PSYCHOMEDIA
Telematic Review

Dalle Rubriche di Paolo Migone
"Problemi di Psicoterapia
Alla ricerca del 'vero meccanismo d'azione' della psicoterapia"
pubblicate sulla rivista

 

Il Ruolo Terapeutico, 1992, 61: 39-40

Quello che mi piace del Ruolo Terapeutico
 

Paolo Migone
Condirettore della rivista Psicoterapia e Scienze Umane

 

Vorrei cogliere questa occasione del Ventesimo Anniversario della fondazione del Ruolo Terapeutico per dire alcune cose che penso di questa rivista e della Scuola di Psicoterapia che in seguito si è formata. La rivista è nata in un periodo storico caratterizzato da una forte carica ideale, in cui più di adesso si credeva che fosse possibile cambiare vari aspetti delle istituzioni e della società; anche la psicoanalisi era, per molti di noi, depositaria di questa carica ideale, che investiva la psichiatria tradizionale e in generale il modo di concepire la terapia. In particolare, il Ruolo Terapeutico si fece portabandiera fin dall'inizio dell'idea, allora non condivisa da molti, che era possibile utilizzare elementi della psicoanalisi anche al di fuori dei setting tradizionali degli studi privati, per raggiungere altri setting più difficili come quelli della psichiatria pubblica: le istituzioni, i gruppi, le terapie con la famiglia, i pazienti gravi, ecc., insomma il lavoro con gli "esclusi", per usare il termine usato da Erba & Merlini nel loro articolo sul n. 58/1991. E' per questo motivo che coerentemente la scuola di formazione del Ruolo Terapeutico ha sempre prestato molta attenzione alla pratica terapeutica degli operatori del settore pubblico, pur non trascurando l'insegnamento della pratica privata, contrariamente ad altre scuole di psicoterapia che invece prediligono l'insegnamento della terapia psicoanalitica nel settore privato. Allo stesso modo, il Ruolo Terapeutico non ha mai selezionato gli allievi sulla base della loro qualifica professionale (come il possesso di una laurea, e così via), ma il requisito era solo quello di esercitare una qualche attività terapeutica.

Come ho avuto occasione di dire più volte, personalmente mi trovo d'accordo con questa impostazione, in quanto si basa su una concezione più ampia e "trasversale" di psicoterapia, dove non ha tanto importanza la qualifica formale dell'operatore, quanto il suo "ruolo" con il paziente; ad esempio, nel lavoro con uno psicotico, può accadere che medico e infermiere possano discutere insieme a pari titolo del senso dei loro interventi. La pratica con i casi difficili, ai "margini" della pratica tradizionale e trasversalmente alle varie professionalità, ha sempre avuto un ruolo dirompente rispetto alla costruzione teorica ufficiale, costringendola a rinnovarsi, a rincorrere il dato clinico in un continuo sviluppo della disciplina. Come si è detto più volte, questo ha caratterizzato la storia della psicoanalisi, in quanto sono stati proprio quei pionieri, quei ricercatori non raramente guardati inizialmente con sospetto oppure tacciati di uscire dall'ortodossia, quelli che hanno permesso il progresso della teoria psicoanalitica: gli esempi storici sono Sullivan con gli psicotici, la Klein con i bambini, Fairbairn con gli schizoidi, Kohut con i disturbi narcisistici, e oggi forse certi operatori che scelgono di lavorare in situazioni difficili come le famiglie, le tossicodipendenze, la delinquenza minorile, e così via. Deve essere chiaro quindi che se il Ruolo Terapeutico si occupa del settore pubblico più di altre scuole, non deve assolutamente sentirsi in una situazione di sudditanza, perché se così fosse farebbe il gioco di coloro che ancora cercano di far passare una concezione "verticale" della psicoterapia, basata sulla supposta separazione delle singole tecniche tra di loro, sulle stereotipie, sulle varie ortodossie, sull'insegnamento acritico dei vari cliché, ecc. (rimando qui per brevità al mio articolo sulla differenza tra psicoanalisi e psicoterapia sul n. 59/1992, e anche alla mia rubrica sul numero scorso, 60/1992).

