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La narcotizzazione dell'io: Psicodinamica della distruttività narcisistica

Mangiapane E., Musumeci, G., Cortigiani, D.



In questo articolo parleremo, prevalentemente, degli aspetti psicodinamici della distruttività narcisistica e delle relazioni oggettuali, introducendo l'argomento con dei cenni storici sull'evoluzione del concetto di narcisismo nella teoria psicoanalitica. Inoltre spiegheremo il nostro concetto di "narcotizzazione dell'Io" in riferimento a tale fenomenologia.
Con il termine narcisismo si fa riferimento al mito di Narciso, descritto nelle Metamorfosi di Ovidio[1].
Narcisismo deriva dal greco narkào che significa stordire, in relazione all'intenso profumo del relativo fiore. L'innamorarsi della propria immagine ­ diventare cioè narcisisti ­ è interpretato nel mito come una forma di punizione per l'incapacità di amare, perché, a causa dell'invidia, non potrà mai provare un sentimento di reciprocità e un senso di equilibrio.
Il narcisismo, incluso nel cluster B dell'Asse II del Diagnostic and Statistic Manual of Mental Disorders, è caratterizzato dall'alterazione delle relazioni oggettuali e da un'organizzazione grandiosa del Sé, la cui peculiarità è la distorsione relativa alle dinamiche della dipendenza. I disturbi di personalità sono disturbi psicologici del Sé. Essi non devono essere intesi come sintomi psicopatologici, ma come alterazioni dell'esperienza interiore che affondano le radici nel concetto di "anima" e, successivamente, nel concetto di Sé.
Concordemente con Semi (2007), noi riteniamo che il narcisismo, oltre a rappresentare una psicopatologia del Sé e delle relazioni interpersonali, sia una dimensione fondamentale e normale dell'attività psichica, che riguarda ciascuno e in ogni fase della vita.
Il narcisismo, originariamente concettualizzato da Freud, si riferiva ad una condizione psicopatologica; oggi, invece, il concetto è usato in riferimento ad una preoccupazione relativa al Sé, che si estende lungo un continuum che va dalla sanità alla patologia.
In psicologia, "narcisismo" fu usato per la prima volta da Havelock Ellis nel 1892 in uno studio psicologico sull'autoerotismo su un caso di perversione autoerotica maschile, consistente in una sopravvalutazione fisica e morale del proprio sé. Näcke (1899) usò il termine narcisismo per connotare una perversione sessuale, mentre fu un allievo di Freud, Isidor Sadger, colui che nel 1908 lo fece entrare nella terminologia psicoanalitica.
Freud usò per la prima volta questo termine ad una riunione del 10 novembre 1909 della Società Psicoanalitica di Vienna.
Fu Otto Rank nel 1911, a presentare il primo scritto dedicato specificamente al narcisismo. In questo saggio, tuttavia, l'autore ne fa riferimento come ad un aspetto non legato alla sessualità, bensì alla vanità e l'auto ammirazione.
Ufficialmente, fu l'importante lavoro di Freud del 1914 Introduzione al narcisismo, a segnare, per così dire, la nascita di questo concetto in psicoanalisi.
L'approccio di Freud al narcisismo, secondo Mancia (2004), si sviluppa in cinque fasi:

PRIMA FASE
Un ricordo di infanzia di Leonardo da Vinci (1910) e Il caso clinico del presidente Schreber (1910).

SECONDA FASE
Introduzione al narcisismo (1914) e lutto e melanconia (1915)

TERZA FASE
Al di là del principio di piacere (1920)

QUARTA FASE
L'Io e Es (1922)

QUINTA FASE
Il problema economico del masochismo (1924) e analisi terminabile e interminabile (1937).

