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La scrittura del sť: conversazione con Luciana Mignola

Maurizio Mottola



Si è svolto sabato 27 febbraio 2010 a Napoli, a Nea Zetesis Istituto di Psicologia Umanistica Esistenziale e Transpersonale, nell’ambito del Corso in Tanatologia Psicologia del vivere e del morire, il seminario La scrittura del Sé, condotto da Luciana Mignola, esperta di scrittura autobiografica, alla quale abbiamo posto alcune domande.

Di cosa tratta il seminario 'La scrittura del sé' ? Scrive Oliver Sacks in L’uomo che scambiò sua moglie per un cappello: “Ognuno di noi ha una storia del proprio vissuto, un racconto interiore, la cui continuità, il cui senso, è la nostra vita. Si potrebbe dire che ognuno di noi costruisce e vive un racconto, e che questo racconto è noi stessi, la nostra identità". Scrivere di sé è una pratica antica, che risponde al bisogno dell’uomo di fissare la propria esperienza non solo nel tentativo di accettare la precarietà della sua vita, ma anche di riflettere su di essa, comprenderne il senso e spesso sciogliere o chiarire nodi problematici del proprio esistere. Chiunque abbia provato a tenere un diario, magari in un momento particolare della propria esistenza, ha sperimentato un sentimento di quiete e nello stesso tempo di stupore, in relazione alla messa a fuoco di passaggi cruciali prima confusi, che grazie alla scrittura trovano un ordine interiore ed un senso. I passaggi fondamentali dell’autonarrazione sono tre: retrospezione, cioè il recupero dei ricordi del passato mediante l’attivazione della memoria a lungo termine; introspezione, ovvero la meditazione di sé come capacità per la comprensione dei propri vissuti; risignificazione, intesa come l’attribuzione di senso agli eventi personali. La scrittura autobiografica, come sostiene Duccio Demetrio, autore di molte riflessioni sul tema e fondatore della Libera Università di Anghiari, offre un duplice livello di riflessione: da un lato, costringe il narratore ad attuare un processo di rielaborazione necessario a trasformare in forma scritta le proprie riflessioni (lo sforzo di trascrizione rende maggiore e più acuta la capacità di analisi interiore e la consapevolezza di sé); dall’altro facilita, attraverso la lettura, un ulteriore approfondimento. Dunque il seminario è una forma d’iniziazione all’autonarrazione, fondato sulla “costruzione di significato” e sull’attribuzione di senso alle proprie esperienze, arricchito dalla condivisione delle esperienze di scrittura individuale nel gruppo. Nello specifico del Master in Tanatologia, le riflessioni e quindi le scritture realizzate offrono la possibilità di fissare la propria visione del mondo nel “qui ed ora” per andare nel “lì ed allora”, per affrontare le perdite più dolorose, come la fine di un amore o di un’amicizia, o quelle più estreme come la morte di persone care. In che cosa consistono i gruppi di auto mutuo aiuto? Definire cosa sono i gruppi di auto-mutuo-aiuto, non è semplice: sotto questa etichetta si raccolgono esperienze e metodologie differenti. La loro natura spontanea li rende soggetti a continui cambiamenti. Sembra chiaro, però, che il mutuo aiuto può solo iniziare dall’auto-aiuto! Il discorso si complica ancor più se i gruppi sono sorti per iniziativa di operatori di servizi pubblici, o se nel gruppo esiste un conduttore o un facilitatore, per i quali alcuni autori preferiscono la dicitura “gruppi di sostegno”. Tali gruppi possono essere definiti come reti sociali artificiali, reti, cioè, che si creano deliberatamente per produrre aiuto/sostegno sociale e psicologico in strutture di piccolo gruppo a base volontaria, costituiti -di solito- da pari che vivono lo stesso problema. La nascita ufficiale si fa risalire al 1935, anno di fondazione degli ”alcolisti anonimi”. E’ bene chiarire che questi gruppi non sono forme di trattamento che abbisognano di professionisti specializzati; si configurano, invece, come contesti di cura e di costruzione di una filosofia dell’uomo e dell’azione sociale, attraverso una visione olistica e rivoluzionaria dell’individuo: il passaggio da soggetto bisognoso ed incapace a soggetto capace e fornitore di aiuto per se stesso e per gli altri. Come definirebbe la cultura dell’accompagnamento alla morte? Un grande storico e tanatologo francese, Philippe Ariès, così scrive: ”Una maniera del tutto nuova di morire è comparsa nel corso del secolo ventesimo in alcune fra le regioni più industrializzate, più urbanizzate, più tecnicamente avanzate del mondo occidentale e - senza dubbio - siamo ancora agli inizi. Due tratti saltano agli occhi del meno attento degli osservatori: la sua novità, certo, il suo contrasto con ciò che era prima, di cui costituisce l’immagine rovesciata, il negativo: la società ha espulso la morte, eccetto quella degli uomini di Stato. Niente più nella città avverte che qualcosa è accaduto: il vecchio carro funebre, nero e argento, è diventato una banale automobile grigia che si perde nel flusso della circolazione. La società non segna nessuna pausa: la scomparsa di un individuo non intacca più la sua continuità. In città tutto si svolge come se nessuno più morisse (…) Una volta c’erano codici per tutte le occasioni in cui si dovevano manifestare agli altri dei sentimenti in genere inespressi, per far la corte, per mettere al mondo, per morire, per consolare la gente in lutto. Questi codici non esistono più. Sono spariti alla fine dell’ottocento e nel corso del novecento. Allora i sentimenti che vogliono esprimersi uscendo dall’usuale o non ne trovano il mezzo, sono repressi, o irrompono con violenza insopportabile senza più nulla che possa incanalarli. Nel secondo caso compromettono l’ordine e la sicurezza necessarie all’attività quotidiana. Conviene dunque reprimerli”. Oggi è questa la cultura dominante rispetto all’accompagnamento alla morte ed alla morte stessa. In questo deserto, il deserto del lutto, come lo definisce Francesco Campione nel suo libro “Il deserto e la speranza”, esistono per fortuna e si stanno faticosamente diffondendo esperienze significative, in cui medici, psicoterapeuti, infermieri, volontari sperimentano strade diverse per riconsegnare alla morte un ruolo significativo all’interno del ciclo della vita. Il Corso in Tanatologia proposto dalla Nea Zetesis ne è un concreto esempio: non posso aiutare nessuno in un’esperienza così difficile, unica e radicale, se non tento di occuparmene a partire da me stesso. E’ un esercizio doloroso e complesso per imparare, come mi piace dire, ad “abitare la distanza” ed accettarla.


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