PSYCHOMEDIA
Telematic Review

Dalle Rubriche di Paolo Migone
"Problemi di Psicoterapia
Alla ricerca del 'vero meccanismo d'azione' della psicoterapia"
pubblicate sulla rivista

 

Il Ruolo Terapeutico, 2011, 116: 59-73

Sulla "Terapia Breve Strategica" della scuola di Arezzo
 

Paolo Migone
Condirettore della rivista Psicoterapia e Scienze Umane

 

Nella mia rubrica del numero scorso (115/2010) avevo parlato delle difficoltà di una seria divulgazione scientifica in psicologia, e tra le altre cose avevo commentato un articolo apparso su un noto mensile che si vende in edicola, dove venivano dati consigli per meglio "orientarsi" tra le tante scuole di psicoterapia. Infatti il comune cittadino può rimanere confuso di fronte ai mille psicoterapeuti che si offrono sul mercato, per cui quell'articolo intendeva venire incontro alla difficoltà del lettore proponendo "un elenco di società serie alle quali rivolgersi con fiducia quando si è alla ricerca di una terapia  e di uno specialista di provata capacità". Nel mio commento - che mi era stato chiesto dall'Osservatorio Psicologia nei Media (OPM), ed è apparso alla pagina Internet http://osservatoriopsicologia.altervista.org/lennesima-morte-di-freud/?doing_wp_cron=1452533274.9661281108856201171875 - io tra le altre cose avevo mosso delle critiche alla "Terapia Breve Strategica" della scuola di Arezzo, guidata da Giorgio Nardone, che figurava tra le prime "società serie" elencate.

Poco dopo però la pubblicazione di questo mio commento, ho ricevuto una e-mail da Giorgio Nardone (il quale appunto dirige il Centro di Terapia Strategica di Arezzo), il quale aveva ravvisato una offesa nei confronti suoi e della sua scuola, per cui mi chiedeva di far pervenire le mie scuse, che dovevano ovviamente essere divulgate sullo stesso canale d'informazione pena una denuncia nei miei confronti. Gli risposi subito privatamente per fargli le mie scuse se l'avevo offeso, e per dirgli che volentieri ero disposto a farle pubblicamente, cosa che poi feci mandando un intervento alla stessa pagina Internet dell'OPM dove era apparso quel mio commento. E dato che esso era apparso anche nella mia rubrica del n. 115/2010 de Il Ruolo Terapeutico, lo riporto anche qui.

Risposta a Giorgio Nardone

Come avevo già precisato nel mio commento, io non ho mai dubitato della buona fede dei colleghi del Centro di Terapia Strategica di Arezzo (ad esempio avevo precisato: "so bene che questi colleghi sono in perfetta buona fede"), la mia voleva essere solo una critica alle idee, non alle persone, verso le quali ho il massimo rispetto. Certamente posso aver usato toni polemici, e ripeto che se questi toni possono essere risultati offensivi mi scuso, è stato un errore che tra l'altro va a mio danno perché le critiche sono molto più efficaci quando vengono fatte senza animosità.

Tra parentesi, è curioso che in questo dibattito, che si è subito infuocato, proprio io sia stato minacciato di denuncia: infatti un altro interlocutore aveva detto, riferendosi a me, che era stato riportato "falsamente il contenuto dei lavori scientifici citati", e aveva dubitato della mia "onestà intellettuale", al punto che il moderatore è dovuto intervenire addirittura due volte per ammonirlo. Io però non avevo pensato di denunciarlo. Due colleghi (entrambi, peraltro, di area cognitivo-comportamentale) mi avevano scritto privatamente per esprimere la loro disapprovazione del comportamento di quel collega e per mostrare un apprezzamento nei miei confronti, e io avevo risposto ringraziandoli e dicendo che preferivo lasciar perdere, e che sarebbero stati i lettori a giudicare autonomamente.

Mi ha fatto comunque piacere che Giorgio Nardone mi abbia scritto perché era da tempo che cercavo un confronto con lui. Nella sua e-mail mi dice: "Credo che il dibattito scientifico lo possiamo fare nelle sedi adeguate e sono pronto a dibattere con te su qualunque livello". Colgo quindi questa occasione per discutere alcuni aspetti della "Terapia Breve Strategica", sperando che le mie riflessioni possano interessare anche altri, e che lo stesso Nardone intervenga per criticare le mie posizioni nel caso le ritenesse sbagliate. Per me le critiche, anche dure, sono salutari, permettono di riflettere e a volte di modificare le proprie idee.

Comincio facendo due piccole osservazioni sulla e-mail che mi ha inviato privatamente. La prima è la seguente. Nardone, in risposta alle mie critiche, mi fa notare che il suo approccio "tra le altre cose è riconosciuto dal MIUR, considerato che da oltre 10 anni esiste la sua Scuola di specializzazione che abilita i suoi specializzati ad utilizzare la terapia breve strategica". Ritengo che questa argomentazione sia debole poiché non ha alcun valore nel dimostrare la validità o efficacia di un approccio psicoterapeutico. E' ovvio che questa scuola è riconosciuta dal Ministero, ma il Ministero utilizza solo regole formali per i riconoscimenti, né potrebbe fare altrimenti. Non solo, il Ministero ha riconosciuto scuole di ogni tipo, tanto che adesso sta correndo ai ripari per cercare di essere più rigoroso (cosa peraltro non facile se non impossibile, dato che appunto può solo adottare regole formali, burocratiche; tanto si potrebbe discutere sui limiti della Legge 56/1989, questa non è la sede, ma se a qualcuno interessasse posso inviare alcuni documenti che affrontano in dettaglio questa problematica; vedi ad esempio Borsci, 2005; Galli, 1999, 2005).

Mi sarei poi aspettato, e con questo vengo alla seconda osservazione che volevo fare, che Nardone entrasse subito nel merito delle mie argomentazioni, che erano precise, circostanziate: alludo ad esempio alla questione della ricerca scientifica, alla differenza tra ricerca clinica e ricerca sperimentale, alle ricerche fatte dalla sua scuola, alla metodologia impiegata, ecc. Trovo cioè un po' auto-contradditorio da una parte dire "sono pronto a dibattere con te su qualunque livello" e dall'altra non farlo quando già io avevo mosso critiche precise che aspettavano solo che qualcuno rispondesse.

