PSYCHOMEDIA
Telematic Review

Dalle Rubriche di Paolo Migone
"Problemi di Psicoterapia
Alla ricerca del 'vero meccanismo d'azione' della psicoterapia"
pubblicate sulla rivista

 

Il Ruolo Terapeutico, 2015, 129: 59-68

Heinz Kohut e la Psicologia del Sé
 

Paolo Migone
Condirettore della rivista Psicoterapia e Scienze Umane

 

Alcuni anni fa mi chiesero di scrivere dei capitoli per un'opera in due volumi dal titolo Psiche. Dizionario storico di psicologia, psichiatria, psicoanalisi, neuroscienze, a cura di Francesco Barale, Mauro Bertani, Vittorio Gallese, Stefano Mistura e Adriano Zamperini (Torino: Einaudi, 2006-07). Un capitolo era sulla "Psicologia del Sé", e uscì nel 2007 nel Vol. 2 (L-Z), pp. 874-878. Avendo lavorato negli Stati Uniti per alcuni anni a cavallo degli anni 1980, avevo un po' assistito al diffondersi della Psicologia del Sé, e in quel capitolo avevo cercato di ripercorrere la storia di questo movimento. Riporto qui alcune parti di quel mio capitolo, pensando che possano interessare ai lettori della rubrica.

La Psicologia del Sé originata dalle idee di Heinz Kohut è sicuramente uno dei movimenti psicoanalitici più importanti, e con le più profonde ripercussioni, della seconda metà del Novecento. Queste idee hanno incominciato a diffondersi negli anni 1970, ed è ormai passato sufficiente tempo da permettere un distacco tale da tentare, per quanto possibile, un bilancio.

Kohut nacque a Vienna nel 1913, e nel 1939 si trasferì a Chicago dove compì tutto il suo percorso professionale e morì nel 1981. Un aneddoto ci sembra illuminante per comprendere sia la sua personalità sia la portata delle sue idee. Kohut stava a Vienna quando Freud ancora vi abitava, ma non ebbe rapporti diretti con lui. Era affascinato dai suoi scritti e molto presto crebbe in lui l'ambizione di seguirne le orme nello studio della "nuova scienza". Aveva 25 anni quando nel 1938, diffusasi la notizia che Freud era costretto dalla Gestapo a lasciare Vienna, assieme ad altri corse alla stazione per salutare colui che rappresentava una figura idealizzata. Non osò avvicinarsi per salutarlo, ma si limitò a seguire trepidante tutte le fasi della partenza, e quando il treno si mosse Kohut assieme ad altri restò sul marciapiede a guardare Freud che si affacciava dal finestrino per salutare la folla. Fu a quel punto che Kohut vide - o ebbe l'impressione di vedere - che il fondatore della psicoanalisi guardò per lunghi minuti direttamente solo lui negli occhi, agitando il cappello in segno di saluto fino a che il treno fu sufficientemente lontano da non poter più distinguere il suo sguardo. In questa separazione Kohut sentì come se il mondo gli crollasse addosso, ma nel contempo ebbe la fantasia che questo momento fosse per lui anche una sorta di investitura, quasi come se Freud nel salutarlo personalmente senza neppure conoscerlo gli avesse voluto dire che gli affidava l'incarico di continuare la grande opera che aveva cominciato, la costruzione dell'edificio psicoanalitico.

Questo aneddoto del giovane Kohut, da lui raccontato peraltro con toni anche autoironici, può sembrare solo una fantasia adolescenziale intrisa di narcisismo. Eppure, come tutte le fantasie, nasconde qualcosa di importante se si pensa che quando si diffuse, prepotentemente e per molti in modo inaspettato, il movimento della Psicologia del Sé, prima a Chicago e poi a macchia d'olio in tutti gli Stati Uniti e nel resto del mondo, non furono pochi coloro che affermarono che Kohut doveva considerarsi la figura più importante dopo Heinz Hartmann, il successore di Freud alla guida del movimento psicoanalitico. E dato che le sue idee contenevano aspetti radicalmente innovativi, fu anche detto esplicitamente che Kohut stava a Freud come Einstein stava a Newton, nel senso cioè del discepolo che rivoluziona le idee del maestro. E Kohut stesso era consapevole di questo, tanto è vero che nel 1970, avendo appreso nel mezzo della notte la notizia della morte di Hartmann, molto emozionato telefonò a colui che allora era il suo più stretto amico e collaboratore (il quale fu quello che mi confidò questo episodio) e gli disse, al colmo dell'esaltazione: «è morto Hartmann! Ma ti rendi conto? è giunta la mia ora!».

