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PSYCHOMEDIA
Telematic Review
Sezione: MODELLI E RICERCA IN PSICHIATRIA

Area: Medicina e Psicologia


I giovani e la donazione di sangue tra timore e desiderio

Antonella Pagliariccio e Maria Marinozzi




Introduzione

Negli ultimi decenni il fabbisogno trasfusionale è andato sempre più aumentando in tutto il mondo in relazione a trattamenti terapeutici sempre più complessi ed avanzati. Infatti in diversi settori della medicina (ematologia, oncologia, chirurgia, la traumatologia e la trapiantologia) per poter operare in modo efficace non si può assolutamente prescindere dalla risorsa sangue. Da parte sua la medicina trasfusionale ha cercato di rispondere a questo incrementato bisogno con una migliore tecnologia per la raccolta del sangue (raccolta multipla di eritrociti, plasma e piastrine da unico donatore) e il suo utilizzo (autotrasfusione e il recupero intraoperatorio). Le strategie tecnologiche tuttavia non possono risolvere totalmente il problema dell'autosufficienza trasfusionale perché è stato stimato che per avere scorte adeguate è necessario che una percentuale dall' 1 al 3% della popolazione doni il sangue e in modo continuativo per migliorare la sicurezza trasfusionale. Da un indagine del WHO presentata in occasione della Giornata Mondiale del donatore di sangue del 2007 risulta tuttavia che 80 paesi su 172 hanno una percentuale di donatori inferiore all'1% della popolazione (1). E' importante capire non solo perché una piccola parte della popolazione decide di donare il sangue, ma anche perché solo pochi donatori diventano regolari nel tempo, visto che questo avviene più o meno frequentemente in tutti i paesi del mondo (2,3,4). Quindi è piuttosto sulla realtà del donatore che bisogna orientare la ricerca trasfusionale che negli ultimi tempi è stata anche fortemente impegnata nella diagnosi e prevenzione delle malattie trasmissibili con il sangue. Solo attraverso questa conoscenza sarà possibile rispondere ai bisogni dei donatori che essendo sani e volontari possono in ogni momento decidere di non donare più. Da una nostra precedente ricerca è emerso che le prime donazioni di sangue, mobilitano emozioni che spesso influiscono negativamente sul buon andamento della donazione stessa provocando in alcuni donatori la reazione vaso-vagale nelle sue varie manifestazioni. Aiutare il donatore a capire le proprie paure e a gestire le emozioni disturbanti legate alla prima donazione, ha influito positivamente sul desiderio di tornare nel 89% dei casi (5). noto che emozioni forti come ad esempio la paura possono provocare i sintomi vasovagali collegati alla reazione d'allarme (6). sperimentare anche soltanto sintomi vagali lievi o semplicemente vedere qualcuno che sta male è motivo sufficiente per non tornare (7, 8, 9, 10,11). stato recentemente dimostrato che più i donatori si sentono bene dopo la donazione più aumenta il ritorno effettivo e di 9 volte l'intenzione di ritornare (12). Da una ricerca che è tuttora in corso emerge chiaramente che riportato che la principale ragione che hanno spinto i nuovi donatori è stata l'influenza di familiari o amici e il motivo principale per continuare è l'altruismo. Un altro elemento che non deve essere sottovalutato è quanto ben informato sia colui che decide di diventare donatore (13). Dai colloqui per la selezione dei donatori sono emersi soprattutto due fattori che influiscono sulla decisione a donare: altruismo e paure della donazione. Abbiamo deciso di verificare il valore di questa indicazione in una popolazione di studenti delle scuole superiori per conoscere le opinioni delle nuove generazioni su questo tipo di volontariato ed identificare i motivi che spingono a donare e quelli che trattengono dal farlo. L'ipotesi è che sulla decisione a donare influisca non tanto una mancanza della motivazione ma piuttosto i timori che soffocano il desiderio di donare il proprio sangue

