PSYCHOMEDIA
Telematic Review

Dalle Rubriche di Paolo Migone
"Problemi di Psicoterapia
Alla ricerca del 'vero meccanismo d'azione' della psicoterapia"
pubblicate sulla rivista

 

Il Ruolo Terapeutico, 2015, 128: 43-50

Il concetto di Sé in psicoterapia
 

Paolo Migone
Condirettore della rivista Psicoterapia e Scienze Umane

 

Il 2-5 ottobre 2014 si è tenuto al Centro Congressi di Riva del Garda (Trento) il VI Congresso della Federazione Italiana delle Associazioni di Psicoterapia (FIAP), dal titolo "L'emergere del Sé in psicoterapia. Neuroscienze, psicopatologia e fenomenologia del Sé", cui sono intervenuti vari relatori tra cui Massimo Ammaniti, Arnaldo Ballerini, Eugenio Borgna, Antonio Damasio, Graziella Fava Viziello, Vittorio Gallese, ecc. Gianni Francesetti, presidente del congresso, mi ha chiesto di tenere una relazione di apertura sul concetto di Sé in psicoterapia (ero stato invitato anche al precedente congresso della FIAP, che si era tenuto a Roma nel 2012, e ho pubblicato quella relazione nella mia rubrica del n. 124/2013). Riporto qui questa mia relazione sul concetto di Sé, pensando che possa essere di interesse anche ai lettori della mia rubrica (ho poi visto anche che hanno messo il video di questa mia relazione su YouTube).

Il concetto di Sé in psicoterapia è oggi quanto mai impreciso, anche perché è usato da scuole diverse e ciascuna all'interno della propria teoria di riferimento. Ma anche all'interno di ogni singola scuola o teoria, ad esempio la psicoanalisi (che peraltro non ha una teoria unitaria), il termine Sé viene usato con accezioni diverse. In questo mio breve intervento voglio quindi provare a fare alcune riflessioni di fondo su questo concetto cercando di chiarire alcuni punti, ovviamente dal mio punto di vista, necessariamente limitato. Dato che non si può parlare del concetto di Sé in psicoterapia se prima non abbiamo chiaro cosa si intenda con questo termine, mi soffermo soprattutto su alcune riflessioni teoriche, che peraltro possono interessare tutte le scuole di psicoterapia nel senso che sono trasversali ai diversi orientamenti.

Una prima e fondamentale osservazione che si può fare riguardo al termine Sé è che esso può intendersi in due modi molto diversi tra loro: il primo si riferisce al Sé come una "cosa", una struttura con delle funzioni, potremmo dire alla mente di una persona (se non addirittura alla persona stessa, o forse anche alla sua personalità o ai suoi tratti), e in questo caso si parla sempre in terza persona, nel senso che può essere descritto o studiato con diverse modalità (ad esempio osservative o sperimentali); il secondo modo di intendere il Sé è invece soggettivo, cioè esperienziale, nel senso della rappresentazione che una persona ha di se stessa (ad esempio può avere una buona autostima, una certa idea o vissuto di sé, e così via). (Apro qui una parentesi. Si noterà che il pronome "sé" può essere scritto con l'iniziale maiuscola o minuscola: in genere quando ci si riferisce a questo termine come concetto è preferibile usare la maiuscola, come nell'accezione "il Sé" con l'articolo, quando invece è pronome si usa ovviamente la minuscola, come quando diciamo "se stesso", "parlare di sé", ecc.).

A proposito del secondo modo di intendere il Sé, cioè come rappresentazione soggettiva di se stessi, bisogna però fare sùbito una osservazione che ritengo sia importante altrimenti si creano fraintendimenti. Per avere una rappresentazione di se stessi, per percepire un "senso di sé", è necessario essere autocoscienti, avere la autoconsapevolezza, cioè aver raggiunto un livello maturativo sufficiente (Jervis, 1989). Nel caso del neonato non si può parlare di questo tipo di Sé, perché occorre che abbia raggiunto almeno un anno e mezzo o due anni di vita, dato che nei primi mesi dopo la nascita non è autocosciente. Naturalmente il neonato ha un Sé, ma si tratta per forza di un Sé inteso nella prima accezione, cioè di una mente dotata di un insieme di strutture e funzioni - anche molto sofisticate, che gli permettono per esempio di muoversi nell'ambiente e compiere azioni mirate - che però lo fanno assomigliare a questo riguardo agli animali, anch'essi estremamente abili ma senza autocoscienza (a eccezione forse dello scimpanzé, il primate che più si avvicina all'uomo). Raggiunto un certo livello maturativo (e lo si può constatare, ad esempio, dalla sua acquisita capacità di riconoscersi allo specchio, e si noti che gli animali non sanno riconoscersi allo specchio), il bambino diventa gradualmente capace di rappresentare se stesso e quindi di possedere un Sé nella seconda accezione del termine, quella soggettiva o esperienziale. Dobbiamo quindi dire che coloro che utilizzano il termine Sé per un neonato in questa seconda accezione sbagliano, peccando di adultomorfismo. E' invece del tutto giustificata l'espressione "Sé neonatale", nel primo significato del termine, come struttura sottostante all'insieme delle funzioni mentali del bambino. Daniel Stern (1985) ad esempio usa questo termine per descrivere le varie fasi della formazione del Sé nel bambino: "Sé emergente" (2 mesi), "Sé nucleare" (2-6 mesi), "Sé soggettivo" (8-18 mesi), "Sé verbale" (24 mesi).

