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Psicoanalisi



L'isteria: dalle origini all'attualità. Un omaggio al "femminile"

Agostino Racalbuto

Lavoro letto l'11 Dic. 1999 al Centro Psicoanalitico di Roma all'interno di un seminario sull'isteria organizzato in occasione della presentazione del volume "Perché l'isteria? Attualità di una malattia ontologica",
a cura di Franco Scalzone e Gemma Zontini (Liguori Editore, 1999 - pag 380 - L. 45.000)



"Occorre sentire fin nella profondità dell'essere
in quale misura e a qual punto la donna è un bene"
(F. Nietzsche)


Prendo lo spunto per il mio contributo dai suggerimenti costituiti per me dalle affermazioni di Franco Scalzone: l'importanza della bisessualità nell'isteria, l'isteria come stato mentale primario, un modello unitario integrato per l'isteria.
L'isteria, a mio avviso, può essere vista non solo come la malattia delle origini della psicoanalisi, ma anche come un modo di funzionare dello psichismo originario. Inoltre pare attuale considerarla come la malattia psichica della "femminilità", non tanto in senso biologico, quanto in quello proprio della bisessualità psichica e delle modalità relazionali di esperienza.
La bisessualità, dice Scalzone, come "storia" dell'individuo, con la malattia del "femminile" (e del "maschile") - sia nella donna che nell'uomo - a indicare l'isteria nelle sue diverse modalità: sessuale, affettiva, cognitiva, relazionale. Io penso si possa prendere in considerazione questa storia come il "viaggio" percorso da ogni essere umano per la generazione psichica dell'identità (propria e altrui). Generazione intesa come "processo" psichico che necessita della congiunzione degli elementi "femminile" e "maschile", in quanto "tendenze" contrapposte, opposti originari prima, antecedenti perciò al riconoscimento e alla rappresentabilità delle differenze (quelle "sessuali" comprese), e dialettica dei sessi poi. "Viaggio" proprio delle esperienze deputate alla generazione del pensare e del fare, tipici di ogni individuo. Il che implica - in entrambi i sessi - un "luogo" psichico elettivamente "femminile" dove, con l'apporto del "maschile", possano avvenire eventi "generativi". Cominciare a considerare quindi l'isteria (in greco "vagabondaggio nell'utero"), nelle sue proteiformi espressioni e nei suoi "modi" moderni di apparire, come un disturbo della femminilità, o della relazione – bilanciamento della coppia antinomica maschile/femminile, o come difetto del luogo della "generazione", definisce già l'obiettivo del nostro lavoro. Tali considerazioni ricollegano l'origine della psicoanalisi e l'originario pensiero di Freud (1925) - "l'isteria ha una maggiore affinità con la femminilità…" (p. 290) - con l'attualità della riflessione clinico-teorica. Rispetto a Freud la femminilità in questione va certo intesa meno come componente biologica o come elemento discriminante l'identità di genere, e maggiormente come disposizione interna verso l'oggetto e come modo soggettivo di fare esperienza. Freud (1908) in Fantasie isteriche e loro relazione con la bisessualità, nel caso di una "malata" che fa sia la parte femminile che quella maschile nella fantasia sessuale che presiede a determinati atti motori, parla del corpo come di un vero e proprio teatro della bisessualità. Integrando l'interpretazione biologica privilegiata da Freud con quella ad esempio di Winnicott o della Tustin sulla coppia di opposti maschile - femminile, possiamo assumerne anche gli aspetti psicologici e relazionali, specie se intendiamo anche riferirci al ruolo delle identificazioni. Per questa via può essere verosimile la possibilità che fare sia la parte femminile che quella maschile significhi non accettare di essere solo "uno" della coppia formata da "due". Un conflitto d'alterità insostenibile, dove essere se stessi è fatto dall'avere incorporato, dall'essere anche l'altro, senza sufficiente riconoscimento e praticabilità dell'esperienza dell'apporto generativo dell'altro-da-sé e senza costituzione del limite. Si può pensare allora, in entrambi i sessi, il "femminile" come "luogo" psichico, con l'apporto dell'elemento "maschile", della generazione dell'alterità, ma anche "luogo" dove può essere precluso tale processo.


Il femminile originario: puro o impuro?