Materiali e metodi

Questionario
Per questo studio psico-sociale è stato utilizzato come strumento d'indagine un questionario. Il questionario è stato messo a punto da una prima versione somministrata ad un gruppo di studenti di una classe non utilizzata come campione. Si è avuto cura di formulare domande funzionali agli scopi della ricerca, di significato non ambiguo e uguale sia per gli studenti che per il ricercatore. (14). Le risposte prevedono una scala metrica da 1 a 5 dove 1 rappresenta il minimo e 5 il massimo dell'intensità della risposta. Le istruzioni per la compilazione sono incluse nel questionario per renderne standard la somministrazione. Esso è anonimo e consta di 3 sezioni. Nella prima sezione si chiede a chi compila di scrivere l'età e il sesso, se vorrebbe donare il sangue, se è già donatore, se fa o ha fatto attività di volontariato, se nella sua famiglia c'è qualcuno che dona sangue o che ha avuto bisogno di trasfusioni. Si chiede anche di indicare tra genitori, educatori, amici e conoscenti chi e in che misura abbia comunicato atteggiamenti di attenzione e di interessamento concreto per gli altri. La seconda sezione indaga la capacità di solidarizzare con gli altri attraverso l'utilizzo di alcune affermazioni che indagano le convinzioni e i comportamenti altruistici. La terza sezione indaga le reazioni ansiogene in una vasta gamma di situazioni e nella situazione specifica della donazione. Le domande del questionario sono elencate nell'allegato nelle tabelle dei questionari.

Caratteristiche dei partecipanti
Il questionario è stato somministrato ad un gruppo di studenti delle scuole medie superiori ed è stato scelto in modo del tutto casuale ed indipendente in due località di circa 100.000 e 60.000 abitanti del centro Italia. Il questionario è stato consegnato durante una ora di lezione e presentato dall'insegnante come strumento necessario alla struttura trasfusionale delle loro città per migliorare l'accoglienza ai donatori di sangue. Il numero degli studenti da intervistare è stato calcolato statisticamente per avere un campione adeguato agli scopi della ricerca. Il gruppo è costituito da 165 soggetti di età compresa tra 16 e 18 anni di cui 104 maschi e 61 femmine. Il 24% dei ragazzi intervistati ha dichiarato di fare o aver fatto una qualche attività di volontariato. Solo il 3% è donatore, il 44% ha un donatore in famiglia e il 20% ha avuto un ricevente in famiglia (tabella n. 1). Nel campione analizzato sono stati soprattutto i genitori a comunicare atteggiamenti di attenzione ai loro figli, ma anche in ordine decrescente i familiari, gli educatori, ed in minor misura gli amici e i conoscenti (tabella n. 2).
Statistiche
Per la valutazione dei dati grezzi sono stati utilizzati tests di statistica di immediata comprensione e di uso generalizzato: la media aritmetica, il test della varianza (sigma al quadrato) e il coefficiente di variazione (CV). La media aritmetica dice qual'è il valore centrale del risultato di ogni risposta: valori strettamente vicino agli estremi (1-5) possono già dare conclusioni di massima. Il test della varianza indica la variabilità rispetto al valore centrale. Più la variabilità è piccola più le risposte sono tutte vicine alla media e perciò univoche. preferibile usare però indicatori che varino entro limiti precisi perciò è stato calcolato anche il coefficiente di variazione che teoricamente varia tra 0 e 1. Più è basso il valore del CV più le risposte sono univoche.

