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La nozione di "interazione"
e il suo significato per il metodo e per la teoria

Gian Paolo Scano




     Dopo un secolo di ostracismo, la nozione di interazione sembra riacquistare se non cittadinanza, almeno presentabilità. Nel 1991-92 l'American Psychoanalytic Association le ha dedicato un duplice Panel [1] e, in Italia, la Rivista di Psicoanalisi, ha di recente ospitato un saggio, che offre una ragionata rassegna delle posizioni e sembra riferire ormai al passato, (al modello classico, "che - per definizione - è una cura che esclude ogni forma di interazione"), la radicale esclusione del termine [2]. Questa improvvisa attenzione, si spiega con il crescente interesse per l'intersoggettività, che caratterizza quell'insieme di tendenze che, in modo non sempre univoco, si richiamano al "costruttivismo", ma si connette anche agli umori, che, in ambito più specificamente clinico, promuovono punti di vista, che attenuano la ristretta visione "unipersonale", come accade, per esempio, in Italia, con la nozione di campo. Anche l'annosa e ormai datata discussione circa il rapporto tra transfert e relazione ha avuto qualche merito nel preparare il terreno, in cui sono germogliati questi sviluppi.Si deve tuttavia riconoscere a M. M. Gill, il merito di aver superato anche questa barriera. Approdando a una visione "costruttivista", al termine di un lungo cammino partito dalla "topica", egli giunge, infatti, a riconoscere l'interazione come "intrinseca alla procedura" (Gill, 1995).

     La rivalutazione dell'interazione non è, naturalmente, unanime. Da un lato, vi è la pattuglia, ormai non più esile, degli interazionisti dichiarati, che non solo utilizzano il concetto di interazione, ma lo riferiscono a qualcosa di ineludibile e di essenziale, intrinseco alla natura stessa della transazione terapeutica, "intrinseca alla procedura" secondo l'espressione di Gill. Tale tesi viene, tuttavia, sostenuta a partire da differenti presupposizioni teoriche: in alcuni casi si tratta della semplice sottolineatura dell'impossibilità logica di eludere il fatto che qualunque cosa il terapista faccia o non faccia non può in ogni caso evitare di agire (Gill, 1995, Goldberg, 1996), ciò che comunque implica una rilettura delle nozioni di astinenza e neutralità e la riformulazione della problematica transferale (Gill, 1995; Hoffman, 1995). In altri casi ancora la nozione di interazione è assunta a partire da una visione teorica più complessiva "costruttivista" o "intersoggettiva" (Stolorow e Atwood, 1995) o "relazionale" (Greenberg, 1995; Mitchell, 1993).

     Agli interazionisti dichiarati si contrappone la posizione tradizionale, che pur utilizzando spesso, in modo generico, la nozione di "interazione terapeutica", la intende in senso debole, descrittivo (e, tutto sommato irrilevante), in riferimento alla totalità delle transazioni che avvengono in seduta. Gli anti-interazionisti preferiscono assumere il termine "interazione" secondo una accezione ristretta e lo riferiscono a modalità tecniche di intervento e a forme di azione terapeutica, che sono considerate in intima opposizione all'essenza stessa dell'agire psicoanalitico (Oremland J., 1991). Tale giudizio poggia, in ultima analisi, su una doppia contrapposizione, che viene considerata volentieri come inoppugnabile linea di demarcazione tra ciò che è "psicoanalitico" e ciò che non lo è (Green A., 1993). Si tratta, naturalmente, delle opposizioni tra azione e interpretazione e tra intrapsichico e interpersonale.

   Tra questi due estremi si distende una variegata posizione intermedia propria di quanti, sfuggendo in genere a impostazioni più propriamente teoriche, si attengono alla pratica e alla riflessione clinica, smussando così le assolutizzazioni della teoria e della tecnica tradizionale riguardo, ad esempio, alle nozioni di neutralità o astinenza (Bordi S, 1995), ma evitando contemporaneamente parole d'ordine troppo radicali. C'è anche chi, a partire da intenti dichiaratamente compromissori (Sandler) mostra la co-presenza degli aspetti mono e bipersonali o chi, richiamandosi a concezioni come quella di "campo", mira a visioni capaci di integrare la globalità dei fattori. In questo contesto spesso il discorso si focalizza sul problema della collocazione della "soggettività dell'analista". E‚ probabile che la fortuna di queste posizioni nasca proprio dal fatto che a molti esse sembrano capaci di conservare e fondere la purezza e la profondità dell' "intrapsichico" con le esigenze sottolineate in modo più lineare da visioni teoriche più esplicitamente innovative.

