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PSYCHOMEDIA
SETTING INDIVIDUALE
Psicoanalisi



di Juliet Mitchell

I fratelli e la genesi del genere




In altri luoghi e in altri tempi

Nelle isole Tobriand, secondo Malinowski, il fratello, la sorella e il figlio della sorella formano la relazione triangolare primaria in cui il fratello della sorella rappresenta l'autorità ma non ha, naturalmente, relazioni sessuali con la madre del bambino. Malinowski (1927, 1929) asserisce che ciò mette in dubbio l'universalità del complesso di Edipo; Ernest Jones, allora Presidente della British Society, respinse una tale ipotesi, a favore del mantenimento del più importante shibboleth della psicoanalisi.

Il dibattito tralasciò del tutto la possibilità dell'esistenza di strutture collaterali indipendenti. Tra gli abitanti delle Tobriand, l'incesto fratello-sorella costituisce il principale tabù e la loro relazione matura è caratterizzata dal totale evitamento, sicché una persona deve fare da intermediario anche per passare gli oggetti dall'uno all'altro. Collegato alle proibizioni, un tale incesto è una caratteristica importante della mitologia delle Tobriand: l'incesto conduce alla morte; gli abitanti delle Tobriand divengono, infatti, molto ansiosi e quando si chiede loro se sognano di avere relazioni sessuali con i fratelli, lo negano.

Nell'Egitto dei Tolomei, alla famiglia reale veniva raccomandato di contrarre matrimoni tra fratelli e di procreare. La pratica era probabilmente abbastanza diffusa in tutta la popolazione. Una tale endogamia ricostruiva la potenza minacciata di una cultura nomade (Hopkins, 1980).

Nelle culture di emigrazione, più in generale, il matrimonio tra cugini è molto diffuso, anche dove, per esempio, la chiesa cattolica lo proibisce, come tra gli emigranti del Sud dell'Italia negli Stati Uniti della metà del ventesimo secolo1.

Visto da una prospettiva psicosociale, l'apparente opposizione tra i tabù delle relazioni collaterali e le esortazioni che spingono all'unione di coppia possono servire allo stesso scopo: esse rendono il mondo un luogo più sicuro (Parson 1969). Nelle Tobriand, il fratello cui viene vietato (di avere relazioni con la sorella) le fornisce sostegno e se ne assume la responsabilità (di sua sorella), il matrimonio tra fratelli o cugini offre la stessa sicurezza. L'accoppiamento intergenerazionale non funzionerebbe allo stesso modo perché la madre o il padre muoiono. Il prevalere dell'incesto padre-figlia in alcune comunità è funzionale al prendersi cura del padre nella sua tarda età ma non è utile alla comunità nel modo in cui sono utili, invece, le prescrizioni e le proibizioni collaterali. Così, benché tali relazioni edipiche siano di solito fortemente vietate e mai comandate, i tabù non comportano rituali socialmente radicati quali quelli che garantiscono la sicurezza agli abitanti delle Tobriand.

Se ora ci riferiamo non a poeti o romanzieri, ma a film, l'importanza della relazione di fratellanza è mostrata in modo avvincente nel film di Visconti Rocco e i suoi fratelli (1960). Nei Tallensi [popolazione del Ghana] sia i protagonisti che gli osservatori attribuiscono il notevole aumento della follia (tredici volte di più in un periodo di trenta anni) all'aumento dell'emigrazione per ragioni di lavoro nel sud del Ghana; Rocco fa un ritratto più generale del problema dell'emigrazione.

Rocco e i suoi fratelli "antropomorfizza" - il concetto è di Visconti - un punto di transizione da una società basata su codici di socialità noti ad un'altra in cui le regole chiave di una società o della cultura stessa sono appannaggio dell'individuo. Presi tra il vecchio e il nuovo, i protagonisti e la storia ruotano intorno alla tragedia e al melodramma; il melodramma ha implicazioni tragiche proprio perché gli attori si trovano su questo abisso che impedisce loro di collegare un passato impossibile e un futuro inospitale.

L'arrivo in treno della famiglia Pafundi alla Stazione Centrale di Milano già porta in sé la tragedia familiare, una tragedia particolare che rappresenta una tragedia storica generale legata a cambiamenti cataclismatici. Il treno (che ritroviamo agli esordi del 'cinema') si è fermato nella Mecca del progresso, ma per i Pafundi lì non c'è nulla. Essi non solo hanno lasciato il loro passato, ma il loro passato li aveva abbandonati. Vincenzo, il figlio maggiore che avrebbe dovuto assumersi tutta la responsabilità della famiglia senza radici e senza padre, non è nella stazione per incontrarli. Anzi, quando essi lo trovano lo scontro tra passato e futuro rende subito chiaro che non c'è un presente per la maggior parte dei Pafundi che sono giunti lì. Il presente è emarginato nel sottoscala in cui essi abiteranno finché non saranno sfrattati, come loro condizione esistenziale. Il lavoro è un'occupazione molto sporadica, da cui si può sfuggire solo attraverso il ritorno allo sfruttamento e alla bestiale brutalità del pugilato: a Simone vengono esaminati i denti e la mascella, così come sarebbe stato fatto ad un qualunque animale nella sua terra d'origine nel Sud.

L'assenza di Vincenzo alla stazione sta a significare la fine della vecchia fraternità. La famiglia della sua fidanzata Ginetta, anch'essa originaria del Sud, pensa che i Pafundi non sono arrivati perché il fratello maggiore se ne prenda cura, ma sono giunti per festeggiare il fidanzamento del figlio come una qualunque famiglia moderna. Il passaggio, quindi, è dalla fraternità alla coppia-nucleo in una famiglia che andrà per conto suo.

Per i personaggi principali, un modo abbastanza semplice di vivere sta finendo e un nuovo modo non riesce a nascere. Questi eroi ed eroine non sono nessuno sia nei termini del loro passato che del loro futuro. Senza un posto sicuro nel clan dei fratelli del Sud o un'identità nelle famiglie nucleari delle aree urbane del Nord industrializzato, ogni personaggio è un ammasso di sentimenti senza radici. L'immagine che ne deriva è quella di un clan di fratelli che tributano rispetto ad una madre, con la consapevolezza che tutto ciò si sta disintegrando in termini di valori e di strutture. Il lignaggio dei fratelli si confronta con la nascente famiglia nucleare, ma si perde senza significato nello spazio tra le due.

