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PSYCHOMEDIA
Telematic Review
Sezione: MODELLI E RICERCA IN PSICHIATRIA

Area: Psicopatologia

Osservarsi dall’abisso: le autobiografie di Louis Althusser (*)

di Fausto Petrella (Pavia)



Pubblichiamo un articolo di Fausto Petrella dedicato alla tragica vicenda umana e psicopatologica del filosofo Louis Althusser.
Il lavoro è recentemente apparso sulla rivista Oltrecorrente (numero 3, marzo 2001, pgg. 115-127).
Un ringraziamento all’Autore e al Direttore di Oltrecorrente, prof. Fulvio Papi, che hanno dato il loro assenso alla iniziativa.

Mario Rossi Monti & Antonella Di Ceglie

(*) Relazione al Congresso Filosofia e scritture del tempo: autobiografie, lettere, diari. Maggio 2000, Pavia.



Per tentare di comprendere la tragica vicenda umana, o anche soltanto per accostarsi ad essa, occorre ricordare che, negli anni tra il 1960 e il 1970, il filosofo francese era stato una delle figure di maggior spicco della cultura parigina, assieme a Foucault, a Lacan e a Roland Barthes, ma ben pi di loro politicamente impegnato (dal 1948) come militante nel PCF.

In seguito all’uxoricidio, da lui compiuto nel 1980, si appresa la lunga storia psichiatrica e i numerosi ricoveri subiti da Althusser a partire dal dopoguerra. E’ come se egli avesse condotto una doppia esistenza: da un lato il filosofo e maestro apprezzato, docente all’cole normale superieure di rue de l’Ulm, dall’altro un grave malato di mente, affetto da una psicosi “atipica” (come avrebbe diagnosticato René Diatkine, suo terapeuta), caratterizzata da fasi melanconiche che lasciavano il posto a quell’euforia morbosa e incontenibile, che gli psichiatri chiamano mania; manifestazioni che si accompagnavano, per sua stessa ammissione, a deliri e allucinazioni non precisate, verosimilmente responsabili dell’atipicità del quadro morboso.
I due scritti autobiografici che saranno presi in considerazione nel mio lavoro, sono stati rinvenuti fra le carte di Louis Althusser dopo la morte del filosofo, avvenuta per malattia all’età di 72 anni, nell’ottobre del 1990, in un istituto geriatrico ove era ricoverato. Entrambi questi scritti sono stati pubblicati postumi insieme, a Parigi e in Italia contemporaneamente, nel 1992, a cura di Olivier Corpet e Yann Moulier Boutang.
L’avvenire dura a lungo (1985) stato redatto in circa tre mesi e a distanza di cinque anni dall’uxoricidio del fatidico 16 novembre 1980.

I fatti, assai pi breve, risale invece al 1976. Già il discorso autobiografico de I fatti mostrava i segni palesi di una profonda malattia dello spirito che impronta, alterandola, la capacità di comprensione di s dell’autore e l’ordine della sua narrazione.
Entrambi le opere, e soprattutto L’avvenire dura a lungo (ADL), sono da considerare come un documento umano enigmatico nella sua ambiguità, ma anche di straordinaria intensità psicologica e psicopatologica. La loro lettura non pu lasciare indifferente: nel senso che questi scritti “prendono” il lettore che non li rifiuti, che non allontani subito da s queste pagine conturbanti, e si lasci invece condurre nelle spire della loro livida narrazione argomentante. Non c’ dubbio che ADL, come poche altre opere del genere, lasci un segno durevole e dolorante nel lettore partecipe.
La spinta autobiografica si rivela, nel caso di ADL, un tentativo ora stridulo, ora disarmonico e confuso, ora iperlucido, di dirsi, di raccontarsi, pur nella lacunosità di un accecamento insuperabile e da lui stesso riconosciuto
Il risultato al quale egli mira di costruire, con ADL, un’apologia a posteriori, finalizzata a condurlo “alle soglie della sopravvivenza e della vita”. La sua autobiografia fornisce aprs coup la testimonianza, ora esaltata ora dolente, a tratti di una tristezza patibolare, di un estremo sforzo rappresentativo di s e della propria esperienza.