Non si può neppure dire, in senso dinamico, che il neonato abbia un Sé inconscio, perché il suo Sé (per forza inteso come un insieme di funzioni) non è mai stato rimosso (potremmo dire che è un Sé "non cosciente" nel senso che è tacito, implicito, procedurale, si tratta cioè di "inconscio cognitivo" e non di "inconscio psicoanalitico" o "dinamico"). Possiamo parlare di un Sé inconscio solo dopo che il soggetto ha raggiunto quel livello maturativo che gli permette di avere una rappresentazione di Sé ed eventualmente di rimuoverla. Ma possiamo fare questa ipotesi solo se aderiamo a una concezione psicodinamica e non strettamente fenomenologica, cioè possiamo ipotizzare che il paziente si difenda dall'essere pienamente consapevole di certe immagini di sé, ad esempio può negare una rappresentazione negativa di sé perché dolorosa, e grazie alla psicoterapia che lo rende più forte e sicuro può fare a meno di certe sue difese "narcisistiche" e ammettere di avere debolezze che prima negava. Tipicamente in psicoterapia con i pazienti adulti noi lavoriamo su questo Sé, sui suoi significati, cioè sul modo con cui il paziente rappresenta se stesso, con cui "si vive": può essere depresso, oppure felice, può avere una bassa autostima, sentirsi svuotato, spento, vivo, eccitato, entusiasta, e così via, oppure può sentirsi confuso, avere idee contraddittorie di sé, caotiche, incoerenti, ecc. Queste immagini che il paziente ha di sé sono l'oggetto della nostra attenzione terapeutica, e cerchiamo di aiutare il paziente a ordinarle, a dare loro un senso, eventualmente a fare a meno di certe difese nel caso ci sembra che le utilizzi, affinché arrivi ad una maggior autenticità e congruenza con suo mondo interiore.

Parliamo ora del rapporto che vi può essere, in un individuo adulto e dotato di autocoscienza, tra i due tipi di Sé prima descritti, cioè tra il Sé come struttura e il Sé come rappresentazione. Non dovrebbero essere correlati tra loro? Se un paziente ha una rappresentazione di sé negativa, o caotica, incoerente, ecc., forse che questo non ci dice qualcosa della struttura del suo Sé? E' verosimile pensare che una rappresentazione di sé negativa sia il riflesso conscio della struttura, altrettanto "negativa", del suo Sé. Così pure è verosimile pensare che una struttura del Sé difettosa "provochi", "produca", una rappresentazione di sé negativa. Non a caso spesso i due tipi di Sé vengono confusi tra loro, sovrapposti, ed è anche per questo che le scuole fenomenologiche possono fermarsi al livello del Sé percepito come l'unico Sé degno di attenzione. Questa operazione, che è legittima se ci si muove all'interno di una ottica fenomenologica, può avere però il limite di sottovalutare l'importanza di quell'elemento di novità che nella storia della psicoterapia è stato portato dalla psicoanalisi, cioè l'ipotesi che la coscienza possa basarsi su un autoinganno, rappresentando solo una piccola e distorta porzione della complessità del proprio mondo interiore (come è noto, Freud [1916, pp. 663, corsivi nell'originale] diceva che "l'Io non è padrone in casa propria"). Tutti noi amiamo pensare che la nostra introspezione sia veritiera, ma può non esserlo, e per un paziente può essere un arricchimento scoprirlo.