Insomma, io concepisco il Ruolo Terapeutico come una specie di fucina, di laboratorio, dove si teorizzano e sperimentano idee e pratiche psicoterapeutiche senza preclusioni dogmatiche o di scuola. Anche il nome (Il Ruolo Terapeutico ) mi sembra appropriato e molto "moderno", in quanto allude alla vasta problematica della "professione di aiuto" (le helping profession, come si suol dire), senza necessarie, premature, o difensive dichiarazioni di fede per una teoria o per l'altra, e dove in prospettiva possono trovare spazio e arricchire la nostra riflessione esperienze che vengono anche fuori dalla tradizione psicoanalitica. Alcune rubriche ospitate nella storia del Ruolo, come quelle di Lai ("Io ci provo senza", "Bestiario psicoanalitico") o quella di De Maria ("Analista soffresi"), testimoniano questa coraggiosa linea di ricerca.

Un altra cosa che mi piace della scuola del Ruolo Terapeutico è il fatto che non viene chiesto agli allievi di sottoporsi ad una analisi personale, anche se viene ritenuta utile. Imporre l'analisi come prerequisito per l'ammissione o il completamento dei corsi sarebbe un implicito ricatto e uno snaturamento della analisi stessa, come molti ormai stanno accorgendosi anche all'interno degli istituti psicoanalitici tradizionali. La "analisi didattica" è una contraddizione in termini, poiché pone uno scopo a un processo che per definizione è libero da questi condizionamenti. Come ha sottolineato Erba nel suo articolo sul n. 56/1991, il fatto che la maggioranza degli allievi scelgono poi di loro iniziativa di intraprendere un lavoro su se stessi può essere indicativo della riuscita di un certo progetto formativo.

Trovo molto giusta anche la linea che sta recentemente emergendo in questa scuola, quella di deenfatizzare l'importanza della durata di "quattro" anni, e di sottolineare invece il concetto di "formazione permanente". Ciò è molto più coerente con quello che noi intendiamo per formazione: un processo di continua crescita (proprio come la psicoterapia), anche da parte dei docenti stessi, che può essere interrotto in vari momenti per diversi motivi, ma che sicuramente non è riducibile alla consegna di un certificato. Non sottovalutiamo certo queste esigenze di riconoscimenti legali, ma vogliamo sottolineare che una "cultura dei riconoscimenti ufficiali" può avere una funzione difensiva, cioè falsamente rassicuratoria (nel senso che potrebbe servire a mascherare una insicurezza di ruolo). Vogliamo insegnare invece che la psicoterapia è un campo molto complesso, che presuppone un continuo rimettere in discussione le teorie date e le scuole riconosciute, una continua analisi dei significati della relazione, compresa quelle allievo-docente, e allievo-scuola.

Questo comporta ovviamente una certa presa di distanza dalla filosofia della legge 56/1989 sulla regolamentazione della psicoterapia, tutta impostata sul riconoscimento di criteri formali e sul valore dei "quattro anni" (vedi, a questo proposito, la mia rubrica del n. 57/1991). Il Ruolo Terapeutico fa molto bene ad esplicitare queste cose fin dall'inizio agli allievi, senza tentare di attirarli o "sedurli", come purtroppo fanno molte altre scuole che approfittano della insicurezza dei giovani psicologi promettendo riconoscimenti ministeriali: si prospetta solamente, se questo interessa, la possibilità di seguire un progetto formativo, e ciò, se vogliamo, già funge da criterio di selezione, ben più severo e all'opposto, in un certo senso, di quello di altre scuole.