Oltretutto, come dicevo, sono alcuni anni che io aspetto che Nardone risponda alle mie critiche, e solo adesso pare disposto a rispondere (il che non può che farmi piacere). Infatti nel n. 3/2005 di Psicoterapia e Scienze Umane io avevo pubblicato un articolo (Migone, 2005b) in cui criticavo in dettaglio il concetto di terapia "breve", che è un costrutto fondante dell'approccio della scuola di Arezzo, e il 23-9-2005 avevo mandato una e-mail al Centro di Terapia Strategica di Arezzo per chiedere se vi fosse interesse a inviare un intervento di dibattito critico da pubblicare nel numero seguente della rivista. Giorgio Nardone mi rispose il 6-10-2005 con una e-mail molto gentile, scusandosi del ritardo con cui mi rispondeva, e dicendo che era disposto a intervenire. Ne fui molto contento, e gli risposi lo stesso giorno, restando in attesa del suo contributo. Però non ne seppi più niente, il suo contributo non arrivò mai, non so perché, né lui mi mandò un'altra e-mail per spiegarmi il motivo. Un dibattito comunque avvenne ugualmente dato che, prima che Nardone mi rispondesse, un suo collega mi mandò un contributo a cui risposi in un dibattito (Migone, 2005c) che fu pubblicato nel n. 4/2005 (è a questo dibattito a cui facevo riferimento nel mio commento). Io non so se Nardone e quel suo collega si siano sentiti a proposito del contributo da inviare, o se Nardone lo avesse delegato a intervenire al suo posto, perché non ho più sentito Nardone, e nessuno dei due ha mai fatto riferimento all'altro. Mi è dispiaciuto che Nardone non abbia fatto seguito alla sua intenzione di inviare un contributo (nella sua e-mail del 6-10-2005 diceva: "Sarà un piacere contribuire alla discussione critica sulle terapie brevi. A presto"), sono rimasto comunque contento che un altro collega del suo Centro avesse mandato un contributo perché mi ha permesso di discutere con lui.

Ebbene, cosa dicevo in quel mio articolo del 2005? Affrontavo di petto il concetto di "terapia breve" muovendo critiche molto precise (che tra l'altro non riguardavano solo la "Terapia Breve Strategica", ma tutti gli approcci che utilizzano il termine "breve" per caratterizzare il proprio approccio). Riassumere qui tutti i passaggi di quel mio contributo non è facile e, come dicevo, lo mando molto volentieri a chiunque me ne faccia richiesta (basta che mandi una e-mail al mio indirizzo, che è <migone@unipr.it>). Già nel mio commento accennavo ad alcuni passaggi della mia critica, e provo qui a riassumerne alcuni.

Il concetto di terapia breve come minimo contiene vari fraintendimenti e contraddizioni. Ad esempio: se veramente possediamo una tecnica capace di rendere le terapie molto brevi, che bisogno c'è di specificarlo all'inizio nel nome della tecnica, o dicendo al paziente che la terapia sarà breve? Ogni terapia deve essere più breve possibile, altrimenti si assume che altri approcci facciano apposta ad allungare le terapie, senza alcuna necessità e quindi a danno dei pazienti (e questo va dimostrato, anche a proposito di "diffamazioni", in un certo senso). Come accennavo nel mio commento, bisogna distinguere tra terapeuti "brevi" e "bravi" (infatti il titolo di quel mio articolo era: "Terapeuti 'brevi' o terapeuti 'bravi'? Una critica al concetto di terapia breve"): i terapeuti "bravi" sono quelli che terminano una terapia in breve tempo perché hanno una tecnica migliore (oppure che trattano pazienti che a loro volta possono essere definiti, per così dire, "bravi", cioè che hanno disturbi più facilmente trattabili - a parte questo, se esiste veramente questa tecnica migliore non si capisce perché debbano praticarla solo i terapeuti "brevi" e non tutti i terapeuti del mondo); i terapeuti "brevi" invece non è chiaro cosa siano, dato che pare che debbano essere brevi a tutti i costi anche quando il paziente richiede più tempo per essere trattato, quindi non curano bene il paziente, oppure sono terapeuti con una tecnica limitata dato che sanno trattare solo pazienti facili, cioè che migliorano in breve tempo (ammesso che questi pazienti esistano e che sia possibile diagnosticarli all'inizio della terapia, e questa è un'altra delle contraddizioni che discutevo nel mio articolo). Questi terapeuti "brevi" quindi non sarebbero "bravi" (cioè la loro tecnica non sarebbe adatta per un vasto range diagnostico).

Un'altra implicazione di questa mia critica è la differenza importante che esiste tra una "terapia breve" e una "breve terapia", che, come si può facilmente intuire, sono due cose completamente diverse: infatti, l'unica definizione possibile di "terapia breve", dal punto di vista concettuale e operazionale, è che venga stabilito all'inizio della terapia, come regola di base del setting, che la terapia terminerà entro un certo tempo o numero di sedute, altrimenti non è possibile distinguere una terapia che per vari motivi risulta "breve" senza che il terapeuta si definisca "terapeuta breve" (cioè che si comporta come quasi tutti gli psicoterapeuti del mondo, ovvero fa del suo meglio per aiutare il paziente nel migliore dei modi e nel più breve tempo possibile senza dirgli che fa una "terapia breve" con tutte le ovvie implicazioni che cioè comporta) da una terapia che invece risulta breve perché ciò è stato deciso prima che inizi la terapia, indipendentemente dai risultati raggiunti (in quest'ultimo caso però non si possono distinguere, col gioco di parole che ho proposto, i terapeuti "brevi" da quelli "bravi"; resta possibile, beninteso, che un terapeuta breve sia anche bravo, però in questo caso non si riesce assolutamente a capire come mai dovrebbe definirsi "breve" e non semplicemente "bravo", a meno che non voglia appunto utilizzare il temine "breve" a scopi propagandistici, suggestivi, ecc., come ho spiegato approfonditamente nel mio articolo; in altre parole, ritengo che l'aggiunta del termine "breve" al nome di una tecnica psicoterapeutica sia fuorviante perché distoglie l'attenzione da quegli aspetti specificamente tecnici per cui una terapia è di fatto superiore a un'altra, aspetto questo che è il più importante).

