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Evoluzione della mente fra gruppo e cervello:
per un modello evoluzionista della psicoanalisi

di Gian Marco Pauletta d'Anna




Nel secolo scorso l'evoluzionismo darwiniano si è del tutto affermato nella biologia, ma anche, nella seconda metà del secolo, nella antropologia per quanto riguarda la filogenesi delle culture e dei gruppi umani.
Anche nella neurologia le ricerche e gli studi di Edelman ( Edelman G.M. 1987, 1989) hanno avanzato un modello evoluzionista relativamente all'ontogenesi del cervello e al suo sviluppo morfologico e funzionale.
Indubbiamente la mente si basa sul cervello quanto alla sua possibilità di esistenza e di sviluppo e d'altra parte l'individuo umano nasce e cresce nella interazione con gruppi umani.
La mente cioè vive e si sviluppa sulla base del cervello e nelle relazioni, situandosi fra cervello e
gruppo.
Le conoscenze del cervello e del gruppo non possono dunque non essere rilevanti per comprendere le funzioni della mente, che è intermediaria fra biologico e sociale.
Nel genere umano il cervello, la mente e il gruppo costituiscono un sistema complesso neuropsicosociale coeso e interdipendente.


L'evoluzionismo antropologico dei gruppi etnici.

Alla fine dell'800 e all'inizio del ‘900 era prevalsa ed era rimasta una teoria antropologica secondo la quale la storia del genere umano avrebbe seguito un processo lineare di sviluppo da stadi più primitivi e selvaggi a stadi più civili ed evoluti secondo i concetti di civilizzazione e di progresso. Anche Freud abbraccia tale concezione e afferma la nota analogia bambini-nevrotici-primitivi, secondo la quale i nevrotici e i primitivi sarebbero stati entrambi categorie di esseri umani rimasti a stadi infantili di sviluppo, e situa nel processo di socializzazione e di civilizzazione del bambino (teoria della sublimazione) il passaggio e lo spartiacque tra uno sviluppo normale-fisiologico e una permanenza patologica a stadi infantili . Le nevrosi e le perversioni venivano ricondotte alla “refrattarietà” del bambino alla sublimazione e quindi alla permanenza del conflitto interno fra la sessualità infantile “perversa polimorfa” e il super-io, formazione psichica derivata da istanze sociali ( nevrosi) o nel contrasto diretto fra la permanenza delle tendenze infantili e norme dell'ambiente sociale (perversioni).
La teoria del processo lineare dello sviluppo è stata completamente falsificata dalla ricerca antropologica moderna che ha delineato un quadro della storia dell'umanità, ormai assodato nelle sue linee essenziali, del tutto diverso.
L'origine delle culture e dei gruppi etnici si fa risalire al periodo fra i 30.000 e i 12.000 anni fa, alla fine della era geologica del pleistocene e della ultima glaciazione ovvero all'inizio della attuale era (olocene) nella transizione climatica e quindi oro-floro-faunistica del pianeta e nella diffusione di gruppi umani su tutto il globo terrestre.
Nel pleistocene nella zona centro-meridionale della Terra l'ambiente era costitutito da una uniforme prateria, la savana, habitat della megafauna e degli esseri umani del paleolitico, mentre il resto degli emisferi settentrionale e meridionale erano ricoperti di ghiacci. Gli umani svilupparono lentamente e uniformemente delle tecniche di caccia di grandi animali e di raccolta dei frutti selvatici commestibili della terra. I cacciatori-raccoglitori godevano di abbondanti mandrie di mammut, renne, alci giganti, bisonti, che pascolavano trovando a loro volta abbondante nutrimento nella prateria e si mantenevano in equilibrio ecologico con i predatori umani (si parla anche di raccoglitori-raccoglitori in quanto risulta che non solo i vegetali, ma anche la carne fosse raccolta dagli animali che morivano per cause naturali o accidentali, come il precipitare dai dirupi).
Dai reperti scheletrici si ricava che questi nostri antenati godevano di una ricca alimentazione e di soddisfacienti condizioni di vita e di benessere biologico.
In seguito, il graduale mutare del clima implicò la diminuzione delle aree di pascolo e l'aumento delle aree di bosco e il conseguente diminuire della grande fauna erbivora e con proporzione inversa l'intensificarsi della caccia. Gli esseri umani cominciarono a diffondersi dalla zone originarie del centrafrica e del medioriente su tutto il globo, colonizzando varie zone del pianeta con insediamenti di gruppi umani, e contribuendo alla estinzione della megafauna con il suo sterminio, così come in molte parti del pianeta sterminarono molte specie, che altrove poterono essere successivamente allevate (estinzione di bovini, ovini, caprini, equini nelle americhe, per esempio, salvo il lama nel sudamerica e il bisonte nel nord).
La colonizzazione umana delle diverse zone della Terra risale a epoche successive ; per quanto riguarda la nostra specie sapiens sapiens, mentre in Africa e nella Eurasia era già presente 100.000 anni fa, si deve attendere i 40.000 anni fa per la presenza dell'uomo in Australia e in Nuova Guinea, 14.000 anni fa per la presenza dell'uomo nelle americhe e circa 14.000. anni fa e oltre nelle isole della Oceania, della Polinesia e della Nuova Zelanda .