Certo la storia non può essere scritta solo con aneddoti e vicissitudini emozionali ma, come ci insegna la psicoanalisi, anche questi fattori possono illuminare qualche aspetto della realtà. Oggi, ad alcuni decenni dalla scomparsa di Kohut, quando gli esegeti e i seguaci, come avviene per tutte le figure mitizzate della storia, hanno esplorato ogni anfratto della sua vita e ormai pubblicato quasi tutto quello che era possibile pubblicare (articoli minori, lettere, seminari audioregistrati, ecc.), sono emersi molto bene non solo gli aspetti geniali e straordinari della sua personalità e delle sue idee, ma anche le ombre, i suoi tratti "narcisistici" e fragili (e anche la sua durezza, nel senso che tipicamente poteva essere molto ferito ma anche ferire). Non è una novità che alcuni dei più grandi pionieri della psicoanalisi diedero i maggiori contributi proprio nell'area psicopatologica alla quale in un certo qual modo erano sensibili (tra i tanti, si pensi a un Sullivan, che da  adolescente ebbe un episodio psicotico e dedicò poi la sua vita alla psicoterapia delle psicosi). La biografia scritta da Strozier (2001), a cui si rimanda, è molto dettagliata, e informazioni importanti possono essere tratte anche dal noto articolo del 1979 "Le due analisi del Sig. Z", articolo che, grazie ad una ammissione del figlio Tom, ora sappiamo essere autobiografico: in questo articolo Kohut - proprio come soleva fare Freud, il quale a scopo esemplificativo utilizzava i propri sogni dicendo che erano dei pazienti  - racconta la storia di un suo paziente, Mr. Z (che in realtà è Kohut stesso), da lui trattato in due analisi a distanza di quattro anni l'una dall'altra; la prima fu condotta in modo tradizionale, e la seconda, condotta con i principi della nuova Psicologia del Sé che nel frattempo era stata formulata, permise di analizzare gli stessi sogni e sintomi che si erano ripresentati, questa volta interpretandoli non in termini classici o edipici, ma secondo le tematiche del Sé permettendo così una loro definitiva risoluzione.

Kohut dunque fu una figura particolare, ricca di fascino e facilmente mitizzata, sia per il coinvolgente modo di scrivere che per le sue idee che hanno squarciato più di un velo della psicoanalisi classica. Il suo carisma era tale che ai congressi ai quali partecipava, soprattutto negli ultimi anni della sua vita, era impossibile partecipare per eccesso di iscrizioni (io tentati invano di partecipare al congresso di Boston dell'autunno 1980 - una delle ultime apparizioni in pubblico di Kohut - ma l'iscrizione fu limitata ai primi 1000 iscritti); tutti lo volevano vedere, quasi sfiorargli con una mano la giacca mentre passava come se fosse una star del cinema o addirittura un santo. In effetti aveva tutte le carte in regola per diventare l'erede di Freud, dopo Hartmann, alla guida del movimento psicoanalitico, provenendo da una solida formazione classica, e anche avendo compiuto tutti i gradini della ascesa del potere della istituzione psicoanalitica. Non gli riuscì però di raggiungere il vertice, fu solo presidente dell'American Psychoanalytic Association (APsaA) dal 1964 al 1965 e vicepresidente dell'International Psychoanalytic Association (IPA) dal 1965 al 1973. Non fu mai eletto presidente dell'IPA, e a questo proposito vi è anche chi ha dato una lettura psicologistica, certamente riduttiva, alla sua creazione di una psicologia dissidente: quando al congresso dell'IPA di Roma del 1969 non passò la sua elezione a presidente (cosa che lui aveva dato per scontata), pare che ne rimase molto ferito, e che questa delusione (narcisistica?) abbia giocato un ruolo non irrilevante nella sua creazione di una diversa e separata psicologia psicoanalitica. Questa interpretazione a suo tempo circolò molto negli ambienti psicoanalitici (Rangell, 2002, 2004).

