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PSYCHOMEDIA
COMUNITÀ TERAPEUTICHE
CT Salute Mentale



A proposito di Comunità Terapeutiche e accreditamento

Lettera aperta di Enrico Pedriali



Mi è parso che di recente il dibattito on-line sulle Comunità Terapeutiche, sia nelle Aree "Comunità" e "Accreditamento" di Psychomedia che nella e mailing lists Psic-com del Dip. di Genova, si sia un po' vivacizzato.

Non conosco le ragioni di questo improvviso fervore ma comunque me ne rallegro: ogni incentivo allo sviluppo di una cultura tutto sommato ancora debole nel nostro paese, non può che essere benvenuto. Personalmente ritengo che la presenza di più voci in campo mediatico sia la miglior garanzia di pluralismo.

Gli interventi comparsi in rete poco prima delle ferie estive mettevano a fuoco un problema di fronte al quale si trovano non solo le Comunità, ma tutte le attività psichiatriche in generale.

Mi riferisco alle procedure che, in italiano, vanno sotto il nome di valutazione, certificazione e accreditamento e che, sempre più spesso, vengono presentate in convegni, riviste e letteratura specializzati, con dovizia di sigle e riferimenti terminologici in voga nei paesi anglosassoni e nord-americani, ove quelle procedure si sono andate definendo molto prima che da noi a seguito dello sviluppo, da un lato degli studi epidemiologici e di statistica sanitaria e, dall'altro dell'evoluzione del sistema d'impresa e del libero mercato, soprattutto negli Stati Uniti.

Per gli esperti di economia aziendale, di politiche socio-sanitarie e dei loro risvolti legislativi, l'impatto con tali procedure da parte della miriade di agenzie e servizi psichiatrici, pubblici e privati, rappresenta un fatto scontato, anzi dovuto.

Da quale posizione le Comunità Terapeutiche si dispongono a questo confronto? E quali prospettive si possono prefigurare? A questi interrogativi e alle possibili risposte fanno riferimento alcuni degli interventi fino ad ora comparsi su Psychomedia (Lombardo e Erlicher) e su Psic-com (Cassin e Ferruta; vedi note (1) e (2) alla fine di questo testo), offrendo diversi spunti a un utile dibattito.

A mio avviso, i problemi sollevati rappresentano un passaggio ineludibile che potrebbe sortire effetti salutari per quelle Comunità che da tempo si stanno attrezzando sul piano teorico, metodologico e formativo e, più in generale, potrebbe offrire l'occasione per stabilire, una buona volta, a cosa ci si riferisce quando si parla di Comunità Terapeutiche, quali siano le prerogative che le caratterizzano, le procedure che le accomunano, le tipologie d'utenza che possano trarne vantaggio e quindi anche i loro limiti e controindicazioni.

Un serio procedimento di valutazione e accreditamento, non viziato da pregiudizi ideologici, può contribuire, in altre parole, a definire meglio la loro fisionomia ma anche quella di altri Servizi che operano con differenti denominazioni, metodologie e finalità nell'ambito delle Strutture Intermedie ove, a tutt'oggi, regna una discreta confusione, su cui non sarebbe male fare un po' di chiarezza. Ciò probabilmente porterà a ridimensionare l'enfasi (e l'arbitrarietà) di alcune pratiche psichiatriche ma anche a disvelare le operazioni di riciclaggio e gli escamotages messi in atto da talune strutture per guadagnarsi un posto al sole (e un po' di denaro pubblico). Non si tratta quindi di muoversi in direzione comunitariocentrica, ma semplicemente di non fare d'ogni erba un fascio e non confondere sotto generiche etichette, tutto e il contrario di tutto. Questo, a me pare, faciliterebbe la prospettiva di una rete integrata di Servizi basata sull'osservazione dei bisogni dell'utenza e sul rilievo delle effettive capacità di soddisfacimento offerte dalle varie tipologie di Servizi, senza distinzioni pregiudiziali fra Pubblico e Privato.

