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PSYCHOMEDIA
FORMAZIONE PERMANENTE
Giornate di Studio



Silvia Corbella*

ESSERE NEL GRUPPO
DALLA DIMENSIONE CORPOREA A QUELLA PERSONALE

Relazione al congresso:
Ai Confini del Reale, corporeità nella relazione terapeutica

 

La terapia di gruppo rispetto all'analisi individuale, rende la dimensione corporea più immediatamente presente. Infatti nel setting gruppale la comunicazione non avviene solo attraverso la parola e l'ascolto: la vista viene privilegiata rispetto all'udito, dal momento che il terapeuta e i membri del gruppo si guardano reciprocamente.

Essere nel gruppo, come ci ricorda Rouchy, è una sorta di ritorno alle origini, poiché: "all'inizio era il gruppo". E questo è vero sia riguardo alla storia di ogni individuo, dato che tutti nasciamo all'interno di un gruppo-famiglia, sia riguardo alla storia della psicoanalisi. Infatti Freud era stato stimolato a interrogarsi in modo nuovo sul funzionamento della psiche proprio all'interno di un gruppo, con Charcot alla Salpêtrière. In seguito però Freud, sostituendo allo spazio spettacolare gruppale dell'isteria lo spazio psicoanalitico duale, scoprì le parole e il linguaggio dell'isteria e scelse di privilegiare l'udito e la parola rispetto alla vista.

Kaës infatti sottolinea che è contro l'effetto isterogeno del gruppo e del suo spazio seduttivo spettacolare che Freud "inventa" la psicoanalisi, in cui privilegiare la dimensione psichica della rappresentazione e la parola. Ma oggi le dinamiche che si sviluppano nei nostri gruppi terapeutici non sono quelle dei gruppi formati dagli spettatori della drammatizzazione isterica, e le patologie che dobbiamo affrontare, il più delle volte, non sono riducibili a quelle dell'epoca di Freud e di Charcot. Spesso nel nostro studio incontriamo persone la cui patologia ha avuto origine a livelli molto arcaici, perfino a quello in cui non vi è ancora distinzione fra psiche e soma ed è proprio anche a quel livello che le dinamiche di gruppo ci possono permettere, in alcuni momenti, di regredire.

Inoltre il rapporto fra gruppo e corpo è di reciproco rimando. Infatti la rappresentazione del gruppo come corpo è presente nelle metafore più antiche del pensiero filosofico, religioso e politico: per tutti basti ricordare l'apologo di Menenio Agrippa.

E Kaës ci ricorda appunto che: "L'immagine del corpo come gruppo rimanda all'immagine del gruppo come corpo. Il gruppo è il doppio del corpo. Il loro tratto comune è quello di fornire i fondamenti narcisistici dell'identificazione e questo gioco di equivalenza o di equazione è fondamentale per il transfert, nel gruppo, del narcisismo e delle identificazioni che lo sostengono". Il narcisismo è dunque al centro delle problematiche e del corpo e del gruppo, e deficit narcisistici caratterizzano frequentemente le patologie che oggi dobbiamo affrontare.

Sappiamo inoltre che l'inizio della consapevolezza del proprio essere nel mondo passa dalla consapevolezza dell'esserci come corpo, per poi arrivare al sentire di esserci come persona, capace di una buona integrazione dei propri aspetti psicofisici.

L'essere nel gruppo, in particolare all'interno di un piccolo gruppo terapeutico, permette a mio parere di rivisitare e affrontare al meglio questi passaggi, anche rispetto a quelle patologie che hanno origine a livelli molto arcaici, consentendo di passare dal vedere e dall'essere visti nella superficiale dimensione corporea, al vedersi e vedere l'altro come persona, intesa sia come globalità, sia nelle proprie caratterizzanti articolazioni.

Fra le patologie di antica origine vi sono spesso patologie che coinvolgono direttamente anche il corpo, come i disturbi psicosomatici, che sappiamo avere indicazioni favorevoli alla terapia di gruppo. Infatti i pazienti con tendenze alla somatizzazione, inseriti in gruppi in cui si affrontano problematiche diverse dalle loro, possono, attraverso l'interazione e l'ascolto degli altri, cominciare ad entrare in contatto con le emozioni e costruire un ponte verso il proprio mondo interno per poter imparare ad ascoltare il linguaggio del corpo. Questo linguaggio, divenuto comunicazione, potrà essere compreso, i sintomi potranno essere "parlati", cioè pensati e tradotti in parole e quindi nel tempo affrontati e modificati.

A volte il corpo, attraverso la malattia, sembra richiamare l'attenzione dell'individuo su di sé, sulle proprie difficoltà e problemi, altrimenti banalizzati o negati; questo è vero soprattutto per coloro che nella loro storia riuscivano ad avere attenzioni dalle figure genitoriali solo quando avevano qualche malanno. Queste persone, identificatesi con l'aggressore, riescono a darsi ascolto solo in quanto malati.

A questo proposito, un discorso a parte va fatto per le persone sieropositive.

Avere e avere avuto il ruolo di supervisore di gruppi di pazienti sieropositivi mi permette di sostenere che, molti di loro, grazie alla fragilità del corpo divenuta macroscopicamente evidente in seguito alla malattia, possono cominciare ad avvicinare anche la loro fragilità psichica prima ignorata o negata attraverso agiti.

I gruppi cui faccio riferimento sono gruppi aperti e misti, cioè gruppi in cui sono presenti sia uomini che donne, con un massimo di otto pazienti per gruppo.