Althusser scrive l’autobiografia in poche settimane, mentre si trova in un periodo di dimissione nel proprio domicilio parigino e sotto la stretta sorveglianza dei suoi amici, sempre considerato come malato di mente delinquente, mai dichiarato “guarito”, ma certamente non pi considerato “pericoloso” a partire dal 1983.
Per il suo delitto egli non era stato ritenuto penalmente imputabile, proprio perch riconosciuto infermo di mente e perci irresponsabile. La sua autobiografia ha un evidente significato autoterapeutico e riabilitativo nel senso clinico e psichiatrico del termine, che prende sempre pi evidenza nello sviluppo delle sue quasi 300 pagine.
Mediante il discorso biografico su di s, egli cerca un riscatto razionale ed emotivo che per ampi tratti, e soprattutto all’inizio, gli appare impossibile. Raramente lo sforzo riabilitativo si rivela cos teso e concentrato, non volto a dimenticarsi di s mediante l’opera o per mezzo del fare narrativo, ma a trovarsi e comprendersi nella riflessione impietosa e nella parola che racconta. Per lui la riabilitazione insieme un tentativo di risalita dalla caduta e un bisogno di riconquistare un diritto di parola che, la legge da un lato, la malattia che gli stata riconosciuta dall’altro, gli hanno convergentemente tolto.

Scrivendo l’autobiografia, l’autore tenta di emergere da un abisso nel quale è precipitato da un’altezza esaltata, temeraria, scarsamente consapevole e per nulla padroneggiabile. Althusser, come infine verrà risaputo, non era nuovo ai precipizi: egli ci informa che a partire dall’esperienza della prigionia in Germania, era solito cadere in gravi “depressioni” abissali, che comportarono anche lunghi periodi di ricovero. Ma, dopo la morte della moglie, non si tratterà pi dello stesso abisso di prima. La colpa, la confusione, l’accecamento e l’angoscia hanno acquistato un riferimento di concretezza inaudita, sia con il delitto, sia per la sanzione subita, la marchiatura di malato folle operata dal diritto e dalla psichiatria. Finalmente la sua disperazione morbosa, cieca ed episodica, ha cause e motivi in abbondanza, ben definiti nel reale e del tutto palesi. Se la legge lo ha annichilito, lo ha posto nel nulla, nella posizione del “disperso”, del desaparecido, “n morto né vivo”, come egli dice di s, attraverso la scrittura egli fa sentire la propria voce e afferma la sua persistente vitalità e diritto d’esistenza.

La lettura di ADL pu produrre sul lettore le reazioni pi varie. Su di me, certamente, i sentimenti contraddittori di una grande attrazione e curiosità, e insieme di ripulsa e turbamento. E’ soprattutto di questi sentimenti che, leggendolo, ho implicitamente tentato di rendermi ragione, mentre manca il tempo per addentrarmi veramente in un simile monumento labirintico, neppure per accenni. Ci comporterebbe una ricerca molto impegnativa, che richiede una grande documentazione, ottenibile solo con ricerche d’archivio e sul fondo degli scritti che ci ha lasciato, esaminando la documentazione dei suoi ricoveri, le perizie psichiatriche ecc. Un’impresa del genere stata avviata da Yann Moulier Boutang, con una voluminosa biografia, di cui stata pubblicata solo la prima parte, di ben 800 pagine, dall’editore Grasset, in concomitanza con la pubblicazione dell’autobiografia.
E’ notevole, e quasi un unicum d’eccezione, l’opportunità offerta da ADL di accedere all’intimità di un’esistenza in situazione critica estrema, che utilizza la scrittura e una grande capacità autoriflessiva per conquistare una voce credibile e affermare le proprie ragioni, dopo che il sistema della legge ha squalificato come folle e malato il suo pensiero e la sua persona, togliendogli, assieme all’imputabilità penale, ogni credibilità e possibilità di aprirsi non solo a una condivisione, ma anche di esporsi a un giudizio da parte degli altri e della collettività. Il “non luogo a procedere” la conseguenza della non imputabilità per il delitto compiuto a causa dell’infermità mentale. L’internamento coatto che ad esso segue, al posto della condanna da parte di un collegio di giurati e dello scontare una pena in carcere, se da un lato crea per il reo una situazione di vantaggio pratico e l’opportunità di una cura, sia pure in condizioni di coazione, determina di fatto un isolamento e una squalificazione radicale. Tutto ci non può non riverberarsi a posteriori sull’opera filosofica di Althusser e insieme sulla persona che quell’opera ha espresso.