Mi rendo conto però che non posso continuare in queste mie argomentazioni perché renderei questo mio scritto troppo lungo, e di nuovo invito chiunque fosse interessato a scrivermi per farsi mandare quel mio articolo. Esposi queste riflessioni per la prima volta in una conferenza che tenni a New York nel 1982, ben 28 anni fa, e da allora le presentai in molte occasioni, ridiscutendole più volte e convincendomene sempre di più, senza mai trovare un collega che sapesse trovare in esse una contraddizione o un errore logico, cosa questa che da un certo punto di vista mi deluse molto perché mi diede l'impressione di non trovare mai interlocutori validi. Neppure quel collega della scuola di Arezzo che inviò un intervento in quel dibattito seppe entrare nel merito delle mie argomentazioni, ovviamente a mio parere, e le fraintese completamente. Riuscirà Giorgio Nardone a farmi il regalo che nessuno è riuscito farmi in tutti questi anni, cioè a criticarmi in modo preciso, argomentato, trovando contraddizioni nel mio discorso?

Quello che voglio sottolineare insomma è l'effetto di propaganda che si crea attorno a certe tecniche psicoterapeutiche che si mettono sul mercato in un determinato modo, e che ottengono consensi appunto sulla base di questa immagine che si sono creata, immagine che a mio parere non corrisponde alla reale efficacia della tecnica (e, come ho detto, l'articolo di cui mi era chiesto un commento, dove la "Terapia Breve Strategica" compariva per prima, era un esempio di questo fenomeno; questa mia critica ovviamente non è rivolta solo alla "Terapia Breve Strategica", ma a tantissime altre scuole che seguono la sessa logica di propaganda scorretta, ovviamente a mio parere).

Ma per non ripetermi, e anche per fare prima, riporto ora alcuni brani del mio intervento nel dibattito pubblicato sul n. 4/2005 di Psicoterapia e Scienze Umane (riporto questi brani integralmente, l'unica modifica che ho fatto è quella di sostituire sempre il nome del collega a cui mi rivolgevo con "il mio interlocutore", infatti non mi interessa assolutamente personalizzare il dibattito, cioè rivolgermi alla persona, ma solamente alle idee; ho inoltre aggiunto un paio di "Note della Redazione" indicate con N.d.R., e ho aggiunto tra parentesi quadre i riferimenti bibliografici che nel testo originario erano in bibliografia):


<<(…) Sembra che il mio interlocutore dica che, dato che al mondo esistono terapie lunghe, è legittimo definirsi terapeuti brevi se si vuole accorciarle. D'accordo, ma, se questa non vuole essere solo una tautologia, da una parte ciò presuppone che quei terapeuti a cui capita di fare terapie lunghe fanno apposta a farle lunghe anche se potrebbero farle brevi; dall'altra non si capisce la differenza - per riprendere il titolo del mio articolo - tra terapeuti "brevi" e "bravi". In altre parole, come fa un terapeuta ad essere bravo e quindi breve? Secondo il mio interlocutore , utilizzare - come avrei fatto io - "artifici razionalistico-dimostrativi tesi a disconoscere la legittimità metodologica della terapia "breve" è un'operazione funambolica" (p. 534). Il mio interlocutore non spiega se per lui "funambolica" significa "sbagliata" o invece solo "giusta ma che richiede un po' di attenzione per essere capita", ad ogni modo mi dispiace di non essere stato capito, perché la "legittimità metodologica" è proprio quella che avevo cercato di approfondire. Dice poi che questa mia "operazione funambolica" non è "da sottovalutare, visto che la visione della psicoterapia come "se non è profonda è inefficace, se è breve non è profonda" a tutt'oggi pervade il pensiero contemporaneo" (ibid.). Può darsi benissimo che questo pregiudizio sia diffuso, ma io non ne avevo parlato (anche se vi sono molti dati di ricerca empirica al riguardo, quindi non "pregiudizi" [vedi ad esempio Westen et al., 2004, pp. 12-14]). Molti fanno terapie brevi o brevissime, questo non è un problema, ed è ben noto che Freud faceva analisi di una seduta o di poche sedute (senza bisogno di definirsi breve), ma, a parte questo, io facevo discorsi completamente diversi.

(…) A questo punto il mio interlocutore accenna al suo approccio, quello di terapia "breve strategica" [corsivo nell'originale, pp. 534 e 535]. Mi fa piacere quindi avere questa occasione di confronto. Dice che va combattuto quello che viene definito "il pregiudizio psicoanalitico", che sarebbe basato "su due rigidi presupposti metodologici secondo cui i fenomeni di cambiamento psicologico avvengono (a) attraverso una faticosa ricostruzione archeologica del passato e (b) modificando, mediante esperienze correttive all'interno della seduta, l'interazione di transfert che il paziente ha con il terapeuta" (p. 535). E' vero che la psicoanalisi considera importante il passato e anche le esperienze correttive (se vogliamo, la psicoanalisi dice molto di più in termini di fattori curativi, ma qui è secondario). Ad ogni buon conto, questo "pregiudizio psicoanalitico" - continua il mio interlocutore - "si concretizza nel giudicare impossibile e inefficace, perché non profonda, qualsiasi altra prassi terapeutica che non sia quella psicoanalitica" (ibid.). Nel mio discorso, la dicotomia profondo/superficiale non è mai entrata, per me esisteva solo il cambiamento in qualunque modo lo volesse intendere. Dice poi che questo pregiudizio "arriva fino all'assurdo logico di negare una realtà perché non concorda con la teoria" (ibid.), e cita Hegel. In quali passaggi del mio articolo nego la importanza della realtà? Mi piacerebbe che fossero stati indicati. Critica poi il concetto di "analisi interminabile" (ibid.), e questo è un altro fraintendimento. Ritengo che qui il mio interlocutore confonda l'analisi come processo con l'analisi come terapia: l'analisi come processo psicologico può esserci o non esserci (sia in terapia che fuori dalla terapia, se è per questo), può essere continuata dopo la terapia sotto forma di autoanalisi ed è interminabile per sua natura (sarebbe come dire che uno dovrebbe smettere di ragionare, o di riflettere), mentre la terapia ovviamente può terminare. Mi colpisce che il mio interlocutore abbia confuso queste due cose, tanto che qui, se mi è permesso, sembra che sia lui, non io, a farsi trascinare da una ideologia che gli fa dire qualunque cosa purché sia anti-psicoanalitica.