Se ciò costituisce un aspetto positivo fra le prospettive ipotizzabili, credo tuttavia che per le Comunità Terapeutiche non si tratterà di un risultato scontato, né facile da raggiungere.

Vi si oppone una serie di motivi che in parte sono intrinseci alla complessa applicazione delle procedure di valutazione e accreditamento al campo psichiatrico e in più larga misura sono legati alle particolari vicende che hanno caratterizzato il recente passato della psichiatria di casa nostra nelle sue espressioni culturali, ideologiche, pragmatiche e nei suoi riflessi politici.

Di ciò vorrei innanzitutto occuparmi, partendo da alcune evidenze:

- a differenza che in altri paesi, la storia delle Comunità italiane è relativamente giovane e non può ancora contare su un solido back-ground culturale;

- a partire dagli anni '60 il campo psichiatrico è stato animato da un forte movimento antiistituzionale che ha facilitato il positivo varo della legge di riforma, ma al tempo stesso non ha mai celato la sua ostilità per la Comunità come Istituzione di Cura;

- in anni più recenti la cultura medico-sanitaria ha assunto nuova e più consistente rilevanza rispetto a quelle socio-antropologica, psico-sociale e psicoanalitica che della cultura comunitaria costituiscono la matrice;

- da ultimo, la progressiva chiusura dei manicomi ha determinato un incremento della domanda e un incentivo al moltiplicarsi delle strutture (alcune delle quali promosse sbrigativamente sul campo "comunità terapeutiche"). Ciò ha prodotto due effetti:

1) La delega ad occuparsi in maniera consistente di pazienti ex-O.P. rischia di mettere in ombra quelle attitudini che, col tempo, la Comunità Terapeutica ha sviluppato (per disturbi di personalità, pazienti borderline, giovani psicotici adulti), relegandola principalmente a funzioni di supporto assistenziale. Non a caso, in alcuni documenti di programmazione regionale per la psichiatria si fa più che altro riferimento a Residenzialità Protetta principalmente rivolta ad ex-degenti O.P.

A qualcosa del genere si è già assistito, in anni recenti, con la proliferazione delle strutture per tossicodipendenti, identificate dai più come l'unica espressione di Comunità e non come una loro derivazione ben differenziata sul piano teorico e metodologico.

E' questo un nodo che le Comunità non potranno evitare di sciogliere nel momento in cui dovranno confrontarsi con procedure di valutazione e accreditamento professionale. Si tratta, in altre parole, di riuscire a sostenere una precisa identità e dimostrare attitudini specifiche, invece di rassegnarsi al ruolo di contenitore , di volta in volta, dei contenuti più disparati.

2) La relativa debolezza culturale e la pressione della domanda che si è venuta a creare in tempi brevi, spiegano il fatto che alcune strutture, oggi denominate Comunità, sviluppano la loro prassi su una sorta di bricolage, di fai da te, magari animati dalle migliori intenzioni e non di rado con qualche lampo di genialità, ma il più delle volte fondati sull'improvvisazione, in carenza di una seria formazione del personale.

C'è da chiedersi in che modo operatori che per titolo di studio, esperienza pregressa, mentalità acquisita e provenienza istituzionale portano con sé un imprinting prevalentemente medico-sanitario, possano acquisire una nuova professionalità senza un processo formativo che li metta in condizione di utilizzare strumenti e metodologie che non possono derivare solo da motivazione personale (quando esiste), né da slanci umanitari o ideologici che, di per sé, non sono garanzia di qualità.

Da questo punto di vista, ha perfettamente ragione Aldo Lombardo, quando denuncia nella sua lettera aperta a Psychomedia, la scarsa considerazione (per non dire la totale mancanza) fra gli addetti ai lavori, della necessità di un training formativo per operatori di Comunità.