     La chiarezza nella disposizione delle forze in campo è, tuttavia, più apparente che reale [3]. Gli interazionisti risultano molto efficaci quando presentano le loro argomentazioni logiche e cliniche, ma mostrano minor sicurezza e vigore concettuale quando tentano di disegnare compiute prospettive teoriche. Accade così che nell'intreccio discordante delle voci sembra prevalere il lavorio di quanti si affaticano a digerire il "corpo estraneo intersoggettivo" nel tentativo di trasformarlo, assimilarlo e ridurlo al già conosciuto, secondo un modulo consueto e ripetitivo in psicoanalisi.

     In questo breve lavoro mi ripropongo di sviluppare la tesi gilliana, assumendo la nozione di interazione nel suo significato più nativo e profondo; di evidenziare il carattere alternativo della nozione rispetto alla teoria tradizionale; di sottolineare le modificazioni che la sua assunzione implica per gli assunti di base e per la forma stessa della teoresi; di introdurre infine la distinzione tra interazione e meta-interazione allo scopo di indicarne l' utilità e utilizzabilità per la comprensione e la spiegazione dell'interazione terapeutica.

1) La nozione di "interazione"

     Il termine "interazione" ("interazione terapeutica" o "analitica") è usato tradizionalmente per indicare l'insieme delle transazioni tra un T(terapista) e un P(paziente) in senso fenomenologico-descrittivo, a intendere, dunque, ciò che un osservatore esterno potrebbe descrivere avvenire nell'arco di una seduta o di una terapia. Questa accezione è considerata, in genere, ovvia e di scarso interesse. Preferibilmente "interazione" e "interattivo" sono stati invece utilizzati per indicare, e spesso per stigmatizzare, una specifica modalità tecnica, caratterizzata dall'azione e dalla adozione di un metodo, non solo distante, ma anche alternativo rispetto a quello psicoanalitico, che si attiene rigorosamente all'intrapsichico, all'interpretazione e alla neutralità. Questa connotazione giustifica l'idea che il problema dell'interazione si riferisca principalmente all' ambito della tecnica, per cui il punto cruciale della discussione riguarderebbe l'ammissibilità tecnico-clinica di una tipologia di interventi cosiddetti "interattivi". Il problema tecnico avrebbe, naturalmente, anche un risvolto teorico riguardante specificamente la compatibilità tra la teoria tradizionale e le istanze interazionali, che, per essere accolte, dovrebbero risultare armonizzabili con il quadro concettuale consueto.

     Questa impostazione non rende giustizia al punto cruciale del problema quale è stato evidenziato, per esempio, da M.M. Gill ": Considero l'interazione in ogni aspetto della situazione psicoterapeutica non come una contaminazione, ma come intrinseca alla procedura. Considero la situazione ideale non solo irraggiungibile nella pratica, ma errata in via di principio". Questo asserto poggia sulla evidenziazione della contraddizione insita nella contrapposizione tradizionale tra interpretazione e interazione, dato che, al di là delle intenzioni consce dell'analista, "...dovrebbe esser chiaro che è impossibile fare un‚interpretazione che al tempo stesso non sia un suggerimento, oppure, messa in un altro modo, un‚azione. Dal momento che la stessa cosa è vera per l'influenza dell'analizzando sull'analista, la situazione analitica può essere descritta come un‚interazione, oppure come propongono Stolorow e collaboratori alla luce del costruttivismo, un‚interazione intersoggettiva (M. M. Gill,, 1996, p. 54).

     Se "interazione" e "interattivo" riguardassero semplicemente la riproposizione di quanto nella storia della psicoanalisi è stato di volta in volta indicato come "attivo", "educativo","suggestivo", "direttivo", "non controllato" o "agito", la questione sarebbe di scarso rilievo. Certo, anche Gill, apparentemente, si muove su un terreno tecnico, ma le implicazioni della sua osservazione vanno ben al di là di tale semplice considerazione. Se, infatti, l'interazione è "intrinseca alla procedura" e se il terapista, al di là della sua visione teorica e dei contenuti della sua comunicazione esplicita, non può non interagire, allora il termine deve necessariamente indicare una caratteristica ineludibile delle transazioni tra soggetti, una forma intrinseca della comunicazione e della relazione umana, che implica l'azione di una classe di variabili pertinenti a questo livello e che non può essere, dunque, scotomizzata o espunta per buona volontà tecnica o per convenienza teorica. In questa ottica, da un punto di vista storico-critico, si tratta di comprendere le ragioni che hanno determinato la mancata valorizzazione dei fattori interattivi nella teoria tradizionale; mentre da un punto di vista teorico-critico il problema riguarda l'evidenziazione dei nessi e degli snodi teorici, che ne hanno consentito l' espunzione dalla costruzione teorica. Infine, se il problema dell'interazione non è un problema relativo alla tecnica e non riguarda in sé e per sé le procedure, ma si riferisce piuttosto a un campo di fattori e di variabili, che pertengono a un differente livello logico e fattuale, allora da un punto di vista teorico-concettuale si tratta di avviare la costruzione di un modello, che le includa e consenta previsioni verificabili.

