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PSYCHOMEDIA
Telematic Review
Sezione: MODELLI E RICERCA IN PSICHIATRIA

Area: Medicina e Psicologia


Avere cura del donatore significa mantenere vivo in lui il desiderio di tornare

Antonella Pagliariccio e Maria Marinozzi




Introduzione
Poco dopo la pubblicazione della nostra esperienza con i donatori di sangue su Psychomedia ne abbiamo presentato i risultati all' " 11th International Colloquium on the Recruitment of Voluntary, Non- Remunerated Blood Donors Cairo Egypt 12-18 January 200 8". Visto l'interesse suscitato, gli organizzatori hanno previsto per il prossimo Colloquium una giornata dedicata alla " cura del donatore " e non solo del prodotto sangue. Per far giungere questo messaggio anche agli operatori sanitari non presenti al Convegno, il nostro lavoro è stato pubblicato su " Trasfusion Today " (1). Quello che segue è il primo dei due lavori di cui abbiamo relazionato in occasione del 1° Convegno Internazionale dei Donatori di Sangue organizzato dalla Croce Rossa Italiana a Milano (24-26 ottobre 2008).


Il donatore di sangue è per definizione un soggetto sano, quindi potremmo essere indotti a considerarlo come un cliente " anomalo " perché non ha bisogno di cure mediche. Il suo stato di salute, in uno sbilanciamento di prospettiva, viene infatti preso in considerazione solo esclusivamente in funzione del ricevente. Appunto perché malato è colui che riceverà il sangue, ci si interessa primariamente di quest'ultimo. In realtà il WHO nel 1948 definisce la salute come " stato di completo benessere fisico, mentale e sociale e non semplice assenza di malattia o infermità ". La carta di Ottawa nel 1986 aggiunge che la promozione alla salute è " il processo che consente alle persone di esercitare un maggior controllo sulla propria salute e di migliorarla ". La medicina trasfusionale ha l'opportunità unica di occuparsi del paziente curando nel donatore la promozione alla salute nel senso più completo del termine. Proprio per il tipo di rapporto continuativo che si instaura con il donatore è possibile mettere in atto la prevenzione attraverso l' educazione alla salute. In questa ottica, nel caso in cui il donatore riferisca un qualche disturbo, il medico trasfusionista si preoccupa di formulare un iniziale inquadramento diagnostico facilitando poi il collegamento del donatore con medico curante, lo specialista o il Pronto Soccorso, nel caso in cui sia necessario un intervento urgente. L'elaborazione di queste difficoltà di percorso evita, tra l'altro, che il donatore si allontani dalla donazione per lungo tempo (2). Inoltre mantenendosi in relazione con il medico, il donatore stabilisce e consolida nel tempo un atteggiamento di fiducia, dal momento che sente di essere accompagnato nei percorsi della salute. Anche se solo il 50% circa dei nuovi donatori continua a donare (3), possiamo affermare che fin dall'inizio c'è l'intenzione di tornare. Non a caso nella stragrande maggioranza i donatori dicono spontaneamente in occasione della prima visita: " Era da tanto tempo che ci pensavo ...". Il processo decisionale inizia generalmente da situazioni contingenti e incisive dal punto di vista emozionale e valoriale, ma si concretizza solo dopo un periodo di incubazione e maturazione. Tutto ciò che si sviluppa nel tempo solitamente è radicato e profondo ed ha un intensità tale da non potersi esaurire in un' unica donazione, a meno che non sopravvenga un evento imprevisto che blocchi questo processo naturale. Infatti solitamente i donatori accolgono malvolentieri la comunicazione di essere sospesi dalla donazione, anche se per brevi intervalli di tempo. Fin dall'inizio chi si presenta a donare, vuole essere "donatore per sempre." Pertanto sono due gli obiettivi che un sistema trasfusionale deve porsi: prendersi cura del donatore e mantenere vivo in lui il desiderio di tornare. Per raggiungere queste mete è fondamentale un atteggiamento di ascolto attivo. Non è il donatore che deve ascoltare noi, ma noi per primi dobbiamo ascoltare lui! Implicitamente ciò significa prendere in considerazione la soggettività di colui che abbiamo di fronte, per aderire alle sue necessità e richieste. Quello che il medico dice deve rispondere alle sue esigenze: è così che possiamo stabilire una alleanza terapeutica, infatti è proprio perché il donatore si sente preso in considerazione che è disposto ad