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Psichiatria - Documenti



In ricordo di Sergio Piro

Maurizio Mottola


Ripubblicato su Psychomedia da "Agenzia Radicale"


Sergio Piro (9/9/1927 - 7/1/2009) è deceduto all'età di oltre 81 anni: si laureò in Medicina e Chirurgia nel 1951 a Napoli, dopo essere stato studente interno dell'Istituto di Psicologia dal 1946 al 1951. Fu medico volontario alla Clinica delle Malattie Nervose e Mentali dell'Università degli Studi di Napoli dal 1951 al 1959. Conseguì la specializzazione in neuropsichiatria a Cagliari nel 1956 con una tesi su Semantica del linguaggio schizofrenico.
Dal giugno del 1959 al febbraio del 1969 è stato Direttore dell'Ospedale Psichiatrico Materdomini di Nocera Superiore, dove iniziò un esperimento di psichiatria alternativa e che divenne una comunità terapeutica, la seconda in Italia dopo quella di Basaglia a Gorizia. stato membro della Segreteria nazionale di Psichiatria Democratica dal 1976 al 1981 e poi del Coordinamento Nazionale. stato Direttore dell'Ospedale Psichiatrico Leonardo Bianchi di Napoli (III Unità) dal giugno 1974 al 1975 e Direttore dell'Ospedale Psichiatrico Frullone di Napoli, funzione che assunse nel dicembre del 1975. stato a lungo anche Direttore del Centro Ricerche sulla psichiatria e le scienze umane dal 1980.
Ho conosciuto Sergio Piro trentaquattro anni fa, allorquando giovane laureando dopo averlo ascoltato con interesse ad una conferenza in cui criticava la legislazione manicomiale allora in vigore, proposi al congresso del Partito Radicale del novembre 1975 a Firenze l'iniziativa di raccogliere le firme per un referendum abrogativo della legge manicomiale del 1904 e del relativo regolamento manicomiale del 1909. Incredibilmente per me quella proposta fu accettata ed inclusa nel pacchetto di otto richieste referendarie. Raccolte le previste firme ed espletatesi le successive procedure, il Presidente della Repubblica indisse le votazioni nella domenica del 11 giugno 1978: il 13 maggio 1978 fu approvata la legge 180 di riforma psichiatrica e quel referendum non si tenne.
Fu presente su invito mio e del collega Felice Zoena il 15 maggio 2003 al convegno Venticinque anni di Riforma Psichiatrica: convergenze e divergenze , organizzato dall'Associazione Psichiatri e Psicoterapeuti Dipartimentali e dall'Istituto Internazionale di Studi Psicologici e Psicopatologici e svoltosi presso l'Auditorium dell'Ordine dei Medici di Napoli.
In tale occasione ribadii che l'approvazione della legge 180 evitò il referendum - promosso dal Partito Radicale -, però evitò anche l'ampio confronto nel paese su di un tema - la follia -, che suscita una profonda paura, seconda unicamente alla paura della morte. Pertanto ad una significativa riforma è stato sottratto il diffuso dibattito (nel caso di svolgimento del referendum), che avrebbe invece consentito ai cittadini un'adeguata elaborazione e di affrontare già allora gli aspetti che negli anni successivi hanno determinato inadempienze e disagi.
Inoltre avendo anticipato la successiva riforma sanitaria del dicembre 1978 (la 833), ha spiazzato le impreparate amministrazioni regionali che hanno impiegato parecchi anni per varare le relative normative regionali, lasciando le Unità Sanitarie Locali di allora nel più completo isolamento, prive di direttive ed affidate alla buona volontà degli operatori del settore.
Dunque l'attuazione del modello organizzativo previsto - basato sulla centralità dell'assistenza psichiatrica territoriale rispetto al ricovero ospedaliero - ha subito vicende alterne, scontrandosi con le risapute inefficienze e burocraticismi degli enti locali e gli stessi operatori, impegnati nell'applicazione delle nuove modalità di assistenza psichiatrica - previste dalla legge 180/1978 - si sono continuativamente scontrati con marcati inadempimenti, con vistose indisponibilità di mezzi e risorse e talvolta con vere e proprie ostilità del contesto, che non era stato messo in condizione di confrontarsi con un cambio di atteggiamento a livello culturale (e quindi normativo) nei confronti del malato mentale.
Gli sviluppi scientifici dei modelli biologico, psicoterapeutico, psicosociale consentivano di affrontare in maniera multidisciplinare la malattia mentale in un contesto che invece era condizionato ancora notevolmente dalla paura della follia da un lato e dall'altro dalla mancanza di efficienza delle istituzioni, logorate dalla frammentazione degli interventi e legate a tempi oggettivi completamente distanti dalle esigenze della collettività.
Lui, che era di impostazione politico-culturale marxista, apprezzava ma non condivideva la lettura liberale, perché troppo pragmatica e poco teorico-ideologica, non manifestando comunque mai indisponibilità ai miei inviti ad incontri-dibattiti e convegni, rivoltigli quale coordinatore dell'Associazione Operatori Salute Mentale dapprima e dell'Associazione Psichiatri Dipartimentali poi e dell'Associazione Psichiatri e Psicoterapeuti Dipartimentali successivamente.
Condividevamo invece l'analisi che in Italia anche quelle volte in cui si varano norme riformatrici, poi occorrono lustri prima che siano concretamente ed ordinariamente applicate: un modo del tutto italiano di riformare.


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