     La difficoltà ad accettare queste implicazioni del problema ha radici storiche e teoriche, che rimandano in ultima analisi alle più antiche e basilari scelte strategico-concettuali della psicoanalisi. La secolare distinzione tra interventi "non interattivi" e "interattivi" non si limita, infatti, a regolare l'ambito della tecnica e a salvaguardare il corretto agire terapeutico dalle intemperanze dell'acting, ma consegue logicamente dalla teoria classica, ricalcandone la delimitazione del punto di vista, la definizione dell'oggetto formale e la conseguente concezione del metodo. Parimenti, la connotazione negativa dell'interazione non dipende semplicemente dal dettato tecnico, ma è piuttosto una necessaria implicazione logica delle categorie epistemologiche, concettuali e teoriche, che sostanziano la contrapposizione tra interpretazione e azione e tra intrapsichico e interpersonale e del conseguente assunto intrapsichico e conoscitivo proprio della psicoanalisi freudiana.

     L'assunto "conoscitivo", oltre che su una storia ormai centenaria, che data dalla rinuncia all'ipnosi, poggia, infatti, sull'impianto generale della teoria dell'apparato e, in particolare, sul ruolo che in tale concezione è attribuito al rimosso, al pulsionale, alla rappresentazione, all'"affetto", alla coscientizzazione, alla conoscenza e al transfert come fantasmatica idiosincratica del soggetto. Analogamente la contrapposizione tra "intrapsichico" e "interpersonale" rimanda alla scelta strategica operata da Freud al momento del passaggio dalla proto-metapsicologia del "Progetto" alla metapsicologia del VII capitolo della "Interpretazione dei sogni" in seguito al riconoscimento del crollo della teoria del trauma sessuale precoce e alla conseguente massiccia sottolineatura della nozione di "fantasia" e di "fantasma".

     Questi due punti nodali hanno determinato per un secolo intero il metodo, la teoria del metodo e il concreto agire clinico, perpetuando sino ai nostri giorni le conseguenze di scelte teorico-strategiche fortemente marcate dalla epistemologia di fine ottocento e dalle teorie della mente a quel tempo disponibili. Ambedue le contrapposizioni con tutte le loro conseguenze, sono implicazioni necessarie della metapsicologia, che in tal modo continua a dominare il campo anche quando sembra che i più ne abbiano constatato la morte. Se ci si colloca all'interno di questo mondo concettuale (e si può mantenere tale collocazione anche dopo l'esplicita ricusa della metapsicologia), il problema dell'interazione semplicemente non si pone se non come problema tecnico o in relazione a casi e problemi particolari o in termini di accentuazione di qualche aspetto "intersoggettivo" nella strumentazione concettuale, teorica e clinica. Il problema si pone, invece, e con urgenza, laddove ci si chieda se il modello classico renda sufficientemente conto di quanto effettivamente avviene in una terapia e se i fattori e i processi da esso ipotizzati possano essere verosimilmente considerati come i principi attivi del trattamento e del cambiamento. Se la risposta a questo quesito è positiva, il problema dell'interazione può porsi esclusivamente nei termini della concezione classica e diventano del tutto logiche le posizioni anche più radicalmente anti-interazioniste o le paure di quanti come Green considerano l'intersoggettività e l'interazione come un sostanziale tradimento dell' agire psicoanalitico (Green A., 1993). Se, invece, la risposta a tale quesito è negativa, allora il problema dell'interazione diventa centrale e si dovrebbe conseguentemente ritenere che la teoria non sia semplicemente da riformare nei suoi aspetti più obsoleti, ma piuttosto da riformulare a partire dai suoi più nascosti presupposti fisicalisti e oggettualisti in quanto insufficiente a spiegare l'interazione terapeutica e gli effettivi fattori e processi di mutamento. In questo secondo caso, risulterebbero logicamente irrilevanti tutti i rimandi alle concettualizzazioni consuete, al "che cosa ha veramente detto Freud" o a che cosa è consolidato nella tradizione [4]. Il problema dell'interazione non è, dunque, semplicemente "tecnico" né " teorico", nel senso della compatibilità con la teoria psicoanalitica tradizionale, ma piuttosto teorico-concettuale e implica il radicale superamento della metapsicologia e delle sue più segrete e riposte eredità tramite la ridefinizione strategica della "forma" di teoria e la reimpostazione del problema dell' oggetto della teoresi e dei fattori e processi del cambiamento.