L'idea che una persona possa avere una immagine di sé non vera, cioè che possa difendersi da un'altra idea di sé rimuovendola, è tipicamente psicoanalitica, e si riferisce a un concetto che è sempre stato centrale in psicoanalisi, quello di conflitto, e precisamente di conflitto intrapsichico (non di conflitto esterno, cioè tra sé e il mondo esterno, perché questo è un discorso diverso, che non caratterizza la psicoanalisi in senso stretto o "classica" ma la psicoanalisi interpersonale o relazionale, che non a caso, come vedremo, troverà congeniale l'uso del termine "Sé"). Freud (1922) per cercare di descrivere il conflitto psichico aveva coniato dei termini che sono diventati molto conosciuti e che hanno caratterizzato la seconda topica (detta anche teoria strutturale o tripartita), e cioè Es/Io/Super-Io, e non a caso Freud non parlava mai di Sé (a volte ha utilizzato questo termine, ma in modo intercambiabile con quello di Io). Freud cioè voleva descrivere nel modo più chiaro possibile le istanze (le strutture) che dividevano la psiche caratterizzandole per il tipo di motivazione che avevano: l'Es voleva essere la parte istintuale, "animale", pulsionale, di ciascuno di noi, che a volte deve essere controllata o regolata; l'Io voleva essere la parte razionale, il centro della persona, che si difende dall'Es e che regola i rapporti con la realtà esterna e anche con la forza del Super-Io; il Super-Io voleva rappresentare i valori che ci guidano, che a volte possono entrare in conflitto con l'Io e certamente con l'Es, e che possono essere anche potenti tanto quanto l'Es (si pensi ai forti sensi di colpa di cui può soffrire un paziente). Al di là di queste caratterizzazioni, quello che qui ci interessa è che la psiche per Freud era divisa, in conflitto, e che il compito della terapia poteva essere quello di dipanare questi conflitti, ad esempio chiarendoli meglio, facendoli venire alla luce, rendendo l'Io più padrone, più capace di gestire i conflitti, prendendo distanza ad esempio da sue motivazioni in conflitto, non integrate col resto della personalità. L'obiettivo della terapia voleva essere in sostanza quello di armonizzare le varie parti della psiche "unificandola", eliminando cioè le "divisioni" interne, divisioni che possono paralizzare la persona impedendole di raggiungere i propri obiettivi di vita.

Si sarà già capito dove voglio arrivare. Voglio arrivare a chiedere: perché non usiamo il termine "Io" invece che "Sé"? Non sarebbe più semplice usare un termine già consolidato? Potremmo dire, ad esempio, che quando la psiche funziona in modo ottimale, armonioso, vi è un "Io forte", equilibrato, e così via, e non ad esempio un "Sé coeso" (uso di proposito questa locuzione perché è molto usata in psicoanalisi dopo l'avvento della "Psicologia del Sé" fondata da Heinz Kohut [1971, 1977, 1984] a partire dai primi anni 1970). In realtà non è sempre possibile usare il termine "Io" al posto di "Sé", e non solo perché il termine Sé può giustamente essere preferito da quelle scuole che non aderiscono alla teoria psicoanalitica. Infatti il termine Io, se vogliamo usarlo in modo rigoroso e non in modo approssimativo come purtroppo si fa spesso col termine Sé, ha senso solo se usato all'interno della struttura tripartita Es/Io/Super-Io, perché al di fuori di questa modello esso perde un significato preciso, incontrando gli stessi problemi concettuali che abbiamo visto per il termine Sé, per cui siamo da capo (va aggiunto, tra parentesi, che i termini Es, Io e Super-Io, nonostante Melanie Klein avesse proposto di retrodatarne la formazione, sono strutture che nello sviluppo compaiono tardivamente, il Super-Io ad esempio si forma come esito del conflitto edipico, per cui in effetti occorrerebbe un termine per descrivere la psiche nella prima infanzia). Certamente in psicoanalisi si può usare il termine Sé al posto di Io, basta però chiarire cosa si intende. Non a caso la psicoanalisi ha affrontato questo problema, e si può dire che la opinione di maggioranza (sempre che abbia senso parlare di maggioranza in psicoanalisi, io comunque qui mi riferisco alla tradizione classica) sia quella di utilizzare il termine Sé per alludere non a una struttura, perché in questo caso vi sarebbe una confusione teorica con un'altra struttura centrale della persona, che è l'Io, ma a una rappresentazione di se stessi da parte dell'Io, quindi a una funzione dell'Io, tutto qui (vi sono state comunque proposte di utilizzare il termine Sé in psicoanalisi non semplicemente come una funzione dell'Io ma come un "quarto" costrutto metapsicologico che si riferisce alla identità o alla persona in toto: Heinz Lichtenstein [1966, 1977], ad esempio, ha avanzato questa proposta riallacciandosi al concetto di Hartmann [1937] di "area autonoma" innata e libera da conflitti, dotata di una sua forza propulsiva e organizzatrice della psiche). Il modo di intendere il Sé in psicoanalisi come una rappresentazione di se stessi da parte dell'Io, quindi come una funzione dell'Io, è stato proposto con chiarezza e in modo autorevole da Hartmann (1950, p. 143), e non crea particolari problemi teorici o clinici. Il centro della persona può chiamarsi Io, non Sé. O meglio, potremmo anche usare la parola Sé, se ci piace, per definire quello stato di grazia che si ottiene in una persona in cui idealmente tutti i conflitti sono risolti, quindi scompaiono e, nella misura in cui si dissolvono, scompaiono anche le strutture Es/Io/Super-Io che Freud aveva proposto appunto per dare un nome a quelle parti della psiche che sono divise. Se queste strutture scompaiono, forse non sarebbe corretto dire che l'Io funziona bene, in modo integrato, sintetico, ecc., perché l'Io non esiste più nella misura in cui la sua esistenza era giustificata solo se vi erano anche le altre due strutture in conflitto Es e Super-Io. Allora, al posto di "Io maturo", o di comparsa della "funzione sintetica dell'Io" (Nunberg, 1930), ecc. (definizioni che peraltro sono state utilizzate dalla psicoanalisi), potremmo anche dire che, mentre scompaiono le tre strutture, compare una nuova struttura che non si era mai vista prima, che possiamo chiamare Sé (o la "persona"), nel senso che è unica, indivisa, integrata (si veda a questo proposito l'ultimo Brenner [1994, 1998, 1999, 2002], il quale - dato che ogni comportamento è in ogni caso una soluzione di compromesso, per cui non è possibile distinguere nettamente le strutture coinvolte - nel 1994 ha avanzato la proposta di abbandonare tout-court la struttura tripartita Io/Es/Super-Io in favore del termine "individuo", "persona", o "mente della persona"). E' chiaro però che qui stiamo disquisendo di questioni terminologiche, non concettuali, perché a livello concettuale il discorso è chiaro. Inoltre sappiamo che questo ragionamento è ideale, non reale, perché mai esisterà una persona che funziona in modo totalmente armonico, senza conflitti in assoluto.

