche eventi e comportamenti; ammettiamo anche che sia utilizzabile in perfetta reciprocità dal terapeuta come dal paziente (per quanto nel setting psicoanalitico alle libere associazioni del paziente si contrapponga l'attenzione liberamente fluttuante dell'analista, non un analista anche lui liberamente associante). Consideriamo dunque questo analista che si muove in modo libero e spontaneo sulla scena analitica, con un interpretazione un po' disinvolta della regola delle libere associazioni. Anche volendo stiracchiare la regola fino a includere tutto questo, non siamo ancora al punto essenziale delle posizioni di Stern e Hoffman.

La tecnica delle libere associazioni, anche nella tua versione così generosamente estesa, è sempre e comunque una tecnica che rimane all'interno dell'orizzonte psicoanalitico classico nella misura in cui si propone di far emergere contenuti del processo primario da catturare con le reti del processo secondario - o contenuti inconsci da trattare con l'interpretazione. Si tratta sempre di una logica lineare (come ti ha fatto notare Stern a Milano), una logica che va da A a B, dal primario al secondario, dall'inconscio alla coscienza. Ma non è questa la logica di Stern e Hoffman (o, prima di loro, di Bion e Loewald). Come giustamente hai notato, la loro è una logica dialettica. La differenza sostanziale è che qui il movimento è bidirezionale: dal presimbolico al simbolico e viceversa, da O a K e viceversa, dalla mistica alla scienza e viceversa, eccetera. Stern ha cercato di farti notare che in questa logica circolare siamo su tutt'altro piano rispetto a quello delle libere associazioni e della psicoanalisi classica, ma tu ancora una volta hai liquidato la sua osservazione citando degli esempi di "uso freudiano della causalità circolare" ("sovradeterminazione del sintomo", "interpretazione parziale"). La tua obiezione è quella classica: Freud non è mai superato, perché Freud aveva già visto e capito tutto.

Senza entrare nel merito dei tuoi esempi, non voglio negare che sia possibile, spulciando l'opera omnia di Freud, trovare qualche passo che dimostri che Freud non era all'oscuro della logica circolare. Ma questo non toglie il fatto che basilarmente tanto la psicoanalisi classica, quanto quel connubio di psicoanalisi e cognitivismo che si va affermando oggi all'insegna dell'"approccio scientifico", quanto in particolare la tua personale posizione e quella degli amici Gianni Liotti e Giorgio G. Alberti con cui ci siamo tanto intensamente confrontati negli ultimi due anni, sono agli antipodi della logica dialettica. Come scrivevi per esempio il 22 aprile nel nostro minigruppo di discussione: "...non è possibile un accordo tra noi, perché si scontrano due modi di vedere inconciliabili, dato che la caratterizzazione centrale della nostra posizione consiste proprio nella negazione della caratterizzazione centrale della tua (la cosiddetta dialettica)". Come dire: a quel poco che la dialettica può avere di valido, Freud era già arrivato. Per il resto, o è un "modo di vedere inconciliabile" (col tuo, col vostro, con la scienza, con la mainstream psychoanalysis), o semplicemente non esiste (l'aggettivo "cosiddetta" riferito alla dialettica sembra suggerire che la dialettica non sia altro che un malinteso, un'accozzaglia di posizioni confuse e insostenibili, in quanto "non scientifiche").

Lo stesso artificio retorico è stato largamente usato nel dibattito in rete che ha preceduto e seguito il Primo Congresso SEPI-Italia. Da una parte i "moderni" object-oriented (psicoanalisi, comportamentismo, cognitivismo che si ispirano al modello classico delle scienze naturali), dall'altra i "postmoderni" subject-oriented (ermeneutica, costruttivismo, contestualismo). Io in mezzo, a cercare di mediare - e bersagliato dalle rampogne dell'una e dell'altra parte, come è normale e giusto che accada ai mediatori non richiesti. Infatti le due parti non erano affatto interessate a mediare, ma solo a negare l'esistenza o la consistenza della controparte. La tecnica che hai usato per liquidare Stern è stata usata a man bassa nel dibattito: se la controparte ha eventualmente detto qualcosa di valido, l'abbiamo detto anche noi (e l'abbiamo detto meglio); il resto sono fronzoli.