"Ti ama solo colui davanti al quale puoi mostrarti
debole, senza provare forza"
(T. W. Adorno)


L'ipotesi è che il bambino dell'Hilflosigkeit si identifichi primariamente con il femminile materno costituito dalla funzione di "seno", "cure" materne in senso stretto, ma anche seduzione. Questa seduzione originaria trova nella femminilità – passività originaria, in entrambi i sessi, il ricettacolo dell'impianto di un vissuto soggettivo e perciò di un nucleo identitario (avant-coup). La femminilità in quanto rappresentazione verbale e affettiva, legata anche all'identità di genere oltre che alla bisessualità psichica propria della donna e dell'uomo, può reinterpretare tale originario (après-coup): come ripetizione, con ciò che vi si collega di compulsivo e di traumatico, e come simbolizzazione, con l'elaborazione che è in questo caso necessaria. Con ciò si sposta l'accento dal carattere "originario" della femminilità alla "femminilità" come luogo psichico privilegiato, in entrambi i sessi, una sorta di ombelico del mondo psichico - penso all'onfalos del sogno, al punto O di Bion - dove si possono riprendere i primi percorsi tramite i quali l'individuo è stato introdotto alla vita psichica e alla sessualità. Il tutto a partire da un originario, un luogo delle origini dell'identità e della relazione, che associa al femminile e al sessuale il fantasma originario dell'altro, in quanto incluso e occulto allo stesso tempo nella "scena primaria". Un "femminile" e un altro che per conservare il loro alto complementare potere creativo non possono che essere un "conosciuto non pensato" (Bollas, 1987), un'esperienza che c'è, ma che si cela a ogni definizione e a ogni nominazione. E' questo che differenzia il "femminile" dall'identità femminile: il primo è sul versante del sé, della madre "good enough" e della madre seduttrice in relazione al divenire pulsionale, in quanto tale non rappresentabile; l'identità ha rapporto con la rappresentazione, la nominazione e i "possedimenti" dell'Io.
E' evidente che "ciò che il bambino è" include se stesso e l'apporto materno, in quella relazione oggettuale delle origini che si realizza e si esprime attraverso l'identificazione (primaria). Ma Freud (1938), una sorta di Winnicott ante litteram, in Risultati, idee, problemi dice: " "Avere" ed "essere" nel bambino. Il bambino esprime volentieri la relazione oggettuale mediante l'identificazione: "Io sono l'oggetto". L'avere è … successivo, dopo la perdita dell'oggetto ricade nell'essere. (…) Il seno è una parte di me, io sono il seno. Solo in seguito: io ce l'ho, dunque non lo sono" (p. 565, corsivo mio).