Gli uomini sparsi in raggruppamenti nelle diverse parti del mondo dovettero ingegnarsi alla caccia specifica degli animali rimasti diversamente presenti nei territori e alla raccolta dei frutti forniti da ciascun ambiente e quindi a creare tecniche di coltivazione e allevamento, dove e come fosse possibili, stanti le diverse condizioni climatiche risultanti e i sistemi orografici e floro-faunistici conseguenti. Le origini di forme di agricoltura, che si svilupparono evoluzionisticamente, dapprima accanto alla permanenza di attività di caccia e raccolta, sono datate a circa 10.500 anni fa
( Diamond J. 1997) .
Già 13.000 anni fa, data cui si fa risalire origine delle culture e l'inizio della storia, dopo una lunga preistoria in cui le diverse popolazioni evolvono ciascuna specifiche tecniche di sopravvivenza, le popolazioni sono stanziate in insediamenti con ormai delle specifiche e diversificate culture. Si trovano classificate nell'Ethnographic Atlas di Murdock (Murdock G.P. 1967) ben 1.179 etnie culturalmente differenziate.
L'origine delle culture e la successiva storia ha seguito e segue linee evolutive multilineari, risultando una congettura del tutto infondata quella secondo cui il genere umano si sia evoluto in un'unica linearità progressiva da stadi precedenti a stati più evoluti e civili.
Il moderno evoluzionismo culturale comincia ad affermarsi nella seconda metà del secolo scorso con le opere di White (1949) sulla scienza della cultura e di Steward (1955) sul cambiamento culturale, in cui si pongono le basi per la ricerca ecologico-culturale, che studia le interazioni fra le condizioni ambientali e i fattori culturali che si sviluppano nelle popolazioni.
Le cosiddette tecniche di sopravvivenza, in primo luogo, si pongono in rapporto alle circostanze ambientali del clima, del suolo, delle acque, della flora e della fauna : come risulta intuitivo, le diverse popolazioni elaborano le tecnologie che più si adattano alle specifiche condizioni ambientali in cui si trovano a vivere e parallelamente all'evolversi delle tecnologie di sopravvivenza si formano nelle diverse popolazioni le organizzazioni sociali dei gruppi umani, si diversificano le modalità di vita (nomade o stanziale in differenti tipologie di villaggi), i sistemi di allevamento e di educazione della prole, le strutture dell'accoppiamento e della parentela, le strutture di gerarchia e di potere, le identità degli uomini e delle donne, le credenze, i valori, le norme sociali.
Originano e si formano cioè le culture diversificate intorno all'evolversi delle tecnologie fondamentali attraverso le quali ciascuna popolazione sopravvive fondamentalmente.
Mentre il genoma complessivo della nostra specie (l'insieme di tutti i geni presenti nell'intero genere umano) è rimasto immutato, sia le mutazioni biologiche ossia la diversificazione in razze, sia le grandi mutazioni culturali si sono verificate con processi evoluzionistici e secondo principi selezionistici darwiniani.
Harris, autorevole antropologo americano, ha elaborato la teoria del determinismo storico per spiegare il processo evolutivo delle culture (Harris M., 1977).
A monte del rapporto degli uomini con l'ambiente si pongono, secondo Harris, le costrizioni materiali, cioè gli universali bisogni di sopravvivenza specie specifici e di benessere biologico, che sono naturali e fisiologici nel genere umano, così come sono risultati dalla evoluzione della specie.
Considerando le costrizioni materiali e gli ambienti naturali come variabili indipendenti la teoria di Harris afferma che le culture si siano evolute e tendenzialmente si evolvano come variabili dipendenti nel rapporto probabilistico fra le variabili indipendenti. In altri termini Harris sostiene che le culture siano state l'esito probabilistico del rapporto fra le costrizioni materiali umane e gli ambienti naturali delle popolazioni, nel senso che variabili ambientali simili abbiano dato luogo tendenzialmente a sequenze evolutive culturali simili e le ricerche antropologiche confermano visibilmente questa impostazione.
Già fin qui possiamo richiamare il fatto evidente che il cervello umano e la mente siano stati mediatori fondamentali di questo rapporto biologia umana-ambiente naturale, rendendolo possibile, ma anche immaginare che cervello e mente in qualche modo abbiano dovuto evolversi consensualmente alla evoluzione delle culture in cui si sono trovati inseriti, dandosi luogo, quantomeno, a formae mentis relativizzate ai diversi sistemi culturali.
L'antropologia ha definito “esperimento naturale” una sequenza di eventi accaduti, che può essere utilizzata in alternativa agli impossibili esperimenti di laboratorio per il genere umano. In altri termini, non potendo, per esempio prendere delle popolazioni di esseri umani simili, rinchiuderli come si potrebbe fare con dei topi, in ambienti diversi aspettare qualche generazione e vedere cosa succede, si possono studiare sequenze di eventi accaduti storicamente e utilizzabili come esperimenti naturali.
Un esempio importante di esperimento naturale è riportato da Diamond (Diamond J. 1997, cap.II).
Riguarda la colonizzazione della Polinesia iniziata nel 1.200 a.C. circa e terminata con l'insediamento in ogni lembo di terra abitabile verso il 500-1.000 d.C. .
L'interesse è dovuto al fatto che tale colonizzazione è avvenuta da parte della stessa popolazione proveniente dalla Nuova Guinea, quindi di una stessa stirpe, avente all'origine una stessa lingua e una stessa cultura, e che tale colonizzazione è avvenuta in un tempo relativamente molto breve rispetto alla evoluzione del genere umano.