Il pensiero dialettico meriterebbe un po' più di attenzione - e, forse, di rispetto - se non altro perché sa accogliere la contraddizione che oggi spacca il nostro campo, senza bisogno di negare l'uno o l'altro termine con operazioni riduttive, per le quali le tesi della controparte "non sono altro che"…

Da Paolo Migone, 29 aprile 2003:

Caro Tullio, mi inviti a ritornare, questa volta per i lettori del Ruolo Terapeutico, su alcuni dei temi che per due lunghi anni ci hanno coinvolto nella nostro minigruppo della SEPI-Italia. Qui non abbiamo tutto lo spazio che avevamo nei nostri dibattiti, per cui dovrò essere stringato. Come puoi ben immaginare, ancora una volta non sono d'accordo con te. Qui comunque a me sembra che non entri nel cuore dei problemi, ma fai delle osservazioni generali in cui ribadisci che preferisci la "dialettica" perché media tra le diverse posizioni, come se tutte fossero sbagliate solo perché ce ne sono altre opposte. Io ritengo invece che vi siano posizioni giuste e altre sbagliate (o meno giuste, il concetto è lo stesso), e non penso che due posizioni opposte debbano per forza essere viste come poli di una dialettica, cioè messe sullo stesso piano. A questo proposito tu in passato hai risposto dicendo che vi sono contraddizioni dialettiche e altre che non lo sono, ma dato che non siamo assolutamente d'accordo su quali rientrino nell'una o nell'altra categoria, siamo da capo e il nostro disaccordo rimane tale e quale. Ho cercato più volte, nel nostro dibattito, di farti notare quella che a me sembra una contraddizione interna alla tua argomentazione quando ti chiedevo, ad esempio, come risolvi "la dialettica tra una posizione dialettica e una posizione non dialettica", nel senso che mi sembra che ci sia un errore a monte nei livelli di astrazione concettuale (sulla concezione dialettica, e su Popper, rimando comunque alle critiche che ti fece Gianni Liotti, che conosce questi argomenti più di me).

Ma non voglio tediare i lettori con argomentazioni che possono essere meglio comprese solo alla luce del nostro lungo dibattito interno, e preferisco accennare alla questione da te sollevata in merito alle associazioni libere. Ribadisco la mia convinzione, e cioè che la tecnica delle associazioni libere, che differenzia meglio la psicoanalisi da altri approcci, contiene in nuce la possibilità di essere sorpresi dall'emergere di contenuti imprevisti, e non mi sembra che Stern qui scopra cose nuove (in realtà la ricerca di Stern verte più sul tentativo di vedere le implicazioni dell'importante ruolo della memoria implicita, procedurale, per quanto riguarda i fattori curativi nella terapia degli adulti, e questo è un problema un po' diverso). Le altre questioni, quelle della causalità lineare, o di un nuovo tipo di scienza (che comunque ha le sue regole "scientifiche", qualunque esse siano), o del rapporto tra (le cosiddette) scienza e mistica, e così via, a mio parere non c'entrano con questa problematica (e, se c'entrano, risentono della errata impostazione dei problemi a monte a cui accennavo prima).

Mi scuso se per mancanza di spazio qui non riesco a rispondere in modo più approfondito a tutte le tue obiezioni, né posso sensatamente entrare nel merito dei grossi temi che tu menzioni, quali ermeneutica, costruttivismo, contestualismo, moderni object-oriented, post-moderni subject-oriented, o circolarità tra simbolico e sub-simbolico nella Bucci (la quale, peraltro, è radicalmente anti-ermeneuta e anti-postmoderna - e questo è un esempio di quelli che secondo me sono confusioni nei livelli di astrazione). Rimanderei al nostro lungo dibattito pre- e post-congressuale SEPI-Italia che è su Internet, linkato al sito del congresso: http://www.psychomedia.it/pm-cong/2002/sepi02mi.htm (si faccia attenzione, però, perché è molto lungo, anche se diviso in parti, e prima di stamparlo - e quindi di consumare tanta carta e inchiostro - consiglierei di salvarlo su disco). Ti saluto quindi, caro Tullio, con affetto e in modo rigorosamente... non dialettico.

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