Negli studi di Ann Parson (1969) su Napoli, sembrerebbe che il clan dei fratelli si sia mosso (o sia rimasto stabile) seguendo i movimenti della vita da strada o da bar del maschio, ma che esso sia ugualmente forte o anche più forte della famiglia urbana. Parson nota l'importanza della strada, ma non esiste alcun modello con cui esaminarla anche nella sua funzione di struttura di stretta parentela. Il film di Visconti mostra in un senso più ampio il divario tra lo scontro di culture, e in un senso meno ampio esso fornisce una lettura del clan dei fratelli, attraverso le emozioni della cultura individualistica verso cui esso si dirige. Né con l'antropologa di istruzione psicoanalitica Ann Parson, né con il regista Visconti, possiamo pervenire ad una psicologia della relazione tra fratelli, benché quest'ultimo (Visconti) ce ne dia un ritratto vivido. Questa assenza di comprensione della psicologia sociale ha delle implicazioni in molti contesti. Per esempio, si comprese già durante la Prima Guerra Mondiale che fattori collettivi erano di gran lunga più importanti delle risposte individuali a condizioni traumatiche (Shepherd 2002).

Le proibizioni, le responsabilità e il rispetto esistenti nelle Tobriand iniziano durante la pubertà quando la fertilità sposta la possibilità dell'incesto tra fratelli dalla sessualità alla riproduzione; non possiamo qui ipotizzare che ciò esprima il riconoscimento dell'attrazione tra fratelli propria dell'infanzia e del periodo di latenza? Con il suo essere solo apparentemente l'opposto, il matrimonio presso i Tolomei, con le sue pratiche e regole, sembrerebbe mostrare che la forza dei sentimenti reciproci dei fratelli può, se regolamentata, avere un proficuo uso sociale. Il bisogno di regolazione ne mostra la forza. Nel non essere in grado di percepire e analizzare le relazioni collaterali, nel non prendere seriamente né l'incesto né la violenza, lasciano al caso la possibilità di dominare o meno le buone o cattive potenzialità di questo potere. Non c'è dubbio che altre culture sono consapevoli o più consapevoli di ciò. Noi portiamo dovunque con noi il nostro modello verticale, ma esso sorprendentemente non riesce a contemplare tutto il materiale, così come le osservazioni di Malinowski sulle Tobriand.

L'antropologa Ann Parson con competenze psicoanalitiche, paragonando la schizofrenia tra gli emigranti italiani in una clinica di Boston e la stessa patologia in un ospedale napoletano, ed effettuando controlli per lo stesso tipo di diagnosi, trovò che, da tutti i punti di vista, una specifica aspettativa legata al suo modello non veniva confermata: "nessun paziente divenne per la prima volta psicotico dopo la morte della madre e solo uno lo divenne dopo la morte del padre" (p. 110). Non sono solo i genitori che contano. Ann Parson, pur essendo un'osservatrice particolarmente attenta e sensibile, nel suo caso clinico individuale di "Giuseppina" mi sembra comunque che si lasci sfuggire il significato della morte di un fratello più grande di dieci mesi al momento del breakdown, verificatosi nei primi anni dell'età adulta. Ci sono secondo me due morti significative nella storia di Giuseppina; la prima, quella di suo fratello morto per TBC, che è una malattia così spaventosa nella società degli anni sessanta che esistono dei rituali che aiutano ad affrontare la paura. La seconda è la morte di una donna per aver abortito un bambino illegittimo, donna che Giuseppina considerava sua amica (cioè una relazione collaterale). Giuseppina ebbe dei rapporti sessuali prematrimoniali con suo marito, infrangendo completamente i rigidi costumi sociali. Nel suo breakdown psicotico, ella interpreta ogni gesto del suo neonato come un atto aggressivo diretto contro di lei, probabilmente questa è una proiezione della sua stessa aggressività verso il bambino. Il fatto che la madre affermi che l'amica sia una sua amica, non un'amica di Giuseppina, conferma proprio il quadro che io vorrei delineare: diventando madre Giuseppina nella sua mente diviene confusa con sua madre, come avvenne quando da bambina dovette affrontare la prospettiva di avere un fratello. I modelli verticali, sia della psicoanalisi che dell'antropologia culturale, che Parson usa, non consentono di notare una tale implicazione, ma il materiale è lì.


Psicoanalisi e "fratelli"

Per la comprensione dei 'fratelli' [siblings] mi concentrerò su tre aspetti; l'osservazione psicoanalitica, il transfert/controtransfert e i possibili meccanismi e dinamiche che potrebbero caratterizzare la psicologia della collateralità. Questi hanno tutti lo scopo di posizionare il fratello da un punto di vista psicodinamico. Nel periodo in cui Cecily Williams, A.P. Farmer e Meyer Fortes stavano facendo le loro osservazioni sulla Costa D'oro, Donald Winnicott, un pediatra che per primo iniziò un training psicoanalitico, scrisse cose non molto diverse su "la 'malattia' che il fratello maggiore contrae quando nasce un bambino". Qui, in condizioni di benessere, non si tratta di una vera e propria malnutrizione; tuttavia il bambino occidentale spesso rifiuta di mangiare.

"Pesando un gran numero di bambini è facile calcolare il peso medio per ogni età. Similmente è possibile calcolare una media per tutti gli altri dati dello sviluppo, e la normalità risulterà dal confronto tra questa media e le varie misurazioni di un determinato bambino.
Tale confronto fornirà certo informazioni molto interessanti, ma vi è una complicazione che può sorgere a viziare il calcolo, complicazione non menzionata di solito nella letteratura pediatrica.
Sebbene dal punto di vista puramente fisico si possa considerare anormale ogni deviazione dallo stato di salute, non ne consegue che l'alterazione della salute fisica dovuta ad una tensione e ad uno sforzo emozionale sia necessariamente anormale. Questo punto di vista che può sorprendere richiede una delucidazione.
Per fare un esempio piuttosto semplice, è assai comune per un bambino di due, tre anni essere molto turbato dalla nascita di un fratellino o di una sorellina. Man mano che procede la gravidanza della madre, o quando arriva il nuovo fratellino, il bambino, che è stato fino ad ora robusto e non ha avuto motivo di angosciarsi, può diventare infelice e temporaneamente magro e pallido, come pure contrarre altri sintomi, quali enuresi, collera, nausea, stitichezza, congestione nasale. Se dovesse verificarsi una malattia in questo momento - per esempio, un attacco di polmonite, la pertosse, una gstro-enterite - è possibile che la convalescenza si protragga oltre il normale." (Winnicott 1931, p. 9).

Invece di dar risalto al trauma, Winnicott sottolinea la normalità della sofferenza. importante, perciò, il fatto che egli attiri l'attenzione su questo punto, perché noi possiamo fare altre osservazioni, allo scopo di verificare se possiamo pervenire ad una formulazione psicoanalitica dell'importanza del 'fratello'.
Benché qui egli non si stia occupando espressamente delle sue prime acquisizioni circa la sofferenza del bambino, esse si adattano perfettamente alle affermazioni successive, come il seguente resoconto che egli fa della genesi della psicopatia.