Dunque la popolazione colonizzatrice può essere considerata una variabile indipendente così possono essere considerabili variabili indipendenti i diversi ambienti naturali delle isole della Polinesia, molti diversi fra loro.
Diamond enuclea alcuni fattori di diversificazione: il clima, la geologia, l'orografia, le risorse marine, l'estensione, l'isolamento .
Il clima polinesiano comprende isole dal clima tropicale e subtropicale, altre a sud dal clima temperato e anche freddo. Anche la geologia è molto variabile: Hawaii ha montagne di tipo alpino, mentre altre isole sono atolli corallini, piattaforme calcaree, isole vulcaniche…
Le precipitazioni vanno dalle maggiori del mondo a scarsissime, con territori da lussureggianti come in Nuova Zelanda ad arididi e secchi. Molte isole hanno fondali marini bassi e pescosi, altre alte scogliere e fondali profondi. Alcune isolo sono piccolissime altre molto estese. Alcune, come le Chatman e l'isola di Pasqua isolatissime per la lontananza dalle altre.
Nei diversi habitat naturali in poche centinaia di anni si sono sviluppate culture del tutto diverse per tecniche di sopravvivenza, strutture sociali e sistemi di vita e di relazione.
Da culture basate sulla pesca a floride culture agricole, da culture semplici ed egualitarie con monotipi di adulti a culture gerarchizzate con tipi di adulti diversificati socialmente e lavorativamente con sistemi di parentela, accoppiamento relazione e allevamento parimenti diversi.
Un esempio specifico è quello dei maori e dei moriori. Entrambe le popolazioni provenivano da una popolazione originaria delle Bismark con un complessa e organizzata società marinara, agricola (con ampie colture e allevamento) e guerriera.
Io moriori provenivano da gruppi che si trasferirono sulle Isole di Chatman, territorio dal clima freddo, che non consentì l'impianto delle tecniche di agricoltura da loro conosciute e che spinse i moriori a intraprendere pratiche di caccia e raccolta (di foche e uccelli marini, di mollusci e di pesci) che non con consentivano surplus alimentari. La società moriori abbandonò la struttura di partenza con le sue diversificazioni in contadini, artigiani, governanti e burocrati, marinai e soldati per addivenire a una piccola società egualitaria, molto coesa, solidale e pacifica .
I maori invece colonizzaro l'Isola del Nord della Nuova Zelanda, impiantando la loro agricoltura che divenendo florida fece accrescere molto la popolazione. Ne risultò una società complessa, con sottogruppi stanziati sul territorio in guerra fra di loro, con diversificazioni sociali analoghe a quelle della popolazione di partenza, una complessa religione con imponenti edifici cerimoniali e una forte organizzazione militare con numerose fortificazioni.
I maori e i moriori, pur provenienti dalla medesima popolazione, persero ogni contatto per centinaia di anni, finchè nel 1835 i marinai di una nave australiana per la caccia delle foche parlarono ai maori delle Chatman e della loro abbondanza di foche e e pesce. 900 marinai-guerrieri maori presero il mare e sbarcarono alle Chatman, si presentarono armati nei villaggi degli inermi moriori e dichiararono che da quel momento sarebbero stati i padroni delle isole e della popolazione. I moriori si riunirono, ma, per quanto numericamente molto superiori, decisero di non combattere e di offrire agli invasori pace, convivenza e spartizione delle risorse: ebbero per tutta risposta l'essere sterminati dai maori tutti, uomini, donne e bambini, senza che la loro attitudine imbelle permettesse loro di opporre resistenza e di salvarsi dalla ferocia dei maori.


L'evoluzionismo del cervello

Gli umani della specie sapiens sapiens, la nostra, che si dispersero migliaia di anni fa nelle varie zone del pianeta dando origine ai diversi gruppi etnici e alle loro diverse culture, avevano un cervello geneticamente predisposto come quello degli uomini di oggi, giacchè anche i geni del genoma umano che predispongono lo sviluppo del cervello non sono stati soggetti a mutazioni genetiche.
Sul finire del secolo scorso Gerald Edelman, medico americano già premio Nobel per l'immunologia passato a condurre ricerche neurologiche dirigendo l'Istituto di Neuroscienze di San Diego (USA), inaugura una complessa teorizzazione, fondata empiricamente, sull'evoluzionismo cerebrale a livello ontogenetico, la quale prosegue e sempre più ottiene dalle ricerche conferme anche da parte di altri gruppi di ricerca neurologica.
Scrive Edelman nella Prefazione al suo libro Darwinismo Neuronale : “ La teoria che intendo proporre …… è stata formulata nell'ambito di una concezione rigorosamente selezionista, dove si incontrano sviluppo ed evoluzione del cervello da un lato, e struttura e funzione dall'altro. In questa teoria il pensiero popolazionistico, principio teorico centrale di tutta la biologia, viene applicato al cervello visto nell'arco della sua esistenza. La teoria stessa sostiene che, se desideriamo comprendere adeguatamente le funzioni cerebrali superiori dobbiamo prima analizzare quei fattori di sviluppo che influiscono sull'evoluzione e da cui scaturiscono la variazione nella struttura e nella funzione del cervello. Infatti ritengo che il principio all'origine del comportamento sia la selezione di nuove popolazioni neuronali diverse per funzionalità, originate proprio da questa variazione durante lo sviluppo dell'individuo. “ ( Edelman G.M. 1987, p. XVI ).