Prenderemo in considerazione soltanto la seconda fase. Nell'Introduzione al narcisismo (1914), Freud pone il problema del rapporto tra l'Io e il mondo esterno e del ruolo del narcisismo nello sviluppo della sessualità (Mancia, 2004) [2].
In quest'opera [3], Freud aveva postulato diverse fasi dello sviluppo della libido. In origine essa sarebbe autoerotica, cioè anoggettuale, per cui ogni pulsione parziale cerca soddisfacimento su parti del corpo (le zone orale, anale e genitale). In seguito la pulsione diventa alloerotica, cioè con scelta oggettuale. La scoperta del narcisismo induce Freud a presupporre, nel 1911, l'esistenza di una fase dell'evoluzione sessuale intermedia tra l'autoerotismo e l'amore oggettuale:

«... l'individuo [...] assume anzitutto se stesso, vale a dire il proprio corpo come oggetto d'amore» il che consente una prima unificazione delle pulsioni sessuali [4]. Freud postula anche che, dopo la fase di investimento oggettuale, la libido può essere nuovamente ritirata sugli oggetti, in una fase che chiama "narcisismo secondario".

Quindi, prima del 1914, il dualismo pulsionale era tra pulsioni sessuali e pulsioni dell'Io. Esso presupponeva due tipi di pulsioni: le pulsioni di autoconservazione (o dell'Io) miranti alla conservazione dell'individuo (ad esempio la fame), e quelle sessuali per la conservazione della specie (ad esempio l'istinto sessuale). I problemi con questa prima teoria duale delle pulsioni incominciarono a sorgere, appunto, quando Freud affrontò il tema del narcisismo primario supponendo che la libido investa inizialmente l'Io e che solo in seguito venga rivolta agli oggetti. "Secondo Freud, all'esperienza narcisistica originaria non si rinuncia mai completamente: una parte della libido narcisistica viene trasformata in libido oggettuale, mentre un'altra parte rimane intatta. La considerazione di sé deriva da tre diverse modalità di conservazione della libido narcisistica: il serbatoio sempre disponibile del narcisismo primario, la scelta di oggetti idealizzati e l'Ideale dell'Io, che è il sostituto del narcisismo perduto dell'infanzia e si forma per identificazione con i genitori" (Lingiardi V., Madeddu, F., 2001).
Con l'introduzione del narcisismo primario diventa a questo punto difficile differenziare le pulsioni dell'Io dalle pulsioni libidiche, in quanto entrambe rivolte all'Io. Questa nuova dicotomia è riferita alla direzione piuttosto che alla fonte delle pulsioni. "[] Il concetto di libido narcisistica, in continuità con la libido oggettuale, favorirà l'utilizzazione di una seconda dicotomia pulsionale tra pulsioni di vita e pulsioni di morte" (Mangini, 2001).