Riprendendo poi il paradosso di Achille e la tartaruga, il mio interlocutore critica l'idea che la terapia consista solo in "un avvicinamento approssimato e mai definitivo verso il processo di guarigione" (p. 535): ma questa idea non appartiene solo alla psicoanalisi, appartiene alla psicologia, alla medicina, alla biologia, alla scienza in generale. Non vi è una separazione netta tra salute e malattia, si tratta di un continuum di variabili dimensionali, a meno che non si utilizzi solo il DSM-IV il cui sistema categoriale - come hanno sempre detto esplicitamente anche gli stessi autori di questo manuale diagnostico e "statistico" - serve essenzialmente a scopi di ricerca dato che la realtà non è certo categoriale. E' ovvio però che questo non impedisce di terminare una terapia, semmai la si termina ancor più facilmente grazie al concetto processuale di "analisi interminabile" (vedi in proposito l'articolo di Paul Parin "La fine dell'analisi terminabile" su Psicoterapia e Scienze Umane, 2/1975, pp. 1-7). Ben più arduo invece mi sembra terminare una terapia se l'obiettivo è la "guarigione definitiva", soprattutto se non si riconosce un continuum tra salute e malattia e si afferma che "il fenomeno del cambiamento è un fenomeno tutto-o-nulla, digitale, discontinuo, non graduale" (p. 535).

Il mio interlocutore accenna inoltre alla "epistemologia sistemico-costruttivista" e ai "concetti cardine dell'approccio strategico", secondo cui "il disagio psicologico è il risultato del sistema percettivo-reattivo che la persona si costruisce attivamente nell'interazione con se stesso" e così via (per brevità, vedi p. 535). Mi sembra che questi concetti, al di là delle parole usate, facciano parte di quasi tutti gli approcci psicoterapeutici, psicoanalitici e non, ma nel paragrafo seguente il mio interlocutore spiega dove risiede una "eretica implicazione di tale punto di vista" rispetto ad altri approcci: "Lo stato precedente del sistema non predice il suo stato futuro. Ciò che "spiega" il sistema è unicamente il suo stato attuale, le regole del suo funzionamento nel qui e ora" (ibid.). Questo è sicuramente un concetto forte dell'approccio strategico, che lo differenzia da quello psicoanalitico secondo il quale il passato può avere (ma - si badi bene - può anche non avere) una grande importanza. Riflettiamo su questo punto. Se, come viene affermato, un sistema è spiegato "unicamente" dal suo stato attuale, abbandoniamo un'ottica sistemica (su cui però l'approccio strategico dovrebbe basarsi) nella misura in cui eliminiamo a priori dal sistema (ideologicamente?) una variabile, quella del passato (tanti anni fa mi occupai della terapia sistemica: per una mia critica più dettagliata, vedi Migone, 1980, 1990, 1995 cap. 2). Come è noto, invece, la psicoanalisi in questo senso è sempre stata "sistemica", dato che afferma che così come il passato può influenzare il presente, il presente può influenzare il passato (vedi il concetto, tanto caro a Freud, di Nachträglichkeit). Non riesco a capire questo bisogno di eliminare la variabile del passato, tanto più che l'importanza straordinaria del lavoro sul passato per risolvere una patologia attuale è sostenuta non da ideologie o pregiudizi, ma da una enorme mole di dati di ricerca empirica. Si pensi solo alle moltissime ricerche sul Disturbo da Stress Post-Traumatico (PTSD), o al lavoro sul lutto dove per esempio molti approcci psicoterapeutici, anche cognitivisti, sostengono l'importanza del ricordo, del racconto e della elaborazione del passato allo scopo di produrre un cambiamento nel breve periodo, mentre se questo lavoro sul passato non viene fatto si allunga il lutto patologico e quindi la terapia. Non dimenticherò mai, a questo proposito, una terapia di Davanloo [un noto "terapeuta breve", N.d.R.] in cui migliorò in poche sedute il grave lutto di una madre che aveva perso il bambino, spingendola a ricordare e ripetere più e più volte l'incidente, quasi forzandola con la sua tecnica confrontativa, col risultato di produrle una rapida fuoriuscita da un lutto dolorosissimo che altrimenti sarebbe durato molti mesi o anni; ugualmente, ricordo il caso raccontato di un terapeuta cognitivo-comportamentale la cui tecnica - altrettanto utile e a mio parere con lo stesso meccanismo di azione sottostante al di là dell'apparente diversità - consisteva nel far "ricordare, ripetere e rielaborare" [l'allusione qui è al titolo del noto saggio di Freud del 1913, N.d.R.] ripetute volte un lontano episodio molto doloroso, cosa che permise alla paziente di reintegrarlo nella sua personalità globale una volta "decondizionata" dall'angoscia collegata.