Ma chiudiamo questa premessa di storia emozionale e aneddotica, e cerchiamo di vedere meglio cosa esattamente disse Kohut, quale fu l'aspetto di novità nel pensiero psicoanalitico. Kohut è noto per i suoi studi sul narcisismo, per avere rivalutato il valore dell'"empatia" come fat­tore terapeutico, e per avere rilanciato il termine "Sé" nel linguaggio psicoanalitico con una accezione nuova rispetto all'uso precedente che ad esempio ne aveva fatto Hartmann nel 1950. La sua influenza fu tale che con tutta probabilità fu anche grazie al movimento kohutiano, molto vivo negli Stati Uniti nella seconda metà degli anni 1970, che fu deciso di introdurre nel DSM-III, il manuale diagnostico ufficiale dell'American Psychiatric Association (1980), la diagnosi di "personalità narcisistica". I libri di Kohut furono soltanto tre (e questo indubbiamente facilita lo studioso, per un autore così importante): il primo è del 1971, Narcisismo e analisi del Sé, il secondo del 1977, La guarigione del Sé, e il terzo, uscito postumo nel 1984, La cura psicoanalitica. Oltre a questi vanno aggiunti la raccolta di scritti intitolata La ricerca del Sé, che è una selezione di articoli dal 1950 al 1978 tratti da due volumi in inglese, a cui si aggiunsero in seguito altri due volumi con gli scritti dal 1978 al 1981, e molti altri libri che raccolgono contributi di vari argomenti, anche umanistici (Kohut, 1959-81, 1974, 1974-75, 1985, ecc.). Da segnalare l'interessantissimo Casebook del 1978, non tradotto in italiano - curato da Goldberg (il quale diverrà il capofila dei kohutiani dopo l'uscita di Gedo dal gruppo e la morte di Kohut) e scritto con la collaborazione di Kohut stesso - che raccoglie cinque analisi complete riportate dettagliatamente, a tratti anche verbatim, e inframmezzate da commenti teorici, libro che doveva servire per mostrare concretamente la tecnica kohutiana (se si legge l'introduzione di Goldberg, si può vedere dai toni trionfalistici il clima di quei tempi, l'entusiasmo per questa nuova psicologia psicoanalitica che avrebbe dovuto soppiantare la Psicologia dell'Io). Ricordo che nei primi anni 1980, nel gruppo di studio che allora avevo a Bologna, leggemmo assieme questi casi clinici con estremo interesse.

Il problema teorico che Kohut all'inizio si trovò a dover affrontare riguardava la spiegazione di determinati quadri clinici sulla base della seconda teoria delle pulsioni di Freud. Vale la pena riassumere brevemente alcune concezioni freudiane per meglio poi comprendere la revisione teorica operata da Kohut (riprendo qui brani di una mia precedente rubrica, pubblicata nel 64/1993). In un primo momento Freud concepì un dualismo tra "pulsioni sessuali" e "pulsioni dell'Io", che presupponeva due tipi di pulsioni: le pulsioni di autoconserva­zione (o dell'Io) miranti alla preservazione dell'individuo (ad esem­pio la fame), e quelle sessuali per la conservazione della specie. I problemi causati da questa prima teoria duale delle pulsioni sorsero appunto quando Freud affrontò il problema del narcisismo, problema che in seguito affronterà anche Kohut.

A questo proposito bisogna fare una breve parentesi e ricordare che Freud aveva postulato diverse fasi dello sviluppo della pulsione sessuale, da lui chiamata anche "libido". Questa secondo Freud all'origine sarebbe autoerotica, cioè senza oggetto, in cui ogni pulsio­ne parziale cerca soddisfacimento su parti del corpo (le zone "erogene" orale, anale, e fallica). In seguito la pulsione diventa alloe­rotica, cioè con scelta oggettuale. Ma a un certo punto Freud (1910) postula una fase intermedia tra le due, detta narcisistica, in cui il soggetto unifica le sue pulsioni sessuali parziali autoerotiche e prende se stesso come primo oggetto d'amore. Freud postulò anche che, dopo la fase di investimento oggettuale, la libido può essere ritirata dagli oggetti, in una fase che chiama "narcisismo se­condario" (e ridefinì quindi "narcisismo primario" quello prima de­scritto). Ricapitolando quindi gli stadi libidici, si hanno quattro fasi: au­toerotismo, narcisismo primario, amore oggettuale, narcisismo secondario.