Psicodinamica della distruttività narcisistica

Freud descrive una regressione ad un possibile stato di narcisismo primario anoggettuale, che chiama narcisismo secondario. Egli pensa anche all'esistenza di situazioni, come le psicosi, che suggeriscono l'esistenza di un narcisismo negativo che Green esprime con i termini di "afanisi" e "pietrificazione dell'Io" (Mangini, 2001).
Mentre Green parla di pietrificazione dell'Io, condizione che richiama l'organizzazione psicotica, noi, in riferimento ad una struttura narcisistica sul versante nevrotico, utilizziamo il termine narcotizzazione dell'Io.
Con narcotizzazione dell'Io, intendiamo uno stato di torpore e "addormentamento" della vitalità dell'Io che rimanda, inevitabilmente, ad una capacità limitata di libido oggettuale. La grandiosità e l'onnipotenza allontanano il soggetto dalla realtà, non tanto verso le dimensioni psicotiche, quanto piuttosto verso le aree dissociative dell'esperienza. Gli episodi traumatici legati alla trascuratezza e alla mancata corrispondenza affettiva del caregiver, possono condurre alla narcotizzazione dell'Io portando il soggetto a dissociarsi attraverso "l'assorbimento di fantasie di illimitati successi, potere, fascino, bellezza e di amore ideale" (DSM-IV TR). La narcotizzazione dell'Io va a creare un rifugio della mente attraverso l'utilizzo di difese dissociative, perché il soggetto non riesce a riflettere su sentimenti quali vergogna, rabbia, invidia e gelosia.
Per ciò che concerne la primissima fase dello sviluppo, ciò che troviamo nel narcisismo è l'invidia e la gelosia. Sono sentimenti che non sono stati adeguatamente elaborati e sono, da una parte il sentimento di essere niente nella relazione interpersonale (invidia), dall'altra parte il sentimento di sentirsi escluso dal rapporto interpersonale (gelosia).
Invidia e gelosia non elaborate nella fase pre-edipica, nel corso dello sviluppo psicologico sono non soltanto alla base di un sentimento di frustrazione che caratterizza questi soggetti nel loro modo di rapportarsi con se stessi e con il mondo esterno, ma sono anche alla base di altre due condizioni: rabbia e aggressività narcisistica. Invidia, gelosia, rabbia e aggressività non mentalizzate strutturano una condizione che è il senso di colpa inconscio. Dietro atteggiamenti di grandiosità e di superiorità nei confronti del mondo circostante, c'è la compensazione di un senso di colpa inconscio. Dietro questi sentimenti di onnipotenza apparente corrisponde un grave sentimento di inferiorità che è alla base della depressione del narcisista. Il senso di inferiorità impedirà di stabilire delle relazioni interpersonali e, qualora queste esistessero, avrebbero una matrice conflittuale, perché il sentimento di inferiorità del narcisista lo mette sempre in conflitto con l'altro.
La funzione dell'invidia nei disturbi narcisistici è stata approfondita da autori di orientamento kleiniano; più esattamente, in Invidia e gratitudine, Melanie Klein (1957) dimostra che l'invidia è la manifestazione psicologica degli impulsi umani più distruttivi e che è in stretta connessione con l'identificazione proiettiva, che fa parte della posizione schizoparanoide [5].
Anche Rosenfeld (1987) pensava che "l'organizzazione narcisistica" fosse sia un'espressione di invidia che una difesa contro di essa. L'Autore fa notare che la consapevolezza di essere separati dagli oggetti provoca frustrazione e, quindi, invidia.
Kernberg (1975), in polemica con l'autore precedente, sostiene che questi pazienti negano le differenze ma non la separazione dall'oggetto. Le relazioni oggettuali narcisistiche consentono al soggetto di evitare sentimenti aggressivi causati dalla frustrazione e ogni consapevolezza dell'invidia (Kernberg, 2001).
Da un punto di vista oggettuale, Green (1992) evidenzia come di fronte alla frustrazione derivata dall'oggetto in quanto essere esterno, differenziato, autonomo e incostante, che quindi mette in scacco l'onnipotenza narcisistica del bambino generando il sentimento di incompletezza, l'Io ritiri gli investimenti parziali sulla madre rivolgendoli su di sé (Costantini, Macchi, 2003).
L'invidia, la rabbia, l'aggressività narcisistica, la gelosia e il deficit dell'empatia che non sono state elaborate nel corso dello sviluppo psicologico, sono alla base della formazione di un Super Io punitivo. L'incapacità di empatizzare con le relazioni che intervengono nei vissuti narcisistici è caratterizzata da un profondo senso di distruttività. Tale distruttività non necessariamente compare nella forma della rabbia narcisistica, ma è fortemente correlata all'oggetto di dipendenza persecutoria: le relazioni di dipendenza, affettive, sentimentali, mancanti di una condizione empaticamente di base costituiscono l'elemento di maggiore sofferenza del narcisismo.
Un altro autore che si è occupato del deficit della componente empatica nella psicopatologia narcisistica è Heinz Kohut (1977), secondo il quale essa deriva dal fallimento traumatico della funzione empatica della madre e dall'esito negativo dello sviluppo dei processi di idealizzazione (Kernberg, 2001). I fallimenti traumatici determinano un arresto evolutivo al livello del Sé grandioso arcaico, andando a costituire una struttura narcisistica che richiede la ricerca incessante di oggetti-Sé idealizzati.
Tutte queste condizioni rendono alterata e distorta la relazione interpersonale.