ascoltarci a sua volta. La comunicazione che ne deriva è efficace, perché non è unidirezionale, ma avviene in entrambi i sensi, realizzando un vero e proprio scambio comunicativo. In questo modo il donatore acquisisce anche maggiore capacità e sicurezza di padroneggiare le informazioni mediche che gli abbiamo fornito. E' necessario che egli sappia come lo stile di vita sia importante per la prevenzione delle malattie e per proteggere il ricevente da eventuali patologie trasfusione-correlate (ad es. epatite, HIV....). Tuttavia è anche necessario liberare il donatore da tutte le reazioni emotive legate alle paure della donazione che possono interferire sul suo stato di benessere. Infatti solo se libero da ciò che lo disturba, il donatore può sperimentare di essere quello che in realtà è: il protagonista della situazione, non tanto perché porta un prodotto, ma piuttosto perché senza la sua collaborazione non si può fare nulla. Qualcuno ha detto: " Com'è gentile quell'infermiere: ti fa sentire che stai facendo qualcosa d' importante! ". Ci sono degli operatori che spontaneamente sanno comunicare al donatore un senso di vera accoglienza e considerazione. Questo è un aspetto molto importante, infatti prendersi cura del donatore e mantenere vivo il desiderio di tornare, sono le facce della stessa medaglia. Possiamo affermare come l'unico modello clinico efficace sia quello centrato sul donatore piuttosto che esclusivamente sul processo e sui prodotti. In tutte le branche della medicina, il modello centrato sul malato dovrebbe sostituire quello centrato sulla malattia. Il limite della medicina di oggi è proprio quello di considerare l'uomo come una macchina costituita di materia in movimento, secondo quanto espresso da Cartesio nella sua opera " L'homme". Limitarsi a considerare solo gli aspetti biologici e molecolari delle disfunzioni del corpo significa per il paziente svuotare la malattia del suo significato più profondo. Si è malati non solo nel corpo, perché la realtà emotiva, familiare, lavorativa e sociale del paziente sono coinvolte nel processo morboso, che ne esprime gli squilibri e le disfunzioni. Occuparsi del malato in questa ottica significa essere agevolati anche nel processo diagnostico. Il paziente infatti, non avendo la competenza scientifica, potrebbe riferire solo i sintomi più evidenti tralasciando particolari utili ad orientare il medico nella formulazione di ipotesi diagnostiche, invece che affidarsi completamente all'ausilio tecnologico. Ma come afferma Butler (4) , tutto quello che "non è biologico" non viene preso in considerazione, perché ritenuto poco importante e addirittura di impedimento al processo diagnostico e terapeutico. Questa concezione viene dal fatto che nella formazione medica mancano quelle conoscenze psicologiche che permettono di comprendere i segnali del paziente per poterli utilizzare a suo beneficio. Stabilire una alleanza terapeutica con lui significa infatti accompagnarlo in un percorso di conoscenza e accettazione della malattia per essere in grado di combatterla, piuttosto che essere lasciato solo con il compito più difficile. Il modello bio-medico, che concepisce il corpo e la mente come due entità separate, è così penetrato nella mentalità scientifica dei nostri tempi da essere l'unico modo possibile di affrontare la malattia e la salute. Manca addirittura la consapevolezza di operare entro questo modello e di esserne condizionati nello svolgimento della professione medica (5). Tutto quanto è venuto dall'impostazione scientifica ha segnato l'evoluzione e il progresso della scienza medica, tuttavia è tempo che la medicina allarghi i suoi confini e si arricchisca di quanto ora le manca: " l'arte di curare ". Tale atteggiamento era parte intrinseca della formazione dei medici dell'antichità. Definirlo ascientifico e ininfluente o, ancora peggio, retrivo è squalificare la medicina stessa. Le scienze che hanno determinato il progresso medico "non esauriscono il patrimonio conoscitivo e valoriale della medicina che su di esse si è formata" (6). La medicina infatti non è solo scienza, perchè la tecnica è il mezzo, ma l' "antropos" è il fine (7). Nella concezione ippocratica, tecnica e antropologia erano una cosa sola: " Se c'è amore per l'uomo c'è amore per l' arte ". Tecne è l'arte di curare e philia è amore nel senso di interesse sincero nei confronti di chi soffre. Seneca ci spiega quando è