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Modelli e Tecniche in Psichiatria



Il paziente "bugiardo": pseudologia fantastica e problemi di compliance

Sabino Nanni *



1 - Caso clinico - In ogni cura, alcune informazioni essenziali possono essere fornite solo dal malato, mentre per acquisirne altre ci si affida alla sua spontanea collaborazione, in rapporto ad evidenti esigenze d’economia di tempo e d’energie. Nella maggior parte dei casi, infatti, si ritiene ovvio e naturale che il paziente si senta interessato a riferire fatti precisi e veritieri. Tuttavia s’incontra, talora, la situazione sconcertante di pazienti che, senza trarne vantaggi materiali e pur essendo i sintomi della loro malattia preoccupanti e spiacevoli, forniscono notizie volutamente false e fuorvianti.
Nel caso di Gianni, ad esempio, ciò che il paziente riferiva ed il modo in cui lo riferiva, potevano far credere che i suoi problemi fossero di non grave entità e rapidamente risolvibili. Questo ragazzo di venticinque anni si presentò nel mio studio chiedendo aiuto soprattutto per difficoltà di rapporto con la madre. Figlio unico, rimasto orfano di padre all’età di quattordici anni, egli sentiva come soffocante l’atteggiamento, a suo avviso eccessivamente apprensivo, della genitrice. Avendo la donna scoperto l’uso saltuario che Gianni aveva fatto di “spinelli”, la situazione in casa era divenuta, nelle ultime settimane, intollerabile. Disponendo in quel momento di poco tempo, fissai provvisoriamente il ritmo degli incontri ad una seduta ogni settimana. Per un paio di mesi, quella seduta rappresentò per me una parentesi piacevole, quasi rilassante. Gianni non era bello, ma i suoi modi erano estremamente gradevoli, i gesti e le espressioni del volto tipici d’una persona affabile e sensibile. Come scolarità, per le ristrettezze economiche della famiglia, non era andato oltre una scuola media superiore professionale, ma era un grande “divoratore” di libri e con lui era possibile discorrere piacevolmente di letteratura, di musica, di pittura. Soprattutto la mia impressione gradevole derivava dal suo saper trarre rapidamente buon frutto dalle poche sedute psicoterapiche che avevo potuto mettere a sua disposizione, comprendendo egli immediatamente il senso delle mie osservazioni ed applicandole con grande perspicacia a tutte le situazioni emotive affini a quella che si era discussa. Presto mi resi conto che, esattamente come era successo con me, Gianni aveva saputo conquistarsi il benvolere di tutte le persone con cui aveva avuto a che fare: amato oltre ogni limite dalla madre (del padre, sempre fuori casa per motivi di lavoro, non mi aveva saputo dire molto), stimato grandemente dagli insegnanti, corteggiato dalle ragazze (anche se, fino a quel momento, non aveva voluto impegnarsi in relazioni serie e durature), “coccolato” dal datore di lavoro e dalla sua famiglia, egli si era sempre presentato, in tutti i diversi ambiti, come figura “modello”. Nulla di straordinario, perciò, che chi aveva saputo dimostrarsi “figlio modello”, “studente modello”, “dipendente modello”, si rivelasse ora come “paziente modello”, come anche il suo medico di famiglia mi confermò.
In questo rapporto terapeutico “idilliaco”, tuttavia, comparve dopo due mesi una nota dissonante destinata a sconvolgerlo: l’atteggiamento elusivo che Gianni iniziò a tenere di fronte al mio invito ad eseguire alcuni esami di laboratorio. Il suo aspetto era evidentemente sciupato ed egli mi aveva accennato più volte ad una sensazione di debolezza che da tempo rendeva più faticosa la sua vita. Pensando, in un primo momento, che astenia ed inappetenza potessero esser sintomi d’una depressione latente, avevo concordato col medico di famiglia e proposto al paziente una serie di esami allo scopo di escludere altre possibili diagnosi, fattori concorrenti organici e, in vista d’un trattamento antidepressivo, eventuali fattori di farmaco-resistenza. Gianni, tuttavia, tergiversava: c’era sempre qualche motivo per cui, a suo avviso, gli esami non potevano essere eseguiti ed ero sempre io a doverglielo ricordare ed a portare il discorso sull’argomento. Sentivo un crescente senso di preoccupazione e di rabbia e solo una serie di discussioni ed un violento scontro verbale tra noi riuscirono a convincere Gianni a rivelarmi la catastrofe che egli aveva iniziato a provocare, all’insaputa di tutti, fin dall’età di quattordici anni.
Poco dopo la morte del padre, Gianni aveva iniziato a fare uso di varie sostanze psicoattive: L.S.D. ed anfetaminici, per passare rapidamente all’eroina. Da allora questo era stato per lui il modo prevalente di trattare le tensioni emotive. Che né la madre, né chiunque altro si sia mai accorto di quest’abitudine è significativo, certamente, d’una certa ingenuità della genitrice, ma anche e soprattutto d’una grande capacità di simulare e dissimulare che il paziente aveva sviluppato molto precocemente. D’altronde, egli aveva condotto due stili di vita distinti nettamente, fino al limite della vera e propria dissociazione mentale, con due diverse compagnie ed ambienti tra cui curava costantemente di evitare ogni contatto. Da alcuni anni Gianni aveva iniziato ad avvertire un crescente malessere e, rivoltosi, all’insaputa di tutti, ad uno specialista, era venuto a conoscenza d’aver contratto un’epatite B, nonché di essere HIV positivo.