I pazienti siero-positivi, sono persone che per ragioni diverse - tossicodipendenza, rapporti etero o omosessuali a rischio - si sono infettate. Una variabile comune ai membri di questi gruppi è un ambiente famigliare originario particolarmente deprivante, caratterizzato da grave inadeguatezza che ha provocato in loro il sorgere di aspetti patologici, a volte disturbi di personalità, precedenti all'infezione HIV. Dalle loro storie, che nel corso del lavoro terapeutico sono via via emerse, si è evidenziato un vissuto profondo e condiviso di non essere mai stati visti e quindi di non essere mai stati riconosciuti nei loro diritti, cosa che spesso, in modo apparentemente paradossale, ha originato un angosciante senso di colpa. Sembra esserci stato per tutti questi pazienti un messaggio non necessariamente esplicito, ma proprio per questo ancora più pericoloso, da parte dell'ambiente di origine, di non diritto alla qualità della vita, o, nella migliore delle ipotesi, di diritto alla sopravvivenza. Infatti o erano stati quasi tutti figli non voluti o avevano avuto figure parentali molto assenti e/o particolarmente narcisiste. Quest'ultimo tipo di persone considera i figli solo come un prolungamento narcisistico di sé e quindi li accetta pienamente se e solo se rispondono alle proprie aspettative, altrimenti dà segni di intolleranza o di delusione. Così i pazienti in questione non si erano mai sentiti voluti, e voluti per quello che erano realmente, ma avevano dovuto assumere atteggiamenti adattati o falsamente compiacenti e/o reattivamente trasgressivi. Altri membri del gruppo avevano invece avuto genitori con gravi patologie, a volte addirittura con disturbi specifici di dipendenza da alcool o da droghe; nessuno di loro aveva avuto un ambiente famigliare "sufficientemente buono" né figure parentali che avevano potuto fungere da modello affidabile e valido. Non a caso infatti ho parlato di ambiente di origine e non di genitori, perché in alcuni casi era mancata una vera e propria famiglia di riferimento ma vi erano state figure parentali più o meno inadeguate. Queste persone ancor prima di essere sieropositive si sentivano persone "marchiate" e non nel senso banalmente sociale ma, come scrive Zucca Alessandrelli: "Il "marchio" consiste nel terrore primario di non essere come persone, cioè di non avere significato e valore come soggetto-oggetto di relazione vitale…" Se l'ambiente originario è negativo il bambino non può comunque rifiutarlo, data la sua condizione iniziale di bisogno assoluto. Può interiorizzarlo nel tentativo di controllarlo, ma gli oggetti cattivi interiorizzati alimentano il Super-io e questi attacca e fa sentire colpevoli. Ecco dunque che, come mi disse una volta un mio paziente che aveva un ambiente famigliare molto punitivo: "è il castigo che cerca la colpa". Così tanto più un bambino viene castigato o ignorato e tanto più si sente colpevole. Sentirsi colpevoli infatti è comunque meno annichilente che sentirsi impotenti alla mercé di persone inaffidabili. Ma se inizialmente è il castigo che cerca la colpa è anche vero che poi la colpa cerca il castigo; così si attiva spesso un circolo vizioso che a volte può essere interrotto solo da un lavoro terapeutico o, in modo apparentemente paradossale, proprio dal sapersi sieropositivi. Infatti in molti casi la paura di morire, se in una prima fase stimola una profonda e quasi insostenibile angoscia, in un secondo tempo porta ad interrogarsi sul senso della propria esistenza e sul bisogno di attribuirle un significato: sembra cioè che il pensiero di una morte annunciata, castigo finale, permetta a queste persone forse per la prima volta la consapevolezza di avere diritto alla vita, alla qualità della vita, alla richiesta di avere riconoscimento e valore. In questa seconda fase la proposta di un lavoro terapeutico può essere accolta positivamente dalla persona sieropositiva con le caratteristiche precedentemente menzionate. A questo proposito ritengo che la terapia di gruppo, il più delle volte, sia il setting più adeguato, sia per bisogni di questi particolari pazienti sia per tutte quelle persone che hanno avuto gravi deficit a causa di un ambiente famigliare particolarmente deprivante.

La prima motivazione che mi sento di addurre è che, come scrive Foulkes, i danni provocati nel macro e micro-sociale sono più facilmente riparabili in una situazione sociale adeguata. Sappiamo che la situazione sociale attuale non dispone certo di assetti istituzionali coesivi e riparativi rispetto a eventuali inadeguatezze dell'ambiente famigliare ma anzi a volte peggiora la situazione, e, come abbiamo ipotizzato, il microsociale, cioè l'ambiente originario di questi pazienti, ha spesso creato problemi in fasi molto precoci dello sviluppo, conseguenti alla mancanza o alla perdita di un'adeguata holding, il che spesso implica una particolare difficoltà nei processi di separazione e individuazione. Questo produce una fragilità del senso di Sé, un indebolimento delle capacità dell'io di assolvere le proprie funzioni e un uso di meccanismi di difesa primitivi. Ogni momento cruciale dello sviluppo rimette in discussione questo equilibrio già instabile, aumentando i conflitti irrisolti che si riverberano in rapporti difficili e con se stessi e con gli altri; spesso quindi questi individui soffrono di una patologia delle relazioni oggettuali.

A mio parere è proprio la teoria delle relazioni oggettuali che permette di considerare l'individuo ed il gruppo come punti diversi di un continuum; in particolare però vorrei qui sottolineare alcune specificità del setting gruppale che me lo fa ritenere lo strumento terapeutico di elezione per questo tipo di problematiche. Nello spazio gruppale sono contemporaneamente presenti quattro elementi che hanno una loro evoluzione complementare e parallela: 1)l'individuo con il suo mondo interno, 2) le interazioni dei membri fra di loro, 3) i fenomeni transpersonali, 4) il gruppo nel suo insieme, con tutte le rappresentazioni fantasmatiche che quest'ultimo può assumere.

I fenomeni transpersonali vanno intesi sia in senso sincronico che in senso diacronico. Nel primo senso i fenomeni transpersonali sono collegati a modalità di funzionamento arcaico dell'io, pre-verbali, i cui presupposti sono la non separazione fra sé e gli oggetti, e che compaiono nell'hic et nunc della situazione gruppale, sia come difesa dall'angoscia di frammentazione e di separazione, sia come potenzialità evolutiva per il soggetto e per il gruppo. Neri li identifica nell'atmosfera, nel tono di fondo che caratterizza i diversi incontri, nel medium, negli effetti della mentalità primitiva e degli assunti di base. In senso diacronico invece la funzione del transpersonale è una sorta di "precipitato" che contribuisce alla costituzione del sé. Per Menarini il transpersonale è inconscio ed è la radice dei comportamenti interattivi connessa con la storia dei gruppi umani, con la famiglia di origine. Secondo Rouchy la cultura familiare viene inconsciamente incorporata e fonda l'identità collettiva del soggetto e il sé non individualizzato. L'incorporazione culturale è la base dello spazio e del tempo relazionali e li condiziona. Essa funziona all'insaputa del soggetto come automatismo, in condotte programmate e non "mentalizzate", che grazie al lavoro di gruppo possono essere viste e comprese, e quindi, divenute coscienti, possono essere integrate o rifiutate.

Per quanto riguarda invece la comprensione del gruppo in quanto tale, va ricordato che l'orbita simbiotica madre-infante costituisce la base rudimentale di "fantasticare il gruppo come un tutto". È proprio questa possibilità che consente la dialettica, specifica del gruppo, fra fusione e individuazione, nella quale avvengono trasformazioni positive, sia per i singoli membri sia per il gruppo nel suo insieme. Questo movimento dialettico attraversa il tempo del lavoro gruppale, tempo che è ben definito dalla metafora della spirale. La figura della spirale ruotante intorno ad un asse ci consente di sintetizzare la pluralità di dimensioni e di movimenti che costituiscono la nostra esperienza temporale nel gruppo. Si può dunque andare avanti o indietro, con la possibilità di ritornare allo stesso punto relativamente alla distanza dall'asse, anche se su piani diversi, dal momento che in ogni incontro e per ogni individuo sono contemporaneamente presenti livelli multipli di realtà. Questa visione del tempo che si muove seguendo una spirale mi permette di sostenere che quando parlo di fusione nel gruppo faccio riferimento non solo alla possibilità di riattualizzazione simbolica della fase della simbiosi con l'oggetto primario, ma anche a quella di poter esperire ulteriori e più evolute fasi di condivisione fusionale.

