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PSYCHOMEDIA
Telematic Review
Sezione: MODELLI E RICERCA IN PSICHIATRIA

Area: Psichiatria e psicologia dell'emergenza

La CircolaritÓ gruppale in Emergenza

Giuseppe Sica, Mario Rivolta, Maria Franca Marsiglia*
Ordine degli Psicologi della Toscana



Qualsiasi situazione di emergenza, provocata da una catastrofe naturale o causata dall’uomo (anche se, stiamo purtroppo imparando, sempre di origine antropica in entrambi i casi), che esplode improvvisamente nell’ambiente fisico e sociale, procura una disintegrazione del funzionamento dei sistemi organizzati; i ruoli sono cancellati, le persone perdono tutti i riferimenti o almeno alcuni tra quelli fondamentali: la casa, i parenti, gli amici, il paese ecc.

La mancanza di contenimento e la brusca interruzione di relazioni primarie genera una condizione collettiva di stress talmente elevato che anche le risorse psicologiche individuali risultano del tutto inadeguate a contenere gli effetti generati dall’evento traumatico. Anche il solo pensare ad un qualsiasi evento catastrofico, produce in ognuno di noi un blocco difensivo del pensiero: è sufficiente ricordare l’attacco alle Twin Towers o le inondazioni di Praga e Dresda per averne conferma.

Il ritenere di organizzare un intervento qualitativamente valido occupandosi solo delle persone colpite direttamente dall’evento è riduttivo. Nell’organizzazione dei soccorsi non si può ignorare il fatto che anche i soccorritori si trovano in un ambiente non solo di rilevante richiesta esterna, ma anche interna; anche costoro si trovano in una situazione di estrema precarietà che stimola vissuti regressivi, nella quale tutti i bisogni elementari primordiali di sonno, di cibo e di sicurezza vengono sconvolti, con inevitabile disorientamento e la comparsa di ansie ed angosce distruttive, che vanno supportate nell’immediato. Succede, quindi, frequentemente che vengano superati i limiti personali di sopportabilità, senza che l’individuo stesso, il soccorritore, se ne renda conto, danneggiando in qualche modo sia se stesso che l’efficacia del suo intervento, ma appunto per questa ragione si reputa necessario un’azione preventiva per un processo di consapevolezza dei propri limiti e/o risorse, come verrà spiegato in seguito.

La Fig.1 rappresenta una situazione di emergenza, così come usualmente affrontata, in cui l’intervento consiste in un’azione congiunta delle singole organizzazioni di soccorso S1, S2, .. Sn, all’interno delle quali può anche esistere una impostazione di tipo orizzontale, ma la cui azione globale risponde ad un codice di tipo verticale piramidale e autoreferenziale.

 

 

Vale a dire che ciascuna organizzazione S1,S2 ecc. effettua una valutazione dei propri risultati in confronto agli obiettivi prefissati, ai parametri relativi all’intervento: tempo, mezzi, comunicazioni ecc. Infine trasmette le proprie conclusioni, corredate eventualmente di proposte di nuove o più specifiche necessità relative a formazione, risorse umane e mezzi, all’Ente superiore che a sua volta rielabora una valutazione complessiva ridefinendo obiettivi, regole e risorse da distribuire/investire.

Tuttavia questo è il punto di partenza, e riteniamo di dover comunque riconoscerne l’utilità del suo funzionamento, anche con le verificate limitazioni. Reputiamo che progettare il piano di emergenza significa pianificare sia azioni preventive, sia valutazioni consuntive che permettano di apprendere dall’esperienza pregressa sul campo, ma soprattutto preveda la formazione degli operatori, secondo un diagramma di flusso del tipo di quello che compare in Fig.2.

 

Più in particolare, abbiamo la convinzione che per ottimizzare il piano dei soccorsi, il focus di ogni azione debba essere un intervento gruppale ai vari livelli ( piccoli, medi, e grandi gruppi ) utilizzato prima, durante e dopo l’evento, nel quale possano emergere sia le necessità operative che quelle emotive dei partecipanti. Gruppi organizzati per l’emergenza evitano il degrado del rendimento degli operatori, consentono di mantenere vivo l’aspetto di fiducia, reciprocità e parità, qualità basi per un buon team, mantenendo aggiornate ed efficaci le procedure di intervento.

Tenendo conto del fatto che il personale di soccorso è sottoposto ad un logoramento psichico molto rapido, ci sembra indispensabile costituire gruppi di supporto durante l’evento allo scopo di fornire un contenitore sufficientemente accogliente per l’evacuazione delle angosce di morte, per l’elaborazione del lutto e per il recupero psichico, ed è altrettanto necessario prevedere un approfondito addestramento preliminare, di tipo esperienziale, per quanto possibile aggiornato ed iterativo.