Edelman applica al cervello i principi selettivi su cui si basa l'evoluzione: possibilità di variabilità presenti nella popolazione, il rapporto non preprogrammato con l'ambiente in cui la popolazione vive, possibilità di amplificazione differenziale delle forme di risposta all'ambiente.
Vengono decisamente confutate le tesi istruzionistiche secondo le quali il cervello possiederebbe aprioristicamente dei codici, secondo i quali categorizzare il mondo e viceversa vengono studiati e ricercati i meccanismi specifici con cui il cervello si adatta selettivamente all'ambiente.
Questi meccanismi specifici sono individuati in tre grossi capitoli: la selezione durante lo sviluppo embrionale, la selezione durante l'esperienza, la segnalazione rientrante .
Nell'insieme si compone “la teoria dei gruppi neuronali”, che si basa appunto sui meccanismi morfologici e funzionali con cui il cervello passa dai geni alla forma e alle funzioni e quindi mantiene l'adattamento selettivo.
Durante lo sviluppo epigenetico mediante processi di divisione, adesione, migrazione, crescita assonica e morte cellulare si creano repertori primari, costituiti da gruppi neuronali e da circuiti variabili.
I gruppi neuronali sono composti da decine, centinaia o migliaia di neuroni molto interconnessi tendenti a ricevere ed emettere segnali correlati, rispondendo con modalità cooperative
Gruppi neuronali diversi hanno connessioni morfologiche e funzionali diverse, talchè diversi gruppi si selezionano con la propensione a svolgere funzioni diverse in relazione a diversi segnali.
Il genoma controlla a grandi linee le strutture neuroanatomiche e l'organizzazione funzionale, che sono infatti simili anche fra individui, ma non controlla specificamente la morfogenesi e l'organizzazione dei circuiti nervosi, che si sviluppano attraverso regolazioni morfologiche e molecolari (neurorasmettitori) che posseggono possibilità di variabilità in rapporto alle condizioni contestuali momentanee in cui avvengono. Cosicché persino nei gemeli omozigoti il sistema nervoso risulta alla nascita non identico.
Formatisi i repertori primari, alla nascita inizia la fase esperienziale del mondo .
La selezione dei gruppi neuronali già avvenuta implica che gli stimoli provenienti dal mondo esperienziale interessino più dei gruppi neuronali che non altri, i più predisposti a rispondere a determinati stimoli.
La selezione, ovvero il progressivo ulteriore differenziarsi attraverso modalità di amplificazione, avviene attraverso il processo di plasticità sinaptica a livello della popolazione delle sinapsi, delle quali alcune si rinforzano mentre altre si indeboliscono.
Attraverso questo modificarsi e adattarsi della morfologia e delle funzioni sinaptiche si costituiscono i repertori secondari dei gruppi neuronali in epoca post-natale.
In questo processo di costituzione di repertori secondari si creano mappe di gruppi neuronali che si selezionano a rispondere a particolari input esterni; mappe neuronali diverse rispondono a percezioni sensoriali diverse o a modalità particolari delle medesime percezioni; per esempio la percezione visiva interessa molte mappe neuronali, ciascuna delle quali tendenzialmente risponde a specifici sottomodalità di percezione visiva.
La coordinazione fra gruppi neuronali e mappe neuronali avviene attraverso la funzione della segnalazione rientrante o rientro, che Edelman definisce come “la segnalazione parallela, bidirezionale e ricorsiva tra gruppi neuronali tramite connessioni anatomiche organizzate”.
Edelman ritiene che la funzione di rientro sia alla base della proprietà fondamentale del cervello di coordinare e integrare le operazioni di aree cerebrali funzionalmente segregate.
Si fa l'esempio della visione, che si attua nella corteccia visiva, la quale sia è suddivisa in molte aree e sottoaree funzionalmente segregate, ciascuna delle quali è specializzata a ricevere imput diversi (che daranno luogo a registrazioni percettive delle diverse caratteristiche degli oggetti: forma, profondità, colore, movimento..ecc.), sia è interconnessa con altre aree e capace di ricevere anche imput di attributi diversi da quelli della propria specializzazione.
La funzione di rientro comprende la trasmissione di imput fra aree diverse in tempo reale, contemporaneamente alla ricezione di imput da parte di ciascuna area.
In questo modo la categorizzazione percettiva di ogni imput è correlata a categorizazioni percettive di altri imput in una sequenza temporale continua di categorizzazioni percettive e di rientri fra gruppi neuronali, talchè si possa formare la rappresentazione spazio-temporale degli oggetti.
In questo contesto la memoria è definita non come un deposito di dati categorizzati, ma come una ricategorizzazione originata dal processo di rientro fra rappresentazioni in tempi successivi di percezione.
Nella memoria, come processo dinamico di raffronto fra immagini delle cose recepite e raffrontate in tempi diversi risiede anche, secondo Edelman, la funzione di far emergere funzioni associative costruttive di nuove immagini e cioè della funzione immaginativa.
Nel libro Il presente ricordato (Edelman G.M. 1989) l'autore si propone di formulare una teoria neurologica della coscienza basata sulla teoria dei gruppi neuronali.
A livello delle parti più antiche del cervello sono individuati quelli che vengono chiamati sistemi di valore e che consistono in gruppi neuronali capaci di emettere segnali enterocettivi sulla base di stimoli appettitivi, edonici e di difesa specie-specifici, selezionatisi filogeneticamente e geneticamente determinati.