La situazione fusionale, che, come ho appena affermato, ricompare con modalità sempre più evolute nella vita del gruppo, nella sua fase più primitiva consente ai singoli membri di condividere una regressione funzionale che permette di riparare il loro percorso narcisistico nella misura in cui è sperimentabile il Sé grandioso proiettato sul gruppo e la fantasia che il conduttore sia un genitore onnipotente.

Per quanto riguarda in particolare i pazienti precedentemente descritti, mi pare di fondamentale importanza il fatto che fra le varie potenzialità del gruppo vi sia anche quella di poter far regredire i suoi partecipanti proprio anche a quei livelli molto primitivi dell'esperienza dove hanno avuto origine i loro problemi fondamentali. Si regredisce a quella fase fusionale arcaica (che Balint definisce "del difetto fondamentale") senza distinzione fra psiche e soma, tra soggetto e oggetto, che caratterizza appunto il momento fusionale primitivo del gruppo, in cui emergono fantasie di onnipotenza. Questo livello di regressione è potenzialmente presente fin dall'inizio della storia del gruppo e continuerà ad esserlo per tutto il tempo della sua esistenza, dal momento che essere in gruppo richiede la capacità di mettere in gioco le zone simbiotiche comuni e ciò è reso possibile dalla particolare permeabilità che le frontiere dell'Io assumono nella situazione gruppale. L'aspetto positivo e trasformativo di questa regressione qui è dato dalla possibilità di tornare al tempo della relazione con l'oggetto primario e quindi di entrare nell'area del difetto originario per riparare il percorso del "Sé grandioso" ( base per lo sviluppo del "vero Sé") e di fare magari per la prima volta esperienze fusionali rassicuranti, all'interno del gruppo vissuto come "holding", e in seguito di poter risintetizzare e integrare, grazie al lavoro gruppale e agli opportuni interventi del terapeuta, gli oggetti parziali in un oggetto totale.

Come ho già detto, la possibilità di riattualizzazione simbolica di questa fase così arcaica è presente fin dall'inizio della storia di un gruppo, anche se in un primo tempo i membri del gruppo, siano essi uomini o donne, si difendono dal lasciarsi andare in questa dimensione dal momento che temono la fusione (che annulla le differenze, anche quelle corporee immediatamente visibili fra uomini e donne) come potenzialmente annichilente.

Nel corso del lavoro gruppale però, si viene via via costruendo un clima di fiducia e di accoglimento che stimola un primo apparire della possibilità di questa fase che Claudio Neri (1995) ben definisce "stato gruppale nascente". Il terapeuta se ne accorge nel momento in cui i membri del gruppo cominciano ad usare sempre più spesso il pronome "noi", l'allocuzione "anch 'io", diviene una sorta di parola d'ordine, ed il gruppo viene fantasticato come "chiuso ", dato che una frase ricorrente di questo periodo è : "abbiamo iniziato tutti insieme e certamente finiremo tutti insieme ".

Da questo inizio di fusionalità "formale", potenzialmente presente fin dalle prime sedute, e dal cominciare a ster bene insieme, anche se in modo confuso, si origina la possibilità di una fusionalità più autentica e profonda nell'evolversi del processo gruppale.

Quando quest'ultima si realizza è importante che il conduttore la lasci pienamente e profondamente esperire da tutti i suoi membri, fino a quando mantiene una funzione terapeutica; solo dopo che questa esperienza sarà stata completamente e costruttivamente vissuta sarà possibile elaborarla e trasformarla in possibile oggetto di pensiero.

Non è facile però portare un esempio relativo a questa fase proprio perchè questo tipo di esperienza si situa ad un livello pre-verbale; in questo contesto il linguaggio perde il significato convenzionale adulto e le parole vengono usate come una sorta di oggetto transizionale. Si può invece riferire quale è l'atmosfera emotiva dominante che, condivisa da tutti, è di grande intensità e fiducia; si partecipa tutti, terapeuta compreso, ad una sorta di immersione in una "serena fusionalità". La consapevolezza profonda di questa esperienza venne ben evidenziata, in un mio gruppo, da questo sogno, che un paziente così descrisse: " tutti i componenti del gruppo, terapeuta compresa, si tengono per mano e gioiosamente, ma senza parlare, fanno un girotondo". Tutti membri acquisirono, ciascuno a suo modo, grazie al sogno, la consapevolezza dell'esperienza condivisa e così questo sogno diventò "un mito" di riferimento nella storia di questo gruppo, utilizzato più volte per lenire tensioni ed angosce attraverso il ricordo di una possibile fusionalità serena, già raggiunta, che venne così a costituirsi come riserva potenziale di energia.

Inoltre il poter esperire questa arcaica fusionalità modula la dipendenza dal terapeuta al gruppo in quanto tale, in quanto il gruppo stesso viene così sperimentato come quell'ambiente "sufficientemente buono" in cui si può con fiducia lasciarsi andare all'esperienza regressiva e che quindi può fungere da sostituto adeguato dell'oggetto primario. Inoltre condividere un'esperienza così intensa e profonda in cui si annulla ogni differenza, e quindi anche quella immediatamente corporea e visibile legata all'identità di genere, all'essere uomini o donne, permette agli uni e alle altre di acquisire, attraverso la riflessione sull'esperienza medesima, la consapevolezza di un'arcaica comunanza di sentire.

Proprio dalla riattualizzazione simbolica della relazione con la madre fusionale onnipotente però, si origina la necessità di un movimento di individuazione differenziante il maschile dal femminile. Infatti la formazione dell'identità femminile ha luogo nel contesto di un rapporto senza fratture in cui l'esperienza dell'attaccamento affettivo si fonda con il processo di formazione dell'identità; al contrario i maschi, nell'identificarsi come appartenenti al sesso maschile, devono distinguere la madre da se stessi, rinunciando in parte all'oggetto d'amore primario. Così i processi di identificazione femminili sono relazionali e si situano nell'area dell'essere, mentre quelli dell'identificazione maschile sono oppositivi e si situano nell'area del fare, come ben ha descritto Winnicott (1971).

Fajrajzen (1973) in un suo lavoro sulle differenze psicologiche tra uomini e donne afferma, come conseguenza di quanto precedentemente detto, che il fattore discriminante e costitutivo della psicologia femminile sta nella tendenza della donna a restare più simbiotica dell'uomo, mentre la psicologia maschile è caratterizzata da una maggior spinta verso il movimento di separazione-individuazione. Sembra dunque che il proprium dell'identità maschile abbia sede nella tappa della differenziazione riguardo al femminile materno, condicio sine qua non del sentimento di appartenenza al gruppo degli uomini. Così, dalle origini, la somiglianza e la solidarietà fra uomini si costruiscono originariamente attraverso l'allontanamento dalle donne, e in primo luogo della prima fra loro, dalla madre. Non di rado mi capita di assistere nei miei gruppi, dopo sedute in cui prevale la fusionalità, ad una divisione del gruppo in due sottogruppi, dislocati nello spazio l'uno di fronte all'altro, gli uomini da una parte e le donne dall'altra; lo schierarsi degli uni e delle altre consente immediatamente, nel vedere e nell'essere visti, il recupero della differenza più macroscopicamente evidente, quella di genere. In questa situazione, questa specifica modalità di occupare lo spazio circolare gruppale il più delle volte viene stimolata, non a caso, dagli uomini.