"[Psicopatia è] una situazione adulta che è una delinquenza non curata: un delinquente è un ragazzo o una ragazza antisociale non curato. Un ragazzo antisociale, a sua volta, è un bambino deprivato. Un bambino deprivato è quello che aveva qualcosa di sufficientemente buono e poi l'ha perso, qualunque cosa fosse, ed in un'epoca in cui era sufficientemente sviluppato e organizzato per percepire come traumatica la deprivazione." (Winnicott 1965a, p. 170)2.

"[...] [fu] la perdita di qualcosa di buono, intendo con ciò che qualcosa accadde, dopo di che nulla fu più come prima. La tendenza antisociale significò allora nel bambino una spinta compulsiva a far riparare alla realtà esterna il trauma originario, il quale, essendo stato rapidamente dimenticato, divenne irreparabile con una semplice conversione nell'opposto. Nello psicotico (o psicopatico?) questa compulsione a forzare la realtà esterna a pagare per il suo essere venuta meno continua [...]". (Winnicott 1965b, p. 72)3.

Winnicott in queste affermazioni si riferisce alla madre come elemento del fallimento, ma noi possiamo usare gli esempi che egli ci dà per mostrare come è l'arrivo del fratello che è causa del fatto che nulla sia più come prima, benché, naturalmente, come il bambino di Ga e Asante, il bambino occidentale può superare ciò che viene definito da Winnicott come trauma, in questo contesto di psicopatia. Vediamo il resoconto di un bambino malato ossessionato dalle corde; Winnicott considera traumatica la separazione del bambino dalla madre gravemente depressa; ma noi possiamo leggervi il problema della sorella minore:

"[...] la madre si era presa cura del bambino fino alla nascita della sorellina, avvenuta quando egli aveva tre anni e tre mesi. Questa fu la prima separazione importante." (Winnicott 1965a, p. 195).

A questa fanno seguito un certo numero di separazioni, come quando, per esempio, la madre viene ricoverata in ospedale. questo eccessivo susseguirsi di deprivazioni che rende irreversibile la deprivazione originaria. Spaventato dalle separazioni da sua madre, il bambino usa le corde per legare tutti gli oggetti insieme finché un giorno:

"[...] l'interesse del bambino per le corde era venuto gradualmente assumendo una nuova caratteristica, che li aveva molto preoccupati: recentemente egli aveva legato una corda attorno al collo della sorella (quella la cui nascita aveva determinato la sua prima separazione dalla madre)." (Winnicott 1965a p. 197).

Nel chiaro resoconto di Winnicott la corda rappresenta lo sforzo positivo di stabilire un legame. Io vorrei sottolineare che il legare è necessario perché è il trauma originario della nascita di un fratello che è stato rinforzato in modo troppo forte. Perciò la corda non è del tutto 'benigna'. La stessa corda che unirebbe lui e sua madre strozzerebbe sua sorella.

Oppure prendiamo il caso di Sarah che consultò Winnicott all'età di 16 anni. Ella commenta: "Io credo di essere venuta da lei quando avevo due anni, perché non mi faceva piacere la nascita di mio fratello". All'età di 16 anni, ella comincia a gridare, gridare e gridare proprio come aveva fatto all'età di venti mesi quando sua madre era incinta di tre mesi. Winnicott commenta che fu a questo punto che ella si ammalò. Il ragazzo delle corde aveva usato le corde per legare oggetti insieme ed evitare la sua separazione da sua madre: questo è il punto centrale per Winnicott. Ma quando egli lega la corda intorno al collo della sorella ci siamo spostati all'interno di un'area diversa di follia? Se il punto centrale della psicosi è più precoce del trauma che pone termine a qualcosa di positivo (la psicopatia) e il risultato di ciò è il pensiero concreto dello psicotico, la porta di ingresso nella psicopatia e nell'isteria è il pensiero letterale che sorge all'epoca dell'impatto traumatico della nascita dei fratelli. Il bambino delle corde sta rendendo letterali delle parole di scherno da lui udite: "è legato alle corde del grembiule di sua madre" e quindi, scivolando nella follia egli pensa di "strozzare sua sorella"? André Green ha affermato che noi dobbiamo riformulare la follia come opposta alla psicosi: è qui, nell'essere totalmente spiazzati da un altro che si trova l'origine della follia.

Questo è il momento della follia, il momento in cui si prendono le cose letteralmente e non si sa dove o chi si è; il bambino deriso dagli adulti e in seguito dai coetanei precipita nel nulla; noi siamo nel regno dell'equivoco totale o delle identità scambiate. Re Lear sull'orlo della pazzia chiede "Può qualcuno dirmi chi sono?" "L'ombra di Lear" risponde il Buffone. Piggle era "un'ombra del suo precedente Sé". Essere pazzo significa essere fuori dalla società e dal sociale, i Tallensi che sono gentili verso il bambino 'spodestato' considerano asociale sia il folle sia il bambino che non ha assorbito l'arrivo di un fratello. L'emigrante è fuori sia dalla società che ha lasciato sia da quella in cui è entrato.

Concluderò queste poche osservazioni sui fratelli che ho tratto dal lavoro di Winnicott con due esempi conclusivi che confermano la nostra descrizione del fratello-come-trauma che può o meno essere risolto. Il primo è Joan, la bambina che Winnicott usa per illustrare nel 1931 il suo commento come pediatra; il secondo è preso da un trattamento analitico descritto nel 1978.

"Joan, due anni e cinque mesi, era rimasta figlia unica fino a tredici mesi fa, quando nacque un fratellino. Era stata in perfetta salute fino a questo evento. In seguito, era diventata molto gelosa. Aveva perso l'appetito e, di conseguenza, era dimagrita. Non forzata per una settimana a mangiare, non aveva mangiato praticamente nulla e aveva perso peso. rimasta, così, molto irritabile; la madre non può lasciarla sola senza provocare in lei un attacco d'angoscia. La bambina non parla a nessuno e, di notte, si sveglia urlando, anche quattro volte per notte - il materiale onirico non è molto chiaro [...]. Pizzica e perfino morde il bambino piccolo, e non gli permette di giocare. Non permette a nessuno di parlare del piccolo: si fa accigliata e, per finire, s'intromette attivamente." (Winnicott 1931, pp. 9-10).

A parte la malattia, quali sono le conseguenze di un tale trauma? Vediamo il Winnicott psicoanalista nel 1978:

"La madre disse che di recente c'era stato in Piggle un forte cambiamento in peggio. Non era cattiva, ed era gentile con la sorellina. Era difficile formulare quale fosse il problema. Ma non era sé stessa (C.vo di Winnicott). In effetti rifiutava di essere sé stessa, e lo diceva: "Io sono la mamma. Io sono il bambino" (C.vo di Mitchell). Non voleva che la si chiamasse con il suo nome. Aveva preso a chiacchierare ad alta voce in un modo che non era il suo." (Winnicott 1978, p. 32).