Qui a mio parere si offrirebbe ampio spazio a quelle strutture che mostrano effettiva attenzione a questo tema, per indicare modelli formativi collaudati dalla loro esperienza ed estensibili a contesti più allargati (regionali e nazionali), sempre che riescano ad esprimere la disponibilità a farlo e non rimangano narcisisticamente arroccate su posizioni di isolamento.

Molte Comunità infatti si mostrano restie ad aprirsi a un confronto, o per scelta di un conveniente anonimato, o per una sorta di "complesso di primogenitura" per cui si ergono a tutrici dell'ortodossia comunitaria, o per quel "rischio professionale", tutt'altro che raro, che finisce col far considerare Comunità solo ciò che avviene entro le mura della propria casa.

Questi atteggiamenti nascono per lo più dal timore di un attacco alla propria identità e, per quanto spesso motivati da minacce burocratico-amministrative alla loro sopravvivenza o da assurdità legislative, impediscono di fatto una forte caratterizzazione dell'approccio comunitario e paradossalmente consentono anche a strutture che non ne avrebbero titolo, di fregiarsi tranquillamente della denominazione di Comunità.

Credo che iniziative come quella che Sara Cassin (1) ha avviato con alcune strutture piemontesi, a prescindere dall'Associazione di appartenenza, vadano nella giusta direzione, soprattutto se mirano al superamento delle chiusure difensive senza confonderle col rispetto delle singole identità istituzionali. L'individuazione di due ordini di problemi, quello amministrativo-gestionale e quello teorico-metodologico, rappresenta un primo passo per arrivare a una visione integrata della fisionomia comunitaria e alla corretta definizione degli indicatori di qualità che caratterizzano la sua prassi.

Occorrerà comunque un grosso sforzo di incentivazione della cultura delle Comunità perché le loro esigenze risultino credibili e i loro corrispettivi economici adeguati e legittimi. Trovo invece controproducente che ci si limiti a un semplice censimento delle strutture esistenti, come sta accadendo in alcune regioni italiane, accreditandole di fatto dei potenziali requisiti di Comunità, per arrivare ad una sanatoria, magari dopo aver minacciato drastiche richieste di requisiti faraonici per un accreditamento impossibile. Per questa via si lascia aperta la porta ad ogni genere di equivoci e alle pressioni di lobbies più o meno influenti.

Personalmente ritengo che in questo momento il modo più utile per aiutare una crescita culturale consista nella promozione, più diffusa possibile, di incontri fra singole strutture (sia quelle che ritengono di avere un prestigioso pedigree, sia quelle che più modestamente aspirano a sviluppare una loro esperienza comunitaria), per facilitare un confronto soprattutto sul piano teorico e metodologico, sgombrando il campo da odiose espressioni di narcisismo, pretese di leadership "pedagogica", ma anche dalla tentazione corporativa di costituire un semplice cartello sindacale.

Non si tratta di stabilire il primato di una visione psicodinamica rispetto a quella cognitivo-comportamentale o sistemico relazionale o farmaco-biologica, ma di arrivare a definire , attraverso un lavoro di ricerca e di confronto, gli elementi comuni che caratterizzano il funzionamento di una Comunità Terapeutica.

Dopo tutto, non c'è da andare alla scoperta di terre vergini o alla ricerca di qualcosa che protegga dalla pioggia, dal momento che l'ombrello è stato inventato da tempo: il bagaglio di conoscenze accumulato in quasi cinquant'anni dalle Comunità inglesi, dalle esperienze francesi, olandesi e, in parte statunitensi, può costituire un utile punto di riferimento e aiutare a individuare i tratti che conferiscono alla prassi comunitaria una precisa fisionomia:

- la considerazione del paziente come soggetto e non come oggetto del trattamento;

- la visione sistemica dell'istituzione di cura, composta da parti la cui maggiore o minore integrazione ne determina il diverso funzionamento;

- la dimensione gruppale come substrato dei diversi momenti del trattamento, ma anche come stile di lavoro dell'equipe e come elemento determinante la particolare atmosfera della Comunità;

- la cultura dell'indagine che coinvolge tutte le sue componenti in una visione dinamica e non statica dell'istituzione.