Tali segnali stimolati si propagano al sistema nervoso e diventano segnali globali, rilevanti per tutto l'organismo.
I sistemi di valore interagiscono con i segnali esterocettivi e contribuiscono a rinforzare gli eventi selettivi locali di plasticità sinaptica. Attraverso questo processo di raffronto esperienziale fra sistema innato di valori ed eventi si vengono a creare sistemi di valore acquisiti, risultanti da classi di rappresentazioni di eventi esperienziali correlati ai sistemi di valore innati.
Edelman avanza un modello neurologicamente fondato delle condizioni sufficienti all'apparire della coscienza e fondativi della coscienza “primaria”.
Precondizioni alla base della coscienza sono:
l'evoluzione di interazioni rientranti fra sistemi di formazione dei concetti (che a loro volta si sono formati dalla connesione di sistemi percettivi e immaginativi ) e i sistemi di valori;
una particolare evoluzione della memoria di ricategorizzazione che metta “in correlazione le interazioni continue fra segnali esterocettivi categorizzati e segnali enterocettivi che riflettono bisogni omeostatici”;
terza componente di “ importanza critica “ per le condizioni sufficienti, un sistema di speciali circuiti di segnalazione rientrante fra la memoria che media valori e categorizzazioni avvenute e le mappature esterocettive che continuamente categorizzano gli imput prima che questi possano entrare nella memoria
Dice qui Edelman: “ Quest'interazione rientrante fra una forma speciale di memoria con forti componenti concettuali e un flusso di categorizzazioni percettuali genererebbe una coscienza primaria. Fenomenicamente questa funzione apparirebbe come una “immagine” di eventi continui categorizzati ovvero come una immagine mentale . ……. In altri termini, la coscienza è un risultato di una memoria ricorsivamente comparativa in cui precedenti categorizzazioni di sé e di non sé vengono riferite continuamente a categorizzazioni percettive in corso e alla loro successione a breve termine, prima che tali categorizzazioni siano diventatte parti di tale memoria” (Edelman G.M. 1989, pp:.191-92).
Si può dire che questa coscienza primaria sorge come presente continuamente una immagine dell'immagine o come metaforizza Edelman come un presente continuamente ricordato


Evoluzione della mente fra cervello e gruppo

Dopo questa esposizione, forse un po' lunga, ma necessaria data la non sufficiente diffusione della conoscenza degli argomenti esposti, si possono notare alcune cose.
La teoria di Edelman sul cervello, basata su rigorosi modelli evoluzionistici si coniuga perfettamente con le teorie antropologiche delle origini e dello sviluppo delle culture dei gruppi etnici, anch'esse basate su un modello evoluzionistico.
La nostra specie si è basata su questo cervello così poco ortogeneticamente determinato, che sviluppa variabilità morfologico anatomica e funzionale nella interazione con l'ambiente, per adattarsi selettivamente alle diverse condizioni di vita che nel pianeta si sono determinate nelle diverse zone di insediamento nel passaggio dal pleistocene all'olocene.
E' evidente che un cervello istruzionisticamente molto determinato, come quello di altri animali e anche di altri ominidi, non avrebbe consentito l'evolversi di modalità di vita così differenziate dei diversi gruppi umani.
Edelman nella continuità della sua spiegazione dello sviluppo ontogenetico del cervello inserisce la comparsa della mente cosciente che, pur costituendo un salto di qualità nella evoluzione post-natale del cervello, risulta in totale accordo con le leggi della fisica e della biologia cerebrali, senza che si debbano postulare inserimenti divini, né postulare una essenziale non differenza qualitativa fra processi cerebrali e mentali.
L'aspetto evoluzionistico topobiologico del cervello, cioè i suoi livelli di non dipendenza genetica bensì la sua dipendenza morfologica e funzionale fenotipiche dal rapporto con l'ambiente, e in particolare l'aspetto fondazionale della mente cosciente nel rapporto fra categorizzazioni di sé e categorizzazioni eterocettive (dove è evidente l'analogia con il concetto psicoanalitico di rappresentazione) pone le possibili basi per poter pensare alla mente come qualcosa che, ad un certo punto della evoluzione (nell'ontogenesi, ma prima certo nella filogenesi) il cervello rende possibile, ma di una qualità speciale, come qualcosa che si può costituire come attività intermediaria fra cervello e ambiente.
Edelman evidenzia che simultaneamente al formarsi della coscienza primaria si evolsero, nella filogenesi, delle regioni corticali capaci di categorizzare le mappature del cervello, cioè di categorizzare categorizzazioni (regioni frontali, temporali e parietali della corteccia). In tali regioni nell'ontognesi divengono possibili ricategorizzazioni e generalizzazioni, come ricombinazioni di categorie, e, sulla base di tali possibilità si formano le categorizzazioni concettuali e mnemoniche.
Concetti e memoria permettono la formazione di modelli del mondo la cui “sintassi” è derivata dalle logiche dei rapporti del mondo fisico e, dice Edelman, “con l'evoluzione negli ominidi dl canale vocale, dello spazio sopralaringeo e delle aree di Broca e di Wernicke nel cervello, emerse un mezzo per la categorizzazione simbolica “, che sorge dal coordinamento di sistemi fonologici lessicali a sistemi concettuali con la produzione di un salto di qualità semantico: “l'intero sistema del linguaggio si evolse - afferma Edelman - attraverso un apprendimento affettivo e di osservazione in una scena sociale” (Edelman G.M. 1989, p.293).
