PSYCHOMEDIA
Telematic Review

Dalle Rubriche di Paolo Migone
"Problemi di Psicoterapia
Alla ricerca del 'vero meccanismo d'azione' della psicoterapia"
pubblicate sulla rivista

 

Il Ruolo Terapeutico, 2007, 106: 95-102

Riflessioni sulla "teoria del codice multiplo" di Wilma Bucci
 

Paolo Migone
Condirettore della rivista Psicoterapia e Scienze Umane

 

Nella mia rubrica del numero scorso (Migone, 2007) avevo parlato dell'inconscio psicoanalitico e dell'inconscio cognitivo, e ora vorrei continuare questo discorso parlando alla "teoria del codice multiplo" di Wilma Bucci (1985, 1997a), che riscuote sempre maggiore interesse. Nel 1999 ad esempio è stato tradotto in italiano il suo libro del 1997 Psicoanalisi e scienza cognitiva. Una teoria del codice multiplo (Roma: Fioriti, 1999), e viene spesso in Italia a tenere seminari. La Bucci è una psicoanalista che lavora alla Adelphi University di New York, dove si occupa prevalentemente di ricerca empirica. Conobbi la teoria della Bucci leggendo un suo articolo nel n. 3/1985 del Journal of the American Psychoanalytic Association, che mi colpì perché, in un modo molto chiaro e per me interessante, si proponeva di aggiornare la teoria psicoanalitica alla luce dei progressi della scienza cognitiva e soprattutto delle ricerche sulla memoria a lungo termine. Poi la incontrai in vari convegni (ad esempio al primo convegno dell'International Psychoanalytic Association [IPA] sulla ricerca in psicoanalisi a Londra nel 1991 - ho accennato a questo convegno nella mia rubrica del n. 88/2001 del Ruolo Terapeutico) e da allora ho seguito con interesse lo sviluppo del suo pensiero. La teoria della Bucci ci permette di fare interessanti considerazioni sul funzionamento della mente, e in particolare sulle varie modalità cognitive o "codici", molto diversi tra loro, con cui possono essere elaborate e trasmesse le informazioni (a questo proposito, la traduzione più precisa di quella che la Bucci chiamò multiple code theory sarebbe "teoria dei codici multipli", più che "teoria del codice multiplo").

Un primo aspetto su cui in questa sede voglio brevemente riflettere è il rapporto che la teoria della Bucci ha con la nota teoria di Freud (1899, cap. 7) del funzionamento del pensiero secondo il processo primario e quello secondario, allo scopo di individuare in modo abbastanza preciso quali somiglianze e differenze vi sono tra Freud e la Bucci. Come si è detto, si può dire che la Bucci abbia cercato di aggiornare la teoria psicoanalitica alla luce dei progressi delle neuroscienze e della psicologia cognitiva, continuando in un certo senso la strada che aveva iniziato Freud il quale aveva sempre detto che i progressi futuri nelle nostre conoscenze avrebbero permesso di perfezionare le sue scoperte. In secondo luogo, farò alcune considerazioni sulle implicazioni delle ricerche che hanno portato alla "teoria del codice multiplo" della Bucci per quanto riguarda il dibattito, che era moto vivo soprattutto negli anni 1980, riguardo all'ermeneutica, cioè ad una concezione della psicoanalisi intesa essenzialmente come linguaggio (vedi a questo proposito la mia rubrica del n. 50/1989 del Ruolo Terapeutico). In queste mie riflessioni riprenderò alcuni passaggi del mio libro Terapia psicoanalitica dove ho parlato della teoria della Bucci (Milano: FrancoAngeli, 1995, pp. 97-100), e riporterò anche brani di un mio intervento ad un recente convegno, dal titolo "Attività Referenziale: ricerca e clinica", organizzato il 2 marzo 2007 dal Dipartimento di Psicologia dell'Università di Padova e dal Centro di Psicologia Dinamica (CPD), Scuola di specializzazione in psicoterapia dinamica integrata, all'Aula Magna Residenza "Isabella Scopoli" di Padova (vedi: Quaderni CDP: Attività Referenziale, ricerca e clinica. Padova: CLEUP, 2007, pp. 21-30).