Sulla valutazione dell’opera filosofica, e dei suoi eventuali grains de folie, penso sia più facile che si esprima il filosofo, anzich lo psichiatra o lo psicoanalista. Credo tuttavia che esista il rischio che queste tre figure - il filosofo, lo psichiatra e lo psicoanalista - possano pronunciare, di fronte a una materia cos incandescente, giudizi sbrigativi e presuntuosi, soprattutto facendosi trascinare da un tecnicismo fuori luogo (1) Non vorrei per nessuna ragione cadere in una simile trappola. Un giudizio da filosofo sull’opera filosofica di Althusser ovviamente fuori della mia portata, e penso che costituisca un problema rilevante anche per il filosofo di professione, già prima del fattaccio e, ancora di pi, dopo.
Tuttavia ero a conoscenza di almeno un suo libro celebre, cio quel Leggere il ‘Capitale’ che egli scrisse con Balibar nel 1966. Di quell’opera rimasi in particolare colpito da un discorso, che allora mi parve geniale, che egli fa nella premessa iniziale. Ho anche citato estesamente il passo in questione in un mio scritto del 1981 dal titolo “Critica dell’istituzione psichiatrica e psicoanalisi”. All’inizio di Lire le ‘Capital’, Althusser sosteneva che il sistematico accecamento del campo teorico, l’invisibilità che si accompagna alle evidenze che lo sguardo teorico pu cogliere, “non semplicemente, per riprendere la metafora spaziale, il di fuori del visibile, la tenebra esterna dell’esclusione, bens la tenebra interna dell’esclusione, interna al visibile stesso”. In altri termini il campo visibile porta il suo esterno dentro di s, o, come a detto Freud dell’inconscio, il territorio estero interno e condiziona fortemente la maniera di concepire gli oggetti della teoria e infine il nostro sguardo.

Queste caratteristiche paradossali del campo teorico e degli oggetti che definisce, sono legate alle peculiarità topologiche della visione teoretica, istituite da uno scotoma impercepito, uno scotoma pi o meno fisiologico, la cui estensione va accertata e che tuttavia è sempre esistente e ben presente nella percezione, nel pensiero e nel loro “campo visivo”. Mi sembr che tali idee potessero trovare un’applicazione di grande evidenza non solo all’economia “classica”, come fa Althusser, ma anche allo spazio dell’istituzione psichiatrica e persino alle produzioni di pensiero della psichiatria entro il lavoro nelle istituzioni. I manicomi non erano solo il risultato dell’esclusione sociale, ma esisteva un esclusione interna a quegli spazi, che non poteva identificarsi con un escludere i pazienti fuori dell’asilo. Era lo statuto di questo spazio “interno - esterno” di accecamento ed esclusione che trovava nelle parole di Althusser una possibilità di configurazione. Come tutti, non sapevo allora che Althusser avesse già in quegli anni un’esperienza in prima persona di un buon numero di istituzioni psichiatriche “dure”, dove era stato pi volte ricoverato anche coattivamente. Avevo dunque colto una possibilità di applicazione del suo pensiero, che era forse già segretamente implicita nello stesso discorso di Althusser. L’interesse per me di quelle proposizioni andava nella direzione di riuscire a rappresentarmi qualcosa che molto difficile da concepire efficacemente, cio l’incidenza della fantasia inconscia sul modo di percepire la realtà, il nesso tra l’ideologia e i fantasmi che le sono sottesi, il rapporto tra l’azione che si produce e le istanze inconsce presenti nel campo all’insaputa degli agenti. E’ come se Althusser avesse dato forma intuitiva a quell’accecamento involontario e inconsapevole che costituisce, a nostra insaputa, l’altra scena dell’azione, e che in lui si coagul poi all’improvviso nell’atto omicida.