Dopo che mi ebbe rivelato il suo segreto, iniziò per Gianni un periodo, durato qualche mese, di demoralizzazione e insofferenza. Ora egli aveva messo a nudo con me i suoi problemi, ma anche il suo debole attaccamento alla vita, troppo debole per trovare la forza di risolverli. Soprattutto gli era difficile accettare lo spiacevole trattamento con interferone che pure gli era stato caldamente raccomandato. Avvertivo nel paziente un crescente sconforto che i miei sforzi terapeutici (avevo, nel frattempo, aumentato la frequenza delle sedute fino a quattro ogni settimana) riuscivano appena ad attenuare, oltre che la sua grande fatica ad evitare un nuovo ricorso a sostanze psicoattive. Poi, quasi di colpo, vidi Gianni rinascere alla vita: il suo sguardo aveva riacquistato la consueta affabilità, la sua capacità di ascoltare e comprendere era risalita ai livelli dei tempi migliori, anche riguardo ai discorsi sulle condizioni fisiche che, fino a poco prima, aveva considerato con disattenzione e fastidio. Era successo, come Gianni presto mi rivelò, che si era innamorato. Era la prima volta che gli capitava, ma era sicuro che non si trattava d’un “fuoco di paglia”, perché conosceva quella ragazza già da molto tempo e l’amore, corrisposto, non era altro che l’evoluzione d’un già intenso sentimento d’amicizia. Unico inconveniente: si trattava della moglie del suo migliore amico.
Motivi d’ansia, di rammarico, ma anche un potente sprigionarsi d’energie comparvero in una vita che, fino a quel momento, aveva conosciuto solo poche e spiacevoli novità: Gianni iniziò il trattamento con interferone, accelerò un pacifico distacco dalla madre e, per la prima volta, incominciò a parlare del suo futuro. Utilizzava i colloqui psicoterapici soprattutto per capire quali potevano essere i progetti ed i nuovi interessi a lui più congeniali. Un giorno mi disse scherzosamente che la sua ragazza ed io, le uniche due persone che conoscevano il segreto della sua vita passata, era come se l’avessimo concepito un’altra volta e fatto rinascere ad una nuova esistenza, ma questa volta tutto intero, non più costretto a dividersi in due.
Presto, però, i rischi della relazione clandestina si fecero evidenti e la situazione divenne sempre più pesante sia per Gianni, sia per la ragazza. Il mio paziente sentiva di dover fare qualche scelta decisiva prima che il rapporto ne risultasse compromesso o capitasse anche qualcosa di peggio. Un giorno mi annunciò d’essere riuscito, con l’aiuto di parenti, a trovare un lavoro in un’altra parte d’Italia, ne aveva parlato con la ragazza (questa aveva confessato quasi tutto al marito, che già sospettava qualcosa) ed il trasferimento dei due innamorati era imminente. Ci fu appena il tempo per analizzare, nelle sedute, la reazione del paziente al prossimo distacco. Seguirono la partenza, un paio di telefonate in cui Gianni mi assicurava che tutto stava andando “a gonfie vele” e rassicurava se stesso che io continuassi ad esserne contento, poi più nulla.
Non sono, purtroppo, in grado di raccontare il resto della storia, di riferire se il miglioramento di Gianni abbia resistito all’azione del tempo e dei suoi gravi problemi somatici e neppure sono sicuro di poter rispondere, sulla base della mia esperienza con lui, ai quesiti connessi con l’argomento di questo scritto: che cosa può spingere persone come questa a mentire sistematicamente riguardo a una situazione pericolosa per la loro salute, persino col curante a cui essi stessi hanno deciso di affidarsi? Che cosa può convincerle a cambiare atteggiamento e con quali rischi e vantaggi? Per ricavare qualche elemento in più da questa stessa storia clinica può esserci d’aiuto l’intuizione di Ibsen e la sua descrizione d’un celebre bugiardo: Il “Peer Gynt” [4].