Non si tratta di dogmi da assumere in maniera acritica, né di formule invariabili in ogni contesto, ma quanto meno di premesse importanti alla ricerca delle linee guida di cui si parla negli interventi citati. Credo che il problema non si riduca alla scelta di un atteggiamento esterofilico piuttosto che esterofobico, semplicemente sostengo che, in generale, la cultura e la pratica della Comunità Terapeutica fuori dei nostri confini, non sono rimaste all'anno zero.

Per chi resta comunque affezionato a un'impostazione autarchica del problema, non sono pochi gli spunti che le esperienze comunitarie di casa nostra possono offrire a un'elaborazione e un contributo originale al dibattito che si sta svolgendo anche all'estero.

Ne cito solo alcuni:

- Residenzialità (o semiresidenzialità) e trattamento terapeutico;

- Setting comunitario come approccio polivalente o differenziato per diversi tipi di patologia;

- Selezione dei pazienti in relazione a differenti modelli teorico-metodologici e ...a necessità di sopravvivenza;

- Trattamento gruppale e trattamento individuale;

- Compartecipazione alla vita, alla gestione, alla normatività e decisionalità in relazione al grado di patologia;

- Lavoro d'equipe e motivazione degli operatori;

- Necessità di formazione all'esperienza gruppale;

- Integrazione fra teoria e prassi nella formazione dell'operatore di Comunità;

- Equipe, ruoli, funzioni, decisionalità;

- La supervisione: periodica o permanente? manutenzione dello staff o rito sacrale?

L'elenco potrebbe proseguire a lungo e ognuno dei punti costituire motivo di dibattito, confronto e apprendimento.

Al di là delle migliori intenzioni e delle credenziali più o meno prestigiose esibite nei convegni ufficiali, ogni Comunità si trova, o si è trovata, nella quotidianità, alle prese con piccoli e grandi problemi derivanti a volte da lacune o incoerenze teoriche, scarsa chiarezza degli obbiettivi, precarietà di formazione, dinamiche legate alla leadership, angosce di sopravvivenza legate a esigenze di bilancio e via dicendo. Nel lessico comunitario si fa frequente riferimento all'importanza dell'"Apprendere dall'Esperienza"... Indubbiamente nessuno meglio delle singole Comunità può conoscere la propria realtà nei suoi più intimi dettagli: il guaio è che, nello spazio ristretto della propria struttura, non sempre si riesce a trarne insegnamento, soprattutto quando ci si viene a trovare in situazioni difficili. La prospettiva di uscire dai confini del proprio orticello per confrontare esperienze e inesperienze, certezze e incertezze, successi e insuccessi, con quelli di altri addetti ai lavori, mi pare rappresenti la strada più realistica e costruttiva per ricercare linee guida e individuare criteri di valutazione condivisibili e non astratti.. A questo credo si riferisse Arcadio Erlicher nell'ultima parte del suo interessante intervento.

Una delle cose che più mi ha colpito nella storia del Movimento delle Comunità inglesi è stata la consuetudine, invalsa per un certo periodo di tempo, di organizzare degli incontri quando una o più di loro attraversava momenti di crisi. Ciò che mi colpiva non era tanto l'aspetto di mutuo soccorso, quanto la disponibilità di chi era in difficoltà, a riconoscerla e a ricercarne con altri le ragioni e le possibili vie d'uscita. Questo non vuole essere un invito a lavare i panni sporchi in un purificante bucato collettivo, ma la semplice constatazione che la crescita di un movimento passa anche attraverso la conoscenza diffusa delle sue pratiche e alla capacità di metterle in discussione.