Dunque il quadro complessivo neuro-psico-sociale risulta quello dei rapporti fra cervello e ambiente sociale e di un ambiente sociale in rapporto con un ambiente naturale, con la mente che si situa in posizione intermediaria e che si sviluppa poggiando sulle potenzialità evoluzionistiche del cervello in evoluzione interattiva con le relazioni dell'ambiente umano in cui vive.
Anche per il linguaggio Edelman ritiene che non vi sia alcuna necessità di presupporre una programmazione genetica, ma che anche questa acquisizione si spieghi evolutivamente a livello epigenetico. L'universalità presente nel linguaggio, al di là delle differenze delle lingue, si spiega a livello delle condizioni vincolanti e cioè dei rapporti esistenti in natura fra gli oggetti del mondo, categorizzati percettivamente e concettualmente, mentre “significato e riferimento sono entrambi relativi e normativi e, in generale, nessun significato può essere incorporato in un organismo in evoluzione” (Edelman G.M. 1989, p. 294).
Sia a livello della origine della coscienza, sia ai livelli di coscienza di ordine superiore (simbolismo e linguaggio) non vi è dunque alcuna necessità di presupporre un “homunculus”, cioè una sorta di demiurgo presente alla base delle attività mentali il quale sia programmatore dell'esperienza. Nessun programma determina il comportamento, anche se i fenotipi sono vincolati dalle “costrizioni” filo e ontogenetiche universali.
Il relativismo ontologico nello sviluppo della coscienza, fondato sulla percezione degli oggetti storicamente determinata e quindi sulla acquisizione del linguaggio e dei significati, determina le differenti mentalizzazioni individuali (diverse mentalità e personalità), ciascuna delle quali ha caratteristiche storiche, mutevoli, parziali e irrazionali. Proprio gli aspetti irrazionali sono, secondo Edelman, il risultato del relativismo ontologico e del fatto che la coscienza si evolve non dipendendo da programmi consoni alle leggi della natura.
Edelman ritiene che, pur non potendo i processi mentali variare in assenza di variazione di processi cerebrali, le proprietà mentali non siano identiche alle proprietà cerebrali, né le leggi che regolano i processi mentali siano le stesse che regolano i processi cerebrali, né a queste riducibili.
Come nell'evoluzione filogenetica e ontogenetica gli stati cerebrali hanno preceduto gli stati coscienti, così la mente segue temporalmente i processi cerebrali, ma la sua emergenza non è equiparabile alla biologia che la rende possibile.
Nella teoria evolutiva cerebro-mentale si evidenzia che a livello filogenetico e ontogenetico vi sia un periodo di sviluppo cerebrale e di interazione con l'ambiente in epoca epigenetica e perinatale in assenza di mentalizzazione. In tale periodo precedente il salto qualitativo della coscienza dunque il rapporto con l'ambiente avviene a livello del sistema nervoso centrale, a livelli del tutto inconsci e anche dopo l'emergere della coscienza coesistono processi di qualità cerebrale e processi di qualità mentale che nella successiva evoluzione procedono in parallelo.
In questo contesto la mente, per quanto si evolva a livelli di funzioni superiori, rimane pur sempre un fenomeno emergente da paralleli processi cerebrali, che permangono fuori della coscienza stessa: la mente assume, per così dire, coscienza di rappresentazioni di sé e del mondo e le concettualizza, ma non ha coscienza dei processi cerebrali da cui essa stessa emerge e da cui emergono le sue rappresentazioni.
La psicologia e la psicoanalisi sono esse stesse uno sviluppo evolutivo della coscienza dei fenomeni mentali, subentrato ad un certo punto della evoluzione nel nostro gruppo etnico, e la psicoanalisi ha individuato, dimostrato e cominciato a studiare l'esistenza di epifenomeni fuori dalla portata della coscienza, ma agenti sui fenomeni mentali coscienti e sul comportamento, ovvero di epifenomeni inconsci. La psicoanalisi cerca di interpretare questi epifenomeni, che certo corrispondono a processi cerebrali, rappresentandoli secondo i modelli della coscienza stessa.
Il concetto psicoanalitico di transfert è fondamentale a questo proposito.
Il concetto di transfert implica che nei soggetti persistano modelli di percezione, pensiero e comportamento e relativi vissuti emotivo-affettivi di passati rapporti con oggetti del mondo e che tali modelli si riattivino, inconsciamente, stimolati dalle relazione del presente. Forte è l'analogia fra il concetto psicologico di transfert e il concetto neurologico di presente ricordato sostenuto da Edelman. Il transfert è sempre inconscio in quanto tale potendo però influenzare percezioni, pensieri, vissuti affettivi e comportamenti nel processo di ricategorizazione del presente.
Il concetto di transfert e le sue interpretazioni sembrano essere una rappresentazione in termini psicologici di attività cerebrali, così come peraltro l'attività cerebrale tende a “rappresentare biologicamente” le relazioni con il mondo attraverso la segnalazione neuronale rientrante.
Ovvero una volta che i soggetti abbiano raggiunto un livello di coscienza psicoanalitico possono riuscire a rappresentarsi le attività cerebrali inconsce rappresentandole psicologicamente.