Risultati

Convinzioni altruistiche del gruppo
Tra gli studenti il 67% dichiara di essere disponibile a donare e il 61% di voler partecipare ad una qualche attività di volontariato provenendo da famiglie in cui è molto considerata la relazione d'aiuto (tabella n.1). Facendo proprio l'atteggiamento familiare il campione afferma l'importanza di ascoltare e capire gli altri. Per il gruppo è importante avere il coraggio di ricominciare, la convinzione di poter migliorare e il rispetto delle opinioni altrui anche se diverse dalle proprie. Viene inoltre dichiarato il valore di difendere apertamente chi ha ragione senza vergognarsi di manifestare il proprio pensiero (tabella n.3). Il gruppo intervistato nel suo complesso manifesta di aver raggiunto un buon livello di maturità psico-sociale che si esprime sia nella capacità di rapportarsi con se stessi e con gli altri sia in quelle forze positive della personalità che lo spingono verso obiettivi e traguardi evolutivi. Una buona consapevolezza di poter migliorare manifestando il coraggio di saper ricominciare dopo gli insuccessi è piuttosto normale in un età ricca di energie interiori ma denota pure come questo gruppo si avvantaggi del riferimento altamente positivo della famiglia d'origine. Questa è la chiave che ha determinato mediamente in questi giovani una sicurezza di base tale da spingerli a migliorare se stessi e ad aiutare gli altri. Assumersi la responsabilità e addirittura battersi per gli altri alimenta l'autostima ma anche la presuppone infatti una personalità ben radicata e strutturata è in grado di osservarsi come oggetto esterno a sé. Il gruppo possiede una buona sicurezza di sé che porta i soggetti anche a riconoscere eventuali errori comportamentali senza perdere la fiducia in se stessi ed anzi a considerare questo atteggiamento un elemento prezioso della propria personalità. Tutto ciò rende la persona non solo capace di dare ma anche di ricevere ed imparare dagli altri.

Comportamenti altruistici del gruppo
Il gruppo mette in pratica le convinzioni espresse cercando di essere generoso e di aiutare chi è in difficoltà. Emerge anche una certa disponibilità ad affrontare il disagio e la paura per il bene altrui. anche dichiarata la disponibilità a rinunciare a qualcosa per essere utile a qualcuno. Il gruppo ha sperimentato una grande soddisfazione nella relazione d'aiuto. Nel gruppo c'è una coerenza tra le convinzioni e i comportamenti, perciò si può affermare che le risposte ai test sono sincere. Da questo scaturisce l'elevato senso di soddisfazione che il gruppo prova operando nella quotidianità in modo disinteressato. Anzi questa risposta dimostra proprio che gran parte del gruppo ha abitualmente comportamenti altruistici. Non a caso il 24% degli studenti è già attivo in forme istituzionali di volontariato. La gratificazione provata alimenta a sua volta convinzioni e comportamenti ed aiuta i giovani a formulare progetti positivi per la vita. La spinta altruistica è profondamente collegata al riferimento familiare ed in parte è determinata anche dal desiderio di essere valorizzati socialmente. A questa età in cui la personalità, piuttosto strutturata, ha acquisito una certa autonomia dalla famiglia, i rapporti extra-familiari sono sempre più importanti e verso di essi emerge una serie di attese e di aspirazioni. Quando si inserisce l'idea di affrontare il disagio e le proprie paure per aiutare l'altro, la disponibilità entra in conflitto con questi fattori.

Considerazioni generali sulla donazione
La donazione è considerata una esperienza stimolante soprattutto da chi farebbe il donatore e da chi è già attivo nel volontariato. Il gruppo non è interessato né a un pagamento in denaro per la donazione, né alla possibilità di eseguire gratuitamente le analisi del sangue. gradito piuttosto un riconoscimento di altro genere. Non è un grande sacrificio donare il sangue per la totalità del campione e ancor meno per chi desidera diventare donatore. La donazione di sangue è considerata nel suo complesso una esperienza che non è agganciata a considerazioni utilitaristiche o a ricompense in denaro. Il gruppo esprime invece in modo più evidente il desiderio di ricevere una gratificazione non economica ma etico-sociale.