Per chiarire meglio quanto detto farò sinteticamente riferimento ad alcune sedute di uno specifico gruppo da me condotto, che chiamerò "A", che mi consentirà di fare alcune affermazioni teoriche generali. In A c'era stata una fase in cui era stata possibile la riattualizzazione di una fusionalità arcaica; a questa seguirono sedute in cui gli uomini, in costante alleanza fra loro, sottolinearono come le figure rigide e giudicanti fossero costantemente rappresentate dalle donne del gruppo, mentre gli uomini si mostravano disponibili e benevoli nel loro modo di esprimere pareri.

Le donne inizialmente si identificarono in questo ruolo che in un primo tempo le faceva sentire forti e sicure ma in seguito cominciarono a comprendere che questo non permetteva loro di vedere e di far vedere le proprie parti deboli e bisognose, considerate anche da loro stesse come lagnose e di poco valore. Così erano costrette a restare attaccate con le unghie e con i denti alla loro parte onnipotente e superegoica, a cui però loro stesse per prime non credevano, continuando a sentirsi sole e svalorizzate senza la presenza ed il sostegno di un uomo. O si resta in relazione fusionale con una figura materna arcaica, onnipotente e giudicante o si è sole e impotenti, bisognose del papà . Di fronte alla messa in evidenza degli aspetti anche deboli femminili, gli uomini inizialmente reagirono con solidarietà, a cui però fece seguito un insieme di fastidio, delusione e disprezzo; dopo qualche seduta il ruolo di Super-io rigido ed onnipotente venne attribuito alla terapeuta. Mi fu allora facile mostrare come vi fosse la necessità di mantenere un'immagine materna onnipotente, invidiata e terrificante. Dopo aver vissuto una sana fusionalità si può provare a separarsi dalla madre, ma per difendersi dal desiderio di tornare alla situazione indistinta della fusione è necessario agli uomini, per definire la propria identità di genere, o svalorizzare la figura materna, o tenersene lontano per paura dei suoi aspetti arcaici onnipotenti e terrifici. Le donne invece, o restano fusionalmente identificate con la figura materna arcaica, a scapito però del riconoscimento della loro individualità (riconoscimento che in un primo tempo avviene attraverso la consapevolezza del limite e la fine dell'onnipotenza) o devono immediatamente presentificare una figura paterna emancipativa, con cui mettersi nuovamente e immediatamente in relazione, pena la perdita del senso di sé.

Nel gruppo A mi fu così possibile evidenziare che dietro problematiche maschili e femminili apparentemente diverse, si nascondeva invece un problema comune - la difficoltà a separarsi dalla madre arcaica, vissuta come onnipotente - e ad individuarsi, integrando e modulando differenti aspetti sia fuori che dentro di sé; viceversa la fantasia sottostante era: "o si è onnipotenti o si è impotenti" e l'una cosa aiuta a mantenere l'illusione dell'altra. Questa è una difesa dal movimento ineludibile che conduce all'individuazione, individuazione che inevitabilmente comporta la fine dell'onnipotenza e l'accettazione dei limiti propri e altrui.

Nel gruppo A, la figura che rappresentò la possibilità di potenza reale e che consentì di uscire dall'impasse fu presentificata da Andrea, un paziente in fine terapia, che permise di comprendere a fondo l'importanza della figura paterna nel suo ruolo emancipativo dalla simbiosi madre-bambino/a. Egli divenne per il gruppo il rappresentante dell'oggetto intero, distinto e separato, che favorisce l'individuazione e stabilizza l'identità; presentificò quel padre che è mancato a molti uomini ma anche a molte donne, fondamentale elemento per la maturazione e la crescita personale. Nel gruppo non si oppose alla terapeuta ma si affiancò a lei in modo maturo e collaborante, aiutandola nel suo tentativo di fare un esame di realtà, con commenti acuti, profondi e complementari. La terapeuta lo apprezzò e gli lasciò spazio, dando al gruppo un esempio di comunicazione matura fra uomo-donna, reciprocamente rispettosa della diversità e consapevole dell'utilità dello scambio, oltre i ruoli stereotipati che i membri del gruppo avevano visto giocare nella famiglia di origine.

In questa fase, nei gruppi, anche all'interno di una stessa seduta, il ruolo della madre emancipativa alleata con il padre, può passare dalla terapeuta a quella paziente in grado di assumerlo. In genere questa è una paziente che si trova ad un livello avanzato di terapia; il che dimostra la grande utilità dei gruppi aperti, che consentono la copresenza di pazienti che sono in momenti diversi del loro percorso terapeutico.

La presentificazione nel gruppo di siffatte figure genitoriali stimola, fra l'altro, l'emergere di tematiche edipiche fra i membri e quindi può consentire la riconciliazione del Super-io con l'Io ideale. Viene infatti rappresentato un padre che non rompe violentemente la simbiosi con la madre, ma insegna al figlio il rispetto della volontà e della libera scelta della madre e l'amore per lei come persona; un padre che, acccogliendo l'urgenza di liberazione del figlio, si offre come modello di identificazione emancipativa dando non un esempio di idealizzazione negativa o di disprezzo per il femminile, ma un modello di amore.

Ho portato come esempio quanto accaduto nel gruppo A, particolarmente chiaro nel suo percorso evolutivo, perché mi ha permesso di sottolineare una potenzialità positiva di tutti i gruppi, data dalla presenza di più generazioni di pazienti, che spesso consentono di presentificare, attraverso l'assunzione di quei ruoli che in quel momento il gruppo richiede, quei modelli genitoriali adeguati che sono mancati nella storia dei singoli membri .

Il passaggio dall'area pre-edipica a quella edipica e da quella edipica a quella genitale, in un progressivo ri-conoscimento o conoscimento di sé, non sempre avviene nel modo che ha caratterizzato il gruppo A ( e comunque anche in questo caso non era evidentemente risolto una volta per tutte e non per tutti i pazienti ). Inoltre va detto, che per necessità di sintesi, non ho descritto tutte le diffficoltà che il gruppo A ha dovuto affrontare. Come sempre accade nel lavoro terapeutico, anche in questo gruppo, naturalmente, a sedute evolutive avevano fatto seguito sedute negativamente regressive con aumento di tensione e di difficoltà di comunicazione.