2 - Peer Gynt - Quella di Peer Gynt si può considerare la storia d’un processo di “autoguarigione”, durato tutta la vita, da parte d’un bugiardo. All’inizio della vicenda, egli, a differenza di Gianni, ci appare come un “contafrottole” noto come tale ai compaesani e oggetto di scherno costante da parte di tutti. Di tutti meno che della madre Aase che alterna momenti di disperazione per questo figlio che, anzichè lavorare, si perde in fantasticherie, ad altri momenti in cui resta ad ascoltare le storie inventate di Peer come incantata, a bocca aperta. Presto, tuttavia, alla madre, si aggiungono altre figure femminili che dimostrano di tenere in alta considerazione questo personaggio: dapprima Ingrid, una delle ragazze più ricche ed ambite del villaggio che, lasciando di stucco sposo ed invitati alla sua festa di nozze, fugge con Peer; poi Solvejg, la pura e dolce fanciulla di cui Peer Gynt si è innamorato, che abbandona la propria famiglia per andare a vivere in miseria col “contafrottole” disprezzato e bandito da tutti gli altri. Ma Peer, anche attraverso esperienze allucinatorie rivelatrici, si è reso conto di avere un percorso da compiere prima di poter ritornare, interiormente preparato all’amore, alla sua Solvejg. Dapprima egli deve vivere fino in fondo l’esperienza di separazione dalla madre, che egli va ad assistere e confortare al momento della morte. Poi, come i personaggi delle sue allucinazioni gli hanno più volte ribadito, egli deve risolvere il problema di come “essere se stesso”, cioè definire una propria identità. Entrato in un mondo assolutamente fantastico, Peer Gynt assume le sembianze dei personaggi più disparati, nell’evidente sforzo di conseguire una realizzazione grandiosa. Ritornato, ormai avanti negli anni, in patria (alla realtà?), Peer trova ancora, sul cammino che lo conduce a Solvejg, un personaggio perturbante: il “Fonditore di bottoni”. Costui, inviato dall'aldilà, ha il compito di raccogliere in una cucchiaia le anime di coloro che in vita non riuscirono ad essere se stessi né come virtuosi né come scellerati. Egli fonde queste anime, come fossero bottoni metallici mal riusciti, allo scopo di ricavare e riciclare la materia prima di cui esse sono costituite. Il “Fonditore” reclama l’anima di Peer Gynt, annunciandogli che è giunta la sua ora. Ottenuto un rinvio, Peer cerca disperatamente di dimostrare all’altro ed a sé di essere riuscito, in qualche modo, ad essere se stesso. Ma, dopo vari tentativi falliti, solo l’incontro con la “moglie-madre-donna senza colpa” Solvejg riesce a posporre (mascherare?) la dissoluzione nel nulla. Con lei egli ritrova il nucleo originario e autentico di se stesso, il vero Peer bambino che, cullato fra le braccia della mamma, non ha bisogno di mostrare altro che la sua vera e spontanea natura.

3 - Costellazione familiare - Aase, subito dopo la fuga del figlio Peer con Ingrid dalla festa di nozze di quest’ultima, è sbigottita per questo gesto compiuto da chi sembrava capace soltanto di “mentire e inventare”. Ella ricorda il suo passato con il figlio bambino:
“Eravamo uniti nella fortuna e nella disgrazia. Già, perché devi sapere che mio marito beveva; correva il paese di bisboccia in bisboccia, scialacquando e distruggendo la nostra agiatezza. Ed io restavo a casa col piccolo Peer; cercavo di non pensarci, non sapendo che altro fare; perchè di lottare e resistere non son mai stata capace. é troppo brutto guardare il destino in faccia; meglio dimenticare i crucci, scacciare i pensieri come si può. L’uno ricorre all’acquavite, l’altro alle frottole; eh già! Noi ci buttammo alle fiabe di principesse, trold e animali diversi. E di spose rapite. Ma chi poteva immaginare che quelle fole lo avrebbero turbato così!” [4, pag. 708, 709]
Aase appare, qui, in preda all’angoscia ed a sentimenti di colpa per il destino del figlio, al quale in quel momento stanno dando la caccia i parenti di Ingrid inferociti. Ella si sente responsabile non solo della tendenza del ragazzo a rifugiarsi nelle fantasticherie, ma anche del “turbamento”, procuratogli da quelle antiche fiabe, che può aver portato Peer a rapire davvero una sposa.
Anche Gianni, come abbiamo visto, a un certo punto “rapisce” una sposa. Anche per lui, seguendo la ricostruzione di Aase, possiamo far risalire tale “agito” ad una situazione familiare antica che, effettivamente, ci appare del tutto simile a quella di Peer. Il padre di Gianni, prima di mancare prematuramente, era lontano da casa diversi mesi l’anno per ragioni di lavoro ed anche le sue presenze saltuarie presso la famiglia non lasciavano altra traccia che quella d’un vuoto. Di questo la moglie, debole di carattere e bisognosa d’aiuto, ne risentì non meno del bambino. Il mio paziente non ricorda d’aver sentito fiabe di “spose rapite”, ma è chiaro che tale vicenda raccontata da Aase acquista il suo senso solo in un contesto particolare: quello d’una madre “aggrappata” al bambino come all’essere maschile più importante a cui ella chiede d’essere “rapita”, salvata da una situazione coniugale infelice. Tale era il rapporto del mio paziente con la madre. Essere l’unica fonte di consolazione per la donna che gli aveva dato la vita: questo divenne per Gianni, come per Peer, il principale contenuto dell’ideale dell’io. Di fronte a tale compito impossibile e irrinunciabile, non restò ad entrambi che un’unica possibilità: mentire.