Il gruppo è la forma più economica di gestione delle risorse poiché in esso ciascuno porta le proprie competenze che verranno usate anche in modo sinergico. In un gruppo non esistono persone, argomenti, tecniche, emozioni di peso differente, conduttore compreso; è importante che ciascuno sia disponibile non solo a portare attivamente il proprio contributo, ma anche ad ascoltare e ricevere, con apertura emotiva, quello degli altri.

Gli incontri di staff funzionano con norme similari; non devono essere briefing dove il responsabile comunica decisioni ed ordini operativi, perché si creerebbe uno sviluppo verticale del potere, assumendo l’aspetto di una operazione di tipo militare. Se invece i componenti lo staff esprimono opinioni e discutono le proposte, è possibile, soprattutto quando il gruppo acquisisce fiducia e affiatamento, produrre una decisione univoca che il responsabile dovrà riassumere e rendere esecutiva.

Lo schema operativo riportato in Fig.3 può essere un modello di riferimento che, in forma sintetica, ci aiuta a capire e formulare un’ipotesi di intervento e/o di formazione.


Quello che ci preme rendere evidente è l’aspetto metodologico: indipendentemente dall’obiettivo dell’operazione, sia esso particolare, ossia del singolo gruppo di operatori ( medici, psicologi, vigili del fuoco, ecc.) che generale, del complesso dei soccorritori, l’emergenza va vista ed affrontata attraverso una logica gruppale, dove si possa chiedere e dare secondo le personali possibilità, senza preconcetti di dominio o sudditanza, senza illusioni onnipotenti o sensi di inadeguatezza, dove realmente si possa con-dividere qualsiasi esperienza all’interno di un setting di volta in volta pensato, definito ed accettato dal gruppo. Tutto ciò implica la inderogabile necessità della valutazione relativa alle metodologie e al raggiungimento degli obiettivi, con una continua azione di monitoraggio sia durante le esercitazioni che durante gli eventi catastrofici; non si tratta di dare la valutazione di merito ma di individuare nuove vie per un intervento più rapido e incisivo, in modo che le competenze già acquisite od in fieri non vadano sprecate o perse. L’assunto di base è determinare insieme la motivazione tecnica ed emotiva degli errori commessi e formulare una serie di proposte per il miglioramento del servizio.

Se tutto questo fosse però limitato ad ogni singolo gruppo di specialisti, siano essi medici, psicologi, vigili del fuoco ecc., pur essendo utile ai fini di una maggiore consapevolezza individuale e del gruppo rispetto al fine comune di operare insieme in emergenza, questo sarebbe ancora e comunque un intervento di tipo parziale che non solo non garantirebbe la copertura di tutte le situazioni a rischio ma anche tradirebbe il principio di parità e reciprocità. E’in ogni caso indispensabile che un Ente delegato, per es. la Protezione civile, le Forze armate o comunque qualunque struttura organizzata capillarmente sul territorio, si assuma il compito di coordinare gli interventi attraverso procedure che garantiscano la presenza di tutte le componenti pubbliche e private, sia in fase di preparazione che nei successivi sviluppi, al fine di evitare che il gioco di squadra risulti frammentato, dispersivo e non condiviso. Le regole attraverso la circolarità delle relazioni, delle comunicazioni, degli incontri a tutti i livelli devono poter essere discusse e condivise da tutti i partecipanti per non correre l’alea, altamente probabile, di aggiungere confusione alla confusione.

Se è vero che la Psicologia dell’Emergenza nasce come uno strumento necessario per diffondere la cultura dell’integrità psicologica, allora occorre che gli interventi siano strutturati e debbano riguardare l’intero sistema che deve intervenire. E’ importante che il gruppo di lavoro possieda una immagine gruppale unitaria in modo da produrre una domanda/risposta unitaria e così ottenere una comune soddisfazione. La rappresentazione del gruppo è essenziale che diventi identificante, produca cioè simboli che possano essere utilizzati da ciascun membro del gruppo per comunicare solidarietà e concordare l’azione collettiva. Se il gruppo introietta il conflitto istituzionale, funziona per es. per sottogruppi autonomi, l’immagine è conflittuale, l’autostima diminuisce, nascono accuse di inadeguatezza. In questo caso ci troveremmo di fronte ad una istituzione di tipo autoritario; al contrario, nel primo caso, l’istituzione è comunitaria, cioè capace di instaurare ed utilizzare un rapporto circolare coi gruppi.

* Giuseppe Sica, ricercatore ed insegna c/o l’Università degli Studi di Pisa www.cisp.unipi.it/sica
Mario Rivolta, psicologo, psicoterapeuta, gruppoanalista mariorivolta@hotmail.com
Maria Franca Marsiglia, psicologa, psicoterapeuta, gruppoanalista, mfmarsiglia@hotmail.com

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