La rivista insomma è comparsa sulla scena all'inizio degli anni '70 proponendo coraggiosamente alcune di queste idee, e rivolgendosi anche a una vasta area di operatori insoddisfatti della situazione formativa di allora. Come ho detto, erano soprattutto operatori del settore pubblico, che lavoravano con casi difficili, e che spesso si sentivano addosso un senso quasi di inferiorità verso gli "psicoanalisti", perché, come gli veniva trasmesso con una sottile propaganda, erano professionisti di "serie A", che "curavano meglio", ecc.; facevano anche fatica ad avvicinarsi alla cultura psicoanalitica, spesso esoterica ed elitaria. E' per questo che la rivista ha sempre avuto un linguaggio diverso dalle altre riviste, più facile, alla portata di tutti. Voleva in questo modo far avvicinare alle problematiche della psicoterapia una vasta area di operatori che non trovavano risposte altrove. La rivista, con le sue rubriche dai bei titoli così suggestivi ed ironici, era accattivante e gradevole alla lettura, parlando di cose nelle quali tutti facilmente potevano identificarsi.

A questo proposito però voglio sottolineare anche un rischio dell'uso dell'ironia: a volte il contenuto passa in secondo piano rispetto al piacere derivato dalla lettura, e il piano emotivo prende il sopravvento a scapito di quello cognitivo o razionale. E' questo motivo che io, quando Erba mi chiese di curare una rubrica che iniziai nel 1987, decisi, quasi provocatoriamente rispetto alla tradizione del Ruolo, di intitolarla in modo modesto e semplice "Problemi di psicoterapia", come pure di limitare al massimo la tentazione di fare dell'ironia nei miei testi. Era questa a modo mio una sfida: volevo riuscivo ad attirare l'interesse dei lettori solo col contenuto, senza altre seduzioni.

Per finire, voglio dire un'ultima cosa. A volte in ambienti professionali mi è capitato di sentire parlare del Ruolo Terapeutico, e spesso ho sentito questo tipo di commenti: a differenza di altre scuole di psicoterapia milanesi, è "un po' meno colta", "si rivolge troppo agli operatori pubblici", "si fa poca teoria", ecc., però... "vi lavorano persone serie", "che credono in quello che fanno" (come se in altre scuole i docenti non credessero in quello che fanno!). Anch'io ho notato con piacere che al Ruolo Terapeutico si respira un'aria di carica ideale che non è così frequente altrove, tanto che questa è quasi una caratterizzazione forte di questo gruppo. Ed è anche vero che al Ruolo, per una precisa scelta "teorica", viene deenfatizzato l'insegnamento della teoria separata dalla clinica, e viene privilegiato il lavoro sul caso nei gruppi, dove la teoria (sempre presente!) viene trasmessa a partire dal materiale clinico. Ma anche qui voglio mettere in guardia contro un pericolo: stiamo attenti che la forte carica ideale non prenda il posto della teoria, cioè che, agendo ancora una volta su fattori solo emotivi, non serva a mascherare un carente insegnamento teorico. E' a questo livello che vedo il mio contributo al Ruolo, pur nei limiti delle mie possibilità: dare una mano affinché non si sottovaluti l'importanza delle teorie che guidano sempre la nostra pratica clinica, affinché si insegni a ragionare su quello che si fa.

Note:
    Questo intervento è stato letto, dietro invito, al "PrimoIncontro della Rivista Il Ruolo Terapeutico con i lettori" (Milano, 2-3 maggio 1992) in occasione del ventesimo anniversario della fondazione della rivista, ed è comparso nella rubrica "Come ti vorrei…", pubblicata in un fascicolo speciale dedicato al ventennale.
    Brani di questo lavoro sono stati ripubblicati, con un commento, in: Nicola Spinosi, a cura di, Siamo uomini o psicoanalisti? Antologia ragionata da Il Ruolo Terapeutico, 1972-1993. Milano: Il Ruolo Terapeutico, 1996, pp. 9-10.
Paolo Migone
Condirettore della rivista Psicoterapia e Scienze Umane
Via Palestro 14, 43100 Parma, tel./fax 0521-960595, E-Mail <migone@unipr.it>

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