I codici multipli della Bucci e i processi primario e secondario di Freud

Riguardo ai codici cognitivi multipli, cioè ai modi con cui diverse parti della nostra mente funzionano, più o meno collegate tra loro con riferimenti reciproci, cioè con quella che la Bucci chiama Attività Referenziale (Referential Activity, RA), sappiamo che Freud per primo formalizzò due diverse modalità di funzionamento del pensiero, che chiamò "processo primario" e "processo secondario". Il processo primario viene chiamato così perché si forma per primo nello sviluppo del bambino, e caratterizza il funzionamento non solo del bambino ma anche dei sintomi nevrotici, del sogno, dei popoli primitivi, dell'arte, del gioco, della fantasia, ecc., mentre il processo secondario si forma successivamente ed è tipico dell'adulto, guidato dal principio di realtà. Mentre il processo primario è caratterizzato da energia mobile (non legata), assenza di logica e del concetto di tempo, condensazione, mancanza del principio di non contraddizione e di negazione, ecc., il processo secondario è caratterizzato invece dal principio di realtà, dalla logica basata sul principio di non contraddizione, dal senso del tempo, e così via. Il bambino, procedendo nello sviluppo, accetta gradualmente il principio di realtà e abbandona il processo primario per sostituirlo con quello secondario. E ricordiamo che per Freud l'ontogenesi ricapitola la filogenesi, per cui in questo senso si può dire che i popoli primitivi funzionavano in un certo qual modo col processo primario (per fare un esempio di processo primario nelle popolazioni preistoriche, alcuni ritengono che gli uomini primitivi dipingevano un animale sulla parete di una caverna un po' come se fosse veramente l'animale, cioè come per soddisfare il desiderio di averlo catturato, quindi non distinguevano del tutto il simbolo dall'oggetto rappresentato). E' stato comunque soprattutto il sogno quello che ha permesso a Freud (1899, cap. 7) di approfondire lo studio del processo primario (per una revisione della teoria freudiana del sogno, vedi Migone, 2006a, 2006b; per alcune considerazioni sulla questione delle differenze tra l'approccio psicoanalitico e quello della terapia cognitiva, vedi Migone & Liotti, 1998; Migone, 2001, 2006c, 2007).

Vediamo ora meglio le differenze tra Freud e la Bucci. Se Freud concepiva due processi di pensiero (primario e secondario, appunto), la Bucci prevede "codici multipli" (Migone, 1995, pp. 97-100), o meglio almeno tre: il codice verbale (V), il codice non verbale-simbolico (NV/S), ed il codice non verbale-non simbolico (NV/NS), chiamato quest'ultimo anche "sub-simbolico" o "connessionista", basato sulla "elaborazione parallela distribuita" (Parallel Distributed Processing [PDP]). Esempi di questi codici sono i seguenti: il codice verbale (V) ovviamente si basa sulle parole, sul linguaggio parlato; il codice non verbale-simbolico (NV/S) utilizza ad esempio immagini, o emozioni, cioè simboli di strutture sottostanti che però non sono espressi in parole; il codice non verbale-non simbolico (NV/NS) invece non solo non è verbale ma neppure simbolico, quindi non è rappresentabile in nessun modo, inoltre è parallelo (ragione in più per cui non può essere che sempre inconscio, dato che la coscienza per sua natura è seriale e non parallela), funziona in modo continuo o analogico, e comunica informazioni che riguardano ad esempio il movimento (andare in bicicletta, giocare a tennis, afferrare una palla, ecc., ma anche buona parte del funzionamento interpersonale).

Il fatto dunque che Freud avesse previsto due codici e la Bucci ne preveda tre sembrerebbe una prima differenza. A ben vedere però, la Bucci solo in una fase successiva della sua ricerca ha parlato di "codici multipli", infatti inizialmente la sua teoria si chiamava teoria del "codice duale", cioè dual coding (questo è il titolo del suo articolo del 1985, a cui ho accennato prima): essenzialmente i codici verbale e non verbale. Solo in seguito ha preferito parlare di tre codici, dato che ha suddiviso il codice non verbale in simbolico e sub-simbolico, ben sapendo però che si tratta di tre principali raggruppamenti di codici cognitivi nel senso che ve ne sono molti di più, ed è per questo che ha parlato di codici multipli. Questi tre codici sarebbero quindi prototipi che si distribuiscono in un continuum di modalità di immagazzinare e trasmettere le informazioni della memoria a lungo termine.