     Tradizionalmente la psicoanalisi si è costruita come teoria della struttura e sviluppo della mente e su questa base ha pre-compreso il metodo, stabilendo e giustificando, per apriori teorico, la concezione del cambiamento, il modello del processo, il quadro dei fattori e la correttezza delle procedure. Nella concezione freudiana infatti, P è l'oggetto dell'osservazione, della teoria e dell'intervento. Lo scienziato-osservatore costruisce una teoria di P, che ne descrive e spiega la struttura, il funzionamento e la genesi (t\P)). Tale teoria permette di stabilire le cause del sintomo o del vissuto di P e di stabilire il "cosa" cambiare e il "come". Incidentalmente si può anche aggiungere che, almeno originariamente, la t\P poggia sull'assunto secondo cui le cause del sintomo sono da ricercare in un contenuto (ideativo e affettivo) rimosso. Da qui la forte caratterizzazione "conoscitiva" della psicoanalisi e l'essenziale natura "epistemica" del metodo, caratterizzazione che si è conservata anche quando si è andato attenuando il ruolo del rimosso. Infine la t\P permette di determinare le procedure e le tecniche adeguate alla risoluzione del problema metodo e tecnica) e di discriminare quelle corrette ed efficaci da quelle che non lo sono [5].

     La posizione freudiana classica è, dunque, una teoria naturalistica, che poggia su una epistemologia dell' "oggetto osservato" e su una oggettivazione della soggettività. Questa prospettiva generale è propria non solo della psicoanalisi specificamente freudiana, ma anche delle riformulazioni postfreudiane, sebbene in questo secondo caso sia stata modificata la descrizione delle strutture e dei processi. La t\P venne, infatti, progressivamente riscritta nei termini di una teoria subsoggettiva del mondo interno e dei suoi contenuti e la causazione del sintomo o dei vissuti venne riferita agli oggetti e alle relazioni d'oggetto internalizzate, che costituiscono uno schema relativamente fisso di lettura-interazione con il mondo [6]. Come ha recentemente sottolineato A. Seganti il modello freudiano fallisce per eccesso di riduzionismo laddove le riscritture relazional-oggettuali inciampano in un opposto e speculare difetto in quanto non riescono a coagulare una teoria sufficientemente predittiva e formalizzabile (Seganti A, 1995, pp. 29-34). La considerazione della interazione come intrinseca alla procedura e come caratteristica essenziale delle transazioni intersoggettive può sciogliere questo nodo gordiano, consentendo di porre la questione se sia poi così ovvio che la teoria specifica di una psicoterapia debba costruirsi essenzialmente come una "teoria della psiche" o della "mente" e, soprattutto, come una teoria dell' "oggetto osservato". Certo, in passato tutto ciò è stato utile e necessario da un punto di vista euristico e di fondazione di un dominio del sapere. In assenza di vere e proprie "teorie della mente" Freud, rifacendosi, più di quanto sia in genere riconosciuto, a congetture e costruzioni teoriche proprie della psicologia fisicalista, costruì un modello di apparato e una teoria intermedia psicodinamica e clinica, che consentisse la lettura dei "dati" del singolo caso. In questo senso, la psicoanalisi è stata una sorta di "singolarità" teorica, che ha avuto un ruolo essenziale nella fondazione del campo stesso della psicologia clinica, fornendo una prima teoria della mente di sapore moderno, un linguaggio e una prima organizzazione delle conoscenze. Oggi, però, è almeno dubbio che sussistano ancora le condizioni necessarie a conservare tale ruolo di supplenza. Anche grazie alla psicoanalisi, al suo stimolo e alle sue congetture, ma soprattutto grazie allo sviluppo delle neuroscienze, esistono teorie della mente e ipotesi sul suo funzionamento; grazie alla neuro e psicofisiologia esistono conoscenze sulla natura e funzionamento dei processi cerebrali, che rendono obsoleto il ricorso al rappresentazionismo freudiano; la "baby observation" produce informazioni e dati sul comportamento infantile più attendibili e controllabili di quanto non siano le ricostruzioni ipotetiche basate sui dati analitici; la prima e seconda cibernetica hanno aperto scenari fortemente innovativi sulla organizzazione, interazione e modificazione dei sistemi; l'epistemologia genetica offre punti di vista radicalmente nuovi sui processi conoscitivi e sul modo stesso di intendere la conoscenza, l'invarianza e il cambiamento; infine, la ricerca sulla psicoterapia fornisce dati che non sembrano confermare le congetture tradizionali. Per tutte queste ragioni, sembra che la psicoanalisi possa lasciare le sue supplenze per ritornare al suo specifico ruolo di "psicoterapia", di metodo di intervento, che raccoglie i suoi riferimenti teorici dalle discipline, che si occupano "professionalmente" dei vari territori di conoscenza utili o necessari all'esercizio e all'affinamento delle sue procedure.