Agli aspetti più tipici della prassi comunitaria si riferisce l'intervento di Anna Ferruta (2) che pone il problema di una standardizzazione delle sue procedure. Indubbiamente a qualcosa del genere si dovrà arrivare se si vuole instaurare una seria (e non fiscale) consuetudine alla valutazione e all'accreditamento. L'importante è come ci si può arrivare: per decreto legge?; attraverso una specie di concertazione sindacale?; o per la spinta di un consistente movimento culturale?.

Personalmente propendo per quest'ultima ipotesi. A chi obietta che con la sola cultura "non si mangia" vorrei far presente che la fragile posizione delle Comunità in Italia, di fronte alle prospettive incombenti, è imputabile in larga misura proprio all'insufficienza culturale su cui si fondano molti progetti.

I dati di una recente indagine-censimento condotta su un campione di strutture col metodo del questionario sono abbastanza indicativi della situazione reale. Dalle 147 (su 900) risposte pervenute emerge un quadro piuttosto polimorfo e indefinito ove coesistono situazioni caratterizzate da un buon livello organizzativo ed elevata "tensione" culturale con altre caratterizzate da genericità degli obbiettivi, ingenuità e incoerenza dell'impianto teorico. Se questa è la situazione, e posto che oggi nel nostro paese nessuno probabilmente può assumere una posizione ex-catedra in fatto di Comunità, a me sembra che l'esigenza prioritaria sia quella di promuovere una crescita culturale complessiva che parta dall'interno degli addetti ai lavori e consenta di elevare la qualità delle strutture.

Nel confronto con altre discipline (Psichiatria medica, Epidemiologia, Statistica Sanitaria) la cultura comunitaria rischia, oggi in Italia, di far la parte della Cenerentola e poiché con tali discipline essa dovrà in qualche modo fare i conti, è estremamente importante che riesca ad esprimere una sua attitudine valutativa e suoi criteri di accreditamento. Diversamente, non ci sarà da stupirsi se nei futuri Progetti-Obbiettivi per la psichiatria, oltre all'indicazione dei metri cubi richiesti per ogni stanza di degenza, della dislocazione dei bagni per disabili, dell'abbattimento delle barriere architettoniche per portatori d'handicap, degli spazi per la fisioterapia e altre amenità del genere, verranno impartite in chiave sanitaria anche le disposizioni per le riunioni di Comunità e d'equipe, per le attività di gruppo, per la supervisione e via dicendo.

Due ultime considerazioni prima di concludere.

La prima riguarda i rapporti di forza fra chi deve valutare e accreditare e chi deve essere valutato e accreditato.

Se è vero che la filosofia dell'accreditamento professionale presuppone il coinvolgimento e la volontarietà dello stesso soggetto da accreditare, è pur vero che esso rappresenta una forma di valutazione i cui risultati dovrebbero avere come referente finale l'utenza. Vi è però sempre un Ente di accreditamento, che nel caso italiano non è rappresentato da una Authority super partes, ma dall'Ente Pubblico che si viene a trovare nella veste di promulgatore delle leggi che regolano le prestazioni dei vari Servizi e i requisiti richiesti per svolgerli, in quelle di controllore dei requisiti stessi e, in fine, anche di gestore di Servizi, per cui è nella duplice condizione di valutato e di valutatore.

Conoscendo la situazione in cui versano molti dei Servizi Pubblici italiani, specie quelli che aspirerebbero a svolgere una pratica comunitaria, si può ragionevolmente concludere che in Italia, quando si parla di procedure di valutazione, si gioca con le carte truccate.

Certi elenchi di requisiti faraonici suonano come una provocazione o un invito a rinunciare a realizzare una Comunità e d'altra parte la minaccia di verifiche e controlli draconiani è destinata a restare lettera morta perché metterebbe in discussione gli stessi Servizi Pubblici. Il mantenimento di questo stato di cose finisce col diventare un invito all'ammiccamento fra le parti, pubbliche e private.