Su questo piano quindi mi sembra che non vi siano differenze sostanziali tra Freud e la Bucci, nel senso che anche per Freud il processo primario e quello secondario erano due modalità prototipiche di funzionamento mentale, esistendo infinte gradazioni tra l'uno e l'altro (Bucci & Miller, 1993). Né ritengo vi siano sostanziali differenze nella descrizione di questi due (o tre) processi di pensiero (a parte alcuni aspetti, ad esempio il codice subsimbolico della Bucci, a differenza del processo primario di Freud, non è caotico né regolato dalla cieca soddisfazione di desiderio), nel senso che sia Freud che la Bucci hanno descritto modi effettivamente diversi di elaborare le informazioni, da un modo più basato sulle immagini, a un modo più basato sulle parole e sulla logica e quindi organizzato diversamente, modi che sostanzialmente si rifanno anche alla questione della lateralizzazione emisferica e alla specializzazione di determinate parti del cervello (Bucci, 1997b).

Esiste invece, a mio modo di vedere, una vera e propria differenza tra la concezione freudiana e quella della Bucci, che riguarda il rapporto che hanno o dovrebbero avere tra loro i diversi codici, o quella che potremmo chiamare la supremazia dell'uno sull'altro. Secondo Freud il processo primario, che, come abbiamo detto, nello sviluppo si forma prima, caratterizza maggiormente uno sviluppo infantile o comunque immaturo, mente quello secondario viene dopo ed è quindi più maturo, più adattivo, e appartiene maggiormente alla salute mentale. Questa prospettiva, che poi è la classica concezione psicoanalitica, tipica eredità illuministica, che prevede che "dove c'era l'Es ci sarà l'Io", non sottolinea abbastanza la importanza e la utilità che invece ha il processo primario e il fondamentale ruolo che svolge nell'ottimale funzionamento psicologico e nell'adattamento umano. Per la Bucci, infatti, i codici non verbale e verbale non sarebbero esattamente sovrapponibili ai processi primario e secondario di Freud in quanto, anche se anch'essi si formano nello sviluppo l'uno successivamente all'altro per quanto riguarda alcuni loro aspetti, per la Bucci sono entrambi indispensabili per la sopravvivenza, funzionano simultaneamente, crescono e si perfezionano entrambi nel tempo, e non si può dire che l'uno sia "superiore" o "migliore" dell'altro, anche se è indubbio che il codice verbale sia meglio adatto a certi tipi di comunicazione. Sono due codici cognitivi che hanno diverse funzioni, e che quasi sempre sono intrecciati. La "supremazia" del processo secondario su quello primario quindi, che sembra implicata nella concezione freudiana, non è riconosciuta dalla teoria del codice multiplo della Bucci, che prevede una sorta di parità dei diversi codici, ciascuno dotato di una sua specificità ma senza la supremazia di nessuno di essi. La mia impressione è che questa "detronizzazione" del processo secondario (o verbale) possa avere implicazioni anche filosofiche, riguardanti ad esempio la identità e la concezione dell'uomo, e certamente anche la tecnica terapeutica (si pensi alla minore attualità del dictum freudiano "dove c'era l'Es ci sarà l'Io", o alla relativizzazione, nella psicoanalisi contemporanea, del ruolo dell'interpretazione come fattore curativo o dei concetti di Io e di Es in favore di quello di Sé, e così via).

Per la Bucci, infatti, il problema di certa psicopatologia non è rappresentato dal fatto che il codice verbale non ha preso il posto di quello non verbale, ma dal fatto che il codice verbale non è abbastanza collegato con quello non verbale, anche nel senso che sono stati messi in atto vari processi difensivi (dissociazioni, rimozione di ricordi traumatici, soprattutto immagazzinati come immagini non verbali o preverbali collegate a fasi precoci dello sviluppo) che diminuiscono le connessioni tra i vari sistemi. Lo scopo della terapia è quello di aumentare quella che la Bucci chiama "attività referenziale", con la quale si intendono le connessioni tra i diversi sistemi o codici nei quali viene immagazzinata la memoria a lungo termine. Questo può implicare anche la formazione di nuove connessioni non esistenti precedentemente o andate perdute nel corso del tempo e a causa di esperienze successive.