Il nucleo isterico originario

Freud in questa occasione lascia intendere che l'identificazione imitativa con la madre costituisce un nucleo prezioso, fondante l'identità del bambino, sul versante dell'essere e del "femminile". Per entrambi i sessi, in un gioco mimetico che è la scena originaria di ogni relazione, in una finzione che è la vera apertura alla vita, risiede – a mio avviso - non solo il nucleo della femminilità originaria, ma anche il nucleo isterico originario, come stato originario mimetico fondante la mente ("io sono"), la "situazione endopsichica di base" (Fairbairn), e anche come "nevrosi più antica" (Freud), o "malattia ontologica" (Green). La storia di tale "femminile", e del complementare "maschile", senza il quale non diventa concepibile, a partire da questi inizi, sarà costituita dalla quantità e dalla qualità delle cure materne (ad esempio promozione del vero sé piuttosto che sviluppo di un falso sé); nonché dalla modalità della sua seduzione operata in relazione alla "costituzione" propria dell'infante e al grado e alla modalità della presenza paterna, prima fantasmatica, poi anche "reale", presente all'interno della relazione madre – bambino; infine dalle possibilità elaborative in après-coup (separazione, castrazione) a cui l'individuo nel corso del suo sviluppo potrà o meno accedere.
Io penso a un processo dove si intreccia un vettore non-sessuale e un altro sessualizzato. Il neonato non esiste senza una madre, ma non esiste soggettivamente neanche senza un "trauma" originario proprio dell'intrusione seduttiva della sessualità nella psiche immatura, che è a mio avviso il vero trauma delle origini dello psichismo, a causa dell'altro e dell'altrove costituito dalla madre (e dal padre sullo sfondo); il trauma cioè della nascita del suo essere soggettivo e del farsi del suo Io. Soggetto che si fonda, nel conflitto fra "fame e amore", fra "bisogno" soddisfatto e cure materne interiorizzate, fra omeostasi narcisistica e turbamento traumatico operato da un'alterità. Da questa seduzione che obbliga all'"altro", risulta a mio parere il carattere primitivo della "femminilità" in entrambi i sessi. Il femminile in questione non si lascia domare dalla logica del linguaggio simbolico, conservando l'essenza dell'origine del mondo, inviolato nella sua indeterminazione – ill-imitazione – mutevolezza – totipotenzialità : dico ill-imitazione per segnalare la sconfinata capacità di imitazione dell'altro, in una sorta di vocazione mimetica assoluta, che cerca di disincastrarsi da ogni fissità definitoria, che anela al superamento di ogni antinomia. E' l'isteria originaria. Il nucleo isterico originario costituisce allora il "luogo" psichico in cui l'imitare per essere è allo stesso tempo la verità della finzione come fondamento di soggetto e speranza di essere altro.
Freud (1932), in Introduzione alla psicoanalisi, interrogandosi sull'angoscia tipicamente "femminile", fornisce la seguente risposta: "In suo luogo" (luogo dell'angoscia di castrazione) "subentra … la paura della perdita d'amore, che è visibilmente una prosecuzione dell'angoscia del lattante che sente la mancanza della madre… " (p. 197, corsivo mio). La seduzione madre – bambino lega al "femminile" questo particolare tipo di angoscia, che è "sentita" e non rappresentata; angoscia che non è propria delle donne, ma – in entrambi i sessi – una caratteristica del "femminile". Si tratta di un'angoscia del femminile non connesso alla scelta edipica, in rapporto invece ad una perdita non elaborabile, antecedente ad una sufficiente formazione dell'Io e a una tollerabilità psichica della perdita. In relazione pertanto all'"arcaico", la questione del femminile sovrappone l'angoscia primaria del lattante e quella - in analogia quindi all'Hilflosigkeit - del femminile. A mio avviso la passività - ricettività sta nel cuore del fantasma organizzatore della femminilità, del vero sé "femminile". Un'eccessiva impossibilità a stare nei panni di questa passività/recettività introduce il falso sé (che non è la finzione e la mimesi costruttive delle origini), deteriora il potenziale vitale del "femminile" originario e può penalizzare la femminilità propria dell'identità di genere. Qualcosa di questo tipo deve succedere nello sviluppo isterico.