Nel passaggio seguente il mio interlocutore ribadisce che non è detto che "disagi maturati lungo un arco di tempo molto esteso necessitino obbligatoriamente, per essere risolti, di un altrettanto lungo trattamento terapeutico" (p. 536): sono pienamente d'accordo, infatti non lo avevo affermato e anzi lo avevo dimostrato con un caso clinico. Il vero problema è quali interventi mettere in atto per aiutare meglio (e quindi prima) i pazienti, e quale teoria regge questi interventi. Nel passaggio successivo dice che "un'altra eresia" dell'approccio sistemico-costruttivista è che "la prospettiva epistemologica fonda anche la posizione deontologica": questa consisterebbe nell'assumersi "piena responsabilità di tutto ciò che avviene all'interno della terapia, e quindi anche la responsabilità di influenzare direttamente il paziente al fine di provocare un cambiamento" (ibid.). Si sta dicendo che gli altri approcci non si assumono questa responsabilità, o che hanno l'obiettivo di "non provocare un cambiamento"?

Viene poi affermato che per i terapeuti strategici l'impegno è di aiutare il paziente in breve tempo perché se "entro questo spazio limitato di tempo non si ottiene alcun significativo cambiamento, il terapeuta strategico interrompe la terapia, poiché continuandola si renderebbe solo complice del mantenimento e della persistenza del problema" (ibid.). Ritengo che questa affermazione vada esaminata attentamente. Esistono pazienti al mondo che sono così gravi da non guarire nelle poche sedute (in media, come dice dopo, "7 sedute") impiegate dall'approccio strategico? I casi sono due: o esistono o non esistono. Se non esistono, cioè se i pazienti sono tutti curabili in poche sedute, potrebbero essere appunto trattati dai terapeuti strategici. Non mi interessa qui stabilire se questa ipotesi sia vera, ma solo analizzarne le implicazioni. Se è vera, allora tutta le ricerche epidemiologiche sono false, l'Organizzazione Mondiale della Sanità ci ha raccontato bugie, quasi tutti i terapeuti del mondo e gli operatori dei Centri di Salute Mentale che quotidianamente si confrontano nel territorio con patologie che loro percepiscono come gravi e spesso con tendenza cronicizzante sono allucinati. Tra l'altro, se questa ipotesi è vera - e se il mio interlocutore qui mi permette di continuare in questa amichevole ironia - allora ne consegue che almeno questi operatori devono essere matti, e come possono essere curati? Forse con la terapia breve strategica, ma temo che ad Arezzo le liste di attesa si allungherebbero un po', dovendo accogliere quasi tutti gli operatori della salute mentale del mondo.

Se invece è vera l'altra ipotesi, cioè se esistono pazienti che sono così gravi da non guarire in poche sedute, la domanda è chi li cura, dato che i terapeuti strategici per deontologia non li curano. Ma allora i terapeuti strategici non sono bravi, sono solo brevi. Cioè supponiamo (a scanso di equivoci, sottolineo che è solo una ipotesi) di avere prove empiriche che esistono pazienti non curabili in 7 sedute ma in 100 sedute: non verrebbe data loro questa possibilità. Il lavoro fatto dalla ottava alla centesima seduta non servirebbe ad aiutarli perché il terapeuta strategico sa già che dall'ottava alla centesima seduta "si renderebbe solo complice del mantenimento e della persistenza del problema" (e questo nonostante vi siano prove empiriche contrarie). Con una asserzione a priori, cioè con un pregiudizio (ideologico?), si dichiara che la collusione paziente-terapeuta (una dinamica peraltro ben studiata dalla psicoanalisi, fin da quando l'approccio strategico non era ancora nato) non è una ipotesi possibile, ma l'unica possibile se la terapia si allunga (tra l'altro, andrebbe definito in modo esatto il numero di sedute dopo il quale si innescherebbe questa collusione, altrimenti cadremmo in un'ottica dimensionale, rifiutata dagli strategici).

A questo punto il mio interlocutore fa un'altra affermazione importante, forse il più grande fraintendimento del mio articolo, però coerente con le affermazioni precedenti: dice, riferendosi al caso clinico che avevo descritto a pp. 364-365, che "è profondamente scorretto sul piano etico e personale farsi pagare da un paziente settimanalmente per 4 anni senza "un tangibile miglioramento nella sua vita"" (p. 536). L'ipotesi interpretativa da me fatta in quel caso può essere giusta o sbagliata, ma era su quella ipotesi che io volevo ragionare, ed avevo anche sottolineato: "Invito il lettore a prestare attenzione non tanto ai dettagli clinici o alla loro plausibilità (si potrebbe immaginare che siano esempi inventati, l'importante è il loro valore euristico), ma alle implicazioni teoriche sottostanti" (p. 361). Secondo questa ipotesi, sono stati proprio quei 4 anni che hanno permesso alla paziente di fare un importante passo avanti. Ripeto che non ha importanza essere o non essere d'accordo su questa ipotesi, importa solo ragionare come se essa fosse vera (si ipotizza cioè che al mondo esistano pazienti che - come dicevo prima - non guariscono con solo 7 sedute ma ad esempio in 100). Il mio interlocutore non dice che non è d'accordo con questa ipotesi, cioè non entra nel merito della dinamica del caso specifico magari offrendo un'ipotesi alternativa per spiegare il miglioramento, dice solo che comunque non è etico farsi pagare per 4 anni, e quindi anche nel caso che essi servano (questa era l'ipotesi). Sembrerebbe che secondo la deontologia del terapeuta strategico è meglio lasciare il paziente ammalato non per 4 anni, ma per tutta la vita, con costi ancor maggiori - e, come dicevo, in questo passaggio il mio interlocutore è coerente con quanto ha detto prima (salvo poi ammettere "una certa elasticità alla durata della terapia" - ma non si era parlato di "tutto-o-nulla"?).