La Bucci individua due vie maestre per aumentare l'attività referenziale (cioè i "riferimenti" tra i diversi codici), compito questo che è importante in terapia, e in questo modo per così dire recupera la tradizione del metodo psicoanalitico classico: una è la tecnica delle associazioni libere e l'altra è l'interpretazione, entrambe inserite all'interno di una importante nuova esperienza che inevitabilmente il paziente fa con l'analista. Con le associazioni libere, e all'interno di una certa atmosfera di sicurezza nella seduta, aiutiamo il paziente ad esplorare aree emotive e ricordi, promovendo un suo contatto con settori rimossi, non integrati, della psiche. Con la interpretazione possiamo aiutare il paziente a ricordare cose che lui ha dimenticato o che ha dovuto rimuovere a causa di conflitti o traumi, oppure a dare per la prima volta un nome a cose che non conosceva, a sensazioni, stati d'animo, o anche vissuti corporei e sintomi psicosomatici (si pensi ad esempio alla problematica dell'alessitimia). Si noti qui che l'enfasi sulla tecnica delle associazioni libere da parte della Bucci (1993a, 1993b) ha un significato un po' diverso da quello con cui questa tecnica veniva intesa da Freud, il quale la concepiva prevalentemente come un mezzo per raggiungere il recupero dei ricordi rimossi. Mi sembra invece che la Bucci veda la tecnica delle associazioni libere non tanto come mezzo per raggiungere uno scopo, quanto come importante in se stessa, come ampliamento e rafforzamento dell'attività referenziale in quanto tale, senza che ciò implichi la preminenza di un codice sull'altro (e sembra infatti che non a caso la Bucci ponga la tecnica delle associazioni libere e l'interpretazione sullo stesso piano). In altre parole, secondo questa mia lettura della teoria della Bucci, le associazioni libere sarebbero una tecnica terapeutica anche in senso "esperienziale", se così ci si può esprimere. Inutile dire quanto queste considerazioni rispecchino alcuni aspetti della tecnica psicoanalitica contemporanea.

Potremmo dire dunque che il programma per la Bucci è non tanto "dove c'era l'Es ci sarà l'Io", ma "dove c'era l'Es ci sarà anche l'Io e insieme potranno andare meglio d'accordo". Quella che va favorita è la "integrazione" delle funzioni psichiche, concetto questo che peraltro, e a ben vedere, era già stato sottolineato da Freud in certi suoi passaggi sulla disamina dei fattori curativi della psicoanalisi. Friedman (1978), ad esempio, ricorda questo terzo fattore (cioè la "integrazione") oltre ai due tradizionali fattori curativi (la "comprensione" e l'"attaccamento") nella sua importante ricostruzione della storia del dibattito sui fattori terapeutici in psicoanalisi (per una sintesi e una discussione del lavoro di Friedman del 1978, vedi Migone, 1989c, 1995 cap. 6).

Il ruolo del linguaggio nella teoria della Bucci e nella concezione ermeneutica

Passo ora a fare alcune considerazioni su quella che a mio parere è un'altra interessante implicazione della teoria della Bucci, quella che riguarda il ruolo del linguaggio. A me sembra che il tipo di ricerche da lei condotte permettano di rispondere in modo più chiaro, sia concettualmente che empiricamente, ad alcune questioni che erano state sollevate in modo critico da parte filosofica alla psicoanalisi. Mi riferisco al dibattito sull'ermeneutica in psicoanalisi, al quale abbiamo assistito agli inizi degli anni 1980, prima negli Stati Uniti poi anche in Italia, e che era stato aperto da alcuni psicoanalisti americani (soprattutto Schafer [1976] e Spence [1982]) sulla scia di alcuni filosofi europei (essenzialmente Habermas e Ricoeur). Ora di questo dibattito, che allora era molto vivo, sono rimasti solo gli echi, come se interessasse meno alla comunità psicoanalitica, e occorrerebbe domandarsi perché (è possibile, ma non ne sono sicuro, che si sia sopito anche per la critica, a mio parere dirimente, che dell'ermeneutica ha fatto Grünbaum [1984, pp. 1-94 ed. orig.]).

Non è possibile in questa sede riprendere in dettaglio quel dibattito, per il quale rimando ad altri lavori (Eagle, 1984, cap. 15 ed. or., cap. 14 tr. it.; Migone, 1988, 1989a, 1989b, 1995 pp. 178-182; Holt, Kächele & Vattimo, 1994). Mi limito a dire che secondo una visione ermeneutica radicale la psicoanalisi si riduce a linguaggio, alla interpretazione di significati condivisi, senza pretesa alcuna che questi significati, questa "verità narrativa", abbiano qualcosa a che fare con la "verità storica", cioè con il passato del paziente o, nelle parole di Freud (1915-17, p. 452) "con ciò che è reale" (tally with what is real) all'interno del paziente. Quello che è "reale" nel paziente non è altro che la sua struttura mentale, la sua entità biologica da cui originano i significati e in cui sono immagazzinati i ricordi nei codici cognitivi non verbali descritti dalla Bucci. Quindi per la teoria della Bucci, che è decisamente anti-ermeneutica, è fondamentale la struttura sottostante, biologica, da cui dipende il linguaggio, al contrario della concezione ermeneutica secondo cui la psicoanalisi è solo linguaggio, senza alcuna struttura sottostante o storia passata conoscibile o ricostruibile.