Ansia generale
Per valutare le domande sull'ansia generale abbiamo diviso il gruppo degli studenti a seconda se abbia dichiarato di essere agitato durante i compiti in classe. Di tutti gli studenti intervistati il 49% ha dichiarato di esserlo con una media pari a 3,99. Questa domanda è stata inserita come criterio discriminante dell'ansia generale visto che è anche una misura dell'ansia collegata ad una situazione realmente vissuta e non ipotizzata dal soggetto. Tutte le medie relative alle domande sull'ansia sono sistematicamente più alte nel gruppo di più agitati rispetto al gruppo dei più calmi. I più nervosi sono anche più preoccupati per l' esito delle analisi del sangue. Nelle domande in cui non c'è un riferimento diretto all'ansia c'è una minore tendenza a censurare le risposte. Ci si riferisce alle domande del tipo: " la preoccupazione di fare bene è un fattore costante nella mia vita", " Temo di non essere apprezzato", "temo di non essere capito", " In ogni situazione tendo a concludere in modo sbrigativo" (tabella n.6).

Ansie specifiche della donazione
Rileviamo che la totalità degli studenti ritiene fondamentale che il personale sanitario sia vicino a chi dona. Questo è ancora più evidente con gli studenti che dichiarano di non voler donare. Quando si fa riferimento diretto alle paure specifiche, lo stesso gruppo dichiara che la ragione per cui non hanno donato fin qui è fortemente collegata alle tensioni legate alla donazione. Nel campione totale le paure specifiche indagate sono: quella legata all'ago, la quantità di sangue che viene prelevata , il come ci si può sentire dopo la donazione, il non essere adeguatamente informati su come comportarsi dopo la donazione, e in sintesi la preoccupazione per la prima donazione. In conclusione tutte le medie delle ansie specifiche, inclusa la preoccupazione dell'esito delle analisi del sangue, sono tutte più late nel gruppo degli studenti che non vogliono donare (tabella 7). Abbiamo osservato lo stesso andamento di livelli più alti di ansia nei studenti più nervosi e che non desiderano diventare donatori (tabella 8). Gli studenti dichiarano di affrontare la donazione o tenendo sotto controllo tutti gli elementi della situazione o distaccandosi attraverso la distrazione.
Discussione
I donatori di sangue rappresentano una piccola percentuale della popolazione, ma la motivazione esiste ed è facilmente evocabile. Questo è soprattutto vero quando i genitori e la famiglia d'origine comunicano ai figli il valore della solidarietà sociale. Sulla spinta a donare influiscono tuttavia pesantemente i timori legati alla donazione, come anche emerge con gli aspiranti donatori, e su cui si può agire attraverso un colloquio psicologico mirato. Perciò riteniamo che per raggiungere l'autosufficienza è necessario tenere conto di questi fattori e attraverso il rapporto interpersonale incidere sul reclutamento e sul trattenimento dei donatori nel tempo. La disposizione a donare il sangue nei giovani di questo gruppo è presente in larga maggioranza (67%) ed emerge non in seguito a sollecitazioni che li coinvolgano emozionalmente, ma solo alla semplice domanda che introduce il questionario: " Faresti il donatore? ". Tale percentuale sale poi al 72% nei soggetti che già operano nel volontariato e che hanno sperimentato gli effetti positivi del comportamento altruistico come arricchimento del proprio mondo interiore e della propria personalità. La famiglia d'origine ed in particolare i genitori sono la base della costruzione della personalità dei figli, per cui i valori trasmessi essendo profondi e radicati non si perdono con le esperienze esistenziali, ma piuttosto le condizionano più o meno consapevolmente. Quando un figlio diventa donatore si stabilisce un collegamento tra generazioni e come dicono i donatori è come se il genitore continuasse a donare attraverso i figli. In particolare i genitori sono tra tutte le figure proposte quelli che in maggior misura hanno influito sugli atteggiamenti altruistici dei figli. Sono i genitori infatti e non poteva essere diversamente (identificazione primaria), le figure che permettono l'organizzazione attiva della personalità del figlio. In virtù di ciò diventa possibile al figlio distinguere tra la percezione di sé, del