L'ultima considerazione riguarda la complessa natura di queste procedure.

Mi rendo ben conto che la mancanza di seri criteri di valutazione esporrebbe il campo psichiatrico al rischio dell'arbitrarietà e dell'infondatezza di certe pratiche, ma ritengo anche che valutare e accreditare in Psichiatria comportino l'obbligo di non perdere mai di vista la particolare qualità dei problemi della sua utenza.

Se in campo aziendale l'interesse dell'impresa e del cliente possono andare nella stessa direzione (l'azienda infatti ha tutto l'interesse a produrre ciò che soddisfa il cliente, che può scegliere ciò che più gli conviene), in campo psichiatrico ci troviamo molto spesso di fronte a criteri presuntivi: valutiamo e accreditiamo ciò che NOI PRESUMIAMO convenga al paziente. Mantenere viva l'attenzione e la tensione etica su questa presunzione, credo sia un dovere di ogni ricercatore.

NOTE

(1) Sara Cassin, Piemonte news, lettera inviata il 19 luglio 1999 alla mailing-list Psic-com:

From: "Comunità Terapeutica Du Parc"
To:
Date: Mon, 19 Jul 1999 17:15:32 +0200
Subject: [PSIC-COM #94] Piemonte news

E' da qualche tempo che avrei voluto scrivere qualche riga sull'esperienza che alcune Comunità Terapeutiche Piemontesi stanno da mesi condividendo come gruppo di lavoro incentrato sui temi della psichiatria residenziale.
Quanto stiamo facendo ci ha fino ad ora permesso di LAVORARE INSIEME, il che non è poco, considerando l'isolamento che ha contraddistinto l'operare delle strutture private (se non altro in Piemonte) nell'ambito della psichiatria, e non è per nulla facile, data la varietà di esperienze, tradizioni, taglio formativo ed operativo che caratterizza ciascuna delle nostre realtà.
Per poterci attivare a 360° abbiamo pensato di suddividerci in 2 gruppi: da un lato i "tecnici" (ovvero psicologi, psichiatri responsabili della parte tecnica e clinica del lavoro), dall'altro i "manager", che nella Comunità si occupano di fattori amministrativi, di rapporti con gli Enti ecc...
L'obiettivo comune che stiamo perseguendo è senz'altro il confronto di metodi ed esperienze di lavoro, ma è anche quello di produrre cultura e linee guida operative sul settore residenzialità, che nella nostra regione è abbastanza "terra di nessuno"e, come tale, in completa balia della burocrazia, di leggi e regolamenti aprioristici che di tutto tengono conto, fuorchè dell'operatività reale e quotidiana di chi fa il lavoro, magari da lungo tempo.
Così ci siamo proposti nell'ambito dell'Assessorato alla Sanità della Regione come gruppo di supporto ai consulenti per la psichiatria, e da allora produciamo per loro documenti che esprimono il nostro "taglio" culturale e operativo, insieme a proposte concrete per elevare qualitativamente il livello della presa in carico psichiatrica in ambito residenziale.
I documenti che fino ad ora abbiamo presentato sono:
1) Relazione descrittiva sugli standard organizzativi ed operativi delle nostre comunità terapeutiche, da allegare nei prossimi indicatori di "requisiti ulteriori" per la definizione degli standard di accreditamento.
2) Definizione dei costi dei trattamenti riabilitativi e relativa proposta di fascia di retta da inserire negli accordi di programma collegati al Piano Sanitario Regionale
3) Convenzione-quadro tra ASL e Comunità Terapeutiche Psichiatriche, che ciascuna delle nostre Comunità già sta proponendo alle proprie ASL di riferimento territoriale.
Con questo lavoro intendiamo proporci come gruppo autorevole, che opera secondo standard qualitativamente elevati e dunque come strutture accreditabili, in quanto in grado di offrire al pubblico un servizio efficiente ed efficace.
Finora il nostro modo di lavorare (tutt'altro che facile, come dicevo poc'anzi), ha dato apprezzabili risultati, non foss'altro che nell'intenzione di lavorare seguendo strategie e linee comportamentali comuni (fatta salva,naturalmente, l'autonomia operativa comunità-specifica), e nell'apertura che ciascuna Comunità dimostra verso le altre in termini di trasparenza operativa e di desiderio di confronto e di lavoro comune.
Sono infatti già partiti incontri e visite più o meno formali tra operatori di diverse Comunità per approfondire tematiche di comune interesse o scambi di opinioni ed esperienze su attività individuali e di gruppo, qualcuno ha indetto anche una giornata di studio su un particolare tipo di attività di gruppo.
In previsione c'è un progetto di lavoro sugli indicatori di qualità nelle Comunità Terapeutiche, nonchè il confronto su un progetto di certificazione ISO 9001 intrapreso da una delle Comunità, e sui percorsi della VRQ, MCQ e EBM.
Per quanto personalmente mi riguarda, trovo questo sistema di lavoro estremamente formativo ed arricchente, sia dal punto di vista culturale, sia da quello operativo-manageriale, dal momento che oggi il lavoro in sinergia si configura come una proposta piena di potenzialità positive, specie se raffrontata all'ormai obsoleta visione della concorrenza.
Oggi la concorrenza non è tra strutture che lavorano (bene), quanto tra la capacità di fornire servizi realmente utili ed eticamente sostenibili e l'arroganza dell'imposizione al cittadino di strutture e sistemi fatiscenti e deontologicamente deprecabili.
Sara Cassin


