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PSYCHOMEDIA
SETTING INDIVIDUALE
Psicoanalisi



F. Scalzone, F. Vecchione, F. Vignale

1 Gennaio 1896: una lettera di Freud a Fliess




Riassunto:
L’articolo presenta un’analisi della lettera di Freud a Fliess del 1 gennaio 1896 che segna la svolta teorica da una concezione “neurobiologica” del Progetto di una psicologia (1895) alla successiva concezione “psicologica” del VII capitolo de L’interpretazione dei sogni.


“A me” disse Freud, “è toccata la sorte del diavolo. Ho dovuto estrarre le pietre dalla cava come meglio ho potuto ed ero contento quando riuscivo a disporle, per amore o per forza, in modo tale da formar quasi un edificio. Ho dovuto fare quel duro lavoro in modo non meno duro. Ora tocca a voi. Voi potete sedervi in pacifica meditazione e disegnare il piano per un edificio armonioso, una cosa che non ho mai avuto la possibilità di fare.”
(Sachs 1944, p. 101)

La lettera del 1 gennaio 1896 scritta da Freud a Fliess occupa una posizione chiave nello sviluppo della teoria psicoanalitica perché in essa si trovano collegati alcuni temi fondamentali del pensiero freudiano circa il funzionamento mentale. La lettera è divisa in tre parti:

1. La prima parte contiene espressioni di cortesia e di gratitudine verso l’amico Fliess per il sostegno che Freud sentiva venirgli dal rapporto con lui.
2. Nella seconda parte sono esposte una serie di “correzioni” apportate alle idee espresse nel Progetto: “una completa revisione di tutte le mie teorie "jyw".
3. La parte finale è dedicata allo studio dei meccanismi dell’emicrania di cui ambedue gli amici soffrivano.

Circa il punto "1", Freud dichiara apertamente il suo legame con l’amico Fliess e il bisogno di mostrarsi particolarmente grato per l’esempio che questi gli infonde e per: “la forza di aver fiducia nel mio giudizio”. In sostanza Freud riconosce di essere dipendente da lui per la propria autostima palesando così di trovarsi in una situazione di tipo transferale. Ed é quasi per dimostrargli la sua gratitudine che gli invia “qualcosa in cambio, un frammento” [...] “dei suoi ultimi ritrovati”. Più avanti Freud dice di nutrire la speranza di giungere alla sua “meta iniziale, la filosofia”, anche se, come sappiamo, egli stesso rifiutò sempre che la psicoanalisi fosse considerata una Weltanschauung: un sistema filosofico. Infine notiamo che, come a voler sottolineare un particolare rapporto di affettuosa confidenza, questa é una delle poche lettere in cui Freud si firma con il suo nome per esteso: “Tuo Sigmund”.

Per quanto riguarda il punto "2", e cioè il contenuto teorico della lettera, essa contiene: “un’idea che comporterebbe una completa revisione di tutte le mie teorie jyw che puntualizza la differenza tra stimoli percettivi (esterni) e stimoli endogeni (interni), premessa della successiva distinzione tra processi consci e inconsci. Per interesse storico ed importanza teorica, questa lettera ha lo stesso valore, o quasi, della famosa lettera del 21 settembre 1897 con cui Freud comunicò a Fliess la rinuncia ai suoi neurotica: e cioè alla teoria della seduzione quale eziologia dell’isteria. Essa, infatti, indicherebbe l’inizio della svolta teorica relativa al passaggio dalla concezione “neurobiologica” del Progetto a quella “psicologica” del VII capitolo de L’interpretazione dei sogni.