Con mia sorpresa ho ritrovato qualcosa di simile nell’incipit di ADL, quando l’autore rievoca il ricordo della scena del delitto nel chiarore della luce grigia d’autunno: un chiarore del ricordo, egli scrive, “fra due notti, quella da cui uscivo senza sapere quale fosse, e quella in cui stavo entrando”. Un ricordo intatto e preciso - egli ci dice - fino nei minimi dettagli, e che darebbe al delitto compiuto una sorta di valore illuminante, sia pure transitorio. Ma che si tratti di una luce ingannevole e inadeguata subito evidente al lettore, perch in essa risulta mancante l’essenziale, cio quell’intenzionalità di nuocere e di distruggere la moglie Hlne, un atto ben preciso e fatale, che finisce per realizzarsi senza avere alcun posto preciso e non essere correlato a nessuna volontà definita.
Poich l’atto omicida c’ stato, esso richiede di essere giustificato e inteso, riempito di pensiero e di un senso che all’atto sembra essere totalmente mancato in quei pochi istanti. Da questa esigenza ha inizio lo sviluppo autobiografico e interrogativo da cui prende corpo il libro. E la sconvolgente rievocazione e costruzione del personaggio Althusser, alla quale assistiamo nel corso della lettura.

La costruzione del personaggio dell’autobiografia avviene sullo sfondo dell’Althusser gran personaggio pubblico e professore dell’cole Normale Superieure.
E’ questa figura di filosofo e pensatore importante a subire il crollo e a presentarsi confusa, incapace di orientarsi e totalmente smarrita: dopo il delitto si trova in un paralizzante vortice emotivo e cognitivo, che egli già aveva sperimentato nella malattia, ma al quale viene ora inchiodato dalla legge e dalle perizie mediche. La propria posizione nel mondo, verso di s e verso gli altri uomini, mostra un disordine estremo, che viene coattivamente contenuto dagli altri, dalla psichiatria, dai cogenti dispositivi della legge.
E’ irresistibile per me associare la narrazione autobiografica di Althusser alla vertiginosa scommessa realizzata dal personaggio del narratore in un celebre racconto di Poe, che narra la sua discesa nel Maeleström, con la pretesa di descrivere con la massima lucidità l’esperienza del vortice e dell’angoscia in atto. Ci possibile solo nell’artificio della finzione letteraria. Non nella narrazione autobiografica, un genere che è tenuto alla massima veridicità realizzabile con la scrittura. Per ottenere questo turbine intelligente, l’autore Althusser si sfalda in un Io narrante mobile, ma infine capace di parlare ora dal profondo abisso in cui precipitato, ora da posizioni distanti, euforicamente elevate o addirittura maniacalmente elevatissime, nelle quali viene proiettato da una scissione del sé e del proprio sguardo. L’oscillazione avviene tra estremi, spesso per lampi lucidissimi.
Ma lo sforzo di realizzare una stabilità nel vortice possibile per la finalizzazione specifica del suo discorso autobiografico: egli vuol far conoscere al pubblico, supposto maldisposto o malevolo verso un omicida, oppure ignaro della sua personale tragedia, gli sforzi disperati che egli fa per comprendere e spiegarsi le ragioni, vicine o lontane, “di un dramma nel quale stato letteralmente scagliato dall’incoscienza e dal delirio” (p. 31).
Poich la malattia mentale entra prepotentemente nella vita di Althusser, e assai prima dell’omicidio, un discorso sulla sua autobiografia fatto da uno psichiatra come me suscita quasi certamente l’attesa che mi pronunci sulla sua condizione morbosa, sul motivo dei suoi ricoveri, sul suo rapporto con la moglie Hlne, ecc.

Applicare una o pi etichette diagnostiche a uno scritto, sia pure autobiografico, improduttivo e quindi del tutto sconsigliabile. Ma anche un’interpretazione psicoanalitica risulterebbe imprudente e tirata per i capelli, in quanto si sovrapporrebbe a uno sforzo autobiografico già intriso di riferimenti psicoanalitici che recano ampie tracce del lavoro compiuto dall’Autore su di s, anche in virt della cura analitica alla quale si sottoposto per anni.
Farei invece alcune brevi e necessariamente del tutto parziali osservazioni diverse.
Intanto il tono tendenzialmente euforico forse sempre implicito nell’attitudine a dirsi nella dimensione autobiografica. Ma occorre distinguere tra la buona novella autobiografica e la narrazione rivolta alla fuga, una fuga da se stesso e dalla depressione mediante l’euforia. Un’euforia che assume spesso toni maniacali incontenibili, sarcastico-burleschi, in dispregio della verità personale e in omaggio alla falsità, al posticcio, al servizio della negazione di s, dell’odio e del misconoscimento. Conosciamo buone finzioni al servizio della verità e cattive finzioni, rivolte alla mitomania e alla magnificazione megalomanica del negativo, che spacciano l’odio per bontà.
Il burlesco e lo stridulo possono allora irrompere incontrollatamente, senza preavvisi silistici e senza demarcazione, germinando all’improvviso da uno sfondo narrativo pacato e apparentemente controllato. Esempi impressionanti di queste metamorfosi e sismi stilistici sono soprattutto riscontrabili nel primo esperimento autobiografico, che si intitola I fatti. Psicopatologicamente parlando, il testo mostra continue e stridenti oscillazioni tra tre polarizzazioni piuttosto chiaramente evidenziabili. Troviamo l’attitudine depressiva, di impronta svalutante sino all’autodisprezzo, che potrebbe spingersi sino al suicidio, alla quale si contrappone il vento dell’euforia morbosa che sospinge verso invenzioni burlesche e sprezzanti per l’ordine della vita sociale e per i suoi idola vulnerabili e fallaci, sino al sentimento di persecuzione sotteso a tutta la sua visione di s e della sua infanzia, nell’ADL.