proprio mondo interno, dal mondo esterno e la capacità di vedersi allo stesso tempo come soggetto e oggetto. noto come i legami primari con i genitori influiscano in modo fondamentale nella costruzione di tali percezioni e della loro integrazione unitaria (15). In particolare è sufficiente anche una sola figura significativa di attaccamento per realizzare un processo di identificazione e fornire la struttura su cui organizzare e dare coerenza a tante percezioni, sensazioni ed informazioni che provengono da sé e dal mondo e che altrimenti rimarrebbero sconnesse e disarticolate. Tutto ciò in cui il figlio si percepisce simile al genitore si trasforma in una caratteristica, in un aspetto della propria personalità, in qualcosa che rimane coerente e stabile nel tempo, che permette di sentirsi se stessi nonostante i cambiamenti esistenziali.
Quindi se l'essere donatore si collega alla propria identità è un qualcosa di molto profondo e stabile. In particolare gli adolescenti di questo gruppo sembrano essere in grado di conservare e difendere i valori della loro personalità, quali il coraggio e la fiducia nei propri mezzi che li portano a perseverare nelle proprie mete e nei loro progetti. Dotati di un buon livello di sicurezza e forza dell'io, ci sono in essi le premesse per apprendere a gestire il proprio mondo emotivo. Il gruppo intervistato manifesta una buona dose di altruismo e la donazione stessa in questo senso, è considerata nel suo complesso una esperienza non agganciata a considerazioni utilitaristiche o a ricompense in denaro. Il gruppo esprime invece in modo più evidente il desiderio di ricevere una gratificazione etico-sociale. Questo è anche quello che si osserva nei donatori. Essi infatti non vedendo il ricevente, non possono ricevere nulla in cambio di tangibile dal loro gesto, per cui se vengono accolti in modo distaccato e freddo, più o meno consciamente lo avvertono come un qualcosa di incompiuto o mancante. Abbiamo verificato nell'esperienza quotidiana che c'è una aspettativa di gratitudine e considerazione proprio dallo staff degli operatori sanitari che sono gli intermediari tra donatore e ricevente. Da come il suo dono è accolto il donatore realizza l'intensità del valore di ciò che sta facendo e questo rafforza in lui la motivazione a tornare (5). Il gruppo afferma con determinazione che è importate che il personale sia vicino al donatore e questa è un'affermazione che indirettamente misura la paura che possa accadere qualcosa. La domanda generica fa sì che la risposta sfugga alla censura della consapevolezza, mentre solitamente le paure tendono ad essere controllate, se non addirittura negate. Anche nel colloquio da noi utilizzato per ridurre l'intensità delle paure nei nuovi donatori, spesso c'è una certa resistenza a rivelare quello che viene vissuto come una debolezza. Quando il medico afferma che "avere delle paure" è un atteggiamento piuttosto normale e frequente, i nuovi donatori riescono ad affrontare serenamente questo argomento senza timore di essere valutati o giudicati. Il coefficiente di variabilità delle medie delle paure specifiche dimostra che c'è una certo grado di dispersione nelle risposte. Osserviamo invece che quelli che non vogliono donare hanno espresso valori più alti proprio per le stesse paure dei donatori: la paura dell'ago, della quantità di sangue prelevata e di come ci si sente dopo. Gli stessi dichiarano che i timori della donazione hanno influenzato la loro decisione a non donare (media= 3,51). Probabilmente questo gruppo non riesce a tenere sotto controllo le paure, perché le sente più intensamente e quindi non è in grado di censurarle.
Da questo lavoro emerge che nei giovani è forte la spinta altruistica ed anche il desiderio di diventare donatori di sangue, ma è necessaria un'adeguata accoglienza che preveda un lavoro di informazione, sostegno ed in particolare di elaborazione dei timori, perché la motivazione possa uscire dai pensieri e dalle fantasie per concretizzarsi in una scelta operativa, in una decisione concreta. Così come con i nuovi donatori abbiamo verificato come un'adeguata accoglienza riduce l'insorgenza dei malesseri vaso-vagali e favorisce il loro ritorno.

Bibliografia

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