Qui si tratta della perdita della madre precedente, ma, fatto più cruciale, si tratta della perdita del Sé precedente. Quando il bambino si riappropria di se stesso acquisisce una nuova prospettiva; secondo la concettualizzazione dei Tallensi egli è divenuto un essere sociale; la sua consapevolezza di sé consisterà nella capacità di vedere se stesso come è dalla prospettiva di un altro e dove egli si pone in relazione con gli altri. Ciò, io credo, è l'origine dell'autostima e implica la perdita del Sé narcisistico. L'esperienza dei fratelli organizza il narcisismo nell'autostima attraverso l'accettazione della perdita. Senza questa trasformazione graduale e mai del tutto completata, perciò, i probabili esiti sono la sofferenza e la frammentazione del bambino anti-sociale o i malesseri della follia.

Lo shock del trauma del fratello può anche ripetersi e deve essere elaborato di nuovo ad ogni evento successivo che sposta e disloca una persona dal chi e dal dove essa aveva pensato di essere. Se il primo shock o uno dei successivi sono troppo forti, allora il trauma viene introiettato e forma un nucleo di violenza all'interno della persona. Perciò, non è solo la gelosia ma la violenza - la corda intorno al collo della sorella - che rappresenta una potenzialità intrinseca. La violenza è, perciò, sempre una potenzialità della sessualità e dell'incesto tra fratelli.
L'amore narcisistico, che si estende al fratello o al coetaneo quando egli viene visto come il soggetto stesso, può essere trasformato allorché il narcisismo del soggetto viene abbandonato; l'autostima e l'amore oggettuale per i fratelli procedono di pari passo: il Sé e l'altro sono amati 'oggettivamente'. Ma l'amore narcisistico può essere allo stesso modo mantenuto cosicché il fratello/coetaneo è amato solo come il proprio Sé e la violenza esploderà non appena sarà ritenuto come marginalmente altro: questa è una possibilità reale nelle relazioni incestuose. Ma essa può anche incidere sul funzionamento sociale più ampio. La psicopatia dell'adulto, il cui amore è radicato nel trauma introiettato dello spostamento ed ha il dito sul grilletto della violenza e della costante gelosia, o l'isterico, che rivive il trauma, comunicano gli effetti del trauma agli altri. Al centro di tutto ciò c'è una paranoia: attraverso ciò che mi è stato fatto posso rendere infelici gli altri (l'atteggiamento psicopatico di chi vuole che il mondo cerchi di rimediare all'irrimediabile offesa), o condividere e ripartire l'esperienza tra gli altri per cui si ha una paranoia sociale generalizzata. Poiché la scena è situata in un'infanzia prolungata, le fantasie hanno la qualità della realtà e la convinzione del soggetto è condivisa. Il soggetto, come il bambino disturbato, sembra stare bene: è il caos intorno a lui che testimonia del problema.

Il fratello causa un livello di gelosia tale che la risposta a ciò è un desiderio di uccidere. Nel bambino questo è del tutto conscio. La violenza del trauma successivamente introiettata non è un trauma; un trauma per definizione non può essere rappresentato, può solo essere attualizzato [enacted] come un buco dentro o come violenza verso sé o l'altro all'esterno, finché i suoi effetti non siano mitigati. Il bambino più piccolo può anche introiettare la violenza del fratello più grande e aver bisogno di riesternalizzarla. Richard, il bambino sfollato che Melanie Klein trattò nel 1941, tracciò nel suo disegno una croce su un biplano che equivaleva ad abbatterlo e disse alla signora Klein che lo aveva disegnato in quanto rappresentava suo fratello Paul. Immediatamente divenne ansioso e si contraddisse: suo fratello maggiore era un soldato e avrebbe potuto facilmente essere ucciso davvero, cosicché il disegno era lo zio Tony che a lui non piaceva. Melanie Klein gli spiegò che lo zio Tony era il suo cattivo papà. Può essere, ma cosa ne è stato di Paul? L'analisi ha ripetuto piuttosto che interpretato il suo desiderato e temuto annichilimento; se gli sforzi di Richard di esternalizzare la sua paura di essere ucciso da suo fratello maggiore passano inosservati, essi continuano ad esistere e così anche il suo terrore della morte. E comunque, perché spiegare esperienze collaterali sempre come se fossero verticali; c'è abbastanza sessualità e manifestazione dell'istinto di morte nelle prime da rendere non necessaria la loro trasposizione nelle seconde perché si adattino alle richieste delle rappresentazioni inconsce. Certamente Richard consciamente sa di essere geloso ma egli non conosce la profondità della sua paranoia né di alcune delle sue origini possibili e veramente significative. Se il trauma di un chiaro annichilimento può divenire cosciente attraverso la consapevolezza delle idee rappresentate dalle emozioni da esso evocate, esso è sulla via di essere superato, almeno al momento.

Ciò non vuol dire che nessuno psicoanalista o psicoterapeuta psicodinamico non interpreti mai il transfert o il controtransfert del setting terapeutico come se lui e il paziente fossero fratelli. Quando ho chiesto ai colleghi quali siano le caratteristiche della questione dei 'fratelli' nella loro esperienza di lavoro, ho ricevuto una varietà di risposte, che però mostravano una certa uniformità, con alcune eccezioni: una collega mi disse che capire l'importanza precedentemente non valutata che il fratello maggiore aveva avuto per lei, fece sì che ella ritornasse in analisi per un ulteriore completo periodo di analisi di training. Per lo più la questione del 'fratello' si presenta sotto forma degli altri pazienti o dei bambini dell'analista conosciuti o immaginati, confermando così l'esclusiva comprensione della verticalità. Qualche volta si interpreta in senso collaterale: con una delle mie pazienti Mrs. ? accadeva che nessuna di noi potesse non notare fino a che punto io apparissi come la sua sorella maggiore, non solo ciò era pressoché cosciente, ma talvolta sentivo che cominciavo ad assomigliarle, e non solo la paziente lo sentiva! Comunque, questa era la paziente il cui fratello minore e il fratellastro assumevano la parte di attori nel suo mondo interno e, retrospettivamente, io non credo di aver colto i momenti importanti in cui io ero ora l'uno ora l'altro. Ciò significava che io non avevo compreso la natura del mio controtransfert - non tanto in quanto sorella del mio proprio fratello, come Mrs. ?, poiché ciò era facile - ma come mio fratello minore doveva avermi vissuto. Se le cose stavano così, e io avevo perduto il vissuto che mio fratello aveva di me, io non potevo aiutare Mrs. ? a comprendere come i suoi fratelli l'avevano vista. Per quanto doloroso e difficile (perché è davvero doloroso e difficile), questo è uno stadio cruciale durante lo stress post-traumatico per raggiungere la consapevolezza di sé.

Non molto tempo fa fui invitata a commentare la presentazione di una paziente isterica, in modo da dimostrare come il mio suggerimento di introdurre un posto collaterale autonomo per i fratelli potesse avere un'influenza su un caso di isteria. La paziente era figlia unica. Ciò che la terapeuta scelse di mettere in luce fu il fatto che agli inizi e alla fine del trattamento ella aveva notato una reazione di controtransfert che aveva sentito importante, ma non pienamente risolta.