Ma allora perché in psicoanalisi tanti autori hanno usato e usano il termine Sé? Lo hanno usato, tra gli altri, Sullivan, Winnicott, Kahn, e come abbiamo visto, Kohut. Oggi viene usato, per motivi comprensibili, dalla infant research (Daniel Stern e altri) e ovviamente anche dalla teoria dell'attaccamento e dalle teorie delle relazioni oggettuali. Naturalmente lo hanno usato anche Jung e Adler, e fuori dalla psicoanalisi, tra gli altri, Rogers (1961) e i terapeuti della Gestalt (Perls, Hefferline & Goodman, 1951), i terapeuti del corpo (Lowen e altri), ecc., peraltro con teorizzazioni sofisticate. La mia impressione è che se vi è stato bisogno di utilizzare un nuovo termine un motivo c'era: si pensava - quando il termine non veniva usato in modo approssimativo - che il termine precedente non descriveva in modo sufficientemente chiaro quello a cui si voleva alludere. In altre parole, era un concetto diverso, all'interno di una teoria diversa.

Più precisamente, si può dire che il termine Sé è preferito da quelle scuole che ipotizzano che la persona non sia necessariamente in conflitto con se stessa, e che nasca con un programma di sviluppo che porta alla autorealizzazione armoniosa di se stessa in presenza di un ambiente facilitante. Quindi siamo di fronte a una posizione filosofica diversa, e infatti questo Sé può essere concepito anche in termini spirituali, come una sorta di anima dentro di noi che tende al bene e alla socializzazione con gli altri, senza conflitti innati. Certo, i conflitti ci potranno essere, ma non tra strutture interne bensì tra il Sé e l'ambiente, tra il Soggetto e l'Oggetto, conflitti che poi possono anche venire internalizzati e quindi sembrare conflitti intrapsichici veri e propri (diventano "l'ombra dell'oggetto"), ma possono virtualmente risolversi del tutto se vi è un "ambiente facilitante" (Rogers) o un buon "confine di contatto" (terapia della Gestalt) perché la persona tende naturalmente ad andare d'accordo con se stessa e con gli altri. Molti degli approcci che usano il termine Sé, ad esempio, rifiutano le pulsioni freudiane: Sullivan e la psicoanalisi interpersonale americana negli anni 1930-40 avevano abiurato alla teoria delle pulsioni (e per questo avvenne la rottura con la psicoanalisi di allora); Kohut non credeva nelle pulsioni, cioè non credeva che esistesse la struttura tripartita Es/Io/Super-Io ma che esistesse solo il Sé, e che quando comparivano le pulsioni, o le strutture Es/Io/Super-Io, queste erano solo un prodotto di disintegrazione, un by-product, di un fallimento empatico nella relazione (è per questo che diceva che il complesso di Edipo non era primario, ma secondario a un difetto nella relazione con la madre, la quale veniva erotizzata dal bambino nel tentativo estremo di avere un rapporto con lei, di raggiungerla); la teoria delle relazioni oggettuali e la psicoanalisi relazionale contemporanea sottolineano l'importanza della relazione interpersonale come principale causa della psicopatologia; e così via.