E' per questo che la Bucci, a mio parere in modo interessante, capovolge le critiche che sono state mosse al punto di vista ermeneutico in psicoanalisi (vedi Migone, 1995, cap. 11, pp. 178-180). Secondo queste critiche, se si accettasse la posizione ermeneutica un pericolo per la psicoanalisi sarebbe quello di ridursi alla "costruzione" di narrative non necessariamente legate a quello che di vero vi è nel paziente, anziché a una "ricostruzione" del passato del paziente. Per la Bucci (1985, p. 595), invece, il vero pericolo per la psicoanalisi non è che le narrative terapeutiche costruiscano una nuova realtà, ma che la costruiscano troppo poco, fornendo cioè solo una serie di intellettualizzazioni sotto forma di narrative che rimangono alla superficie, al livello del linguaggio verbale senza instaurare connessioni con il codice non verbale, cioè con quello delle emozioni e delle immagini profonde che sono codificate secondo modalità diverse da quelle verbali, in sostanza con la vera identità del soggetto.

Si pensi a quei pazienti che escono da una analisi, magari lunga e da loro dichiarata soddisfacente, durante la quale però hanno sostanzialmente solo imparato un nuovo linguaggio che li rassicura e che per loro è dotato di senso (ad esempio: "ho elaborato il mio complesso di Edipo", "ho imparato a analizzare i miei conflitti interiori" oppure "ho elaborato la mia angoscia di separazione", ecc.), ma che, agli occhi dei familiari o di quegli amici che li conoscono bene, non sono cambiati assolutamente, hanno semplicemente imparato nuovi vocaboli. Ebbene, questi pazienti hanno solo appreso una nuova lingua, che potremmo chiamare lo "psicoanalese", magari internamente coerente, ma che è dissociata dalla struttura biologica sottostante, dai codici non verbali legati alla storia passata, storia che non a caso dagli ermeneuti radicali viene considerata come inconoscibile o addirittura irrilevante per la psicoanalisi nella misura in cui la psicoanalisi è concepita solo come linguaggio (faccio ancora notare qui, per inciso, che l'ermeneutica è decisamente anti-freudiana, nel senso che Freud non concepì assolutamente la psicoanalisi solo come linguaggio, ma come una scienza naturale a tutti gli effetti, radicata nella biologia del corpo umano: per fare solo un esempio, giustamente sottolineato da Grünbaum, Freud non cercava di spiegare solo il significato dei sogni, come farebbe un ermeneuta, ma anche il fatto "biologico" che essi sono prodotti oppure no, cioè in funzione di esigenze del cervello o dell'organismo).

La Bucci quindi permette una verifica esterna della qualità del linguaggio, non solo interna (come previsto dall'ermeneutica, che come è noto poteva ricorrere solo ai criteri di coerenza ed estetica), e questo è indubbiamente una delle implicazioni a mio parere più importanti della teoria della Bucci. Essa è stata testata sperimentalmente tramite l'analisi del linguaggio, formulando determinate scale di valutazione per individuare il livello di attività referenziale (alta o bassa) in segmenti di dialogo, il quale viene analizzato non solo per il contenuto ma anche per la tonalità emotiva. Tra la altre cose, è stato dimostrato che dopo certi interventi terapeutici (come ad esempio gli interventi "consoni al piano" secondo l'approccio di Weiss & Sampson [Weiss, 1986, 1993; vedi Migone, 1995 cap. 11 pp. 196-197, 1993]) emerge uno stile di linguaggio a più alta attività referenziale (fraseologia meno vaga e generica, maggior contatto emotivo e precisione nell'esprimere i sentimenti, aumento di ricordi e di immagini direttamente collegate a parole, ecc.; per esempi di linguaggio a bassa e alta Attività Referenziale, vedi Bucci, 1988, pp. 44-45). A mio modo di vedere, dunque, a teoria della Bucci permette di rispondere in modo convincente ad alcune critiche mosse dagli ermeneuti.

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Paolo Migone
Condirettore della rivista Psicoterapia e Scienze Umane
Via Palestro 14, 43100 Parma, tel./fax 0521-960595, E-Mail <migone@unipr.it>

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