4 - Bugia “istrionica” e “alexitimica” - Esistono, tuttavia, importanti differenze fra le “bugie” di Peer Gynt e quelle di Gianni, e questo spiega il loro diverso destino. Mentre Gianni, fino a quando non entrò in crisi, mentiva sistematicamente adeguandosi in modo stabile a ciò che la madre e i suoi sostituti desideravano che egli fosse, il mentire del personaggio ibseniano ha carattere più discontinuo e fantasioso (come risultato delle antiche favole inventate e “giocate” insieme alla madre che, viceversa, mancano nell’esperienza passata del mio paziente) ed egli passa con molto più grande facilità da una costruzione immaginaria del proprio personaggio ad un’altra completamente diversa. La maggiore mobilità interiore e la più accentuata fantasia gli consentono, pur nella follia, di tollerare meglio quelle tensioni emotive per sedare le quali Gianni, invece, deve assumere droghe. Proviamo a considerare i vari tipi di tendenza sistematica a mentire, che ho qui sommariamente elencato, quali si possono riscontrare nelle più comuni situazioni umane e nei quadri clinici più noti:
- A) Sano
- B) Delinquenziale
- C) Masochistico-autopunitivo
- D) Istrionico (pseudologia fantastica propriamente detta)
- E) Narcisistico
- F) Alexitimico “compensato” (dipendente, “normopatico”, “false self”, ecc.)
- G) Alexitimico scompensato ([somatizzazioni], alcoolismo e altre tossicodipendenze, disturbi psichiatrici dell’alimentazione)
- H) “Anaclitico” (“factitious disorder”)
(I termini: “Istrionico”, “Narcisistico”, “Dipendente” sono tratti dai Disturbi di Personalità dell’asse II, mentre “Factitious disorder” - tradotto un po’ infelicemente in italiano con “Disturbo fittizio” - corrisponde ad una sindrome clinica dell’asse I, come sono definiti nel DSM IV [2]. Tutti sono caratterizzati da una più o meno spiccata tendenza a mentire del paziente. Le parole colorate si riferiscono agli argomenti trattati in questo scritto)
Le caratteristiche distintive cui accennavo più sopra collocano le bugie di Peer Gynt nel tipo “istrionico” mentre quelle di Gianni hanno le caratteristiche tipiche del “False self”. Come tutte le pseudologie fantastiche istrioniche, anche le “frottole” di Peer non hanno il solo scopo d’attirare l’attenzione altrui, ma anche quello di comunicare qualcosa che appartiene al paziente. Esse contengono un nucleo d’esperienza autenticamente vissuta, spesso a carattere traumatico [16]. Ad esempio, all’inizio del dramma Peer, per giustificare la sua prolungata assenza da casa, racconta alla madre la storia fantasiosa d’una renna che l’avrebbe rapito e con la quale sarebbe precipitato in un abisso. Poco prima di allontanarsi, Peer ha vissuto due situazioni che devono averlo messo in crisi: per la prima volta una ragazza, Ingrid, gli ha manifestato la sua simpatia (preludio ad un prossimo impatto con la realtà del sesso) e la madre Aase ha iniziato a soffrire d’un serio malessere (primo indizio d’un imminente incontro con la morte). La fantasia della renna esprime in modo simbolico una situazione traumatica infantile evocata da questi due eventi: essa descrive un intenso turbamento a colorito sessuale provocato dall’esterno e subìto passivamente, con tutta l’angoscia e il sentimento d’una tensione (e d’una perdita) intollerabile che, in casi del genere, solo un bambino può provare [10]. Desideri edipici furono precocemente indotti in Peer Gynt (come in Gianni) da una madre disperata e resa non empatica verso il bambino dal bisogno di trovare in lui un sostegno; ciò costituisce indubbiamente un “equivalente traumatico”.
Ricordo, qui, che i racconti fantasiosi, più o meno verosimili, riferiti da adolescenti che hanno chiesto aiuto in modo spontaneo, sono possibili indizi d’un fatto traumatico. Che si tratti d’un trauma recente (ad esempio un abuso sessuale) oppure d’un fatto evocativo di traumi antichi, difficilmente lo si potrà dedurre dal contenuto del racconto, che esprime in modo simbolico solo frammenti, non integrati nella vita psichica, dell’evento traumatizzante [16]; come pure non è possibile ricostruire, da questo solo materiale, se si tratti d’avvenimenti vissuti prevalentemente nella fantasia oppure reali. Tuttavia è opportuno che un’insistenza del paziente a mentire in modo fantasioso induca il clinico a considerare il caso con attenzione ed a compiere altre indagini.