Isteria originaria, isteria narcisistica e isteria edipica

L'angoscia del "femminile" si accosta così ad una specie di malinconia originaria, costituita sulla base della prima perdita. Perdita in avant-coup della propria ineffabile madre nella sua veste originaria di irrappresentabile oggetto dell'identificazione primaria; oggetto appena trovato, non ancora rappresentato e già perduto. "Roccia" del femminile tanto più dura perciò, non in quanto semplice perdita d'oggetto, ma anche perché intollerabile perdita di soggetto; non perdita di rappresentazioni (rimosse), ma perdita dell'essere, cioè di esperienza del sé. Qui il nucleo isterico è collegabile con l'isteria maligna di cui parla Scalzone, col ripudio del materno di Green (1997), con le patologie casi-limite, le psicosomatosi e le patologie narcisistiche.
Nella misura in cui invece, schematicamente, avrà troppo la necessità di rimuovere le "idee" inaccettabili del conflitto edipico e non potrà affrontarne la risoluzione, si potrà osservare una cosiddetta isteria benigna, edipica. Sebbene anche questa possa mantenere ad altri livelli intrapsichici alcune specificità del nucleo isterico originario: per esempio l'inaccettabilità della differenza dei sessi piuttosto che la ricusazione di ogni alterità, con tale paura di essere penetrati emotivamente da vivere la passività come un doppione, un analogo di quella seduzione originaria in cui si accoglie un usurpatore del proprio spazio psichico, un colonizzatore che vuole dominare e soffocare. I traumatismi propriamente sessuali mostrano infatti la loro relazione con i traumatismi vitali – narcisistici (pericolo per la vita psichica stessa, ferite nella stima di sé). L'aspetto narcisistico del nucleo isterico risiede infatti nella ricerca continua di oggetti in grado di rinforzare la stima di sé tramite una richiesta d'amore "devoto" con delle seduzioni sovvertite nel fine, nel senso che non si tratta di una domanda di amore "sessuale", ma di una continua richiesta di amore di sé. E' Freud (1914) a precisare che il tipo narcisistico di scelta oggettuale comporta una difficoltà ad amare attivamente, dato che il soggetto cerca spasmodicamente di essere amato.
A livelli più arcaici, l'oggetto viene perduto attivamente (proiettato, denegato, scisso, forcluso) non appena lo si trova per un'inaccettabile passività – femminilità che rigetta il "significante" originario dell'altro. A livelli edipici l'isteria "mima" messaggi relazionali di convocazione d'oggetto, ma per sparire "magicamente" qualora la si colga (rimozione). L'evitamento "arcaico" del nutrimento (vedi il sintomo "anoressico" come ricusazione originaria del "femminile" materno) diventa l'elusività stessa dell'isteria più evoluta, dove prevale l'impegno a deludere le attese poste, in maniera da non essere là dove ci si aspetta. Così come c'era una volta una madre da trovare, con l'imitazione, per poi ricusare, l'isterico (a) avrà bisogno di un "altro", seducendo in lui la propria parte ideale, scissa e proiettata, e simultaneamente attaccandola come estranea; eco conflittuale edipica del tempo narcisistico della ricerca e della simultanea ricusazione di ogni alterità – estraneità. Qui l'analista rischia di duplicare, rispetto alla convocazione seduttiva, il proprio narcisismo, quel sé misconosciuto che il paziente è riuscito "a suggergli", attraverso identificazione appropriativa, e a "comunicargli" (Semi, 1995).
Come al tempo del narcisismo (primario) solo l'inclusione esperenziale dell'altro in quanto non antitetico al sé era indispensabile per la costituzione di un sano narcisismo (secondario), così il riconoscimento e la valorizzazione della relazione identificatoria con il genitore del sesso opposto pone le basi per la comprensione e l'usufruibilità per il piacere nei confronti del diverso da sé. E' il terreno preparatorio per il riconoscimento e l'accettazione dell'altro. In questo senso appare più chiaro il rifiuto della compenetrazione (talvolta anche sessuale) da parte della struttura isterica del carattere: ogni intesa profonda e duratura, ogni coincidenza consolidata come il rapporto sessuale riuscito, costituisce il momento della fusione e dell'unione, ambite ma respinte.
Dal e nel femminile originario dunque, che è all'origine della vita psichica, parte e si sviluppa un lavoro del femminile e del maschile nell'asimmetria e nella complementarità costitutiva della differenza dei sessi. Un lavoro che – attraverso l'elaborazione edipica – conduce alla scelta di campo in cui, pur permanendo la disponibilità a vivere la bisessualità psichica, le rappresentazioni maschili prevalgano sulle femminili, o viceversa, a seconda l'identità di genere. A mio avviso il carattere isterico non può portare a termine proprio questo compito evolutivo: poiché si reifica l'indecidibilità sull'accettazione e sul rinonoscimento affettivo dell'alterità, e/o l'apprezzamento e la vivibilità delle differenze (di sesso e di generazione) sono avversati da un irrisolto Edipo; tanto che gli elementi qualificanti l'identità di genere spesso vengono negati all'esperienza del piacere (disturbi sessuali) o addirittura al pensiero (non si può pensare o parlare di sessualità). In questo contesto la difficoltà a vivere ed elaborare la triangolazione edipica, e il conflitto sotteso, non può non rimandare al terreno di un narcisismo pervicacemente attestato a difendere la sua prerogativa anti-altro.