È soprattutto nell'attraversare momenti difficili di passaggio che possono avvenire, fra uomini e donne del gruppo, agiti di accoppiamento; il corpo agisce gli aspetti non pensabili. Per esempio, entrare nell'area edipica (area di transizione ineludibile per l'acquisizione dell'identità di genere), e da qui a quella adulta genitale, può riportare alla luce antiche angosce di impotenza e di annichilente solitudine, accompagnate dalla paura di perdere l'amore e da conseguenti intensi sentimenti di rabbia. Sembra che nelle famiglie di origine sia mancato essenzialmente un modello di amore maturo fra uomo e donna e il padre o la madre appaiono come figure fragili o minacciose o assenti, con una scarsa comunicazione fra di loro. Così la soluzione positiva dell'Edipo, che sta nella rinuncia del bambino/a all'oggetto d'amore e nell'identificazione con il genitore dello stesso sesso assunto come Super-io in accordo con l'Io ideale, raramente si è potuta verificare. Accade invece sovente che il bambino e la bambina si trovino ad affrontare le problematiche edipiche in un contesto di disamore fra i genitori; a volte può addirittura succedere che un genitore non abbia più interesse nei confronti del proprio partner, per cui quasi favorisce una relazione privilegiata fra quest'ultimo ed il figlio/a, a cui viene così trasmessa una mancanza di autorità e di ideale, che indebolisce la fiducia in sé e svalorizza l'oggetto d'amore. Questo innesca, sia nelle femmine che nei maschi, una profonda insicurezza rispetto alla propria identità e segna l'inizio di un bisogno inesauribile di riconoscimenti di valore, cui non sarà mai possibile fornire risposte adeguate.

In questo quadro generale, l'occasione data dal lavoro gruppale di ripercorre le diverse tappe evolutive, permette di trovare nuove e più mature soluzioni, anche se attraverso passaggi faticosi, difficili e pieni di ostacoli, in cui a volte non vi è, da parte di alcuni pazienti (come ho già accennato prima), la capacità di pensare, e l'unica forma di comunicazione loro possibile sembra essere l'azione. A questo proposito va premesso che prima dell'introduzione del paziente nel gruppo, nel momento in cui si attua il contratto terapeutico, si chiarisce l'indispensabilità, per il lavoro gruppale, di poter arrivare a dire tutto quello che viene in mente, quindi anche fantasie aggressive ed erotiche, ma si sottolinea anche la necessità di non passare dalla parola all'azione, perché questo interromperebbe la libertà e l'autenticità della comunicazione.

In ormai vent'anni di lavoro con i gruppi non mi è mai capitato di dover evitare colluttazioni, il passaggio all'atto dell'aggressività non è mai stato concretizzato da nessuno; viceversa mi è capitato in più di una occasione di dover comprendere ed elaborare il significato di accoppiamenti fra uomini e donne, membri dello stesso gruppo.

Ritengo a questo punto, per chiarire meglio il funzionamento della terapia gruppale rispetto ai suddetti problemi, seguire sinteticamente gli accadimenti di un mio gruppo, che chiamerò B, per un periodo di alcuni mesi.

Il gruppo B era entrato da qualche seduta nell'area delle problematiche edipiche, ci si stava interrogando su quali tipi di relazione erano possibili fra uomo e donna, in particolare ci si interrogava sulla possibilità di coniugare erotismo e tenerezza. I modelli familiari di riferimento inducevano a pensare che se c'era tenerezza e familiarità non poteva esserci erotismo; un membro del gruppo era arrivato a sostenere che: "ci sono le donne da sposare e le donne da scopare". Questo vecchio adagio, razionalmente ormai anacronistico, permise di evidenziare lo scarto tra posizioni razionalmente acquisite e posizioni emotive e il condizionamento inconscio transgenerazionale, suscitando un grande coinvolgimento da parte di tutti. Nell'interazione gruppale è possibile così evidenziare che gli uomini e le donne non sono fatti tutti con lo stampino (in particolare, nel gruppo B, che le donne non erano riducibili alle ormai desuete categorie di "madonne" o "puttane"), e che perciò non si può continuare a pensare per stereotipi. Così si comincia ad intravedere la possibilità di passare dalla distinzione per genere o categoria alla distinzione fra persone, che consente di andare oltre i modelli familiari e stimola la ricerca individuale. In ogni gruppo, il passaggio dallo stereotipo alla persona permette anche di migliorare l'integrazione fra diversi aspetti di sé, sia fisici che psichici. In questa fase di individuazione e di conferma della propria identità, il fatto di vedersi consente ai membri del gruppo di farsi reciprocamente da specchio, sia rispetto ad aspetti fisici che psichici. Questo stimola sia gli uomini che le donne a curare di più il loro aspetto esteriore e a valorizzarsi in modo personale. Si evidenzia come spesso accada che l'angosciosa recriminazione espressa nei confronti del proprio corpo, da parte di entrambi i sessi, nasconda una carenza nell'identità psicologica di genere e una difficoltà a modularla in modo personale. Una volta compreso il problema della propria identità, anche la propria realtà corporea viene vista in modo molto più realistico e positivo.

Nel gruppo B (di cui, come ho già detto, descriverò sinteticamente un periodo di alcuni mesi, per consentire di comprendere il perché del passaggio all'agito) Renato divenne il portavoce del contesto evolutivo sopra descritto. Egli infatti raccontò che era riuscito a fare l'amore con una sua collega, Anna, sentendo per la prima volta il pene come parte integrante di sé, non più attrezzo quasi esterno per penetrare e possedere aggressivamente una donna; per la prima volta era riuscito concretamente a coniugare tenerezza ed erotismo. Aveva anche un grande desiderio di mettere incinta Anna per sentirla ancora più sua, di avere una casa con lei, il tutto però saltando magicamente gli ostacoli che potevano frapporsi fra il desiderio e la sua realizzazione concreta, non ultimo il fatto che Anna aveva un marito con cui "felicemente" conviveva. Nell'interazione gruppale si evidenziò che è proprio l'affrontare gli ostacoli che si frappongono alla realizzazione del desiderio, a suscitare paura, anche perché alle difficoltà reali si aggiungono le antiche angoscie di inadeguatezza rispetto al rivale edipico e l'ambivalenza rispetto alla possibilità di un cambiamento autentico che costa fatica e obbliga a confrontarsi con la fine delle fantasie di onnipotenza. Tutto il gruppo risuonò sul tema relativo all'ambivalenza nei confronti del cambiamento, e si divise in sostenitori (fra cui Bianca) delle nuove e più evolute posizioni emotive, e in fautori della impossibilità di cambiare, divisione che si espresse in aperti e violenti scontri verbali fra i rappresentanti delle diverse posizioni. In questi scontri, che comunque si risolsero positivamente senza il bisogno di un mio intervento, Bianca (che per la prima volta osava contrapporsi ad altri) venne messa a tacere. Nella seduta seguente i membri del gruppo, pur valutando positivamente il cambiamento di Renato, lo costrinsero nuovamente ad un esame di realtà che poneva dei limiti al suo pensiero onnipotente e magico. Egli allora, risentito, si rinchiuse in un silenzio ostile e sprezzante, non volendo uscire dall'area onnipotente dominata dalla legge del tutto o niente. Bianca, a sua volta piena di rabbia perché nella seduta precedente non era riuscita comunque a dire tutto quello che avrebbe voluto e non era stata apprezzata come avrebbe desiderato, portò direttamente i suoi sintomi nel gruppo, esibendo un violento attacco di tachicardia, che riuscì però a contenere. Il comportamento di Renato e Bianca sembrò voler sottolineare che se un modo nuovo e più maturo di porsi non garantisce un'onnipotenza positiva, allora tanto vale ritornare alla vecchia illusoria onnipotenza negativa, faccia presentabile dell'impotenza.