Prima di procedere oltre facciamo una breve premessa per ricordare il contesto teorico in cui si inscrive la lettera del 1 gennaio 1896.
Nel Progetto di una psicologia, Freud cercò di mostrarci come si articola lo sviluppo dell’apparato psichico, qui ancora apparato neuronico, alle prese con le perturbazioni provenienti da due immense fonti di energia entrambe ad esso esterne: quelle della “realtà esterna” propriamente detta, e quelle del mondo pulsionale, “realtà interna”. Queste perturbazioni agiscono destabilizzando il sistema psichico inserendovi nello stesso tempo elementi vitali nell’atto di romperne l’omeostasi.
Freud stabilì due tesi principali: la concezione quantitativa fondata sull’ipotesi dell’esistenza dell’eccitamento neuronico come quantità di energia in movimento (Q e Qn ), che funzionano secondo il principio dell’inerzia neuronica, e la teoria dei neuroni.
Ipotizzò dunque l’esistenza di tre sistemi di neuroni: neuroni j permeabili (collegati alla funzione sensoriale che riceve stimoli dall’esterno), neuroni y impermeabili (collegati con la funzione mnestica) e neuroni w i cui stati di eccitamento determinano le diverse qualità, cioè le sensazioni coscienti. Di questa teoria fa parte anche la fondamentale ipotesi dell’esistenza delle barriere di contatto tra i neuroni (le sinapsi di Sherrington).
Sempre nel Progetto Freud ipotizzò che mentre i neuroni j e y operano su quantità di energia, le sensazioni coscienti di qualità sorgevano allorché periodi di eccitamento, e non le quantità di energia, provenienti dagli organi di senso passavano “a” j e “da” j , attraverso y , fino ad w . In questo modo veniva escluso qualsiasi rapporto diretto tra j e w . I neuroni w ricevono dunque i dati provenienti sia dall’esterno che dall’interno dai neuroni y. anche da rilevare come la concezione del funzionamento dei neuroni w per mezzo di deboli cariche si colleghi all’economia energetica operata dall’uso del pensiero (processo secondario) piuttosto che dall’uso dell’azione. Tutto ciò può essere considerato come un’anticipazione di concetti propri della scienza delle comunicazioni e dell’elaborazione dell’informazione che saranno sviluppati solo successivamente.

Nella lettera del 1 gennaio 1896 Freud, rispetto al precedente schema di funzionamento mentale, sposta dunque i neuroni w e li situa tra i neuroni j e quelli y e specifica che ora: “w non trasferisce a y né quantità né qualità, ma semplicemente eccita y , cioè indica la direzione che deve essere presa dall’energia psichica libera”.
Possiamo notare allora che w , e cioè i neuroni collegati alla coscienza, si collocano ora in una posizione più centrale nello schema, come a formare un cardine; è questo un segno della maggiore centralità data alla coscienza nella nuova concezione del funzionamento psichico.
Forrester sottolinea come: “Il modello rese più chiare le due diverse “coscienze” del Progetto. In esso, la coscienza consisteva nell’eccitazione di w da parte di y più un’indicazione di qualità (sia da j attraverso y, sia da y attraverso le associazioni del linguaggio). Nel nuovo modello, la coscienza percettiva [proveniente da stimoli esterni] consisteva nel trasferimento di una piccola Q (quantità di energia) da j a w e nel trasferimento della qualità da j a w, mentre la “coscienza secondaria artificiale” [proveniente da stimoli interni] sorgeva dal “lato opposto” di w: l’eccitazione di w da parte di y più un’indicazione di qualità proveniente dalle associazioni del linguaggio.” (Forrester 1980, pp. 89-90 ).
Inoltre, il fatto che in qualche modo questi neuroni * non hanno più a che fare con le quantità e le qualità li sgancia da un coinvolgimento diretto per ciò che attiene al compito di rendere coscienti i processi * inconsci. Come ci fa notare Green, in questo modo Freud disunisce attività psichica e attività conscia alla quale necessita la qualità soggettiva (Green 1973, p. 43). Questi processi * acquisteranno solo “una coscienza secondaria, artificiale” attraverso l’associazione verbale. I neuroni * allora, e così la coscienza, vengono sempre più sganciati dall’aspetto energetico diventando in tal modo sempre più un processo “psichico” con l’entrata in scena del linguaggio. Freud successivamente preciserà che la rappresentazione cosciente è composta dalla rappresentazione inconscia di cosa più la rappresentazione di parola.