che il paziente considera il "medicus amicus" (8): " ....e così se il medico non fa altro che tastarmi il polso e considerarmi uno dei tanti pazienti, prescrivendomi freddamente ciò che io devo fare o evitare, io non gli sono debitore di nulla perché egli in me non vede un amico ma solo un cliente.... quello invece, il vero medico, si è preoccupato di me più del dovuto; non ha avuto paura per la sua reputazione ma per me; non si è limitato a indicarmi i rimedi, ma li ha applicati con le sue mani; è stato fra quelli che mi hanno assistito, è accorso nei momenti critici; nessun servizio gli è pesato o gli ha dato fastidio....verso quest'uomo sono in debito non come medico, ma come amico." Ecco come si crea l'alleanza terapeutica: il paziente vuol sentire che il medico lo accompagna nel mondo sconosciuto della sua malattia e tenterà con tutte le sue forze di portarlo fuori da quello che per lui è solo un dedalo intricato. Dice Ippocrate (9): "L'arte si compone di tre elementi, la malattia, l'ammalato e il medico; il medico è al servizio dell'arte, occorre che l'ammalato con l'aiuto del medico combatta la malattia". La conoscenza psicologica fornirà al medico gli elementi per parlargli, ma egli non potrà comunque soltanto applicare le conoscenze come delle buone regole se manca in lui un atteggiamento di disposizione interiore e di interesse sincero nei confronti di chi soffre. Nel 500 a.C. ad Ippocrate non era sfuggito nemmeno il concetto di placebo che si sviluppa all'interno di una soddisfacente relazione con il paziente: " Alcuni pazienti pur consci della gravità della loro condizione, ritrovano la salute semplicemente attraverso la gratificazione ottenuta dal rapporto con il medico " (10). Due millenni dopo, il prof Dobrilla seguendo le regole dell' Evidence Based Medicine afferma che una delle componenti più importanti nell'effetto placebo è la fiducia che il medico stesso nutre nei confronti di ciò che prescrive o ciò che suggerisce (11,12,13). Paracelso nel XV secolo includeva tra le qualità del medico : "l'intuizione che è necessaria per capire il paziente, il suo corpo, la sua malattia. Egli deve possedere la sensibilità e il tatto che gli permettono di entrare in comunicazione empatica con lo spirito del paziente " (14). Tutto questo perché come diceva Albert Schweitzer " il paziente non lo sa, ma il vero medico è quello che ha dentro di sé. E noi abbiamo successo quando diamo a quel medico la possibilità di fare il suo lavoro " (citato in 15). Bernard Lown, padre del defibrillatore e delle moderne unità coronariche acute, cardiologo emerito alla Harvard School of Public Health sostiene che l'ascolto attento fin dalla prima visita sia la garanzia di un trattamento corretto e che un accurato colloquio anamnestico sia il mezzo più utile di tutti gli esami e le tecnologie disponibili. Scrive infatti nel suo libro "L'arte di guarire" che il 75% delle diagnosi cardiologiche è il frutto del semplice colloquio e dell'osservazione diretta in ambulatorio, nel 20 % sono sufficienti le analisi di routine e solo nel 5% dei casi è necessario ricorrere ad indagini più sofisticate e costose (14). Pertanto la competenza professionale, ma anche quella relazionale e comunicativa sono elementi indispensabile di diagnosi e cura. Con i donatori di sangue, indagare la dimensione soggettiva ha servito per scoprire che, mentre per il personale sanitario la donazione del sangue è solo "un atto medico", per il donatore è una esperienza umanitaria, sociale, spirituale, emotiva e cognitiva. Nel nostro caso l'approccio umanitario al donatore è travalicato nella conoscenza scientifica, ci ha permesso infatti di capire l'origine psicologica della reazione vaso-vagale o neurocardiogena. Un colloquio specifico, che indaga le emozioni disturbanti legate alle paure della donazione, ne ha ridotto l'insorgenza e, soprattutto nei soggetti alexitimici (16), l'intensità. Di grande significato è stata anche l'alta percentuale dei donatori che sono diventati regolari (89%) a riprova del fatto che aver cura del donatore significa porre le migliori premesse per il suo ritorno. Del metodo applicato e dei risultati ottenuti abbiamo già riferito nell'articolo pubblicato su Psychomedia (1). Proponiamo qui di seguito in forma schematica la sintesi dell'approccio metodologico utilizzato per preparare l'aspirante donatore ad affrontare la prima donazione di sangue.