Nel suo interessante libro Le origini e la costruzione della mente Imbasciati sostiene che possa rientrare nel mentale tutto quando sia originariamente derivato a livello cerebrale da relazioni con il mondo, compresa la relazione epigenetica e fetale, e che possa sempre poi influenzare le ricategorizzazioni del presente (Imbasciati A. 1998)
La teoria evoluzionistica di Edelman dimostra che il cervello, persino nella sua morfologia oltrechè nelle sue funzioni, si modifica ovvero si altera nel rapporto con il mondo, quando è evidente che il mondo nell'ontogenesi è un mondo popolato da altri esseri umani, la madre per prima, i quali hanno prima del neonato acquisito una mentalizzazione ai livelli superiori. Dunque il neonato interagisce nello sviluppo interagisce con stimoli mediati dalla mente degli esseri umani con cui ha contatto, primariamente con stimoli mediati dalla mente della madre quindi dalle menti del gruppo famigliare, poi dei gruppi sociali.
Quindi se è vero che il cervello si evolve e si modifica nelle relazioni, è vero anche che la relazione con attività e prodotti mentali della madre primariamente e degli adulti del suo mondo giocano un ruolo fondamentale nell'evoluzione ontogenetica, sia nel periodo in cui si formano i repertori primari neuronali, sia nel periodo dei repertori secondari, sia nella mentalizzazione e nel perdurante funzionamento del cervello e della mente.
In altri termini all'inizio l'attività mentale altrui risulta ambiente fondazionale e poi sempre importante per l'evoluzione morfologica e funzionale del cervello e della mente, con i suoi sistemi processuali linguistici e ideologici.
D'altra parte l'antropologia dei gruppi mostra una evoluzione dei gruppi etnici molto diversa, con modalità di allevamento e sviluppo del bambino molto differenziate da cui derivano fenotipi di mentalità e di personalità molto diversi negli adulti.
Già dagli anni ‘20 e ‘30 del secolo corso alcuni antropologi e psicoanalisti-antropologi hanno mostrato, attraverso interessanti ricerche sul campo, la non universalità dello sviluppo umano e viceversa grosse differenze di sviluppo nelle diverse culture . Sono note le confutazioni di Malinovsky della universalità della configurazione edipica (Malinovsky B.1920)e le ricerche della Mead sulle diverse evoluzioni sessuali nella adolescenza (Mead M. 1935), le ricerche di Roheim sui sistemi di allevamento in diverse culture americane e australiane (Roheim G. 1932, 1950), le ricerche di Erikson sulle popolazioni pellerossa del nordamerica (Erikson E. 1963). Purtroppo questi studi sono stati ostracizzati da Freud prima e sottovalutati dalla psicoanalisi “ufficiale” poi, giacchè il modello freudiano di sviluppo, che si è poi imposto nella psicoanalisi, tendeva e riflettere un modello medico di sviluppo lineare fisiologico, universale e astorico fondato su congetture antropologiche infondate (come sopradetto) e su ipotesi di indimostrata dipendenza dello sviluppo da funzioni cerebrali entro una altrettanto infondata concezione lamarckiana.
Il modello di sviluppo psicoanalitico freudiano verteva su una epistemologia organicistica della mente distinguendo uno sviluppo normale-fisiologico da sviluppi psicopatologici e di questa concezione la psicoanalisi risulta ancor oggi impregnata.
Anche la psicoanalisi dei fenomeni sociali da Freud e da altri psicoanalisti ha seguito questo modello con la nota affermazione della inevitabilità della guerra, per esempio, come esito di una supposta natura umana e con la distinzione fra società sane e società malate.
La ricerca antropologica ha dimostrato invece la multilinearità degli sviluppi e la loro relatività ambientale e storica secondo un modello evoluzionista. La guerra si è dimostrata un fenomeno sociale presente solo in alcune popolazioni, niente affatto naturale bensì culturale, come dimostra anche il succitato esperimento naturale dei maori e dei moriori, e la mentalità bellicosa risulta inerente a una particolare evoluzione del complesso di superiorità maschile nelle società in la guerra è praticata (Harris M. 1997, Pauletta d'Anna G.M. 1996). Il cannibalismo peraltro, sempre ad esempio, si è dimostrato non essere uno stadio primitivo nello sviluppo filogenenetico, come Freud riteneva, ma una “tecnica di sopravvivenza”, che si è sviluppata evoluzionisticamente in alcuni gruppi etnici, come anche gli Aztechi, i maori e gli aborigeni centroaustraliani.
Lo sviluppo ontogenetico della mentalità (intesa come l'insieme specifico delle morfologie, delle funzioni e dei processi mentali psicodinamici) è contestualizzato e relativizzato al rapporto con l'ambiente umano specifico (culturalmente determinato e storicizzato) in cui avviene la mentalizzazione e la mente vive, sulla base di un cervello che segue un modello di sviluppo evoluzionistico .
I sistemi di valore cerebrali riscontrati da Edelman, corrispondenti alle costrizioni materiali umane evidenziate da Harris, paiono, alla luce della più avanzata ricerca neurologica e antropologica, le uniche basi comuni dei soggetti umani, mentre gli sviluppi cerebrali e gruppali appaiono soggetti ad una evoluzione storicizzata, cioè ad uno sviluppo selezionistico e aperto, non istruito e non programmato geneticamente.
La mentalizzazione, come processo costituzionale della mente, e la mentalità, come insieme delle strutture e dei processi mentali risultanti, non possono prescindere dall'inserirsi fra cervello e gruppo e dal seguire linee evoluzionistiche nell'ontogenesi.