Per prima cosa consideriamo l'ultima riflessione controtransferale: l'analista notò che in vicinanza della conclusione di questa analisi condotta con successo, ella osservò come il suo pensiero fosse dominato da La bisbetica domata di Shakespeare. Benché l'evidente associazione a ciò fosse quella di una battaglia con una paziente bisbetica, c'era qualche elemento residuo che continuava a preoccupare la terapeuta. A quel tempo, benché io da una vita non leggevo o vedevo la commedia (che non è mai stata una delle mie preferite), ricordavo di essa i seguenti fatti. Due sorelle sono proprio al centro della commedia. Caterina, la bisbetica, detesta sua sorella minore Bianca ed è fisicamente e verbalmente violenta nei suoi confronti. Bianca è dolce, sensibile ed è adorata da suo padre. Nessuno vuole sposare l'ingiuriosa Caterina, mentre fanno la coda per la mano dell'amabile Bianca. Tuttavia un problema esiste, perché alla fine, la bisbetica domata ha un carattere più nobile di quello di Bianca il cui fascino è basato su un certo grado di inganno e manipolazione. Nel controtransfert quale posizione assumeva l'analista, una donna che affrontava una paziente isterica? Era lei la domatrice: il corteggiatore e marito di Caterina, Petruccio, o poteva ella essere preoccupata inconsciamente dal fatto che la paziente poteva essere ancora trionfante, lasciando l''arte' analitica come se fosse un inganno di poco valore e una manipolazione così come ella l'aveva ritenuta durante tutta l'analisi? Era ella Bianca in una commedia riscritta in cui la bisbetica apparentemente trasformata trionfa sul fratello/sorella e, forse, sul marito? Dovrei qui spiegare che, poiché l'analista aveva evidentemente portato questo materiale (e il momento iniziale) del suo controtransfert alla mia attenzione e a quella del pubblico per un commento, perché era ancora stupita da esso, noi eravamo invitati a fare attenzione a ciò che mancava: ella aveva dimenticato Bianca. Secondo la paziente, sua madre preferiva alla sua propria figlia la figlia di un suo datore di lavoro e la paziente, ribollendo per un risentimento nascosto, aveva scelto la famiglia dei vicini come luogo in cui far vivere la sua vita emotiva, divenendo lì, almeno nella sua mente, la bambina preferita tra tutti i figli normali, così come lo era nel setting analitico. Tra la terapeuta e la paziente chi era la dolce, affascinante e manipolativa Bianca - ma che in realtà voleva essere l'eroina della commedia - e chi era Caterina la bisbetica? Rileggendo la commedia dopo la discussione, ho appreso che Shakespeare era andato ben al di là delle sue fonti nel dare alla relazione tra sorelle un ruolo centrale. La dimenticata Bianca sembra avere un ruolo cruciale: ecco perché ho portato per prima cosa il secondo grande problema di controtransfert non risolto della terapeuta che presentava il caso.

Il primo problema di controtransfert non risolto che l'analista portò alla nostra attenzione riguardava la questione del perché ella avesse accettato questa paziente in un momento in cui non accettava altri pazienti. Ella ammise che qualcosa nello stile autoironico della paziente l'aveva affascinata. Ciò che ella non commentò fu il fatto che la paziente mostrava come sintomo di conversione esattamente lo stesso problema di cui l'analista stava soffrendo come condizione organica; invero questa era la malattia che le aveva fatto rifiutare nuovi pazienti. La paziente stava dicendo all'analista "noi siamo fatte alla stessa maniera ma io, a differenza di te, controllo la situazione"; io ho costruito la mia malattia e posso liberarmene. Stava ella trionfando sulla madre, come sempre si sostiene, riducendo la madre al suo livello, o l'analista era un fratello, o entrambe le cose?

Sto usando questo caso non per mettere in secondo piano l'analista, gli esempi di controtransfert erano certamente sovradeterminati e senza le associazioni dei pazienti i miei suggerimenti avrebbero potuto essere facilmente confutati. La paziente aveva trionfato sugli altri pazienti nel far sì che l'analista l'accettasse, questo è il modo comune in cui interpretiamo i 'fratelli': essi sono gli altri pazienti che entrano in competizione per l'analista-genitore. Ma quello che voglio aggiungere, anche se solo in modo polemico, è: che ne è dell'analista come fratello? Poiché i nostri analisti tutto sommato non hanno esplorato con noi questo aspetto, esso deve necessariamente essere una parte estranea del nostro controtransfert. Ho focalizzato questi aspetti che l'analista non aveva notato perché se non si pensa alla questione dei 'fratelli', io ipotizzo, non si possono notare questi aspetti. In particolare, senza un paradigma del 'fratello' è improbabile che si pensi ai fratelli quando non ce ne sono nella storia reale, ma ce ne sono molti nella mente inconscia e nelle attualizzazioni [enactments] sociali. Come sono questo fratelli reali o immaginari, dei coetanei come sostitutivi (Sabbadini), mio fratello, il fratello di Mrs. ?, noi come sorelle dei nostri fratelli, Caterina e Bianca che si confrontano l'una con l'altra? Quale è il nostro problema?

Per valutare ciò, considererò i 'fratelli' nella loro condizione estrema di gemellarità. I gemelli dappertutto vanno soggetti ad una speciale attenzione; nell'Africa sub-sahariana dove essi sono più comuni che in altre parti del mondo essi sono espressioni della cattiva o della buona fortuna. La gemellarità può essere ciò che potremmo definire una relazione 'metaforica' in cui due bambini di età e di patrimonio culturale differenti sono assegnati l'uno all'altro come 'gemelli'4. Come per il Kwashiorkor, il contesto africano ancora una volta ci fornisce le basi reali; è spesso difficile nutrire i gemelli adeguatamente. Ma la variante buona-cattiva è interessante e riecheggia concetti psicoanalitici: sul versante positivo, il cosiddetto "doppio" funge da protezione contro la minaccia della castrazione che, a sua volta, è la rappresentazione della morte, dall'altro lato, il ritorno del soggetto come suo proprio doppio rappresenta "il perturbante". Qui volgo la mia attenzione ai gemelli per osservare qualcosa della psicodinamica non a causa del loro simbolismo, ma perché essi rappresentano un esempio estremo delle condizioni di 'fratellanza'. Ho sempre trovato particolarmente interessante il lavoro clinico con un gemello o con un genitore di un gemello: forse il residuo di una fascinazione che ricordo fin dall'infanzia5.