Dopo poco più di un mese da questi accadimenti, mentre il gruppo continuava ad affrontare l'ambivalenza che il cambiamento suscitava e la difficoltà ad integrare le vecchie posizioni con le nuove, Bianca con molta angoscia e confusione riferì di essere diventata l'amante di Renato. Disse anche che Renato non avrebbe voluto mettere il gruppo e la terapeuta al corrente dell'accaduto; lei invece non ce la faceva più a mantenere questo segreto, dal momento che questo significava, ovviamente, non poter continuare ad avere con il gruppo una comunicazione autentica e profonda. Nelle discussioni che seguirono questa disturbante comunicazione, si evidenziò come l'agito di accoppiamento fosse intervenuto in un delicato momento di passaggio; l'intravista possibilità concreta di un cambiamento di cui Bianca e Renato erano stati i portavoce per il gruppo, e a cui non aveva fatto seguito l'immediato successo sperato, aveva suscitato una quantità così grande di delusione e di rabbia in entrambi i protagonisti della vicenda, che aveva loro bloccato la possibilità di elaborazione simbolica. Anche perché nella loro storia personale non vi era mai stato un ambito familiare che potesse accogliere le loro intense emozioni infantili e consentirne l'elaborazione, in un clima di fiducia. Entrambi infatti avevano dovuto adattarsi, in modo inizialmente compiacente, alle richieste dell'ambiente che, negando i loro bisogni, aveva impedito il formarsi della fiducia sia verso le proprie autentiche possibilità maturative, sia nei confronti del mondo; questo aveva portato Renato ad esplosioni di rabbia distruttiva accompagnate da angosce di morte e Bianca a forme gravi di somatizzazione. Il ripresentificarsi nel gruppo di problematiche edipiche, che Bianca e Renato non avevano mai potuto elaborare, e una comune difficoltà a contenere le emozioni intense, li avevano portati a colludere nell'agito di accoppiamento, non solo per una reciproca attrazione ma anche per sferrare un attacco alle regole del gruppo e alla terapeuta, e per potersi illudere sia di mantenere le fantasie di onnipotenza, sia di trionfare sugli altri uomini e donne presenti nel gruppo, vissuti come rivali. In questa occasione però, per la prima volta, Bianca e Renato potevano sperimentare una figura genitoriale e un ambiente familiare (gruppo) diversi da quelli della loro storia. Nell'interazione gruppale divenne infatti possibile capire, non solo che la terapeuta non rappresentava esclusivamente un oggetto di transfert contro cui riversare antiche rabbie dovute a precedenti delusioni e frustrazioni, ma che era invece una persona viva e reale che, diversamente dalla madre del passato, poteva contenere la rabbia e darle un significato senza esserne distrutta o controreagire; ma che anche il gruppo, diversamente dalla famiglia di origine, poteva comprendere l'agito di Bianca e Renato, nel mantenimento della relazione, senza distruggere e senza essere distrutto. Bianca e Renato all'inizio faticarono ad accettare che il gruppo aveva contenuto il loro attacco distruttivo e che a quest'ultimo non avrebbe fatto seguito una vendetta. Compresero inoltre che la punizione se la erano già dati da soli, impedendosi per molto tempo di usare il gruppo come ambito in cui poter sinceramente portare i propri problemi. In particolare fu possibile a Bianca rendersi conto che nell'agito di accoppiamento si era ancora una volta illusa di realizzare l'onnipotenza del capriccio e il bisogno di avere attenzioni privilegiate, a scapito della capacità di pensare, come nella somatizzazione; mentre Renato, anche se con molta più fatica e rabbia, dovette riconoscere che ancora una volta si era illuso di poter mantenere l'onnipotenza distruttiva usando Bianca come oggetto utile all'attualizzazione dei propri scopi, mentre era solo riuscito, come nelle sue esplosioni di rabbia distruttiva, a far del male a sé, impedendosi di pensare e di uscire dalla ripetizione coatta di antichi ruoli. Finalmente comprese, grazie al lavoro di gruppo, che nelle relazioni che lui costruiva con gli altri, in realtà non c'erano delle persone vere, ma solo proiezioni e introiezioni alternate dei ruoli simbiotico e schizoide. Questi ruoli rendono impossibile la reciprocità e ciò determina il carattere sado-masochista della relazione e impedisce alle origini la possibilità di un incontro autentico e profondo e di uno scambio creativo. Si chiarì anche, nel divenire gruppale in cui tutti i pazienti interagirono vivacemente, che Bianca e Renato, la cui patologia aveva consentito una collusione che aveva portato all'agito di accoppiamento, erano stati per il gruppo i portavoce "esasperati" di problematiche da tutti condivise, relative all'angoscia del cambiamento che, in un sovrapporsi di tematiche edipiche e pre-edipiche, aveva suscitato vissuti di impotenza accompagnati da reattive fantasie di onnipotenza distruttiva. Anche grazie al loro agito, così perturbante per tutto il gruppo, era stato possibile affrontare e in parte risolvere molti problemi, in modo approfondito e articolato. A questo punto sia Bianca che Renato divennero consapevoli della necessità di interrompere la loro relazione, che una volta compresa anche nei suoi aspetti di comunicazione, risultava essere essenzialmente distruttiva per entrambi i protagonisti. Ovviamente, non voglio sostenere che l'elaborazione delle suddette tematiche non sarebbe stata possibile senza questo agito, ma che il gruppo era stato in grado di comprendere e quindi di contenere al suo interno questo acting, rendendolo così "pensabile". Tutto ciò aveva aumentato in tutti i membri la fiducia nel gruppo e aveva consentito ai due protagonisti della vicenda di riprendere il loro percorso terapeutico con una modificata visione di sé e del rapporto con l'altro. Entrambi avevano compreso le reciproche responsabilità rispetto all'accaduto, ma senza per questo sentirsi esclusi dal gruppo o "diversi" dagli altri.