Infine, va sottolineato anche un altro motivo che può aver influito su un uso sempre maggiore in psicoanalisi del termine Sé al posto di quello di Io: la crisi della metapsicologia freudiana (nella quale appunto i termini Es, Io e Super-Io hanno un ruolo centrale, oltre a quelli di libido, di energia, ecc., considerati obsoleti perché troppo legati a una concezione ottocentesca della scienza). Questa crisi ha avuto il suo apice negli anni 1970 (si pensi ai contributi di Gill, 1976; Klein G.S., 1976; Gill & Holzman, 1976; Schafer, 1976; Gedo, 1979; Rubinstein, 1952-83; Holt, 1989, 1990, 1993, 1994; ecc.; rimando a Migone, 2010, cap. 11, pp. 201-203, e alla mia rubrica del n. 50/1989), e ha portato, tra le altre cose, a un uso sempre più limitato dei termini metapsicologici e alla ricerca di nuovi termini, meno astratti e più vicini al dato clinico-esperienziale, come può essere appunto il termine "Sé" (ad esempio, al posto del termine Io alcuni parlano di "valori del Sé", e al posto del termine Es alcuni parlano di "valori rinnegati", e così via). Questa evoluzione è comprensibile, ma non garantisce che il termine Sé venga usato sempre in modo rigoroso.

 

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Riassunto. Il termine Sé può essere inteso in due modi molto diversi: il primo si riferisce al Sé come una "cosa", una struttura con delle funzioni, la mente o la persona, e in questo caso si parla sempre in terza persona; il secondo modo è invece soggettivo, cioè esperienziale, nel senso della rappresentazione che una persona ha di se stessa (ad esempio può avere una buona autostima). Nel neonato, non essendovi ancora l'autoconsapevolezza, non si può parlare di Sé come rappresentazione, ma solo di Sé come struttura. Gli approcci fenomenologici o umanistici, prescindendo dal concetto di inconscio, in genere usano il termine di Sé come rappresentazione conscia, sottovalutando così l'ipotesi – tipicamente psicoanalitica – che la coscienza possa basarsi su un autoinganno (Freud diceva che "l'Io non è padrone in casa propria"). Viene infine discussa la differenza tra il Sé e le strutture Es, Io e Super-Io, e fatte alcune ipotesi sui motivi per cui nella psicoanalisi contemporanea viene sempre meno usato il termine Sé. [Parole chiave: Sé, Sé come rappresentazione , Sé come struttura, Sé neonatale, Sé in psicoanalisi]

Abstract. [The concept of self in psychotherapy]. The term self can be understood in two different ways: the first refers to a "thing", a structure with its own functions, or the mind, and in this case we use the third person; the second way, instead, refers to the subjective experience of oneself, the representation that a person has of his or herself (e.g., s/he may have a good self-esteem). In the newborn, since there is no self-awareness yet, we cannot talk of self as representation, but only of self as structure. Phenomenological or humanistic approaches, since they bypass the concept of unconscious, often use the term self as conscious representation, but in this way they underestimate the Freudian hypothesis that consciousness can be based on self-deceit (Freud used to say that "the ego is not master in its own house"). Finally, the differences between the self and the structures of id, ego and super-ego are discussed, and some hypotheses why in contemporary psychoanalysis the use of the term self has increasingly diminished are made. [key words: self, self as representation, self as structure, neonatal self, self in psychoanalysis]

 

Paolo Migone
Condirettore della rivista Psicoterapia e Scienze Umane
Via Palestro 14, 43123 Parma, tel. 0521-960595, E-Mail <migone@unipr.it>

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