Il lavoro che sarebbe richiesto da questi materiali autobiografici è di immergersi in essi, nella loro autenticità e nella loro finzione, per farne risaltare gli aspetti taciuti, inconsapevoli e sommersi, e per confrontare tutto questo con gli scritti pubblicati e pubblici, filosofici e politici, con gli scritti psicoanalitici sui generis che egli ci ha lasciato, con i dati delle numerosissime testimonianze di amici e nemici illustri e meno illustri.
Un secondo aspetto, per cos dire situazionale di questo scritto, e che ne accentua l’aspetto paradossale, consiste in questo: l’autore, dopo il delitto, non pu impunemente dichiararsi, n veramente dimostrarsi sano di mente, perch solo la follia lo giustifica per il suo delitto, certamente di fronte alla legge e forse anche di fronte a se stesso. La paradossalità la medesima dell’Enrico IV di Pirandello e deriva dal fatto che la follia e la salute mentale, come la verità e la finzione, sono anche complessi giochi sociali, macchine e trappole dove la soggettività pi esasperata e l’interiorità pi segreta si articolano con la vita del gruppo e dell’insieme sociale. Se cerchiamo l’autenticità della posizione di Althusser nella sua autobiografia, dobbiamo tenere conto dell’effetto di questa contraddizione, particolarmente accentuata dalle circostanze, sulla struttura della narrazione.