da qui che possiamo spiegare la dipendenza persecutoria, la modalità attraverso cui il narcisista dipende persecutoriamente dall'oggetto. Tale fenomenologia è caratterizzata da una serie di condizioni come ad esempio le angosce abbandoniche, la colpa di separazione e il timore di essere manipolati nelle relazioni interpersonali. L'incapacità di elaborare questi aspetti nel corso dello sviluppo psicologico, è sempre relativa a un'esperienza di manipolazione che questi soggetti hanno subito nell'ambito delle prime relazioni d'attaccamento. Questa condizione di strumentalizzazione costituisce una modalità interiorizzata connessa alla rappresentazione mentale del Sé e del mondo esterno ed è da qui che si origina la persecutorietà concernente tutte le modalità di dipendenza.
Come nell'organizzazione borderline, anche nel narcisismo troviamo un cronico sentimento di vuoto, in cui gli affetti non completano e non arricchiscono la persona, ma sono sperimentati come una minaccia.
Ci sono diverse modalità narcisistiche che sottendono una dipendenza persecutoria.
Il primo tipo di narcisista - chiamato "overt" (Akhtar, 1989) o "inconsapevole" (Gabbard, 1992) è molto soddisfatto di sé, esibizionistico, vanitoso, arrogante, sprezzante e invadente. bisognoso di protagonismo, desideroso di affermarsi ed essere al centro dell'attenzione, manipola a proprio vantaggio, seduce ed intimidisce ed è poco attento agli stati d'animo degli altri, a cui è sostanzialmente indifferente. Ha una "pelle dura" (Rosenfeld, 1987), che è come uno scudo che lo rende impermeabile agli altri, insensibile; può anche essere molto competitivo, con la finalità di avere riconoscimenti e immediate gratificazioni. Si sente speciale, per cui dà per scontato che gli siano dovuti privilegi e trattamenti particolari, e prova rabbia e irritazione quando questo non avviene. Questo narcisista inconsapevole è florido nelle modalità onnipotenti. Spesso, dal punto di vista clinico, possiamo mettere in evidenza come la promiscuità relazionale può far risaltare una dipendenza persecutoria, cioè, il soggetto ha bisogno di passare da una relazione all'altra per evitare la dipendenza.
Le dimensioni della vista e dell'apparire sono importanti.
Come difese prevalenti usa l'onnipotenza e l'idealizzazione di sé e, corrispondentemente, la svalutazione dell'oggetto. La sua grandiosità è ego-sintonica, il suo senso di superiorità è ovvio e ha un Super-Io persecutorio.
Dall'oggetto, alla cui realtà e individualità in sé è disinteressato e indifferente, si aspetta solo che ammiri e rispecchi il suo Sé grandioso.
Secondo Cooper (1989), il narcisista overt è apparentemente autosufficiente, sembra indipendente, ma può essere un'indipendenza basata sulla grandiosità, sulla svalutazione che mette in evidenza a livello inconscio la dipendenza persecutoria.
Per quanto concerne le relazioni interpersonali, sono numerose e superficiali, c'è un intenso bisogno di approvazione per compensare il deficit dell'autostima. Questa approvazione del mondo esterno non ha una ricaduta nel Sé con un senso di stabilità, completezza e integrazione. Dunque, le caratteristiche del narcisismo Overt sono: l'onnipotenza, il deficit dell'empatia, l'arroganza e l'aggressività.
Il secondo tipo di narcisista - chiamato "covert" o "timido" (Akhtar, 2000) e "ipervigile" (Gabbard, 1992) è l'immagine speculare del tipo precedente: è inibito e schivo, evita di essere al centro dell'attenzione ed ha difficoltà nelle relazioni. E' molto sensibile e reattivo agli atteggiamenti degli altri, che considera perfetti (in modo idealizzato) ed è pronto, a differenza del tipo Overt, a cogliere in loro accenni alla critica, da cui viene facilmente ferito (Ammaniti, 2002). Prova vergogna e umiliazione, e va incontro a sentimenti cronici di inadeguatezza, impotenza e disperazione. Non parla mai di sé e non rivela mai i propri sentimenti; apparentemente si occupa degli altri e c'è una pseudo empatia, ma è una modalità difensiva per evitare il confronto diretto nelle relazioni interpersonali. Presenta soprattutto una sintomatologia depressivo-ansiosa, o ipocondriaca. La depressione ha la qualità della vergogna e dell'umiliazione (più che quella della perdita dell'oggetto, tipica del borderline).
Le relazioni interpersonali sono caratterizzate da incapacità di fidarsi degli altri e di dipendere in modo maturo; possiamo quindi trovare, ideazione paranoide, sospettosità, possibilità di essere strumentalizzato ed invidia cronica verso il successo degli altri.
Un altro aspetto del narcisismo viene affrontato da Otto Kernberg (1992), il quale considera il narcisismo maligno come una variante dell'organizzazione borderline. I soggetti con una grave patologia narcisistica di questo tipo, sono caratterizzati da comportamenti antisociali, sadismo ego- sintonico o aggressività radicata caratterialmente, nonché da orientamento paranoide; ma sono ancora capaci di essere leali con gli altri e di sentirsi colpevoli.
Diviene essenziale comprendere come l'odio origini da ciò che Melanie Klein (1957) definì "invidia dell'oggetto buono". A livello superficiale l'odio per l'oggetto invidiato viene razionalizzato nella paura del potenziale distruttivo dell'oggetto, derivato sia dalla reale aggressione inflitta nel passato, sia dalla proiezione della propria rabbia e del proprio odio.
Kernberg (1992), nel trattare la psicopatologia dell'odio e dell'aggressività, introduce la Sindrome di Narcisismo Maligno. Essa si colloca in un'area al limite tra il Disturbo Narcisistico di Personalità e il Disturbo Antisociale di Personalità, ed è caratterizzata da:

Un Disturbo Narcisistico di Personalità.
Un comportamento antisociale.
Aggressività egosintonica o sadismo rivolto verso gli altri o verso se stessi (tentativi di suicidio, automutilazioni trionfanti).
Un forte orientamento paranoide.

La psicodinamica del narcisismo maligno è complessa. Tali soggetti sono dominati dai precursori sadici del Super-Io che non possono venire neutralizzati dai successivi precursori idealizzati e di conseguenza, il Super-Io stesso, risulta scarsamente integrato.
Il loro Sé risulta integrato ma patologico, crudele e onnipotente. Tutto ciò fa sì che gli oggetti esterni vengano vissuti come onnipotenti e crudeli, e di conseguenza le relazioni oggettuali, anche quelle gratificanti, contengono sempre il seme di un attacco da parte dell'oggetto stesso [7].
All'interno di questa cornice, dunque, gli oggetti buoni sono percepiti come deboli ed inaffidabili e quindi disprezzati, quelli cattivi sono invece potenti e necessari alla sopravvivenza ma sadici ed ugualmente inaffidabili. L'unica speranza di sopravvivenza e di evitamento del dolore e della sofferenza resta quindi il proprio potere e il sadismo che permettono di controllare gli oggetti. La massima che guida il comportamento di tali soggetti è: "Temere il prossimo tuo come te stesso e svalutare tutti i legami deboli con altri".