Diverse sono le caratteristiche delle bugie di Gianni. Esse, più che un significato simbolico di qualcosa che appartiene al paziente, esprimono la sua grande perspicacia nel comprendere come l’altra persona desidera che egli sia. Seguendo la classificazione che ho abbozzato più sopra, possiamo qualificare le bugie di Gianni come tipiche di un “False self” collocabile nella più ampia categoria dell’alexitimia. “Alexitimia” in senso stretto, come fu definita originariamente dalla scuola di Boston, significa incapacità di differenziare tra loro le diverse emozioni, di assegnare ad esse un nome appropriato e di distinguerle dalle sensazioni corporee [8]. Questo stesso termine è anche spesso utilizzato per descrivere, nel suo insieme (e non solo nel suo aspetto fenomenico), una situazione mentale caratterizzata da incapacità d’entrare in contatto con le proprie spontanee emozioni e di elaborarle col pensiero ed il linguaggio, dal distacco dal proprio mondo interiore con prevalenza di “pensée operatoire”, da mancanza di pensiero originale, spesso con accentuato conformismo, e da forte dipendenza da oggetti esterni [7]. facilmente intuibile come l’alexitimico, non disponendo in misura adeguata d’una capacità di contenere le tensioni emotive con mezzi psicologici, sia portato ad usare mezzi chimici (da cui il rischio di tossicodipendenze) e tenda a presentare uno sbilanciamento della sua reazione di stress, con sovraccarico di stimoli sul sistema neuroendocrino e neurovegetativo, da cui il rischio di scompensi somatici dei più svariati tipi. Gianni è un tipico esempio di falso sé alexitimico su base traumatica, caratterizzato dalla rinuncia ad un contatto col proprio autentico mondo interiore e dalla costruzione di un’immagine di sé “bugiarda” e forgiata sui desideri dell’oggetto d’amore.
Pur essendo chiaro, dagli stessi ricordi coscienti di Gianni, che la madre era stata l’autrice di una serie d’esperienze per lui traumatizzanti, non lo sentii mai pronunciare che parole di lode verso la genitrice. Ciò è caratteristico del paziente di questo genere: essendo gli aspetti persecutori del genitore reale intollerabili e non disponendo di alternative, questo malato è costretto ad aggrapparsi ad un’immagine falsa ed idealizzata di chi lo accudisce. Non si tratta della normale idealizzazione, che consiste nell’accentuazione e nell’isolamento, dalle altre qualità del genitore, d’aspetti realmente favorevoli al figlio. Quella dell’alexitimico è, piuttosto, una “mistificazione idealizzante” che consiste nella negazione del carattere persecutorio ed in un’idealizzazione, priva di basi reali, di chi gli ha dato la vita. Viene così a crearsi, dell’oggetto d’amore, una rappresentazione patologica e confusiva che rende impossibile ogni successiva evoluzione nell’elaborazione cognitiva degli affetti [7, 14]. Che ciò che è nocivo e “velenoso” costituisca oggetto d’idealizzazione e d’amore esiste già nei rapporti con i genitori reali, prima ancora che si verifichi il distacco da loro e l’investimento narcisistico regressivo di quell’oggetto-sè anomalo che è la sostanza tossica.
La mistificazione idealizzante del genitore ha carattere in gran parte “bugiardo”: in Gianni era evidente la necessità di manipolare le immagini di sè e della madre in modo da renderle conformi a quelle idealizzate richieste da lei (e dai sostituti), ma anche il bisogno di preservare dalla sua (loro) influenza una propria esistenza separata e clandestina. Di qui il carattere ambiguo delle sue bugie: mezzo per compiacere la genitrice, ma anche, nel contempo, per raggirarla. Come per altri “bugiardi” sottoposti ad analisi, la menzogna era anche un modo di controllare, corrompendola, la madre (il terapeuta) facendola(lo) diventare partner d’una relazione perversa; come tale, causa, nel paziente, d’un vissuto d’onnipotenza [3], ma anche dell’interiorizzazione d’un contenitore corrotto e, quindi, d’incapacità di differenziare e contenere i propri stati mentali [9].
Da quel che ho detto risulta che è semplicistico e fuorviante ritenere che i tossicodipendenti (o gli anoressici o i bulimici) mentano al terapeuta soltanto per poter proseguire indisturbati la loro abitudine anomala. In realtà, in quanto alexitimici, essi sono caratterizzati da una tendenza a mentire, più ampia e radicata, che coinvolge il rapporto coi terapeuti anche se questi si occupano di problemi diversi dalla loro “addiction” (e, dato l’ampio spettro di malattie organiche più o meno direttamente collegate alla loro patologia mentale, capita di frequente che questi pazienti debbano ricorrere alle cure di diversi medici non psichiatri). Anche con loro, tende a riprodursi quell’ambivalenza dei sentimenti transferali e quel bisogno di mantenere nascosto e “protetto” dal terapeuta un settore della propria vita che porta questi malati a riferire dati non attendibili. Perciò, se si ritiene necessario curare la persona malata anzichè la malattia considerata isolatamente, il trattamento adeguato (individuale o di équipe) della tendenza a mentire di questi pazienti costituisce parte integrante di qualsiasi intervento terapeutico attuato su di loro.