Siamo così giunti al punto ׁ”, nel quale si fa riferimento ai meccanismi dell’emicrania. Prima di procedere oltre, riprendiamo un precedente passo della lettera a Fliess del 20 ottobre 1895:
“Adesso ascolta ancora questo. In una laboriosa notte della scorsa settimana, mentre ero oppresso da quel grado di sofferenza che costituisce l’optimum per la mia attività cerebrale, [...]
E quella del 16 aprile 1896 in cui scrive:
“[...] sono rientrato con una sensazione di vero benessere e da allora sono stato molto pigro, perché non vuole ripresentarsi quello stato di semisofferenza che mi è necessario per dedicarmi a un intenso lavoro”.
Ascoltiamo ora Jones:
“Mi pare che da questo punto di vista le concezioni di Freud del disordine neuronico determinato dalla “sofferenza”, dell’ordine ripristinato dal piacere, del significato delle variazioni elettriche a livello sinaptico, e della natura delle tracce mnemoniche, le sue idee sulle aree associative, ecc., avrebbero un interesse particolare”. [...]
“Freud partiva da quella che secondo lui era l’unica forza motrice dell’intero apparato: il desiderio (di conoscere). Egli lo definiva “una corrente che circola nell’apparato partendo dalla sofferenza (Unlust) e raggiungendo il piacere (Lust).”
(Jones 1953, p. 467, pp. 473-474)
Lo stesso Freud ci dice:
“Infatti il pensiero non è altro che il surrogato del desiderio, dato che nulla, all’infuori di un desiderio, è in grado di mettere in moto il nostro apparato psichico.”
(Freud 1899, p. 517)
Quindi, ciò che è in grado di mettere in moto il “funzionamento” della macchina (psichica), è, secondo Freud, il desiderio (funzionamento secondo il principio di piacere); per alcuni il bisogno. Ma il bisogno fisico di un oggetto esterno deve diventare un desiderio interno e soggettivo, per poter essere appagato mediante l’utilizzazione del motore pulsionale della realtà psichica.

Il collegamento tra emicrania (sintomo psichico) e pensiero (“teorie jyw“), è esplicitamente dichiarato da Freud nel corso della lettera di cui ci stiamo occupando:
“Le tue osservazioni sull’emicrania mi hanno suggerito un’idea che comporterebbe una completa revisione....etc.”
Sappiamo che all’emicrania, per Freud, si collega anche la sessualità tramite gli stimoli olfattivi provenienti dai prodotti della decomposizione del metabolismo sessuale che giungono all’organo dell’odorato dall’esterno e da stimoli olfattivi interni per cui “si proverebbe dolore a partire dal proprio stesso corpo”. Evidenziamo perciò un collegamento tra il dolore dell’emicrania accompagnato da sensazione di dispiacere, la sessualità e, in qualche modo, l’attività mentale la quale passa per la sessualità (corpo).
Ricordiamo che in quel periodo Freud era alle prese con l’autoanalisi, sebbene lo considerasse un compito “impossibile”, come dichiarato nelle sue lettere, e come spesso egli soffrisse di emicrania.
Facciamo ora un salto alla lettera del 14 novembre del 1897 in cui Freud espone estesamente la teoria della rimozione organica come modello per la rimozione (psichica). Come sappiamo, egli collega il ruolo assunto nell’uomo dalle sensazioni olfattive, alla comparsa della stazione eretta che lo avrebbe allontanato da certe sensazioni sessuali, prima sentite eccitanti, facendogli abbandonare le zone sessuali ad esse collegate che ora divenivano ripugnanti (tranne che nei perversi) e conclude:
“Per dirla crudamente, la memoria puzza attualmente quanto può puzzare un oggetto presente; e, proprio come noi, disgustati, allontaniamo il nostro organo di senso (la testa e il naso), così il preconscio e il senso della coscienza rifuggono dal ricordo. questa la rimozione.”
Nel lungo processo di ominazione dunque, l’uomo rinuncia sempre più all’olfatto a favore della vista: da renifleur diventerà un visuelle.
Sempre nella stessa lettera del 20 ottobre 1895 in cui, a proposito dei risultati ottenuti nel lavoro sul funzionamento mentale, Freud annuncia trionfalmente “tutto a un tratto le barriere sono crollate” e “i veli si sono sollevati”, esclama anche:
“Che Dio mi tenga la testa sgombra dall’emicrania!”
Egli allora avvertiva il pericolo che correva il suo lavoro intellettuale perché poteva essere disturbato da un dolore proveniente dall’“interno” la cui origine e natura possiamo tentare di intuire.