(2) Anna Ferruta, linee guida e metodo gruppale, lettera inviata il 28 luglio 1999 alla mailing-list Psic-com:

From: ferruta@planet.it (Annamaria Ferruta)
To: psic-com@psichiatria.unige.it
Date: Wed, 28 Jul 1999 08:37:11 +0100
Subject: [PSIC-COM #101] linee guida e metodo gruppale


Cultura comunitaria e linee guida operative
Il contributo di Sara Cassin della Comunità Terapeutica Du Parc mi è sembrato cogliere, con una capacità di concretezza operativa, un problema di fase dello sviluppo e organizzazione attuale delle Comunità Terapeutiche per ospiti psichiatrici:lo strumento offerto per sua natura richiede un modo di organizzazione basato su dialogo, vita comune, esperienze che sollecitino la ripresa di funzionamento psichico personale degli ospiti. La difficoltà è quella di indicare alcuni standard che favoriscano tale dispositivo terapeutico e che siano ripetibili in altre esperienze.
I due gruppi di lavoro (tecnici e amministrativi) che elaborano la loro esperienza e la traducono in indicazioni utilizzabili dagli enti responsabili danno una prima risposta a tale difficoltà di integrare autonomia e duttilità delle strutture comunitarie e modelli di funzionamento efficaci e riproducibili.
Penso che una standardizzazione importante potrebbe riguardare l'indicazione relativa alle riunioni di comunità, équipe, sottogruppi, supervisioni, come aspetti essenziali di una vita comunitaria capace di mettere a disposizone un metodo di lavoro e un'esperienza gruppale, rispetto alla mortificazione psichica prodotta da contatti individuali troppo sopraffacenti (famiglia, ospedale, ecc.).Tali aspetti vanno codificati e ritenuti essenziali ( come in reparto ospedaliero certe pratiche quotidianamente seguite).
Il LAVORARE INSIEME già va in queste direzioni. Si tratta di raccogliere e non disperdere una ricchezza di esperienze già verificate. Il punto è individuare i più utili codici comuni condivisibili: alle soglie della pausa - vacanze la lista può continuare a farlo. Poi si troveranno anche altri mezzi. Un saluto affettuoso a tutti. Anna Ferruta



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