5 - Il problema dello “essere se stesso” - Verso la fine della vicenda, Peer Gynt entra per la seconda volta nella sua vita in uno stato d’animo di cupo sconforto. A porre in evidenza tutta l’inadeguatezza del suo modo d’essere (di “non essere”) erano stati, a suo tempo, il primo incontro con l’amore adulto e la concomitante separazione dalla madre. Ora, a metterlo in crisi, è l’imminenza della propria morte. Con sempre maggiore urgenza, Peer si pone il problema di sapere chi veramente egli sia al di là delle simulazioni, come se temesse di morire senza essere mai nato. Nel bosco, in un momento di riflessione solitaria, egli prende una cipolla selvatica e la sbuccia, paragonando ogni velo alle identità fasulle che egli aveva assunto nel passato:
(Strappa parecchi veli in una volta) Che quantità prodigiosa di pellicole! Non apparirà finalmente il nocciolo? (Finisce di pelar la cipolla) Niente affatto, perdio! Fino al centro, non son che strati e strati, solo sempre più piccoli” [4, pag. 807]
Peer teme soprattutto d’aver perso il contatto con il nucleo originario, più autentico, di lui stesso. Più avanti, l’incontro col “Fonditore di bottoni” gli chiarisce ulteriormente la natura delle proprie inadeguatezze: la sua anima è condannata a “fondersi nella cucchiaia”, cioè a dissolversi nel nulla, poichè egli non è mai stato né un autentico virtuoso, né un vero peccatore e quindi non può trovare posto né in paradiso, né in inferno. Peer, cioè, attraverso la bugia non ha mai definito i suoi rapporti col mondo esterno e, quindi, la propria autentica natura; egli è come un corpo senza una vera “anima”. Gli dice il “Fonditore di bottoni”:
“Mai fino ad ora sei stato te stessoÉe allora che t’importa di morire del tutto?” [4, pag. 814 - Il corsivo è mio]
Entrato completamente in crisi dopo qualche resistenza, riconosciuta la propria inconsistenza interiore, il suo essere privo di vere passioni e di fede sincera, Peer sembra far propria l’opinione di quel personaggio perturbante:
“Così indicibilmente povera un’anima può dunque rientrare nelle grigie nebbie del nulla. Non serbarmi rancore o mondo bellissimo, se ho calpestato senza scopo il tuo suolo” [4, pag. 829]
E più avanti:
“Ho paura d’esser morto assai prima di morire” [4, pag.830]
Sia Peer Gynt, sia Gianni, a dispetto della loro apparente capacità di mettersi in evidenza e “primeggiare”, appartengono in realtà al novero degli “sciaurati che mai non fur vivi”, degli “ignavi”: paralizzati dalla paura, essi non seguirono con passione sincera alcun vero stendardo, cioè non calpestarono il suolo di questo mondo animati dalla tensione verso un autentico scopo idealizzato né nutrirono vere e proprie ambizioni.
soprattutto la paura (esito di situazioni traumatizzanti precoci) che tiene legati questi particolari pazienti al sistema di valori, tipicamente narcisistico, del “tutto o nulla” [15]. Il potersi vivere (sia pure attraverso la bugia) come fonte esclusiva di sostegno per la madre, fece loro intravedere la possibilità d’un appagamento narcisistico totale: essere e possedere “tutto”. Ma l’impossibilità di trovare un’adeguata comprensione empatica materna per quanto era al di fuori del bisogno della genitrice (le debolezze e, in ultima analisi, la reale e particolare natura del bambino) produsse in loro l’impossibilità d’un passaggio graduale dal (simulare d’essere) “tutto” al (sapere d’essere) quel “qualcosa” che avrebbe potuto porre le basi d’una loro effettiva identità [15]. In costoro, l’aspirazione illusoria al “tutto” non fu superata grazie a tollerabili “frustrazioni ottimali”, ma si rafforzò (e divenne condizione necessaria al loro tipo di vita soggettiva) poiché l’angoscia suscitata dalle esperienze traumatizzanti cui furono esposti soppresse ogni possibile manifestazione del loro vero e limitato sè. Ogni situazione che contrasta l’illusione del “tutto”scatena in loro quella “angoscia di frammentazione” [5] e quella rabbia arcaica (“narcisistica” [5] o “cannibalica” [14]) che ripetono la primitiva reazione ai traumi originari e li fa precipitare nel “nulla” [15]. Qui il “nulla” deve essere inteso quasi alla lettera: nei casi in cui l’illusoria grandiosità, legata al loro sistema di bugie, crolla improvvisamente, sono descritte e documentate, in queste persone, reazioni omicide-suicide oppure somatizzazioni acutissime ad esito infausto [12, 13].

6 - Resistenza all’annientamento e salvezza: il “Maestro” e la “Donna senza colpa” - Né Peer Gynt, né (fortunatamente) Gianni presentano, nella loro storia, reazioni “catastrofiche” del tipo suddetto. Che cosa può averli protetti? Riguardo a Peer Gynt abbiamo accennato più sopra ai vantaggi del possedere, in maggior misura rispetto a Gianni, immaginazione e mobilità interiore. I fantasiosi giochi infantili con la madre lo hanno reso dotato d’una grande capacità di “drammatizzare”, cioè di “mettere in scena”, traducendola in vicende, la propria realtà interiore. In generale, ed anche in un contesto psicoterapico, l’espressione “teatrale” dei vissuti, può costituire un modo per prendere distanza da esperienze intollerabili senza perdere completamente il contatto con esse [11]. Il paziente può oscillare fra il credere e il non credere di star “fingendo” e ciò può costituire una valida protezione da prese di coscienza troppo brutali. Unico punto debole di Peer Gynt, che può spiegare la lunghissima durata del suo processo di “autoguarigione”: egli non ha mai trovato (o cercato) un interlocutore costante. I messaggi contenuti nelle sue storie fantasiose, come pure nei deliri e nelle allucinazioni, sono stati “lanciati al vento” e nessuno ha potuto raccoglierli e dare ad essi coerenza e chiarezza. In uno degli incontri col “Fonditore di bottoni” avviene fra questi e Peer Gynt uno strano scambio di battute. A Peer che gli chiede cosa significhi “essere se stessi”, l’altro risponde:
Fonditore di bottoni: Esser se stessi è: uccidere se stessi. Ma con te è fiato sprecato esprimerlo così. E perciò diciamo: presentarsi dovunque con un cartello al collo su cui è scritta l’intenzione del Maestro.