Da quanto su detto possiamo inoltre equiparare genericamente l’apparato psichico, e più ancora l’attività intellettuale, all’attività dell’organo dell’olfatto, così come fece Ferenczi in Thalassa quando scrisse a proposito del fatto che la rimozione organica era il modello della rimozione tout-court:
“Noi crediamo che l’analogia tra funzionamento dell’olfatto e pensiero sia talmente spinta che si può considerare l’olfatto come il prototipo biologico dell’ideazione.
(Ferenczi 1932, p. 89)
A questo proposito possiamo ricordare che la corteccia cerebrale probabilmente si è formata proprio dallo sviluppo del rinencefalo (collegato all’olfatto).
La ricerca intellettuale è equiparabile all’azione del seguire le tracce “annusando” quegli odori che, in certi casi, possono causare un’emicrania.
L’emicrania potrebbe essere considerato un sintomo dovuto al ritorno del rimosso organico proveniente (dall’interno) dalle aree sessuali abbandonate così come l’inibizione intellettuale potrebbe essere un sintomo causato dal ritorno del rimosso dei desideri sessuali ed epistemofilici vietati e rimossi. Il pericolo per l’autoanalisi di Freud poteva essere rappresentato dall’emicrania dolorosa, equivalente somatico di un dolore mentale (“sofferenza” dovuta al suo lavoro autoanalitico), che indicava il passaggio da un investimento oggettuale ad uno narcisistico e che poteva ergersi come resistenza contro il desiderio proibito di vincere le rimozioni ed indagare il proprio mondo interno. D’altra parte egli stesso aveva detto nella lettera del 14 novembre del 1897 che: “l’autonalisi è, in verità, impossibile”. Si potrebbe qui giustificare l’uso della cocaina che Freud assunse per circa un decennio come anestetico per i disturbi nasali da cui era afflitto, nonché come stimolante psichico; ciò, forse, dette luogo all’episodio di intuizione visionaria che Freud ebbe a proposito del suo Progetto quando scrisse a Fliess il 20 ottobre 1895: “[...] tutto a un tratto le barriere sono crollate, i veli si sono sollevati e io sono riuscito a penetrare con lo sguardo dal più piccolo particolare delle nevrosi sino alle condizioni della coscienza.”
Come abbiamo visto Freud pensava che fosse proprio la “sofferenza che costituisce l’optimum per la mia attività cerebrale”. Questo ci porta ad interrogarci sulla differenza tra una “sofferenza” creativa, stimolo per l’attività mentale, e il dolore fisico dell’“emicrania” che, al contrario, ne costituisce un blocco denunciando la presenza di un sottostante conflitto psichico.

Spero che siamo riusciti, sebbene succintamente, a dare un esempio dell’intimo collegamento che esisteva in Freud tra il suo lavoro intellettuale di ricerca e le sue teorie, la sua autoanalisi, il suo mondo emozionale e l’espressione somatica a tutto ciò correlata (relazione mente-corpo) e a mostrare come fu proprio la sua capacità ad utilizzare riflessivamente e creativamente questa interconnessione continua tra livelli e linguaggi differenti a rendere la sua avventura intellettuale quell’opera unica che conosciamo.
L’emicrania potrebbe essere il sintomo che denuncia il fallimento del tentativo di sostituire la gratificazione sessuale con la gratificazione proveniente dall’attività di pensiero (scientifico).
Freud, come tutti, non poteva aver un accesso diretto a quei meccanismi mentali attraverso l’introspezione autopercepente, ma il suo comportamento implicava l’esistenza di strutture che potevano dare accesso alla loro intelligibilità.
“Therefore, it is at least plausible to think of Freud’s version of psychoanalytic theory as a picture or an account of a person observing his own mental process and arriving at a picture of his mind and his word”(1) (Grossman 1989, p. 31).
Dopo che nel Progetto aveva cercato di descrivere queste strutture mentali secondo concezioni di tipo neurofisiologico, cercò di continuare in seguito ad indagarle con concezioni di tipo “psicologico”, poiché queste ultime sono “reperibili” a metà strada tra il livello anatomico del SNC e il livello comportamentale delle nostre azioni.
Freud nel corso dell’autoanalisi riuscì a distillare quelle operazioni mentali che ricavava attraverso l’autoriflessione delle sue azioni: ma le relative operazioni mentali sono esse stesse costituenti delle strutture mentali che egli utilizzava. da un tale ininterrotto processo ricorsivo di coordinamenti e di messa in reciprocità che si generano le stesse strutture mentali nel momento in cui le si struttura; la loro organizzazione si costituisce mentre esse agiscono, secondo modalità autopoietiche.