Ricordo una barzelletta che mi provocò repulsione, ma allo stesso tempo mi intrigò quando ero giovane. Una donna incinta in fase avanzata di gravidanza non partoriva mai. Dopo la sua morte le aprirono la pancia gonfia e dentro c'erano due vecchi raggrinziti identici, ognuno dei quali diceva all'altro "dopo di te". Wilfred Bion ebbe un'esperienza simile a quella della barzelletta con un paziente che aveva un "gemello immaginario". Dopo aver lavorato un po' con quest'uomo Bion gli dice che il paziente lo faceva sentire come un genitore che rivolge rimproveri inefficaci ad un bambino riluttante. Egli annota che dopo questo commento, si presentò nelle sedute "un cambiamento difficile ad esprimersi".

"Cioè, era come se, nel presentare il materiale, egli mostrasse due cadenze distinte, l'una caratterizzata da toni spenti e dalla più profonda noia, l'altra contraddistinta da una serie di pause con cui aveva cominciato ad interpuntare il suo dire e che sembravano significare: "Io ho finito, adesso tocca a lei"." (Bion [1950] 1967, p. 20).

Inoltre, anche quando il paziente si riferisce a persone reali, queste possono benissimo essere state delle versioni del paziente stesso. importante notare che Bion ha fin qui interpretato il comportamento del suo paziente rappresentando se stesso come il genitore che rimprovera il paziente e il paziente come il suo bambino riluttante. Tuttavia, un sogno, in modo chiarissimo, pone Bion nei panni del gemello immaginario. Nel sogno ci sono due persone in un'auto, ognuna delle quali cerca di impedire all'altra di uscirne. Come nella barzelletta che ho prima riportato, Bion interpreta l'auto come un grembo, e il paziente risponde a questa interpretazione ponendosi in una posizione fetale rannicchiata sul divano dell'analista, cosa che Bion spiega ipotizzando che, se avesse dovuto "emergere" dal grembo, il paziente sarebbe stato sopraffatto dall'odio; tuttavia se egli avesse dovuto costituire una relazione con Bion come suo gemello immaginario, essi sarebbero stati consumati dall'odio reciproco. Un sogno successivo fece seguito a questa interpretazione: un padre sta chiedendo al paziente di indirizzare sua figlia ad un secondo oculista. Sicuramente supportato dal materiale, Bion spiega che il primo "Io" specialista è la madre passiva e il secondo "Io" specialista è il padre più attivo. Non sorprende affatto che, in seguito a questa interpretazione inizia ad essere prodotto materiale edipico. Non è che ciò sia sbagliato, ma sembra che così venga persa una grandissima opportunità: l'opportunità dei fratelli. La bambina che nel sogno ha bisogno che ci si occupi del suo "Io" è una femmina, ma Bion nella sua interpretazione non dà alcun peso al cambiamento di genere. Il paziente maschio sogna il suo "Io" o Ego come femminile.

Bion inoltre non dà peso al fatto, che ci riferisce, che quando il paziente aveva un anno, sua sorella di due anni e mezzo morì. Un bambino di questa età sarebbe stato rispecchiato da sua sorella: non solo vedendo se stesso in lei ma cominciando a vedere se stesso dal suo (di lei) punto di vista. I gemelli sono così intimi che è per loro difficile trovare questo punto di vista dell'essere fratelli. Da giovani, il loro stesso riflesso nello specchio viene spesso identificato come l'altro gemello identico. In un famoso studio sui gemelli in un istituto per l'infanzia in tempo di guerra, Dorothy Burlingham (1952) descrive il comportamento di rispecchiamento di due coppie di gemelli: all'età di circa due anni e mezzo, Bill chiamava Bert "l'altro Bill", ma guardando il proprio riflesso nello specchio del bagno si riferiva anche a questo come all'"altro Bill". Quando era più piccolo (diciassette mesi), il suo gemello Bert era stato malato, e dunque inappetente, e rifiutava ogni tipo di cibo. Un'infermiera cominciò ad imboccarlo di fronte ad uno specchio, indicando solo l'immagine. Contento, Bert cominciò a mangiare come il suo gemello nello specchio, e, guardando la sua immagine, "anche" lui con piacere divorò il suo cibo. Quando la sua gemella, Bessie era nell'infermeria dell'asilo, Jessie metteva tutti i suoi giocattoli davanti ad uno specchio e giocava con la sua immagine/gemella accanto a lei così come facevano quando non erano separate. Il paziente di Bion non immagina una sorella maggiore, invece ha "un gemello" perché con la morte di sua sorella egli avrebbe perduto la possibilità di usarla come uno specchio o di essere visto da lei. All'età di un anno egli avrebbe pensato che sua sorella era un'immagine di se stesso: quindi il suo "Io" o Ego emergente che ha bisogno di essere curato è, come io ipotizzo, la sua sorella maggiore morta percepita come un gemello immaginario la cui perdita non era stata pianta. La sola persona che Bion menziona dettagliatamente come colui che, benché reale, viene di fatto vissuto come una variante del paziente stesso è il suo cognato omosessuale, che Bion crede possa aver avuto una relazione incestuosa con la moglie del paziente; questo cognato è certamente un altro gemello dello stesso sesso (ragazzo in questo caso, ragazza nel sogno). Sono quindi i due 'Io' specialisti non solo, o prevalentemente, i genitori del paziente, ma anche i due 'Io' del fratello e della sorella, il fratello e il cognato omosessuale, le immagini gemelle riflesse nello specchio, i gemelli immaginari, il paziente e Bion stesso?6

Commentando l'analisi riportata in questo lavoro venti anni dopo, Bion credette di essersi sbagliato nel dar importanza al concetto di gemellarità psicologica (io non sono d'accordo).