Peer Gynt:
Va bene, ma chi non ha mai saputo che cosa il Maestro intendesse fare di lui?
Fonditore di bottoni: Si deve intuirlo.
Peer Gynt: Tali sensazioni ingannano soventeÉ e allora si va ad undas a metà della vita.
Fonditore di bottoni: Certamente, Peer Gynt; proprio nella mancanza di quell’intuito il diavolo ha la sua esca migliore.
[4, pag. 821]
Sia per Peer, sia per Gianni, come abbiamo visto, l’illusione d’essere o possedere “tutto” nell’ambito d’un rapporto esclusivo con la madre o coi suoi sostituti, rimase condizione necessaria all’unico tipo di vita soggettiva per loro possibile; uscirne di colpo, per entrambi, sarebbe stato come “uccidere se stessi”. Mancò loro, infatti, la possibilità d’utilizzare l’influenza paterna allo scopo di sottrarsi all’aspirazione narcisistica al “tutto” (che comporta, ogni momento, il rischio di dissolversi nel “nulla”) per accedere a quel “qualcosa” su cui avrebbero potuto fondare la propria identità. Le “intenzioni” del padre, cui avrebbero avuto bisogno di sottomettersi per trarne protezione, per loro rimasero un mistero.
Peer Gynt appare, tra i due, quello che più vivacemente tende a sottrarsi all’autorità paterna: "Temere il rigore, fuggire il rimorso" è l’insegna che egli vorrebbe porre sulla sommità del monumento che immagina di erigere a se stesso [4, pag. 808]. per questo motivo che Peer non ha mai cercato un interlocutore costante che, quale figura paterna sostitutiva, avrebbe potuto personificare il rigore della coerenza logica e della legge morale.
Da questo punto di vista, più avvantaggiato sembra Gianni: con il senno di poi possiamo giudicare la sua stessa decisione d’iniziare il trattamento con me come ricerca d’una autorità paterna. Egli sapeva che il suo castello di bugie sarebbe fatalmente crollato con il progredire dei disturbi somatici e si risolse a cercare una protezione dalle conseguenze soggettive catastrofiche che avrebbero potuto derivarne. Iniziò, durante il periodo del contrasto fra noi a proposito degli esami di laboratorio, a mentire in un modo stranamente maldestro. Le sue, ora, erano bugie completamente diverse dalle precedenti: mal dette, quasi un insulto all’intelligenza del sottoscritto, evidentemente provocatorie ed irritanti, sembravano studiate apposta per suscitare una risposta di riprovazione e di rabbia. Nello stesso tempo, a dispetto di tale contegno, Gianni mi comunicava il suo grande bisogno d’essere “tenuto” ed il fatto che, proprio in quel momento, avevo aumentato la frequenza delle sue sedute era una prova che era stato capito. Successe così che, espressa tutta la mia disapprovazione in un violento scontro verbale, Gianni rispose con un atto di sottomissione: ora, adeguandosi alle mie “intenzioni”, per amor mio, egli finalmente riusciva a sopportare tutto il tormento che avrebbe per lui comportato la verità.
Ritorniamo allo schema di pag. 5: se, come abbiamo visto, la tendenza a mentire di Peer Gynt è inquadrabile nel tipo “istrionico”, quella di Gianni è, all’inizio del trattamento, di tipo “alexitimico” ed assume successivamente le caratteristiche del tipo “masochistico-autopunitivo”. I maggiori ostacoli al processo terapeutico sono creati dal tipo alexitimico in cui le bugie, prive di qualsiasi elemento di verità che appartenga al paziente, hanno il puro scopo d’ingannare; favorite, in questo, dalla risposta controtransferale collusiva che esse tendono ad evocare. Viceversa le bugie di tipo istrionico (per il significato simbolico di fatti reali appartenenti al paziente che esse contengono) e quelle di tipo masochistico-autopunitivo (per la ricerca, nel terapeuta, d’un superio “ausiliario” che esse esprimono; superio che può gradualmente essere interiorizzato) - come pure, per ragioni analoghe, quelle di tipo narcisistico - possono essere utilizzate a scopo terapeutico. Se confrontiamo queste considerazioni con la reazione emotiva immediata che ci suscitano i pazienti, dobbiamo ammettere che molti fra quelli che ci danno più soddisfazione (l’educato ed amabile Gianni all’inizio della cura) sono coloro che più distruggono i nostri sforzi terapeutici, mentre molti fra i più sgradevoli (i pazienti che “fanno scene”, i “piantagrane”) sono quelli che ci stanno tendendo una mano e che più possono giovarsi del nostro aiuto.