Fenomenologia narcisistica e relazioni oggettuali

Per quanto riguarda l'influenza che la personalità del caregiver (prevalentemente la figura materna), può esercitare su alcuni aspetti della fenomenologia narcisistica, valuteremo e faremo riferimento al carattere depressivo e ipomaniacale dello stesso.
Come abbiamo visto, la clinica attribuisce in generale un ruolo fondamentale alle relazioni oggettuali con il caregiver per quanto riguarda l'eziopatogenesi del disturbo narcisistico, nelle sue varie espressioni nosografiche e psicodinamiche.
Dalla letteratura scientifica si evince che, spesso, alla base di disturbi che appartengono alla stessa matrice psicopatologica ci sono delle costellazioni dinamiche, affettive e cognitive simili ma con fenomenologie differenti, come ad esempio per i disturbi depressivo-maniacale, masochista-sadico, bulimico-anoressico, antisociale-psicopatico. Anche per il disturbo narcisistico possiamo inferire dalla clinica che esiste una condizione strutturale simile che, in funzione dell'interazione con l'ambiente, assuma aspetti descrittivi diversi.
Il carattere depressivo della madre del bambino narcisista è connotato dall'angoscia di separazione rispetto all'esperienza del figlio. Tale angoscia condiziona le successive fasi di sviluppo del bambino e questo può essere alla base del senso di colpa e del deficit dell'autostima. Una madre depressa che non riesce ad empatizzare con le modalità del figlio lo limiterà nei suoi movimenti.
Facendo riferimento al processo di separazione-individuazione della Mahler (1975), queste sono fasi evolutive in cui il bambino si muove nell'ambiente circostante. La personalità narcisistica, in questo processo può avere una varietà di punti di fissazione connessi agli arresti nella fase di sperimentazione precoce, cioè in quello stadio in cui l'assorbimento in se stessi e l'impressione di autosufficienza sono tali che l'oggetto esterno rappresenta un aspetto limitato del mondo del bambino. Nella fase del riavvicinamento, il genitore non risponde sufficientemente al bambino che va carponi e che si confronta col suo bisogno di dipendenza e vulnerabilità ed ha bisogno che venga supportata la sua illusione di controllo e che venga accettato il suo bisogno di dipendenza (Kernberg, P., 2001). I bambini di genitori narcisistici sono a rischio, nel primo anno di vita, a causa della mancanza di empatia dei genitori, che determina una loro incapacità di appagare i bisogni dei figli. L'onnipotenza propria dei genitori implica per il bambino l'instaurarsi di un ciclo di assenza di limiti, iperindulgenza ed incoerenza, che mantiene e contribuisce alla preservazione del Sé grandioso. Nella mente dei genitori il figlio ha un ruolo specifico, un ruolo che gli è stato attribuito e che contribuisce alla sua depersonalizzazione (Rinsley, 1989).
Una madre con un carattere depressivo, che sperimenta in modo angoscioso la separazione del figlio, porterà il bambino a sviluppare un Super Io persecutorio: la separazione, l'indipendenza, la libertà individuale, la sessualità, l'aggressività, verranno sempre sperimentate sotto il segno della colpevolezza.
Green (1980) parla dell'assenza materna utilizzando l'espressione "complesso della madre morta"; "la madre morta è una madre che resta in vita (nella realtà esterna) ma che è per così dire morta psichicamente nella realtà interna in seguito ad un lutto". Il bambino non è stato abbandonato nella condizione oggettiva della realtà ma abbandonato psicologicamente, lasciato da solo, alle sue ansie e alle sue preoccupazioni.
Il soggetto narcisista è depresso perché all'origine è stato lasciato da solo, senza aiuto di fronte al mondo e ai cambiamenti che si è trovato a sperimentare nella realtà personale e interpersonale caratterizzata dal sentirsi senza aiuto. La depressione materna porta con sé un calo di interesse verso il bambino, un disinvestimento improvviso del figlio che genera in quest'ultimo un trauma narcisistico e una perdita di senso, poiché tale depressione materna è per il piccolo inspiegabile (Costantini, Macchi, 2003). I bambini, tendono a prendersi cura dei loro genitori e a preoccuparsi dei loro stati mentali; per questo è importante che i caregiver siano capaci di saper mentalizzare. La madre depressa con un deficit della funzione riflessiva, non riesce ad empatizzare rispetto ai bisogni che può provare il bambino e dunque non permetterà l'elaborazione del Super Io primitivo.
Nella madre ipomaniacale troviamo, invece, una precoce e prematura separazione dal figlio. Mentre la madre depressa è angosciata dalla separazione del figlio, la madre ipomaniacale è sempre angosciata dalla relazione col figlio, ma lo spinge prematuramente a staccarsi da lei: è la madre che non permette al bambino di essere un bambino.
Questi pazienti sperimentano, oltre ad una difficoltà nel provare sentimenti di tenerezza, anche un'incapacità nel saper regredire transitoriamente nelle relazioni interpersonali. La qualità di queste relazioni oggettuali può essere alla base dello sviluppo nel bambino, di un falso Sé (Winnicott, 1965); si tratta di persone precise e capaci di conformarsi alla realtà, ma sempre con un sentimento di svuotamento, deficit dell'autostima e dell'empatia. Il carattere depressivo della madre potremmo collegarlo a quello che è stato definito da Ainsworth (1978) stile di attaccamento ansioso-resistente: un bambino con un attaccamento ansioso rimane sempre dipendente dalla madre.
La madre ipomaniacale accelera la crescita del figlio e in questa troviamo un attaccamento evitante: è il bambino che non riesce a stabilire una relazione di tenerezza.
Riteniamo che ci potrebbe essere una corrispondenza tra le manifestazioni cliniche del disturbo narcisistico e la qualità delle relazioni oggettuali di cui abbiamo discusso finora: al tipo di narcisista overt corrisponderebbe una madre ipomaniacale; al tipo di narcisista covert farebbe riferimento una madre depressa.
L'approfondimento di questi aspetti clinici esula dal presente lavoro, ma sarà oggetto dei prossimi contributi.