Un’autobiografia che si rispetti, a partire dalle Confessioni di Rousseau, e dopo Freud, deve necessariamente parlarci di alcuni nodi cruciali della vita di chi la scrive per non diventare troppo parziale, incomprensibile e oscura. Le memorie autobiografiche del Presidente Schreber, senza questo riferimento, richiedono interpretazioni da parte del lettore, perché il delirio diventi accessibile (2). Nuovi lumi sull’autobiografia di Schreber sono comunque venute dalla documentazione delle caratteristiche del padre di Schreber e dall’idea che le sue tesi pedagogiche abbiano influenzato in modo decisivo la personalità e il delirio del figlio.
Ma Althusser scrive ADL dopo una protratta esperienza psicoanalitica, che, nonostante l’esito tragico, non pu dirsi del tutto fallimentare. L’analisi, per come riferisce Althusser, gli serviva e si infatti protratta anche dopo il delitto. Si tratt comunque di una cura caratterizzata da importanti varianti rispetto al trattamento tipico, visto che, tra l’altro, Ren Diatkine si incontrava regolarmente anche con la moglie Hlne sino alla fine tragica, che non riusc ad evitare, per il concorso di circostanze assai sfavorevoli e l’accelerazione improvvisa assunta dagli eventi conclusivi. Si trattò di una cura atipica per una “psicosi atipica”.
Parallelamente alla psicoanalisi, e ancora prima, si snoda, a partire dal dopoguerra, la non-storia psichiatrica, le decine di ricoveri in istituzioni psichiatriche diverse, a contatto con figure di psichiatri di rilievo, da Pierre Mle ad Ajuriaguerra, tanto per citare i nomi più famosi, e in istituzioni spesso violente e tali da appagare il bisogno masochistico di espiazione, connesso alla sua depressione. Si ha così per flash uno spaccato della psichiatria francese dagli anni cinquanta e oltre, con una sconvolgente descrizione dei molti elettrochoc subiti nel reparto Esquirol all’ospedale “Sainte Anne”, della “piccola morte” somministrata collettivamente e indiscriminatamente ai degenti in un’epoca ancora prepsicofarmacologica.
L’autobiografia parte dal fondo, dalla scena del delitto e dell’internamento, per spostarsi all’infanzia algerina e via via sino al 1985. Egli si descrive come un bambino estremamente solo, e il sentimento di precarietà e di debolezza, manifestato in certe pagine dedicate alla rievocazione della sua infanzia, ricorda irresistibilmente i toni accorati di autocommiserazione e di accusa radicale verso i genitori della Lettera al padre di Kafka. La sostanza traumatica dell’esperienza infantile si documenta in una serie di ricordi di vario genere, ma tutti caratterizzati negativamente. Il rapporto con i genitori si rivela decisamente sfavorevole, all’insegna di un sentimento di non essere n amato n compreso, ma essenzialmente violentato dal disamore tra loro. Nasce da ci un rancore insuperabile, in particolare verso la madre e la sua fredda intrusività, rimproverata di essere incapace di amarlo per se stesso, per come era, ma di averlo sempre considerato come un sostituto di una figura idealizzata, una reincarnazione sostitutiva dello zio, morto nella grande guerra e promesso sposo della madre. Questo fratello del padre, di cui porter il nome, Louis, una componente essenziale di un romanzo familiare caratterizzato da poche mosse decisive e altamente distruttive, che vedono Charl Althusser, il padre di Louis, sostituirsi al fratello morto, divenendo marito e padre di Louis, in una sorta di levirato mai accettato emotivamente dalla madre, che porter per tutta la vita il lutto di Louis, il suo promesso sposo.
Ma questa vicenda non che il punto saliente di possibile coordinazione di tutta una vasta gamma di alterazioni negative dell’esperienza infantile, che favoriranno l’idea deprimente di essere solo un Ersatz, un surrogato, un sostituto privo di un’identit propria e sempre definito dal desiderio e dalla ripulsa materna, un posticcio. Il lunghissimo lavoro analitico compiuto anni dopo per tentare di curare la sua malattia, non riuscir a smontare questa macchina interpretativa, la renderà semmai consapevole, ma senza poter rivoluzionare una visione di s molto negativa, generatrice sia della depressione sia delle difese euforiche mobilitate per svincolarsi da questa plumbea visione della sua infanzia e dall’odio connesso.
La narrazione si snoda attraverso gli spostamenti della famiglia Althusser da Algeri a Marsiglia (1930 - 1936) e quindi a Lione (1936 - 1939), seguita dalla chiamata alle armi, dalla guerra e dalla durissima prigionia in Germania, dal 1940 al 1945. E, dopo la prigionia, Parigi e l’cole normale superieure di rue de l’Ulm, la scuola “dalla quale non uscir pi per 35 anni”, e dove si svilupper la sua fama di docente e di filosofo, sino al delitto.
Nell’autobiografia una grande attenzione descrittiva, una narrazione massimamente sincera, crudele e toccante, riservata a Hlne, la donna amata e bistrattata, ma anche la sua prima esperienza amorosa, il suo primo bacio, a trent’anni. Alter ego e figura materna, Hlène descritta come una persona di eccezionali qualit umane, costante nelle tempeste continue e nelle prove terribili alle quali la sottoponeva, lei consenziente, la stormy personality del partner. Althusser riconosce che ella fu la sua anima politica, mentre appare evidente la grande dipendenza reciproca dei due e la relazione sadomasochistica accentuata che ne deriv, soprattutto regolata dalle oscillazioni maniaco-depressive di Louis. L’autobiografia descrive magistralmente l’alternanza terribile di tenerezza e fusione con i maltrattamenti psicologicamente crudeli ai quali la sottoponeva, mostrando come il delitto abbia reso acutamente consapevole l’autore della trama di una relazione affettiva che solo dopo egli pu vedere lucidissimamente, in pagine di straordinaria torsione dostoevskijana.
Concluder questo discorso lacunoso, ma anche inesauribile, ricordando il finale ironico - sarcastico, da happy end, di questa autobiografia. E’, infatti, necessario cogliere tra le righe l’intenzione beffarda di un finale sin troppo ostentatamente e banalmente ottimistico, per cogliervi il teatro personale implicito.
Dopo tante peripezie tragiche, si richiede alla narrazione autobiografica di Althusser un lieto fine, una guarigione o almeno un rasserenamento e una pacificazione, come al termine di una storia clinica di guarigione, di una commedia drammatica o di un “dramma lirico”. Alla fine uno spiraglio di bont, una consapevolezza pi distesa e rasserenata, sembrano infatti farsi strada. Althussser stato dimesso ed tornato a casa sua. Ha scritto la sua autobiografia sincera, dolente espressione di una consapevolezza d’eccezione. Assistiamo cos, al termine del penultimo capitolo e nell’ultimo, a un movimento in due tempi dell’apparentemente rinnovato insight dell’autore.
Dapprima egli dichiara di avere finalmente imparato ad amare, il che significa evitare le “esagerazioni” morbose della follia, e aver conquistato una capacit di essere attenti all’altro, di rispettare il suo desiderio e i suoi ritmi, di non chiedere nulla ma imparare a ricevere e ricevere ogni dono come una sorpresa della vita, ed essere capace, senza alcuna pretesa, sia dello stesso dono sia della stessa sorpresa verso l’altro, senza usargli la minima violenza. Insomma, la semplice libert. Perché mai Czanne avrebbe dipinto la montagna Sainte-Victoire a ogni istante? Perch la luce in ogni istante un dono.
In questo modo, la vita pu ancora, nonostante i suoi drammi, essere bella. Ho sessantasette anni, ma mi sento finalmente - io che non ho avuto mai giovinezza, perch non sono mai stato amato per me stesso - giovane come non mai, anche se non sar per molto.
Si in questo modo l’avvenire dura a lungo.
Infine, l’ultima parola assolutoria affidata a un “vecchio amico medico”, che, letto il manoscritto autobiografico, pronuncia un articolato e stringente discorso assolutorio verso quel “delitto orrendo”. Con questo discorso, che riassume con estrema lucidit gli argomenti a favore, si conclude l’autobiografia. In estrema sintesi: “l’imponderabile oggettivo, e non fantasmatico presente dall’inizio alla fine, sino all’ultimo istante” e l’omicidio ne stato il prodotto. L’incontro tra la malattia mentale e una serie di circostanze imponderabili ha prodotto il passaggio all’atto, senza alcuna volontà conscia o inconscia dell’agente.
E’ evidente che il medico che pronuncia un giudizio finale deresponsabilizzante e risolvente di questo tipo è solo un personaggio di finzione, una maschera dell’autore stesso, ma insieme una voce che non la medesima della persona di Althusser, espressione di un’ennesima ambiguit, la testimonianza di una persistente scissione e negazione della colpa e del dolore.
Poche settimane dopo, Althusser verr ricoverato nella clinica di Soisy “in preda a una profonda crisi di ipomania”(3) Abbiamo qui un esempio decisivo dello scarto insuperabile che passa tra narrazione autobiografica e narrazione biografica, per Althusser e per qualsiasi autobiografia.