Ecco dunque il punto che aprì dei problemi nella prima teoria delle pulsioni di Freud: se nella fase di narcisismo primario il sogget­to ama se stesso, diventa difficile distinguere in questa prima fase le pulsioni dell'Io da quelle sessuali, in quanto entrambe rivolte all'Io (si ricordi tra l'altro che Freud non faceva distinzione tra Io e Sé). Nel risolvere questo problema, Freud in Introduzione al narcisismo (1914) volle comunque mantenere una dualità delle pulsioni, ma decise di riferirla - nella sua seconda teoria delle pulsioni - non tanto alla fonte delle pulsioni (dell'Io o sessuali) quanto alla direzione della pulsione (narcisistica o oggettuale). Inoltre introdusse la famosa metafora dell'ameba e dei suoi pseudopodi: se un'ameba estende uno pseudopodo diminuisce il suo centro, cioè più investiamo sull'esterno più si depaupera l'investimento sul Sé. Fu proprio questa concettua­lizzazione quella che doveva poi rivelarsi inadeguata per l'esageratamente ampia estensione che il termine di narcisismo doveva assumere, e pe­sare molto sulla specificità di questo concetto. Infatti le condizioni in cui la libido "si ritirerebbe dagli og­getti" possono essere regressioni sia fisiologiche che patologi­che, e possono comprendere una svariata serie di fenomeni clinici: sonno, autismo, schizofrenia, megalomania, paranoia, ipocondria, credenze magiche, animismo, onnipotenza del pensiero, malattie or­ganiche, certi tipi di omosessualità o di per­versioni, persino vanità, autoammirazione, autostima, "sentimento oceanico", ecc. Essendovi in tutti questi casi anche una implicazione economica, si avrebbe l'effetto di vasi comunicanti: più diminuiscono gli investimenti sugli oggetti, più aumentano i suddetti fenomeni narcisistici e viceversa. Ovviamente sappiamo che ciò non è vero per alcuni fenomeni clinici: se si può essere d'accordo che quando abbiamo il mal di denti amia­mo meno nostra moglie perché siamo presi dal dolore che ci afflig­ge, oppure che quando dormiamo ci distacchiamo dal mondo esterno, è dimostrato che spesso sono proprio coloro che hanno una buona autostima quelli che amano di più gli altri e investono maggiormente nel mondo esterno (hanno successo, traggono soddisfazione dal proprio lavoro, ecc.). Problematica fu anche l'equiparazione tra narcisismo e schizofrenia: secondo questa primitiva concezione freudiana, nella nevrosi la libido verrebbe in­vestita sugli oggetti, mentre nelle psicosi schizofreniche (da Freud chiamate appunto "nevrosi narcisistiche") la libido verrebbe investita sul soggetto, depauperando così gli oggetti di investimento libidico, come accadrebbe ad esempio nell'autismo.

Ebbene, fu il primo Kohut (in Narcisismo e analisi del Sé, del 1971), mentre affrontava lo studio dei vari aspetti clinici dell'equilibrio dell'autostima e del "narcisismo sano", colui che tentò di risolvere questo problema teorico postulando due "linee di sviluppo" della libido, rispettivamente di libido ogget­tuale e di libido narcisistica, non più strettamente collegate tra loro come vasi comunicanti ma indipendenti l'una dall'altra (fu comunque Jung il primo psicoanalista che rifiutò la teoria della libido come unicamente sessuale, e anni dopo Bowlby, sempre prima di Kohut, sancirà ufficialmente l'autonomia di altre spinte motivazionali, come l'attaccamento; Jung rifiutò anche il complesso edipico, che riteneva, proprio come farà Kohut, eventualmente il risultato di problemi familiari). è interes­sante questa operazione fatta da Kohut nel suo primo libro del 1971 in quanto sembra che proponga un ritorno alla prima teoria delle pulsioni di Freud, quella che proponeva due tipi di pulsioni: sessuali e di autoconservazione. Ma nei due libri successivi Kohut (rispettivamente del 1977 e del 1984) modificò le sue concezioni allonta­nandosi ulteriormente dall'ortodossia freudiana, e affermando che esiste una sola libido, quella "narcisistica", che grazie a rapporti "em­patici" con le figure genitoriali (definiti "oggetti-Sé") trasformerebbe il Sé in forme meno arcaiche e via via più mature. è questa seconda fase della ricerca di Kohut quella che rappresenta una vera frattura dal pensiero freudiano (anche se per la verità già in alcuni passaggi dell'importante saggio del 1966 "Forme e trasformazioni del narcisismo" Kohut aveva anticipato questi temi).