Nel penultimo paragrafo, infine, vengono fatte affermazioni che non possono essere trascurate. Queste riguardano la ricerca empirica, che mi è stata sempre a cuore: sono stato tra i primi in Italia ad interessarmene, con alcuni colleghi ho fondato la sezione italiana della Society for Psychotherapy Research (SPR), su Psicoterapia e Scienze Umane abbiamo pubblicato articoli importanti di questo settore e così via (per brevità, vedi Parloff, 1985; Chambless & Ollendick, 2001; Westen et al., 2004; Migone, 1988 pp. 57-60, 1995 pp. 187-197 [pp. 210-228 della nuova edizione del 2010, N.d.R.], 1996, 1998, 2005a). Mi fa piacere che il mio interlocutore sostenga che nell'uso delle strategie "l'unico criterio di sopravvivenza è l'efficacia" (p. 536), cioè che sia in favore della ricerca empirica. Sono molto stupito però che qui parli di "eresia" dell'approccio "sistemico-costruttivista", dato che la ricerca empirica è perseguita dal movimento psicoterapeutico da tanti anni, movimento nel quale mi sembra che i terapeuti strategici non siano molto presenti. Sono andato a congressi internazionali, europei e nazionali dell'SPR, e non mi è mai capitato di vedere ricerche presentate dai terapeuti strategici, né ho visto loro lavori pubblicati sulle riviste riconosciute come qualificate dalla comunità scientifica del settore. Né il mio interlocutore cita nella sua bibliografia nessun articolo di ricerca empirica. Ho pensato che fosse una svista, per cui ho voluto chiederglielo personalmente, e mi ha detto che due anni fa, in occasione di un loro primo convegno europeo, hanno fondato una rivista on-line (http://www.centroditerapiastrategica.org/network journal content.htm) il cui primo numero contiene gli Atti di quel convegno, e il secondo numero è previsto per il dicembre 2005 con gli Atti del secondo convegno europeo avvenuto nel novembre 2005, e poi ha detto che essendo la rivista di recente creazione la maggior parte delle loro ricerche è contenuta su libri. Rimango perplesso, nel senso che chi ha un po' di dimestichezza col campo della ricerca, anche minima, sa che i lavori devono essere pubblicati da riviste internazionali indipendenti e dotate di referee, non su riviste o libri pubblicati dal gruppo di appartenenza, che hanno ben poco valore in un campo come quello della psicoterapia che è così complesso e pieno di difficoltà metodologiche (si pensi solo al bias dovuto alla researcher allegiance, nel senso che è stato dimostrato che le ricerche su tecniche terapeutiche condotte da chi è fautore di quelle tecniche hanno molta più probabilità di produrre risultati positivi - Luborsky et al. [2002] ad esempio hanno trovato che quasi il 70% della variabilità degli effect size di confronti tra psicoterapie è dovuto alla allegiance; vedi anche Wampold, 2001). Ho comunque guardato le pubblicazioni on-line indicate dal mio interlocutore e mi sono sembrate molto interessanti, ma per la maggior parte sono di tipo teorico o clinico, non di ricerca empirico-quantitativa e senza alcuna analisi statistica né gruppi di controllo, manualizzazione, ecc. Certamente potrei sbagliarmi (i lavori erano molti e non sono riuscito a guardarli tutti), ma ho l'impressione che si confonda la ricerca in psicoterapia con la "ricerca clinica" (Migone, 2004). Questo è un peccato, soprattutto perché si parla di "statistiche relative ad un gruppo limitato di casi, 3.484 pazienti, visti negli ultimi anni", di cui sarebbe già stato fatto un follow-up di 1 anno "in tutti i casi" (p. 536). Questo campione è di proporzioni enormi e fa invidia ai principali centri di ricerca di tutto il mondo, dotati di ricchi finanziamenti e dell'appoggio delle più prestigiose università (il mio interlocutore tra l'altro, nel dire che questo è un gruppo "limitato" di casi, rischia di essere controproducente perché può tradire una sua poca conoscenza della letteratura del settore: un campione di 3.484 pazienti non è "limitato", ma spaventosamente grande). Vengono citate anche percentuali di risultati positivi, sono colpito ad esempio dalla percentuale di trattamenti efficaci del "77% nel caso di presunte psicosi" (ibid.): ma cosa significa "presunte"? Erano presunte dall'inviante o dal terapeuta? Si tratta di diagnosi che si sono poi rivelate sbagliate (cioè che solo all'inizio apparivano come psicosi) o di diagnosi che sono rimaste incerte? Mi sembra improbabile che il terapeuta non abbia saputo fare diagnosi (anche perché pare non abbia avuto dubbi nel diagnosticare disturbi fobici, guariti per il 95%, e ossessivi, guariti per l'89%), per cui potrebbe significate che erano diagnosi che in seguito si sono rivelate errate, ma allora che senso ha indicare che il 77% di diagnosi errate di psicosi sono state "trattate efficacemente"? Da cosa se non erano psicosi? Dalla diagnosi errata? E il rimenante 23% ha mantenuto una diagnosi presunta?

La mia sensazione insomma è che, per il modo con cui il mio interlocutore espone qui i risultati delle ricerche, il gruppo di Arezzo sia ancora agli inizi del suo cammino nel mondo della ricerca. Si ha l'impressione di una certa approssimazione, e soprattutto di una non consapevolezza delle problematiche metodologiche (mi vengono in mente le ricerche di Mara Selvini di anni fa sui "giochi psicotici", le quali, seppur di sicuro interesse euristico - come peraltro estremamente interessanti ritengo siano le ricerche cliniche del Centro di Terapia Strategica di Arezzo - non a caso ricevettero grosse stroncature dagli ambienti di ricerca statunitensi, mi ricordo ad esempio un articolo di Carol Anderson sul Journal of Marital and Family Therapy del 1986). Un ricercatore in psicoterapia non si esprimerebbe mai in questi termini, sarebbe più modesto, scevro da qualunque trionfalismo, circoscritto, preciso nella definizione della metodologia, del campione, del sistema diagnostico impiegato, dei gruppi di controllo, delle scale di valutazione usate, della analisi statistica ecc. Il mio interlocutore certamente non vorrebbe che le ricerche sulla validità della psicoanalisi o di altri approcci fossero esposte nello stesso modo, se non altro perché il campione dei pazienti "guariti" da questi altri approcci verrebbe elevato all'ennesima potenza. A mio parere, poi, queste semplificazioni rischiano di illudere i giovani in formazione.