VANTAGGI DELL'APPLICAZIONE DEL METODO

Vantaggi per il donatore

  • possibilità di evolvere in un percorso di crescita
  • generalizzazione delle abilità apprese
  • possibilità di acquisire delle strategie utili per la vita di tutti i giorni e per la gestione dello stress
  • Ricevere una educazione sanitaria per la prevenzione delle malattie

    Vantaggi per il medico

  • acquisizione di una competenza psicologica
  • capacità di contenere il donatore senza sovraccaricarsi delle sue ansie
  • gratificazione dalla relazione con il donatore
  • riconoscimento del ruolo

    Vantaggi per la struttura trasfusionale

  • Incremento del numero di donatori regolari e delle donazioni
  • donatori in grado di portare informazioni corrette e di reclutare nuovi donatori

    Vantaggi per il servizio sanitario nazionale

  • Il sangue dei donatori regolari è più sicuro e riduce la trasmissione delle infezioni trasfusione-correlate
  • Autosufficienza e Riduzione della spesa sanitaria nazionale


    Prospettive e future applicazioni del metodo

    Se curare la relazione medico-donatore è risultato così efficace nel migliorare la pratica clinica e nel contempo la situazione emozionale e cognitiva del donatore, è presumibile che l'applicazione della stessa metodologia al paziente possa essere ben più incisiva.

    BIBLIOGRAFIA

    1. Pagliariccio A. Marinozzi M. Randomized clinical trial to improve donor retention. Avoiding vasovagal reactions in first-time blood donors through a psychological approach. Transfusion Today Quarterly Newsletter of the International Society of Blood Trasfusion n. 74 March 2008.
    2. Hillgrove T. The impact of haemoglobin deferral on subsequent donation behaviour of blood donors. Australian Red Cross Blood Service. 11th International Colloquium on the Recruitment of Voluntary, Non- Remunerated Blood Donors Cairo Egypt 12-18 January 2008.
    3. Schreiber GB, Sanchez AM, Glynn SA, Wright DJ; Retrovirus Epidemiology Donor Study. Increasing blood availability by changing donation patterns. Transfusion 2003; 43(5): 591-7.
    4. Butler NM, Campion PD, Cox AD (1992) Exploration of doctor and patient agendas in general practice consultation. Social Science and Medicine,35, pp. 1145-1155
    5. Moja A. Vegni E. La visita medica centrata sul paziente Raffaello Cortina Editore 2000
    6. Cosmacini G. La medicina non è una scienza, Raffaello Cortina Editore 2008 pp XI
    7. Cosmacini G. Il mestiere del medico. Storia di una professione, Raffaello Cortina Editore Milano 2001
    8. Seneca De Beneficiis, VI, 16, 2
    9. Ippocrate Epidemiourum I 2,5(2,636, 1-4)
    10. Ippocrate The precepts of Ippocrates, 6 Praeceptiones, ed by Littrè Oevres Completes d'Hippocrate, vol 9
    11. Dobrilla G. Placebo e dintorni Pensiero Scientifico Editore pp 52
    12. Crow R, Gage H, Hampson S, et al The role of expectancies in the placebo effect and their use in the delivery of health care: a systematic review. Health Technol Assess 1999; 3: 1-96
    13. Di Blasi Z. Hackness E, Ernst E, et al Influence of context effects on health outcomes: a systematic review. Lancet 2001; 357: 757-762
    14. Lown B. L'arte perduta di guarire, Ed Garzanti 1997 pp15
    15. Grassi G. La comunicazione medico-paziente: due per sapere, due per curare, da una lezione tenuta ai medici della Clinica Urologia del Policlinico Universitario di Padova il 16/02/2003
    16. Byrne N., Ditto B. Alexitimia, cardiovascular reactivity, and symptom reporting during blood donation. Psychosom Med. 2005 May-June 67 (3): 471-5
    17. Marinozzi M. Pagliariccio A. Come evitare la reazione vaso-vagale nei donatori di sangue attraverso un approccio psicologico randomizzato. Psychomedia nov 2007


    Pagliariccio Antonella
    Ematologo trasfusionista
    Medicina Trasfusionale Ospedali Riuniti di Ancona
    a.pagliariccio@alice.it

    Marinozzi Maria
    Psicoterapeuta - Ancona
    marinozzi.m@libero.it

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