Per terminare dobbiamo aggiungere alcune considerazioni sul significato del Progetto di cui lettera del 1 gennaio 1896 costituisce una sorta di appendice. Egli lo chiamò una “Psicologia per i neurologi” mostrando chiaramente come volesse fare uno sforzo per sincretizzare due campi la cui intercomunicazione è a tutt’oggi incompiuta, e gettare un ponte tra due sponde: la neurobiologia e la psicologia. In questo tentativo poteva consistere la sfida della nuova scienza psicoanalitica, scienza di confine che potesse gestire un oggetto multidimensionale come la mente-cervello senza che ciò significasse una riduzione all’“isomorfismo” ma che affermasse, al di là di ogni fenomenologia, la continuità profonda tra mente e corpo.
L’analogia designa una similitudine di struttura tra due insiemi, una rassomiglianza di rapporti all’interno di due configurazioni diverse. L’analogia è dunque, per eccellenza, la funzione che permette di collegare strutture di ordine completamente differente attraverso l’utilizzo di uno stesso modello; è una funzione di comunicazione, anche tra scienze diverse. In tal senso possiamo pensare che ciò che Freud cercò di fare fu di individuare delle analogie tra il funzionamento della mente e quello del cervello che gli permettessero di utilizzare il modello neurofisiologico per fondare la nuova scienza psicologica: la psicoanalisi. Una volta “fallita” l’impresa fece ricorso al linguaggio perché gli fornisse la scialuppa che, attraverso la dimensione del simbolico, lo traghettasse verso la sponda psicologica. Il ritorno al linguaggio e al suo apparato fu anche un ritorno ai suoi studi sul L’interpretazione delle afasie che di nuovo ripropose, come in un gioco di continui rimandi, la dimensione neurologica.
Lo sforzo di Freud che iniziò con L’interpretazione delle afasie e gli Studi sull’isteria, e con il contemporaneo Progetto, fu proprio quello di creare un linguaggio che gli permettesse di parlare di una realtà, l’inconscio, di cui nessuno prima di lui aveva parlato in termini scientifici. Creare un linguaggio significò anche organizzare un lessico che richiedeva la ridefinizione di molti termini già esistenti e la costruzione di pochi neologismi, nonché l’“invenzione” di una dottrina, la psicoanalisi, che potesse contenere teoricamente quell’oggetto ed, esplorandolo, potesse tentare di apportarvi modifiche. Pertanto, come gli Studi sull’isteria costituiscono ancora oggi il nucleo fondante la nosografia, la clinica e la terapia psicoanalitica, così il Progetto non può essere considerato un semplice ibrido di passaggio, ma un hopeful monster (2): un tentativo di descrivere in modo “essenziale” il funzionamento mentale, la psicologia, prevalentemente in termini neuro-fisiologici (energetici). A questo punto riteniamo superfluo riaffermare l’incontestabile attualità dell’opera.

Note

1) “Perciò, è alla fine plausibile considerare la versione di Freud della teoria psicoanalitica come una rappresentazione o un resoconto di una persona che osserva il proprio processo mentale e che giunge alla rappresentazione della sua mente e del suo mondo”.

2) Quella degli hopeful monster (mostri pieni di speranza) è un’ipotesi che serve a spiegare i “salti evolutivi” che, forse, hanno scandito l’evoluzione. L’ipotesi suppone che sarebbero esistiti dei mutanti, gli hopeful monsters appunto, che avrebbero potuto occupare nuove nicchie ecologiche perché in possesso di un nuovo adattamento che non aveva nessun concorrente.

Bibliografia

Ferenczi S. (1932) Thalassa. Astrolabio, Roma, 1965.

Forrester A. (1980) Il linguaggio e le origini della psicoanalisi. il Mulino, Bologna, 1984.

Freud S. (1891) L’interpretazione delle afasie. Sugarco, Milano, 1980.

Freud S. (1895) Progetto di una psicologia. O.S.F., vol. 2, Boringhieri, Torino.

Freud S. (1892-95) Studi sull’isteria. O.S.F., vol. 1, Boringhieri, Torino.

Freud S. Lettera a Fliess del 20 ottobre 1895. In Lettere a Wilhem Fliess 1887-1904, Boringhieri, Torino, (1986).

Freud S. Lettera a Fliess del 1 gennaio 1896. In Lettere a Wilhem Fliess 1887-1904, Boringhieri, Torino, (1986).

Freud S. Lettera a Fliess del 16 aprile 1896. In Lettere a Wilhem Fliess 1887-1904, Boringhieri, Torino, (1986).

Freud S. Lettera a Fliess del 14 novembre 1897, In Lettere a Wilhem Fliess 1887-1904, Boringhieri, Torino, (1986).

Freud S. (1899) L’interpretazione dei sogni. O.S.F., vol. 3, Boringhieri, Torino.

Jones E. (1953) Vita e opere di Freud. Il Saggiatore, Milano, 1962.

Green A., (1973) Il discorso vivente. Astrolabio, Roma, 1974.

Grossman W.I. (1992) Hierarchies, boundaries and representation in a Freudian model of mental organization. J. Amer. Psychoanal. Assn., 40: 7-62.

Sachs H. (1944) Freud maestro e amico. Astrolabio, Roma, 1973.


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