Ringrazio di nuovo il mio interlocutore per essere intervenuto permettendo questo confronto serrato sulle rispettive posizioni. Mi piacerebbe molto che (…) continuasse questo dibattito presentando una terapia ai curatori della rubrica "Casi clinici" per una possibile pubblicazione, il cui scopo, come è scritto nella presentazione, "è quello di facilitare la verifica della coerenza tra prassi clinica e riferimento teorico": in questo modo i lettori potrebbero vedere concretamente le strategie messe in atto per modificare una situazione clinica nel modo migliore e più breve possibile e capire meglio la loro giustificazione teorica, che potrebbe essere poi discussa e chiarita da colleghi di diversi orientamenti, terapeuti strategici inclusi. Nelle mie argomentazioni ho cercato di evidenziare alcune possibili contraddizioni e di utilizzare una prospettiva storico-critica, cioè di vedere - nella tradizione di Psicoterapia e Scienze Umane - come certe posizioni si inseriscono all'interno della storia delle idee in psicoterapia. Sono convinto che, al di là delle possibili divergenze sul modo di teorizzare o concettualizzare un caso clinico, abbiamo molto da imparare osservando le intuizioni cliniche e le strategie messe in atto da colleghi appartenenti a tradizione diverse>> (tratto da: Psicoterapia e Scienze Umane, 4/2005 [Migone, 2005b, pp. 541-547]).


Terminata questa lunga citazione, non nego che mi piacerebbe continuare la mia discussione della tecnica di psicoterapia strategica, di cui mi sono sempre un po' interessato da quando agli inizi degli anni 1970 seguii un corso di formazione a Milano presso quella che allora nel mondo era già nota come Milan school di terapia sistemica. Come è noto, la scuola di Milano, originata da Mara Selvini, a metà degli anni 1980 ebbe un certo ripensamento e attraversò una crisi teorica che le fece rivedere l'impostazione iniziale (che può essere definita "rigidamente strategica") per avvicinarsi a posizioni che a me sembrano più equilibrate, e molto vicine alla tradizionale psicodinamica (come peraltro la scuola di Roma, guidata da Maurizio Andolfi, da tempo praticava). Il Centro di Terapia Strategica di Arezzo rimane quindi in Italia uno dei pochi centri di ricerca (ovviamente "clinica", non sperimentale) che porta avanti questa bandiera, e per questo indubbiamente è interessante. La mia impressione però è che la terapia cosiddetta strategica (basata ad esempio su manovre e ristrutturazioni comportamentali, dialogiche, ecc.) possa essere anche molto efficace nel breve periodo, ma che possano esservi frequenti ricadute. Sono ben consapevole che questa mia affermazione lascia il tempo che trova perché non è dimostrata, è solo una impressione basata sulla mia esperienza personale (ad esempio sui casi che ho seguìto, reduci da questa terapia, su quello che so di quella tecnica, ecc.), quindi, come dicevo nel mio commento, "conta ben poco perché potrebbe essere controbilanciata da altrettante esperienze uguali e contrarie" (infiniti cioè sono gli esempi di terapeuti di altre scuole che non ottengono i miglioramenti vantati). La ricerca empirica, seppur nei suoi limiti, può dirimere maggiormente la questione ma, come dicevo, la scuola di Arezzo non si impegna nella ricerca empirica così come altre scuole. Un'altra mia impressione, quando leggo lavori di colleghi strategici o li sento argomentare sulla loro tecnica, è quella di una certa ingenuità e poca sofisticazione a livello teorico (e, ripeto, mai ho avuto l'impressione che non fossero in buona fede); quando lessi ad esempio per la prima volta il classico testo Paradosso e controparadosso (Selvini et al., 1975), ebbi fortissima questa sensazione. Personalmente, sono convinto che non sia così difficile imparare e mettere in pratica le tecniche cosiddette strategiche o sistemiche, anzi, ritengo che esse dovrebbero far parte del bagaglio di ogni collega dotato di una minima cultura psicoterapeutica; il problema, ovviamente a mio parere, è che la psicoterapia è qualcosa di molto più complesso, cioè le variabili in gioco sono maggiori di quelle considerate dai colleghi che seguono questo approccio (e questa è una amara ironia, se si pensa che l'ottica "sistemica", cioè che include il maggior numero di variabili, era uno dei concetti forti di questo approccio).

Mi rendo conto che le considerazioni che ho appena fatto sono molto personali e andrebbero dimostrate o argomentate meglio. Ma non posso dilungarmi oltre, devo interrompere questo mio già troppo lungo scritto. Se però può interessare al lettore, rimando a una mia critica serrata alla terapia sistemica che scrissi alla fine degli anni 1970 appunto dopo quel mio periodo di formazione sistemica a Milano (Migone, 1979), e che recentemente ho ripubblicato nel 2010 come cap. 2 della nuova edizione di un mio libro del 1995. In quel contributo (che mando volentieri a chi me ne farà richiesta) spiegavo con maggiore dettaglio quali sono a mio parere alcuni limiti di questo approccio.

Ringrazio di nuovo Giorgio Nardone che mi ha dato la possibilità di tornare su questi temi di cui mi ero occupato ormai più di trent'anni fa.