"Oggi non penso più che lo schema del "gemello immaginario" abbia quell'importanza cruciale che un tempo gli attribuivo sebbene lo consideri tuttora di estrema utilità nelle analisi degli unicogeniti [figli unici]: in questi casi esso si dimostra essere un modo particolare di un tipo di scissione più generale. vero che il paziente di cui scrivevo non era figlio unico, però è certo che le circostanze lo avevano spinto a sentirsi tale." (Bion 1967, p. 196).
Per Bion la gemellarità è solo una variante particolare della fase schizo-paranoidea generale, in cui il bambino scinde l'oggetto, e perciò se stesso, in buono e cattivo e quindi teme che il cattivo oggetto, in cui ogni cosa negativa è stata proiettata, si rivolga contro il soggetto per attaccarlo. Tuttavia, la paranoia che una tale scissione implicherebbe, non sembra essersi sviluppata nel paziente di Bion; c'è, invece, una scissione in un gemello immaginario. La figlia unica che fece sì che l'analista l'accettasse in terapia e che le ricordava La bisbetica domata, riuscì a farsi accettare come la bambina preferita rispetto ai quasi-fratelli nella famiglia del suo vicino e nel trattamento analitico. Melanie Klein descrive dettagliatamente una paziente figlia unica, Erna, che viveva in un mondo di delitti, torture, morte e distruzione di sua madre e dei bambini. Tuttavia, non sappiamo nulla sul perché Erna era figlia unica: era una scelta o c'erano stati aborti spontanei, aborti procurati, morti, così come inevitabilmente avviene per la maggior parte della popolazione mondiale? Il paragone tra Erna e il paziente adulto di Bion, che mi colpisce come degno di nota, è il fatto che Erna all'età di sei anni vive quasi interamente in un mondo di fantasia. Mi sembrerebbe che entrambi i pazienti stiano usando la fantasia perché una particolare realtà è troppo traumatica: la realtà di un fratello morto che, se si verifica ad una certa età e in un certo momento e il bambino o persino il neonato non è in grado di sopportare il processo del lutto, dovrà essere affrontato mediante fantasie indistinte. Erna è gravemente pseudologica e vive la sua vita in uno stato sognante. da notare come anche quando un terapeuta come Bion o Burlingham sottolineano l'importanza del lutto, essi non credano che la morte di un fratello abbia molta importanza. Quando Bion nota di essere stato trasformato dal suo paziente in un genitore che rimprovera, si produce un cambiamento nel comportamento del paziente, del tipo "ora è il tuo turno". Bion allora arriva a comprendere che i resoconti del paziente sulle sue conversazioni con gli amici e la famiglia possono essere reali, o possono essere totalmente immaginari, fantasia che io ipotizzo essere protettiva contro la realtà della sorella morta, l'"Io" femminile del paziente, che se Bion non riesce a vedere conduce il paziente a volere un altro "Io" specialista nell'aiutarlo.

Bion non vede il gemello immaginario come una soluzione del problema rappresentato dalla morte di sua (del paziente) sorella: "[Il gemello] Era immaginario perché tale era restato, visto che lui aveva impedito che ne nascesse uno vero - infatti non aveva gemelli. Per questo non aveva diritto di ricorrere, come invece aveva voluto fare, al gemello per difendersi dall'angoscia ed essere aiutato nei suoi disturbi." (Bion [1950] (1967) p. 25). Al contrario, creare un gemello quando il tuo analista, come forse chiunque altro, non crede che la morte di tua sorella abbia un significato, mi sembrerebbe essere una difesa psichica altamente possibile e invero "legittima".

Melanie Klein aveva certamente ragione nel suo famoso insistere sul fatto che il gioco del bambino è fondamentale per comprendere i processi inconsci. fondamentale a buon diritto poiché esso è al servizio della funzione del sogno, cosicché un bambino che gioca avverte bene la sensazione che il sogno lascia: qualcosa di importante è stato evidenziato e risolto. Semplicemente, ci si sente meglio a giocare e sognare7. Ma ciò che qui diviene rilevante è che i sogni e il gioco hanno in comune la personificazione di aspetti del Sé; si gioca e si sognano gli altri come se fossero il Sé e il Sé come se fosse gli altri; in entrambi i casi personifica sia il Sé che l'altro: una bambola rappresenta il proprio bambino o il fratellino o l'amichetto di scuola; tutti costoro saranno sia chi si percepisce che queste persone reali sono, e sia gli aspetti di se stesso che sono stati usati per comprenderli: cioè la propria identificazione con essi. Il paziente di Eric Brenman, Mr. X, si frammenta, così fanno tutti i bambini quando giocano, così fa il paziente di Bion con il suo gemello immaginario. Il paziente di Bion, come una bambina qual è Erna, è rimasto intrappolato in un gioco di personificazioni, e come una tale bambina, per la maggior parte del tempo non sa che una bambola è anche una bambola. Bisogna smettere di giocare qualche volta prima o poi.

Dal sogno dei due 'Io', il paziente di Bion si sveglia sopraffatto dalla rabbia e dal terrore. In un film di Siodmark, Lo specchio scuro, Olivia de Havilland interpreta il ruolo sia di Ruth che di Terry, sorelle gemelle identiche. Ruth è graziosa, gentile e amata, Terry gelosa e assassina. Lo psicologo ci parla di un gemello adulto, uno che era sulla costa occidentale, uno sulla costa orientale degli Stati Uniti, che si fecero estrarre un dente alla stessa ora dello stesso giorno. Un gemello è un professore universitario, l'altro sta scontando una condanna in prigione. Benché da bambini i gemelli possano intraprendere questo cammino verso la differenziazione, non c'è di fatto alcuna prova che i gemelli divengano uno buono e uno cattivo; questo è il modo, io credo, in cui noi osservatori risolviamo il dilemma di qualcuno che è troppo simile ad un altro, ma non proprio esattamente lo stesso. Quando l'altro cui ci si è identificati muore, la realtà rende difficile percepire il fatto che noi stiamo affrontando il problema attraverso la fantasia: il problema, che sia reale o immaginato, diviene la morte; lo specchio scuro in cui non si viene riflessi significa la morte.

Se ci sono due 'Io', come ce ne può essere uno; non c'è neanche una battuta scherzosa nel sogno terrificante: non abbiamo dopotutto due occhi? La "fase dello specchio" di Lacan, in cui il bambino viene rimandato dalla madre allo specchio in cui al suo Sé disorganizzato viene data una forma gestaltica integrale, il rispecchiamento del bambino vero verso se stesso da parte della madre, secondo Winnicott, ignorano entrambi il ruolo attivo di un altro bambino il quale guardava, che assomiglia al Sé, ma che quando viene guardato, vede che ci sono delle differenze. Quando il bambino che a stento cammina aspetta l'arrivo di un altro bambino, esso sarà una ripetizione di se stesso, quando arriva egli sarà superiore letteralmente ad ogni aspettativa: questo eccesso è il trauma. Ma se l'eccesso può essere superato, allora il bambino che a stento cammina e vede l'altro bambino come bambino, fornisce le condizioni in cui il bambino potrà vedere se stesso: poiché per entrambi i bambini i due "Io" diverranno tu e io. Per quanto riguarda i gemelli, e quando è avvenuta la morte di un fratello, questo è più difficile da raggiungere. Nel cercare di pervenire a questa scissione in due occhi, è fin troppo facile costruire un 'Io' buono ed un altro 'cattivo', poi, più tardi, 'io' diventerà il buono e 'tu' il cattivo: la guerra è imminente. Bion nota che il suo paziente è violento lì dove avrebbe dovuto usare la sessualità. Io ipotizzerei che per quanto riguarda i fratelli, la condizione della sessualità è la violenza della negoziazione del Sé e dell'altro e viceversa. Io mi amo, io amerò mio fratello come me stesso, mio fratello non è me stesso, io devo amare mio fratello come altro simile a me. Così io pongo a rischio il mio Sé integrato, grandioso, con un po' di fortuna posso vedere me stesso visto da mio fratello. Rabbia e terrore segnano il superamento del trauma che causa necessariamente la transizione e la trasformazione dal narcisismo all'amore oggettuale, dalla autoconsiderazione alla autostima, dalla scelta tra uccidere contro l'essere annichilito da un lato e, dall'altro lato, la tolleranza verso se stesso e l'altro, autostima e rispetto per l'altro. Quando il soggetto diviene l'oggetto dello sguardo dell'altro, sia il Sé che l'altro sono possibili. Perciò, la violenza dell'uno verso l'altro e l'amore sessualizzato dell'uno verso l'altro nascono dalla stessa problematica.


