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PSYCHOMEDIA
Telematic Review
Sezione: MODELLI E RICERCA IN PSICHIATRIA

Area: Psichiatria in Bosnia e Herzegovina


La porta della psichiatria


Katarina Gini



24 marzo. Sono in Italia. Un amico mi accompagna alla casa dove sarò alloggiata per tre mesi. Entro nella mia stanza. Dalla porta mi assale un odore da ospedale. Letti di ferro, comodini di ferro, polivinile sul pavimento, tetre coperte. Desidero fuggire. Esco fuori correndo ma mi scontro con il cancello di ferro. Dalla paura non mi accorgo del campanello e me ne sto lì, come piantata in terra davanti all’inferriata. Allora suono e aspetto che le porte si aprano. Vado in macchina dove mi siedo e piango per sfogarmi.
Così è apparso il mio primo incontro con la salute mentale nella comunità italiana. La casa dove sono stata alloggiata è la Comunità Terapeutica Residenziale Protetta di Musano. Dopo tre settimane mi sono trasferita in una struttura simile, a Treviso. Mi era stato detto che Treviso è all’incirca a metà strada nella riforma della salute mentale. Centri per la salute mentale, centri diurni, case protette… molto di questo è stato realizzato in breve tempo. Nei prospetti vengono esposte le fotografie con le porte aperte di San Artemio, un tempo il manicomio. E difatti, grande è il passo da tali “città-paese” con autocrati locali (gli psichiatri) a governi orientati verso una nuova organizzazione del servizio. Ma le rappresentazioni umane e l’immaginario sociale difficilmente si cambiano. Da qualsiasi parte mi giravo percepivo tacita e latente la presenza dell’Istituzione. Nei bagni per “noi” e per “loro”, nei pasteggiare separatamente, nel diario che ad ogni turno si deve scrivere su ogni utente, nei controlli, nella disubbidienza sanzionata… Allo stesso tempo pazienti di una volta non erano più riconoscibili. Erano giovani, lavati, pettinati, ben vestiti. Ad una cliente con cui ho vissuto, facevano la piega ogni giorno (i miei capelli, dall’altro lato, non vedono il parrucchiere da mesi). Ero solita commentare tra me e me in modo sarcastico: “gli Italiani sono veramente dei maestri del design e della cosmetica”.
Allora ho visto anche molte cooperative sociali e ho potuto confrontarle con le istituzioni statali. L’atmosfera era diversa solamente in alcune di loro, ovvero in quelle che avevavo trasferito i clienti e la loro presa in cura, in case prese in affitto o comperate. Lì la porta si percepisce come qualcosa di diverso, l’atmosfera è più rilassata, nonostante il personale si lamenti della difficoltà di cambiare la configurazione mentale dei clienti, che hanno le vecchie ormai superate aspettative nei confronti dell’istituzione. Mi hanno affascinato gli sforzi eroici di queste persone, per far sì che i clienti rendano se stessi uguali agli altri. Ma esiste anche un’altra storia. Quelle cooperative che hanno rilevato gli edifici delle vecchie istituzioni, racchiudono in sè qualcosa di più “istituzionale” . Come se fosse difficile scacciare gli spiriti del passato. Ho visto dei clienti che continuavano ad essere rinchiusi. E quelli che continuavano a sopportare l’intrusione nel proprio spazio personale, attraverso la finestrella presente nella porta (non è ancora facile sfuggire allo sguardo sociale e scientifico).
E’ difficile raccogliere le impressioni. Ciò che continua a stupirmi è la percentuale della popolazione che è stata rinchiusa in manicomio prima di Basaglia. Quando penso a cosa fa l’Italia oggi nell’ambito della salute mentale, mi si impone la risposta che riabilita la “follia”, che ha lei stessa prodotto. E perché lo fa? La depatologizzazione delle differenze psichiche con il diretto impegno delle altre professioni ausiliarie non psichiatriche o lo sgravio degli psichiatri (è più piacevole dirigere che avere un diretto contatto con le “patologie gravi”). L’inserimento lavorativo come parte del processo lavorativo o sfruttamento del cliente psichiatrico?
Queste e simili domande restano attuali per il fatto che il potere decisionale e di esecuzione è in Italia ancora nelle mani della psichiatria. La riforma è iniziata da parte di individui umani, ma pur sempre psichiatri. Ancor oggi la attuano e la sostengono gli stessi giocatori. Le risposte alle domande poste nel paragrafo precedente sono per questo motivo ambigue e contraddittorie. In relazione, il sistema può essere da una parte liberale e progressista, e dall’altra può rappresentare solo una cosmetica e un sofisticato potere psichiatrico (cosa che non fa che appesantire la lotta contro di esso). In concreto ciò dipende ad ogni livello locale dalle capacità umane della persona e da che potere metta in moto il sistema e lo accompagni. Ma ci può aspettare da una persona che ha potere che rinunci allo stesso? Difficilmente, perché anche supponendo la sua assoluta democraticità e il suo altruismo c’è una sorte di miopia in tutto ciò: la persona che fa uso del potere molto spesso non ne è nemmeno cosciente perché esistenzialmente non è nella posizione di dover pensare a questo potere. Epistemologicamente la posizione privilegiata è la posizione sottovalutata. Perciò, la strada da percorrere nella futura umanizzazione della psichiatria è quella del ravvedimento e della riedificazione dei clienti in quanto soggetti di conoscenza e di cambiamento. Perché finchè la porta della psichiatria apre nel momento in cui la persona suona, e viene aperta da qualcun altro , esiste realmente il pericolo di restare nello spazio della cosmetica e della quasi libertà.

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