In attesa del dibattito

Termina qui il mio intervento, partito dalla richiesta di scuse che mi ha fatto Giorgio Nardone. E' stato pubblicato sul sito Internet dell'OPM il 25 ottobre 2010, e sono rimasto in attesa di una sua risposta che mi aiutasse a capire eventuali fraintendimenti o errori nelle mie argomentazioni, e soprattutto che facesse seguito alla sua intenzione di discutere con me (infatti mi aveva scritto: "Credo che il dibattito scientifico lo possiamo fare nelle sedi adeguate e sono pronto a dibattere con te su qualunque livello"). Però è passato del tempo, e più di un mese dopo, vedendo che Giorgio Nardone non interveniva, ho inviato il seguente intervento, che è pubblicato nella stessa pagina Internet dell'OPM:

<<Caro Nardone, sono passate circa sei settimane da quando ho raccolto il tuo invito a dibattere con te, ma finora non ho ricevuto alcuna risposta. E' successo qualcosa? Ti prego di farmi sapere, perché non riesco a capire come mai non ti sei più fatto vivo. Ho pensato alle varie possibilità per cui non mi hai risposto, e nessuna mi pare convincente. Forse che tu non hai argomenti validi, cioè non riesci a trovare delle risposte alle domande che facevo? Escludo questa possibilità, perché le mie domande erano facili, di buon senso, ed è inverosimile che tu, con l'esperienza che hai ed esperto come sei, non te le sia mai poste prima, cioè non abbia mai pensato prima di adesso ai problemi che ponevo. Forse che tu intendi non rispondere come strategia, cioè vuoi ignorarmi come interlocutore, in una sorta di svalutazione nei miei confronti, non ritenendomi degno di una risposta? Questa potrebbe essere una motivazione con una sua logica, ma a ben vedere non può essere così perché avevi detto "sono pronto a dibattere con te su qualunque livello" (e lo avevi detto dopo che avevi già letto il mio primo commento, che sostanzialmente conteneva le stesse critiche). Forse che in queste sei settimane sei stato così impegnato che non hai avuto un attimo di tempo per rispondere? è possibile, ma dubito che sia così, perché tu certamente sei una persona corretta e avresti mandato un messaggio per avvisare sia me che i lettori (anche loro perplessi per la mancanza di una tua risposta), dicendo che per mancanza di tempo eri costretto a posticipare la risposta. Forse che ti sei dimenticato di questo dibattito verso il quale ti eri dichiarato disponibile? è una ipotesi possibile, ma, nel caso tu ti sia dimenticato, ritieni che potrebbe trattarsi di quel fenomeno che i ricercatori chiamano motivated forgetting? (e, in questo caso, quale potrebbe essere la motivazione dietro alla eventuale dimenticanza?). Sono tutte ipotesi. Di fatto, non so come spiegare il motivo del tuo silenzio. Resto comunque in attesa, e spero che tu mi risponda. Ti mando intanto un cordiale saluto.>>

Dieci giorni dopo questo mio intervento di sollecito, Giorgio Nardone ha finalmente risposto, mantenendo così la promessa che aveva fatto nel 2005 e che aveva ripetuto in questa occasione. Non commento qui questo suo intervento, e mi limito a dire che a mio parere non vi è alcuna risposta alle più importanti domande che facevo. Sarebbe molto facile per me dimostrarlo, ma ritengo che a questo punto sia meglio lasciar giudicare i lettori, che possono leggere l'intero dibattito (con in fondo una mia breve replica) alla pagina Internet http://osservatoriopsicologia.altervista.org/lennesima-morte-di-freud/?doing_wp_cron=1452533274.9661281108856201171875.

 

Riassunto: Nel settembre 2010 Paolo Migone fu invitato dall'Osservatorio Psicologia nei Media (OPM) a commentare un articolo in cui venivano dati consigli per "orientarsi" tra le scuole italiane di psicoterapia, ed elencate alcune "società serie", da lui discusse criticamente. Una di questa era la scuola di "Terapia Breve Strategica" di Arezzo diretta da Giorgio Nardone, il quale dopo aver letto queste critiche si sentì offeso per cui chiese a Migone di scusarsi pubblicamente pena una denuncia. Migone qui risponde a Nardone scusandosi per l'eventuale offesa, mostrando però che non intendeva rivolgersi alla persona ma solo discutere sulle idee. E dato che Nardone nella sua richiesta aveva detto che era "pronto a dibattere [con lui] su qualunque livello", Migone coglie questa occasione per fare delle domande a Nardone, riprendendo un precedente articolo del 2005 (P. Migone, Terapeuti "brevi" o terapeuti "bravi"? Una critica al concetto di terapia breve. Psicoterapia e Scienze Umane, 3/2005, pp. 347-370). In quella occasione Nardone aveva detto che sarebbe intervenuto nel dibattito su quell'articolo ma non lo fece. Dato che anche in questa seconda occasione Nardone non rispondeva, dopo sei settimane Migone lo sollecita, e dieci giorni dopo Nardone allora manda un intervento nel quale, secondo Migone, non risponde alla principali questioni che aveva sollevato. [Parole chiave: Terapia Breve Strategica, Arezzo, Giorgio Nardone, critica, ricerca in psicoterapia]

Abstract: [On the "Brief Strategic Therapy" of the Arezzo school]. In September 2010 the "Observatory of Psychology in the Media" (OPM) invited Paolo Migone to comment an article of a popular magazine that advised on how to choose a psychotherapist, and published a list of "serious psychotherapy schools" that Migone criticized. One of these schools was the Center of "Brief Strategic Therapy" of Arezzo, directed by Giorgio Nardone, who, after reading this critique, threatened lawsuit unless Migone formally apologized. In this paper Migone apologies if inadvertently offended Nardone, and shows that his critique was addressed only to the ideas, not to the person. Furthermore, since Nardone had stated that he was "ready to discuss [with him] and any level", Migone takes this opportunity to ask Nardone some questions about his "Brief Strategic Therapy". In doing so, he takes up some arguments of a paper he wrote in 2005 (P. Migone, "Brief" therapists or "good" therapists? A critique to the concept of brief therapy. Psicoterapia e Scienze Umane, 2005, 39, 3: 347-370). In 2005 Nardone had said he was ready to discuss with Migone on that paper, but he never did. Since also in this second occasion Nardone was not replying, six weeks later Migone sent him a reminder, and ten days after this reminder Nardone finally replied. According to Migone, Nardone did not reply to the most important questions he was asked. [Key Words: Brief Strategic Therapy, Arezzo, Giorgio Nardone, critique, psychotherapy research]

 

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Paolo Migonee
Condirettore della rivista Psicoterapia e Scienze Umane
Via Palestro 14, 43123 Parma, tel./fax 0521-960595, E-Mail <migone@unipr.it>

 

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