Naturalmente non tutti gli agiti di accoppiamento hanno questo significato, possono avere aspetti più regressivi, dove l'accoppiamento "agisce" una fuga in avanti, o anche essere la premessa per un incontro d'amore fra un uomo e una donna; ma non è questo l'ambito per trattare questo problema. Per il gruppo B, come ho già detto, l'agito di Bianca e Renato era stata l'occasione per rivisitare e comprendere antiche competizioni e rivalità e quindi per cominciare a intravedere i vantaggi dell'uscire dalla modalità del funzionamento edipico che, come scrive Lopez: "è una modalità basata essenzialmente sulla competizione, cioè sulla necessità di provare, indefessamente, come in un supplizio di Sisifo, il proprio valore servendosi dell'altro, del rivale, come misura. Ma proprio perché questa misura è esterna, per giunta identificata col rivale, il movimento di emancipazione è fin dall'inizio boicottato". Inoltre l 'elaborazione condivisa di questi accadimenti aveva stimolato nel gruppo, sia per gli uomini che per le donne, il rafforzamento della propria identità di genere nel riattualizzarsi di una situazione adolescenziale.

L'adolescenza è un periodo della vita in cui ci si interroga sulla propria identità e si cerca di costruire una nuova cultura fra pari, che aiuti a meglio definirla. Anche nel gruppo questo avviene con il riemergere di processi di identificazione e proiezione che, come nell'adolescenza, fanno sì che le precedenti identificazioni possano essere destrutturate e parzialmente riproiettate e ripersonificate. Nella matrice di gruppo diviene così possibile modificare un sistema precostituito di ruoli, leggi e necessità che condizionano la propria immagine di sé e del mondo. Conflitti inter e intra-psichici tendono ad essere presentificati con oggetti che possono rappresentare oggetti del passato e anche oggetti Sé, con il conseguente vissuto, tipicamente adolescenziale, di irrequietezza e confusione. Il gruppo dei pari, che per la sua stessa struttura formale richiama i gruppi dell'adolescenza, diviene allora, in molti momenti, quell'ambiente facilitante, quel luogo in cui è possibile l'esplorazione della tensione comune condivisa, e viene così ad assumere la stessa funzione creativa di nuove soluzioni, tipica dei gruppi di adolescenti. In questa fase il terapeuta deve essere quell'adulto che, quando è richiesto, deve saper raccogliere la sfida (come nell'esempio precedentemente riportato), ma deve anche saper restare nell'ombra quando è necessario. È di questo periodo la possibile divisione del gruppo in due sottogruppi omogenei per sesso, in cui la paziente e il paziente a livello di terapia più avanzata assumono il necessario ruolo di mentore che molto spesso era mancato nell'ambiente di origine, e che ha l'importante funzione di meglio definire e consolidare nell'identità di genere, creando una profonda solidarietà con il proprio sesso che non implica necessariamente una complicità contro il sesso opposto. Quando il gruppo attraversa questa fase, si esprimono contemporaneamente, sia da parte degli uomini che delle donne, il desiderio di libertà ed il bisogno di protezione (momento evoluto del ripresentificarsi della dialettica fusione-individuazione). Le discussioni vertono sui "massimi sistemi", sul senso della vita e della morte, che riflettono il ripresentificarsi di conflitti con gli oggetti interni, riesternalizzati nel gruppo, e le angosce legate ai sentimenti di distruzione e di perdita che sempre accompagnano le fasi di cambiamento ed una nuova consapevolezza del rapporto uomo-donna che permette di intravedere modalità più mature di relazionarsi reciprocamente. Nell'interazione gruppale infatti si incomincia a comprendere, con ansia e ambivalenza e a volte anche con rabbia, attraverso il racconto che i singoli pazienti fanno delle loro relazioni amorose, che inevitabilmente la "morte" deve avere la sua parte. Muoiono l'illusione di un rapporto di fusione perenne, le aspettative onnipotenti, il desiderio di avere dall'altro la risposta a tutti i propri bisogni o la fantasia di potere avere solo gli aspetti positivi. Si comprende che quando finisce la fase adolescenziale e idealizzante dell'innamoramento, inizia la relazione più impegnativa in cui è necessario abbandonare le fantasie onnipotenti ed assumere un atteggiamento più realistico e maturo, pena la morte della relazione stessa. Si evidenzia come coloro che vogliono mantenere la relazione amorosa in un contesto di idealizzazione rischino la falsificazione del rapporto. L'amore adulto implica coraggio e resistenza per percorrere un lungo cammino pieno di ostacoli, in cui si deve tener conto degli aspetti meno ideali di se stesso e dell'altro. Bisogna smettere di pretendere dal partner la risposta a tutti i nostri bisogni, passati, presenti e futuri. È necessario accettare che amare significa tollerare molte fini e molti inizi, il tutto nella stessa relazione e in un contesto sociale che è ambivalente rispetto ai cambiamenti, e quindi a concepire la morte nel suo significato simbolico di trasformazione.

Così nel lavoro condiviso di gruppo, uomini e donne, attraverso un lungo e sofferto percorso (simile e differente nella storia di ogni gruppo) che si ripete più e più volte per ciascuno di essi, consentendo ogni volta di accedere a livelli diversi (tempo a spirale), diventano via via sempre più consapevoli di dover trasformare la loro stereotipata modalità di considerare la relazione d'amore; non più incontro di generi diversi, divisi per categorie, ma incontro profondo fra due persone. Questo consente di passare dalle aspettative onnipotenti proiettate sul partner o sulla relazione, alla consapevolezza di una responsabilità condivisa.