Se una figura paterna può salvare persone come Peer Gynt e Gianni dall’annientamento, è però in una di tipo femminile-materno che entrambi trovano (s’illudono di trovare?) la loro definitiva salvezza. Sia il personaggio ibseniano, sia il mio paziente debbono, tuttavia, fare i conti con gli effetti delle situazioni traumatizzanti precoci che la stessa madre ha provocato su di loro. Peer lo fa tramite una sorta di “visione manichea” delle appartenenti all’altro sesso: “Al diavolo tutti i ricordi! Al diavolo tutte le donneÉmeno una!” [4, pag. 706]. Sono le parole con cui egli respinge Ingrid (e, con lei, tutte le donne “contaminate” dalle esperienze sentimentali e sessuali) e salva la sola, “pura” fanciulla Solvejg. E' chiara qui la scissione fra due aspetti della madre personificati dalle ragazze: la genitrice della situazione edipica, evocatrice di perturbanti desideri sessuali e di gelosia, e la figura materna pre-edipica idealizzata, la madre “casta” che si dedica in modo esclusivo al suo bambino.
Gianni, invece, ritrova ed accetta entrambi gli aspetti della genitrice nella ragazza di cui s’innamora. Egli teme (purtroppo con più d’una ragione) di non avere molto tempo davanti a sè e, per tale motivo, ha molta più fretta, rispetto a Peer Gynt, di uscire dal mondo delle bugie e ritrovare l’autentico se stesso e la sua donna. A far sì che Gianni superasse l’ambivalenza verso l’amata ha, inoltre, contribuito il carattere eccezionale di questo rapporto e di questa persona: la donna, pur di seguire il mio paziente, ha accettato gravi limitazioni della propria futura vita sessuale (la HIV positività di Gianni) e la quasi certa impossibilità di avere figli con lui. Ella ha inoltre compiuto la scelta coraggiosa di sciogliere un matrimonio, lasciare una situazione sicura ed entrare in un’altra piena d’incognite, avventurarsi in un luogo sconosciuto, fra estranei, e tutto questo esclusivamente per amore verso questo povero ex-tossicodipendente pieno di acciacchi! Si è, cioè, riproposta anche per Gianni una di quelle situazioni straordinarie (capaci di sconvolgere ogni tipo di ragionevole previsione) in cui un amore, puro e certo come ai primordi dell’esistenza e ritrovato nella vita adulta, compie il miracolo di trasformare un malato in una persona vigorosa o un delinquente abituale in un cittadino esemplare [1].
Ho anche motivo di pensare che, ad orientare questa scelta del mio paziente, abbia contribuito il rilievo, dato nel trattamento, al problema del corpo. Nei pazienti alexitimici come Gianni caratterizzati, nella vita sociale adulta, da un “falso sé” e le cui emozioni spontanee non sono mai del tutto “de-somatizzate”, il nucleo più autentico della vita soggettiva si trova “immerso” nel corpo [6]. Fra le varie fasi evolutive che, sovrapponendosi l’una all’altra, coesistono nell’organizzazione della psiche, lo “strato” più antico, anteriore ad ogni condizionamento sociale e ad una vera e propria vita di relazione, e quindi ad ogni possibile costituirsi d’una falsa rappresentazione di sè, è costituito da un nucleo di “sè psico-corporeo” non ancora differenziato dall’oggetto arcaico e dal corpo vero e proprio. Questo è il motivo per cui cure corporee adeguate ed intensamente vissute sul piano emotivo in una relazione terapeutica soddisfacente (come quella che si era creata fra Gianni ed il complesso dei curanti, per l’occasione ben coordinati tra loro) con questi pazienti costituiscono la base d’un importante progresso della psicoterapia: esse promuovono un migliore rapporto con il corpo e, insieme ad esso, con se stessi e con gli oggetti d’amore eredi dell’oggetto arcaico. anche nel terreno di quest’esperienza terapeutica che si è risvegliato in Gianni l’amore per la madre pre-edipica idealizzata; amore che ha potuto più facilmente riversarsi sulla ragazza che, come una madre ideale col suo bambino, aveva accettato d’amarlo in modo incondizionato.


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12. Rossi Romolo (2001) La Perizia Psichiatrica su Stefano Diamante (Tribunale di Genova - 2001)
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14. Shengold Leonard (1989) Soul murder. The effects of childhood abuse and deprivation (Fawcett Columbine 1991)
15. Shengold Leonard (1991) Father, don't you see I'm burning? (Yale University Press)
16. Wilkinson S. Hough G. (1996) Lie as a narrative truth in abused adopted adolescents (Psychoanal. Study Child, Vol. 51, pag. 580)


* Dott. S. Nanni
Spalto Marengo, 97 – 15100 Alessandria
Tel.: 0131 264637 – 335 5286895
E-mail: sabino.nanni@tin.it - sabino@micanet.it


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