La psicoanalisi dei fenomeni mentali e delle dinamiche inconsce deve liberarsi dai contenuti ideologici derivati da una concezione infondata dello sviluppo e dalla ideologizzazione che distingue processi normali e patologici e fondare modelli evoluzionisti di sviluppo mentale relativizzati alla società e alla storia.
Le grandi variazioni culturali che il mondo sta attraversando, con la incessante innovazione tecnologica di questa epoca e con il conseguente processo della globalizzazione, che mette in rapporto rapido gruppi etnici già millenariamente segregati, stanno portando a rilevanti modificazioni delle forme di vita sociale, dei sistemi di valore acquisiti, delle relazioni di parentela, dei sistemi di allevamento e di educazione. Il cambiamento culturale nel suo complesso, attraverso processi evoluzionistici, determina un progressivo cambiamento delle mentalità, delle identità e delle personalità degli individui in funzione delle diverse possibilità offerte dal mondo moderno e delle diverse necessità adattative.
Il problema fondamentale dell'essere umano non è cambiato dalle origini, la sopravvivenza e il benessere rimangono obietttivi specie-specifici, ma sono cambiate e cambiano le condizioni entro le quali la vita si svolge con possibilità e limiti diversi. La società industriale e quella, come si dice oggi, postindustriale e informatica, sono ambienti ben diversi dal deserto centroaustraliano. Ma il cervello umano e la sua mente rimangono i mezzi attraverso i quali l'animale umano interagisce con l'ambiente e cerca la sua sopravvivenza e il suo maggior possibile benessere nei gruppi in cui vive.
La ricerca neurologica sta dimostrando che il cervello si sviluppa con modalità evoluzionistiche aperte, non preprogrammate, la ricerca etnocomparativa può mostrare, con un vasto “esperimento naturale”, che le mentalità che l'essere umano può sviluppare sono variegate e molteplici e che la loro funzionalità è in rapporto all'ambiente in cui si vive.La ricerca antropologica mostra altresì che nelle società più semplici, che hanno un rapporto maggiormente omeostatico con il loro ambiente, la normatività è molto forte, quasi assoluta, mentre la normatività si attenua nelle società che cambiano. Sicuramente non c'è mai stata nella storia dell'umanità una società in così grande e rapido mutamento come è oggi la nostra: in questo cambiamento risiede probabilmente la grande varietà randomiana delle possibilità di sviluppo individuali e la possibilità che i soggetti che non hanno sviluppato, per ragioni storico- personali, sufficienti capacità mentali adattative usufruiscono della consulenza dello psicoanalista.
Ma quale è il modello teorico e clinico della psicoanalisi?
Scriveva Harris : “Dal punto di vista privilegiato degli scienziati vittoriani, l'evoluzione appariva come una scalata ad una montagna, dall'alto della quale i popoli civilizzati potevano guardare alla varie epoche di schiavitù e di barbarie, che le culture “inferiori” dovevano ancora attraversare” (Harris M. 1977, p.9). Molta parte della psicoanalisi è stata influenzata da questa idelogia vittoriana immaginando lo sviluppo psichico anche esso come una montagna da scalare e dal cui vertice, in cui magari lo psicoanalista immaginava sedersi, vedere primitività, difformità e devianze di sviluppo e di socializzazione.
In una visione evoluzionistica invece si tratta di comprendere in quale interazione con le variabili psicologico-sociali gli sviluppi si compiano - giacchè come per il vecchio dilemma lamarckismo-darwinismo, anche sul versante neuro-psicologico le variabili ambientali si dimostra abbiano il maggior peso - e lo psicoanalista può essere un consulente per l'evoluzione della mente, piuttosto che un medico dell'anima, fattore evoluzionistico per migliori evoluzioni attraverso ricategorizzazzioni e nuove categorizzazioni dell'esperienza.


Riferimenti bibliografici

DIAMOND J. 1997, Armi, acciaio e malattie, Einaudi, Torino, 1998
EDELMAN G.M. 1987, Darwinismo neuronale, Einaudi, Torino, 1995
EDELMAN G.M. 1989, Il presente ricordato, Rizzoli, Milano, 1991
ERIKSON E. 1963, Infanzia e società, Armando, Roma, 1968
IMBASCIATI A. 1998, Nascita e costruzione della mente, Utet, Torino
HARRIS M. 1977, Cannibali e re: le origini delle culture, Feltrinelli, Milano 1979
MALINOWSKI B. 1920, Sesso e repressione sessuale tra i selvaggi, Boringhieri, Torino 1978
MEAD M. 1935, Sesso e temperamento in tre società primitive, Il Saggiatore, Milano, 1967
MURDOCK G. 1967, Ethnographic Atlas, University of Pittsburg Press, Pittsburg
PAULETTA d'ANNA G.M. 1996, “Perché la guerra? Attuali teorie antropologiche e considerazioni psicoanalitiche”, in Sulla Relazione e sul gruppo, Il Segnalibro Ed., Torino
ROHEIM G. 1932, Origine e funzione della cultura, Feltrinelli, Milano, 1972
ROHEIM G. 1950, Psicoanalisi e antropologia, Rizzoli, Milano, 1974
STEWARD J. 1955, Theory of Culture Change, University of Illinois, Urbana
WHITE L. 1949, La scienza della cultura, Sansoni, Firenze, 1969


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