Bibliografia

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Note

[1] Quando Narciso ebbe raggiunto i sedici anni si era lasciato alle spalle una schiera di amanti respinti di ambo i sessi. Tra gli spasimanti vi era pure la ninfa Eco che fu punita da Era privandola della parola e lasciandole solo la possibilità di ripetere le ultime sillabe delle parole udite.
Narciso respinse bruscamente Eco, e Artemide lo condannò ad innamorarsi senza poter soddisfare la propria passione. E così, mentre Narciso passeggiava, si avvicinò ad una fonte incontaminata e vide l'immagine riflessa di cui si innamorò; nel tentativo di abbracciare quell'immagine morì e si trasformò in un fiore, il narciso, che cresce lungo i bordi dei corsi d'acqua.
[2] Freud non rimase molto soddisfatto di questo scritto, infatti, in una lettera ad Abraham, scrisse: "Le mando domani il Narcisismo, che ha avuto una nascita difficile testimoniata da tutte le trasformazioni del caso. E' ovvio che non mi piace particolarmente, ma per il momento non posso dare altro. Ha ancora bisogno di parecchi ritocchi". Abraham invece apprezzò il lavoro di Freud, definendolo "splendido e persuasivo in tutti i suoi aspetti", ma non capiva perché il padre della psicoanalisi non ne fosse soddisfatto. Il Maestro gli rispose così: "Il fatto che Lei abbia accettato da me anche il Narcisismo mi commuove profondamente e istituisce fra noi un legame ancora più intimo".
[3] Freud utilizza il termine narcisismo per descrivere quattro situazioni diverse: una perversione sessuale; uno stadio del normale sviluppo della "libido", cioè della sessualità; una caratteristica della dementia praecox introdotta da Kraepelin, nella quale la libido verrebbe ritirata dal mondo esterno e investita sul soggetto; un tipo di scelta dell'oggetto d'amore, nella quale l'oggetto verrebbe scelto in quanto rappresenta quello che il soggetto era o vorrebbe essere.
[4] Le stesse tesi sono esposte in Totem e tabù, 1912-13 (Laplanche e Pontalis, 1965).
[5] Il polo opposto di questo atteggiamento è la gratitudine. La persona che riesce ad essere sinceramente grata ai propri oggetti e che riesce a riconoscere di essere separata da essi, è in grado di sviluppare il potenziale di un'autentica creatività (Segal, Bell, 1992).
[6] Kohut individua due tipi di transfert: quello idealizzante e quello speculare. Il transfert idealizzante consiste nella riattivazione dell'imago parentale idealizzata, il paziente si sente vuoto ed impotente quando è separato dall'oggetto-Sé idealizzato. L'autore suggerisce che l'intensità della dipendenza deriva da un arresto della normale evoluzione psichica, per cui l'equilibrio narcisistico è garantito soltanto da un'approvazione e un'attenzione continua da parte di figure sostitutive dell'oggetto-Sé idealizzato, perduto traumaticamente nell'infanzia. Il transfert speculare evidenzia la riattivazione del Sé grandioso del paziente e può esprimersi come transfert fusionale arcaico (Kohut, 1977).
[7]. Spesso tali soggetti sono stati vittime di una forte aggressività da parte dei genitori nella prima infanzia.




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