Nella riattualizzazione della fase adolescenziale, nel corso del divenire gruppale, si affrontano anche tematiche relative ad aspetti trasgressivi riguardanti la sessualità; accade così che riemergano episodi tenuti fino a quel momento segreti, sottesi da vergogna e da sensi di colpa. In particolare, nel già citato gruppo B, nella fase adolescenziale che aveva fatto seguito all'elaborazione dell'agito di Bianca e Renato, due donne ed un uomo raccontarono, con sofferenza ma con la fiducia che finalmente avrebbero potuto essere capiti, di aver subito atti di violenza sessuale da parte di adulti, quando erano preadolescenti. La cosa che colpiva chi ascoltava era il fatto che ognuno dei "narranti" si attribuiva in qualche modo, una parte di colpa rispetto all'accaduto e quindi anche per questo provava una profonda vergogna nel riferirlo. Mi fu facile far comprendere, attraverso un'analisi puntuale delle vicende riferite, cui partecipò con profondo coinvolgimento tutto il gruppo, come il sentirsi in colpa derivasse, ancora una volta, da un bisogno di non essere annichiliti dall'impotenza; impotenza che negli episodi narrati sembrava essere stata così atroce e annichilente per le persone in causa, già segnate da una particolare fragilità, da non poter essere tollerata all'epoca in cui la violenza sessuale era stata perpetrata. Sentirsi in parte colpevoli li aveva preservati dal senso di annichilimento totale che l'impotenza assoluta provoca. Compreso questo fu possibile dar voce al segreto, sfogandosi nel raccontare i particolari mai confessati, dal momento che finalmente vi erano testimoni benevoli che consentivano di superare la vergogna e di ricevere la comprensione e le cure che erano mancate al momento del trauma. Uomini e donne potevano, senza paura, piangere insieme, oltre qualsiasi antagonismo di genere. La condivisione solidale di questi accadimenti portò ad un'ulteriore aumento della coesione del gruppo e migliorò ulteriormente il livello della comunicazione. Il gruppo può accogliere la rabbia mai espressa derivante dall'impotenza e consente di modificare il ricordo, facendosi garante della memoria. Così il passato può diventare finalmente passato e non allunga più la sua ombra distruttiva sul presente. Ombra che aveva fino a quel momento impedito, alle donne che avevano vissuto la violenza, di avere un rapporto di autentica fiducia nei confronti degli uomini, e all'uomo, di ritrovare la stima e la fiducia verso di sé, base fondamentale per un rapporto costruttivo con gli altri e quindi anche con le donne. Se il passato si modifica allora si può costruire un nuovo finale e non continuare a ripetere la stessa storia; si comincia davvero a credere alla possibilità di un cambiamento, alla possibilità di una fiduciosa intimità nella relazione uomo-donna grazie ad una comunicazione autentica e profonda. Comunicazione che per molti è stato possibile sperimentare per la prima volta all'interno del gruppo e che ha permesso di superare il disastroso modello di non comunicazione fra uomini e donne appreso nella famiglia di origine e di cominciare ad intravedere che oltre alla logica della sopraffazione esiste quella della reciprocità che consente di passare dalla dialettica degli opposti alla dialettica dei distinti, dove l'altro, il diverso, non è più un nemico da abbattere nell'ottica di mors tua, vita mea, ma anzi l'altro è necessario per comprendere meglio sé. L'alterità non più subita ma ricercata rende possibile un altro modo di vedere la realtà. Si comprende così che se non si è capaci di incontrare il diverso e il pericolo che esso comporta, non affronteremo mai neppure la nostra autentica naturalità. Ma una volta accettato il valore del diverso e della separatezza si può di nuovo ricercare i punti di contatto (fusione-individuazione). Così può addirittura succedere che sia uomini che donne, oltre a portare le loro comuni ansie rispetto a fantasie di inadeguatezza sessuale, facciano riferimento a sentimenti di invidia del pene e di angoscia di castrazione che, compresi nel loro significato metaforico ( dove cioè il pene simboleggia il potere e la castrazione l'impotenza a realizzarsi), possono essere da entrambi condivisi.

Nell'interazione gruppale si arriva ad accettare che in ciascuno coesistano elementi femminili ed elementi maschili, senza che questo crei più confusione rispetto alla propria appartenenza di genere, nel frattempo ormai consolidata. Così, nel divenire del lavoro di gruppo, alla divisione per stereotipi fra uomini e donne si sostituisce la consapevolezza per entrambi di poter aspirare ad essere "persona" nell'accezione datane più volte da Lopez: cioè un individuo in grado di realizzare al meglio le proprie potenzialità e di raggiungere i livelli più maturi di coesione e unità, in cui l'universalità della specie si lega alla singolarità dell'individuo. In quest'ottica diventa possibile cominciare a pensare alla relazione uomo - donna in termini di scambio gioioso e reciprocamente arricchente in un'area di libera scelta e di intimità, in cui per la prima volta appare concepibile conciliare l'amore di sé con l'amore per l'altro, nella consapevolezza dei propri e altrui limiti. Inoltre la capacità di stare soli, appresa nei momenti di individuazione, permette di vagheggiare nella coppia la possibilità di una fusione di due entità rispettose delle loro reciproche libertà. Esperienza che per altro si è già potuta fare nel gruppo nei momenti più evoluti di fusionalità.

Mi sembra dunque di aver chiarito, attraverso descrizioni di situazioni emblematiche che dal particolare mi hanno consentito di passare all'universale del divenire gruppale, che il setting di gruppo permette sia agli uomini che alle donne che vi partecipano, di consolidare la propria identità di genere e di articolarla in modo personale. Abbiamo infatti visto che nel gruppo è possibile riattraversare le diverse tappe della propria maturazione: dalla situazione arcaica dove vi è ancora la non distinzione fra psiche e soma, al vissuto corporeo del proprio esserci fino alla consapevolezza di sé come persona, dal linguaggio del corpo alla capacità di simbolizzare fino a poter raggiungere, a volte, valori universali. Va chiarito però che le situazioni gruppali che ho riferito e che hanno consentito di passare ad una fase più matura sia rispetto alla propria identità di genere sia rispetto alle modalità di relazionarsi con il sesso opposto ovviamente non sono state affrontate, nel susseguirsi reale delle sedute, nel modo così lineare come, per ragioni esemplificative, è stato da me descritto; né si sono verificate nello stesso modo in tutti i gruppi. In ogni processo terapeutico, che ha un suo proprio divenire specifico che caratterizza il singolo gruppo, si devono fronteggiare, capire e risolvere conflitti intra ed inter-psichici con fasi alterne di progressi e di regressi. Va aggiunto inoltre che le fasi evolutive qui descritte non sono mai esperite da tutti partecipanti del gruppo nello stesso modo, ma, come sempre accade, ognuno raggiunge quel livello che la sua storia personale e terapeutica gli permette di volta in volta.

Penso comunque di aver evidenziato che i movimenti di fusione e individuazione sempre presenti, hanno permesso, nei gruppi di cui ho riferito, e permettono in ogni gruppo, di costituire un'area di creatività condivisibile da tutti i membri del gruppo che consente di liberarsi dagli stereotipi e di fondare una identità attraverso un confronto ed uno scambio nella distinzione. La storia comune e condivisa della ricerca di sé ha permesso anche di comprendere il valore del limite, inteso non nel suo aspetto negativo di finitezza, ma sperimentato nel suo senso positivo di confine, che individua e permette il confronto creativo con l'altro diverso da sé. La comunicazione, regolatrice della distanza, nel divenire dei momenti di fusione e di individuazione diventa sempre più profonda e consapevole, e permette l'assunzione delle proprie responsabilità nel rapporto con l'altro.

Inoltre il lavoro di gruppo stimola la valorizzazione delle caratteristiche personali non riducibili al proprio essere in senso fisico, l'essere e il vedere nel divenire gruppale assumono il significato di essere e vedere e vedersi come persona, nella propria complessità psico-fisica. La consapevolezza di ciò metterà ogni membro del gruppo al riparo da giudizi basati su generalizzazioni rigide e stereotipate: così, per esempio, la differenza individuale verrà considerata più importante della immediatamente visibile differenza sessuale, dando luogo ad una infinita possibilità di sfumature e di scambi persona-persona sia nella somiglianza che nella diversità.

 

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* Silvia Corbella è Psicoanalista SPI, Gruppoanalista, Supervisore APG - Associazione di Psicoterapia di Gruppo, Docente di metodologia e tecnica di gruppo COIRAG - Confederazione di Organizzazioni per la Ricerca Analitica sui Gruppi, Membro IAGP - International Associtation of Group Psychotherapy;


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