NOTE

1) Il fatto che Hegel consideri ideale la relazione fratello-sorella a causa della sua intimità senza sessualità, è un'altra versione di questo punto.

2) "Classificazione" (Sviluppo affettivo e ambiente, 1965a, p. 170). Tanto odio da far percepire una deprivazione 'inconsciamente' al bambino (la psicosi è precedente) che può essere ricordata. [... - svezzamento e gravidanza coincidono - il bambino è veramente deprivato] 1964 Child, Family and Outside World. Importanza dell'odio (che il figlio unico non avverte).

3) 1965 La famiglia e lo sviluppo infantile, p. 72. Depressione (donne), psicopatia (uomini) - deliri di persecuzione: io sono maltrattato, io sono del tutto cattivo. Difficile da trattare - la colpa viene elusa.

4) Comunicazione personale del professore Munray Last, University College, London circa le pratiche nella Nigeria del Nord.

5) Sono stata sempre sia affascinata che inibita intellettualmente dal pensiero dei gemelli; volevo capire ma allo stesso tempo non sapevo come 'pensarli'. Faccio risalire ciò ad un avvenimento della mia infanzia che ricordo con chiarezza, ma questo indica solo che il mio problema è precedente. Devo aver avuto circa sette anni ed ero seduta con un gruppo di compagni di scuola su alcuni tronchi posti ai margini del campo sportivo scolastico. Facevano parte del gruppo due sorelle gemelle identiche, della classe superiore; ero da tempo attratta da loro (o piuttosto da ciò che esse rappresentavano) e così mi venne da chiedere: "Cosa si prova ad essere gemelle?". La mia umiliazione probabilmente fu dovuta tanto all'esplicitazione dell'impellenza della mia curiosità inconscia, quanto al fatto che, io più piccola, fui ovviamente zittita quando una di loro, ho sempre immaginato che fosse la 'più grande' delle due, ma anche nella mia memoria esse si confondono, replicò: "Che domanda sciocca. Come possiamo sapere come si ci sente ad essere gemelle se non siamo mai state nient'altro?".

Forse fu quella risposta che mi indirizzò verso la psicoanalisi, non solo per l'ovvio problema del modo in cui si può giungere a conoscere un'altra persona, ma anche: come si può conoscere il proprio Sé, visto che non si è altri che se stessi? Questa ora mi sembra che sia la questione dei fratelli [siblings]. Quando avevo dieci o undici anni ero decisa a diventare medico ed ero solita tormentare tutti con la mia cassetta del pronto soccorso. A quell'epoca, come un tema sottovoce, c'era un interesse a mala pena percettibile a diventare "una psicoanalista". Avevo un amico il cui padre era psicoanalista, ma egli era motivo di grande imbarazzo per tutti noi. La giusta motivazione giunse quando, all'età di undici anni, allorché durante il sabato io badavo ai gemelli e alla sorellina di una donna che faceva il training psicoanalitico. Mentre scrivo queste cose penso che la serie di libri I gemelli del mondo, che erano una lettura che io adoravo, devono avere una qualche responsabilità per il mio amore per paesi diversi. Ma probabilmente, al di sotto di quel vivido ricordo dei giorni di scuola, c'è un gemellarità "universale" che appartiene alla scissione dell'Io nella fase schizo-paranoidea del bambino piccolo che è in tutti noi.

6) Un lavoro molto interessante, ma ciò nonostante sembra che Bion, per certi versi, abbia perso il filo. Il fatto che il paziente voglia apparire come un insegnate non sembra appropriato, e commenti del tipo: una difesa è 'illegittima' implicano una distinzione non sostenibile tra difese legittime e illegittime. Non è forse che questo paziente - come il gruppo - ha reso difficile solo la formazione di un genitore primario e di un paradigma edipico? Bion certamente avrebbe ben compreso le difese di J.K. Rowling nell'ambientare Harry Potter in un collegio: i bambini sono interessanti quando sono lontani dai genitori. Dopo essere stato mandato all'età di otto anni dall'India in un collegio inglese, Bion divenne uno scolaro di successo e ricevette la Victoria Cross nella Prima Guerra Mondiale. Il fatto che tutte le sue cruciali esperienze collaterali fossero state interpretate analiticamente come realmente verticali, potrebbero aver condotto Bion al primissimo 'prima che fossi io' madre-bambino, poi alle griglie astratte e infine alle "Memoirs of the Future"? Un'analisi "Commenti" de "Il gemello immaginario" indicherebbe, io penso, le terribili difficoltà, per un analista, nei momenti in cui ci sono "due Io", ed essi sono uno di loro.

7) La madre di una delle mie prime pazienti era morta per un aborto quando la mia paziente aveva sei mesi; naturalmente ella non aveva alcun ricordo della madre, tuttavia, un giorno arrivò molto vitale, aveva sognato sua madre per la prima volta: "Era solo una telefonata, sembra un tempo troppo lungo per una semplice telefonata [la mia paziente era una donna di mezza età], ma è stato bello sentirla." Aggiunse: "Deve aver saputo che io ero lì". Ciò consentì alla paziente di pensare ai sentimenti della madre allorché ella abbandonò la sua bambina e da questo fummo in grado di procedere verso l'inizio dell'auto-percezione. Intendo sostenere che tale punto di vista è una questione da dibattere per quanto riguarda il trauma della relazione tra fratelli [siblings]. Naturalmente esso è basato 'su' e si estende 'ad' altre aree come ad esempio il riconoscimento della madre.

Bibliografia (parziale)

Bion W.R. (1950) Il gemello immaginario. In (1967) Analisi degli schizofrenici e metodo psicoanalitico. Armando, Roma, 1970.

Winnicott D.W. (1931) Considerazioni su normalità e ansia. In Dalla pediatria alla psicoanalisi. Martinelli, Firenze, 1975.

Winnicott D.W. (1965a) Classificazione: esiste un contributo psicoanalitico alla classificazione psichiatrica? In Sviluppo affettivo e ambiente. Armando, Roma, 1970.

Winnicott D.W. (1965b) Fattori interattivi e distruttivi nella vita della famiglia. In La famiglia e lo sviluppo dell'individuo. Armando, Roma, 1968.

Winnicott D.W. (1931) Considerazioni su normalità e ansia. In Dalla pediatria alla psicoanalisi. Martinelli, Firenze, 1975.

Winnicott D.W. (1978) Piggle. Boringhieri, Torino, 1982.


Napoli 14 marzo 2003

Traduzione a cura di Gemma Zontini e Franco Scalzone


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