Ma vediamo meglio la teoria della Psicologia del Sé. Kohut (1971) incominciò col notare due particolari tipi di transfert nei pazienti narcisistici, che chiamò transfert "speculare" e transfert "idealizzante" (in seguito Kohut [1984, cap. 10] identificherà un terzo tipo di transfert, precedente­mente considerato una variante del transfert speculare, che chiamerà transfert "gemellare" o "alter ego"; modificherà anche il termine "transfert narcisistico" in "transfert oggetto-Sé"). Nel transfert spe­culare il paziente esprimerebbe il bisogno di essere ammirato e rispecchiato dal terapeuta, mentre nel transfert idealizzante espri­merebbe il bisogno complementare di idealizzare e ammirare il terapeuta stesso. Egli poi postulò che il compito del terapeuta non è quello di frustrare questi bisogni, magari interpretandoli come difese (ad esempio un freudiano potrebbe interpretare una idealizzazione del terapeuta come una difesa da paura o aggressività inconsce), ma di accettarli in quanto tali e di corrispondere empaticamente ad essi per permettere al Sé di svilupparsi. In altre parole, non si tratterebbe di desideri conflittuali, ma di bisogni legittimi del bambino o paziente. è solo permettendo di ripercorrere queste tappe evolutive attraverso un terapeuta empatico che ammira il pa­ziente e permette a sua volta di farsi ammirare da lui, che il paziente riesce gradualmente a mitigare o modificare il suo Sé grandioso at­traverso quelle che Kohut chiama "internalizzazioni trasmutanti". Infatti secondo Kohut (1977) un atteggiamento poco "empatico" da parte dei genitori provocherebbe l'arresto dello svi­luppo a un "Sé grandioso arcaico" (ed "esibizionistico") e a una "imago parentale idealizzata", di cui appunto i due tipi di transfert prima menzionati sarebbero la riattivazione nel transfert. Queste due configurazioni, tramite il rapporto empatico con l'oggetto-Sé (la figura genitoriale nell'infanzia e il terapeuta nella vita adulta), possono gradualmente trasformarsi, grazie alla elaborazione ottimale dei transfert speculare e idealizzante (il primo corrispondente al Sé grandioso arcaico e il secondo alla imago parentale idealizzata, spesso legati, rispettivamente, alla figura materna e a quella paterna), e costituire strutture stabili di autostima collegate, rispettivamente, ad "ambizioni" e "ideali": l'"arco di tensione" tra ambizioni e ideali costituirebbe il "Sé bipolare" - un terzo polo sarebbe costituito dalle abilità e doti dell'individuo che mediano tra ambizioni e ideali.

Già da questi pochi accenni si può intravedere la radicale di­versità della teoria kohutiana da quella freudiana. Kohut concepisce il Sé come qualcosa che dipende dall'ambiente, che può farlo crescere o arrestare a seconda di determinate caratteri­stiche (come l'empatia dei genitori); il conflitto è tra il Sé e gli oggetti, non è intrapsichico come vuole la teoria classica che postula una conflittualità tra Es, Io e Super-Io (in questo senso si può dire che Kohut appartenga alla scuola della "teoria delle relazioni ogget­tuali", secondo la quale l'ambiente ha una primaria responsabilità nella costituzione del soggetto). Il Sé di Kohut quindi è un'entità au­tonoma, priva di conflitto in se stessa, e che appartiene a un livello di astrazione diverso da quello della struttura tripartita Es/Io/Super-Io, poiché viene concepito come il centro della psiche e "sovraordinato" a Es/Io/Super-Io, e non come una delle funzioni dell'Io secondo la definizione di Hartmann (1950, p. 143), il quale suggerì una accezione ristretta del Sé come "rappresentazione del Sé", cioè della persona, da parte dell'Io (sul concetto di Sé, vedi Migone, 2014).