Quindi si può usare la sessualità per scopi narcisistici. Dove è in gioco il "luogo delle origini", dove la lotta fra i sessi (maschile – femminile) contro l'ammissione delle differenze sfuma nella lotta per la sopravvivenza dell'infantile arcaico in entrambi i sessi contro il femminile materno (fuori e dentro di sé). Al di là dei livelli rappresentabili del rimosso e della conflittualità edipica è qui in gioco un ambito psichico che non si può individuare come esperienza personale storicizzabile, da ricordare e da raccontare. Immaginiamo il fascino di questa affettività originaria connesso alla straordinaria simultanea presenza nell'inconscio di rappresentazioni rimosse, dove esiste il desiderio in sé differenziante di avere un oggetto, e di "agiti" mimetici, dove prevale il bisogno di essere l'oggetto, lungo coordinate proprie dell'indifferenziato.
Si può ritenere che questa seconda sia un'area psichica preclusa alla rappresentabilità e perciò "terra di nessuno" (L. Russo, 1998); nel senso che non è stata esplorata sufficientemente dal proprio Io (carenza di soggettività, il "femminile" originario), ma anche nel senso di non essere mai stata "abitata" abbastanza da alcun oggetto riconoscibile (il "maschile originario"), che non vi ha potuto perciò eleggere "residenza". Ho creduto di poter identificare quest'area con il "femminile materno" originario precluso, come luogo di convergenza della non-storia di ogni individuo, dove l'esperienza – in vari momenti evolutivi – si presenta all'individuo in uno stato psichico di impreparazione per essere affrontata e tanto meno elaborata. In queste evenienze, traumatiche, vale la pena fare riferimento ad angosce di perdita del sé e ad angosce di intrusione; c'è quindi un continuum fra le risultanze traumatiche presenti nei disturbi narcisistici del carattere, nel falso-sé e soprattutto nei casi-limite e l'isteria, che è pur sempre una "tendenza" a ripetere "impressioni" traumatiche. Se però il desiderio è sufficientemente sviluppato rispetto al bisogno di essere l'oggetto e le identificazioni funzionano sul versante delle identificazioni secondarie edipiche, il trauma non riguarda tanto il rifiuto della madre arcaica nella sua originaria irrappresentabilità, ma più il riconoscimento del conflitto fra desiderio e delusione, fra reperimento e perdita dell'oggetto, fra unione e separazione, fra fantasie e interdetto. Tutto ciò riguarda ancora il maschile e il femminile, ma non più nell'ottica di oscure tendenze contrapposte, del costituire spinte o stati enigmatici diversi all'interno del sé o nella relazione con l'oggetto, bensì in quanto elementi costitutivi della differenza sessuale. Isteria "benigna" in questo caso, "vera" isteria, ma certamente malattia di rappresentazioni, diversamente al caso in cui prevalgano le identificazioni primarie, dove si può parlare di malattia di affetti.
Sottolineo la differenza perché l'atteggiamento analitico clinico, non solo la speculazione teorica, dovrebbe tenerne conto: per l'analista infatti una cosa è avere a che fare in analisi con fantasie rimosse, altra è imbattersi in fantasie ancora da sviluppare, cioè in fantasmi indicibili che non sono ancora inclusi nel patrimonio linguistico, almeno in qualche situazione possibilità presente in ogni analisi. Non si tratta di differenziare soltanto angosce nevrotiche da angosce psicotiche, ma di appurare che si sta lavorando su fantasie rimosse in un caso, e su fantasmi preclusi all'elaborazione psichica nell'altro.
Spesso d'altronde i pazienti ci fanno capire di quanto si possa soffrire "per non" essere - nel loro vissuto - stati amati abbastanza, non essere stati capiti, non avere avuto attenzione, protezione o altro: si tratta di un traumatismo in negativo, per difetto.
Ho messo insieme esperienze e vissuti propri del conflitto intrapsichico ed altri più in relazione al deficit dell'Io, come nel caso delle esperienze traumatiche precoci. Questione non da poco, che apre all'interrogativo se sia possibile integrare la concezione psicoanalitica tradizionale del conflitto con la psicologia del deficit. Se questa integrazione pare utile, e a me lo pare in quanto il trauma assume in sé conflitto e deficit, sul piano clinico ciò comporta che l'analista dovrebbe vagliare quando, nel corso dell'analisi, i singoli frammenti del materiale clinico vadano considerati come espressione di un conflitto e quando di un deficit. La strategia di cura mira infatti nel primo caso a svelare il senso (connesso alle fantasie-rappresentazioni conflittuali rimosse nel paziente) di un'identità negata ma esistente, interpretando l'isteria; nel secondo a costituire il senso (connesso alle identificazioni proiettive e alle proiezioni fantasmatiche di cui l'analista è femminilmente ricettacolo) di un'identità da farsi, basata su difese isteroidi, in un certo senso ancora da isterizzare nello scenario analitico.
Qui si apre l'importante questione del controtransfert. Ma occorrerebbe ben altro spazio. Posso solo riferire la convinzione che se il paziente presenta un aspetto isterico ruotante attorno all'organizzatore edipico è facile che l'analista sia indotto a pensare erroneamente, a essere messo su false piste, a fare falsi nessi; il suo pensiero può risultare eccitato, seduttivamente ipertrofizzato, magari poi per essere castrato. Nel caso in cui la regressione – fissazione batta il tasto di una configurazione pre-edipica narcisistica e depressiva, l'analista sente spesso invece un impedimento al pensare, o al dire: non si tratta di mettere in scacco il pensiero dell'analista, magari per padroneggiarlo, ma di neutralizzarlo in quanto altro intollerabile.


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