Bibliografia
Althusser L. (1992) L’avvenire dura a lungo, Guanda, Milano .
Althusser L. (1993), Sulla psicoanalisi, Raffaello Cortina, Milano 1994.
Althusser L., Balibar E. et al. (1966) Leggere Il Capitale, Feltrinelli, Milano 1968.
Moulier Boutang Y. (1992) Louis Althusser, vol. 1 La formation du mithe (1919- 1959), Grasset, Paris.
Petrella F. (1981) Critica dell’istituzione psichiatrica e psicoanalisi, in Turbamenti affettivi e alterazioni dell’esperienza, Raffaello Cortina, Milano 1993.

Note:
(1) Non mancano esempi di interpretazioni psicoanalitiche del “caso” Althusser. Vedi p. es. di G. Pommier, Louis du Nant. La mlancolie d’Althusser, Aubier, Paris 1998; e di M. Rezende Cardoso, Quelques rflexions sur l’autobiographie de Louis Althusser, Psychanalyse l’Universit, 19, 75, 1994.
(2) Nello sforzo di renderla comprensibile, si aperta nel tempo attorno alle Memorie di un malato di nervi di Schreber una vasta impresa di elaborazione, che ha portato a esiti assai diversi, spesso di grande interesse, che vanno dallo scritto freudiano alle considerazioni di Canetti. in Massa e potere.
(3) L’informazione deriva dalla prefazione di Corpet e Moulier Boutang a ADL, p. 10.

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