Queste concezioni hanno profonde implicazioni. Infatti, il concet­to di conflitto intrapsichico, che è centrale in psicoanalisi, è stretta­mente legato a quello di pulsione, cioè all'Es, che appunto entra in conflitto con altre strutture psichiche come ad esempio il Super-Io. Ed è per questo che Kohut coerentemente nega l'esistenza autonoma delle pulsioni, e afferma che le loro manifestazioni (aggressività, ses­sualità, il complesso di Edipo, e così via fino a comprendere lo stesso conflitto intrapsichico) sono già di per sé dei "prodotti di disintegra­zione" della libido nel momento in cui il soggetto (il Sé) entra in un rapporto non empatico o frustrante con le figure parentali (gli oggetti). Sono interessanti a questo proposito le osserva­zioni cliniche di Kohut sulle funzioni della erotizzazione, anche negli adulti, come stimolazione del Sé per difendersi dal vuoto, da un senso di frammentazione, da un rap­porto in crisi o privo di valori. Molto belle sono le pagine di Kohut in cui mostra come la erotizzazione, soprattutto se perversa e masturbatoria, e altre stimolazioni forti - quali uso di droghe, gioco d'azzardo, automutilazioni, ecc. - possono servire a compensare un senso di depressione, di malessere interiore o di "frammentazione del Sé" non altrimenti gestibile, laddove invece una forte sensazione fisica, anche se dolorosa, risveglia e "compatta" la psiche, facendola uscire da un malessere ancor peggiore (allo stesso modo con cui a volte i bambini autistici nelle istituzioni totali passavano la giornata a battere la testa contro il muro [head-banging], quasi nel tentativo di provare almeno qualcosa dal nulla e dalla solitudine in cui erano immersi). Tra le prime osservazioni cliniche di Kohut vi erano ad esempio quei malesseri che i pazienti provavano nel week-end, come erotizzazioni difensive, emicranie e altri disturbi psicosomatici, considerati espressione della rottura del rapporto transferale con l'oggetto-Sé/analista empatico a causa della interruzione del fine settimana (a Chicago vi era la tradizione delle cinque sedute settimanali, dal lunedì al venerdì).

Da una parte le idee portanti della psicologia del Sé sembrano vincenti nella psicoanalisi contemporanea, nel senso che ad esempio costituiscono il retroterra teorico della stessa infant research in psicoanalisi (Stern, Emde, Greenspan, Lichtenberg, Beebe, Lachmann ecc.), cioè dell'importante movimento di ricerca sperimentale sul bambino, prevalentemente nordamericana, che ha rivoluzionato le concezioni dello sviluppo, contraddicendo la teoria della Mahler (Mahler, Pine & Bergman, 1975) e revisionando la teoria della motivazione. Dall'altra però non mancano le voci critiche, secondo le quali Kohut non sarebbe riuscito a fondare un sistema teo­rico coerente e realmente alternativo a quello della psicoanalisi clas­sica (Gedo, 1986, capitoli 7 e 8; tra l'altro fu Gedo, il più autorevole membro del gruppo e il più stretto collaboratore di Kohut prima della loro separazione teorica, a suggerirgli l'uso del termine "Sé" per la psicologia che stava costruendo), e la sua posizione, per la im­plicita negazione della centralità del conflitto intrapsichico, rischia di rappresentare un ritorno a psicologie pre-psicoanalitiche come quelle di Janet e Charcot (Eagle, 1984, 1989; Cremerius, 1988; Fornaro, 1996; vedi anche Jervis, 1989; Migone, 1995a pp. 18-19 [pp. 14-15 ediz. del 2010], 1995b). Inoltre la concezione fenomenica, esperienziale e conscia del Sé, assieme ad una rivalutazione dell'empatia (che - è bene ricordare - da Kohut viene intesa sia come tecnica terapeutica sia come "introspezione vicaria", cioè come strumento di conoscenza), sembra segnare un ritorno alla impostazione fenomenologica di Jaspers e Binswanger, sempre più presente peraltro in gran parte del movimento psicoanalitico (Migone, 2004). Né va dimenticato che il ruolo dell'empatia era già stato teorizzato da Rogers all'interno della "terza forza" del movimento psicoterapeutico (l'area umanistico-esperienziale), che pure usò il termine Sé e il concetto di autorealizzazione (self-actualization) grazie a un ambiente facilitante. Del resto, una convergenza di idee in questo senso è inevitabile una volta fatte le scelte di campo che fece Kohut - che peraltro non riconobbe mai alcun merito ad autori precedenti né li citò, cosa questa che gli fu rimproverata da più parti ma che lui giustificò come legittima esigenza di compiere un percorso autonomo di ricerca (Kohut, 1977, pp. xix-xxi trad. it.).

Si era detto all'inizio che i tempi sono maturi per tentare un bilancio sulla Psicologia del Sé di Kohut. Una possibile interpretazione del fenomeno della Psicologia del Sé è quella di vederla come una oscillazione del pendolo della storia della psicoterapia (Migone, 1986), nel senso che rappresentò anche una reazione ai danni iatrogeni di una tecnica psicoanalitica classica stereotipata (ortodossa ma non "freudiana") con cui in certi ambienti - soprattutto nordamericani e londinesi - essa era stata imparata e praticata (anonimità, astinenza, neutralità, ecc., insomma la "personectomia" dell'analista, come una volta ebbi a chiamarla [Migone, 1994 p. 130, 2004 p. 151]). Non è un caso che molte analisi di Kohut fossero seconde analisi di pazienti - spesso candidati degli istituti psicoanalitici - le cui precedenti analisi "ortodosse" fallite avevano rappresentato una ferita narcisistica prolungata. Inoltre si può dire che la Psicologia del Sé di Kohut sia stata un importante affluente dell'approccio relazionale contemporaneo, gli altri essendo, rispettivamente nel vecchio e nel nuovo continente, la scuola inglese delle relazioni oggettuali e il movimento post-sullivaniano - movimenti che avevano in comune la rivalutazione della "realtà reale" nei confronti della realtà cosiddetta "intrapsichica", cioè in sostanza una rivalutazione della teoria della seduzione. La Psicologia del Sé, in sostanza, assieme ad altri movimenti psicoanalitici del Novecento, concorse a correggere possibili estremizzazioni o fraintendimenti di una psicoanalisi concepita solo come "intrapsichica" o "monopersonale", ampliando il dibattito su questi temi.

Più in generale, si può dire che Kohut fu anche l'espressione del clima dei tempi, di una diversa atmosfera sociale, di quella "cultura del narcisismo" (come la chiamò Lasch nel titolo del suo noto libro del 1978) che caratterizzerebbe l'era del benessere delle società avanzate, in cui la crisi dei valori e altre complesse trasformazioni avrebbero letteralmente stravolto il significato dell'esistenza dell'uomo facendolo per così dire "ripiegare su se stesso". Questa era del narcisismo, iniziata nelle ultime decadi del Novecento, avrebbe prodotto quello che Kohut stesso definì l'"uomo tragico", ben diverso dall'"uomo colpevole" che attirò l'interesse di Freud ai primi del Novecento.

Qualunque sia il bilancio di questo movimento, tutti però sono concordi nel ritenere che molte intuizioni di Kohut costituiscono non solo un note­vole progresso nella nostra comprensione della terapia del narcisismo e dei disturbi gravi di personalità in generale, ma anche un importante arricchimento per tutto il movimento psicoterapeutico.

 

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Riassunto. Viene tracciata la storia del movimento psicoanalitico della Psicologia del Sé di Heinz Kohut (1913-1981), originato a Chicago alla fine degli anni 1960 e rapidamente diffusosi negli Stati Uniti e nel mondo. Si accenna ad alcuni aspetti della biografia di Kohut e della sua psicologia psicoanalitica, dissidente rispetto alle idee freudiane. Vengono menzionati i principali scritti di Kohut e si tenta anche un bilancio di questo movimento e delle scuole psicoanalitiche da esso influenzate, come la psicoanalisi intersoggettiva e relazionale. [Parole chiave: Heinz Kohut, Psicologia del Sé, storia della psicoanalisi, psicobiografia, psicoanalisi intersoggettiva]

 

Abstract. [Heinz Kohut and Self Psychology]. A history of the psychoanalytic movement of Self Psychology of Heinz Kohut (1913-1981), originated in Chicago at the end of the 1960s and rapidly diffused in the United States and in the world, is traced. Some aspects of Kohut's biography, as well as of his ideas that were dissident from Freud's psychoanalysis, are mentioned. The major writings of Kohut are described, and an attempt is made to evaluate the overall trajectory of Self Psychology and its influence on other psychoanalytic schools such as intersubjective and relational psychoanalyses. [key words:: Heinz Kohut, Self Psychology, history of psychoanalysis, psychobiography, intersubjective psychoanalysis]

 

Paolo Migone
Condirettore della rivista Psicoterapia e Scienze Umane
Via Palestro 14, 43123 Parma, tel. 0521-960595, E-Mail <migone@unipr.it>

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