     Non si tratta, tuttavia, della possibilità e opportunità di abbandonare la "forma" tradizionale di teoria, ma anche di una vera e propria necessità logica di modificarne l'oggetto formale. Già nella prima metà degli anni '40, Rapaport, riflettendo sui problemi metodologici, individuò, inaspettatamente, nel "metodo della relazio–ne interpersonale" il metodo specifico della psicoanalisi [7]. Questa considerazione, per motivi che sarebbe troppo lungo discutere in questo contesto, ma che rimandano al naturalismo (da un punto di vista epistemologico) e all'imperialismo dell' intrapsichico (da un punto di vista teorico), non è stata mai assunta come punto focale della riflessione. Rapaport stesso, del resto, divenne presto consapevole della difficile conciliabilità di questo dato fattuale con gli assunti e l'impianto della metapsicologia. Il progressivo estendersi dell'ambito del transfert e del controtransfert sino a coincidere con l'intero ambito tecnico-clinico, la polemica circa i fattori relazionali "non transferali", la progressiva valorizzazione dei fattori di rapporto, il problema della ineludibilità della soggettività dell'analista e, soprattutto come si vedrà più innanzi, le risultanze della ricerca sulla psicoterapia sembrano suggerire la necessità non più prorogabile di considerare la centralità dei fattori di rapporto e la conseguente esigenza di sostituire lo schema teorico tradizionale (t\P) con uno schema più pertinente. Nella diade terapeutica non si ha infatti a che fare con un "osservatore" e con un "oggetto osservato" bensì con "un osservatore che osserva > un oggetto osservato che osserva un oggetto osservato che osserva". In questa realtà circolare e non lineare, a sua volta, ciascuno dei due soggetti è a un tempo "osservatore" e "oggetto osservato" in rapporto a sé stesso. Se si intende rendere conto di una tale realtà complessa, diventa inevitabile l'assunzione di un punto di vista "esterno" sia alla diade che a ciascuno dei due sistemi soggettuali (punto di vista dell'osservatore) e contemporaneamente di un punto di vista "interno" sia alla diade che a ciascuno dei due sottosistemi soggettuali (punto di vista del sistema e della sua epistemologia). In questa ottica oggetto della teoresi non può essere la "mente", ma piuttosto primo e per sé l'interazione colta a partire da un duplice punto di vista: esterno (alla diade e ai due soggetti) e interno (alla diade e ai due soggetti). In tal modo: 1) il punto di vista intrapsichico tradizionale dovrebbe lasciare il passo a un più logico punto di vista intersoggettivo-intrasoggettivo; 2) lo schema tradizionale della t\P dovrebbe modificarsi in una più congruente t\P-T, in cui 3) accanto alla epistemologia dell' oggetto osservato dovrà trovare spazio anche l'epistemologia "interna" propria del sistema e dei sottosistemi soggettuali. In tal modo l'argomentazione gilliana, che coglie come intrinseco all'agire tecnico un essenziale risvolto intersoggettivo e "interattivo" diviene il punto di partenza non tanto della riformulazione di alcuni paragrafi significativi della tecnica o della teoria clinica, ma il detonatore di una riconsiderazione globale della teoria del trattamento e il punto di avvio per la formulazione di congetture differenti circa i fattori e i processi di cambiamento.

     A tale conclusione portano non solo argomentazioni logiche e teorico-cliniche come quelle svolte da Gill sull'impossibilità di scotomizzare l'interazione e considerazioni storico-critiche e teorico-critiche sulla formazione e struttura della teoria freudiana, ma anche (e in modo forse più cogente), indicazioni e implicazioni, che provengono dalla sistemica (apertura e chiusura, invarianza e cambiamento, autonomia ed eteronomia dei sistemi), dalla teoria della comunicazione (primo assioma della pragmatica), dalla epistemologia genetica e sperimentale e dalla epistemologia della complessità. Il terapista e il suo paziente si configurano, infatti come sottosistemi soggettuali di un sistema intersoggettivo duale da assumere nella sua complessità, in cui il cambiamento non si configura come un problema complicato ma piuttosto come un caso esemplare di problema "complesso" [8].

     In tal modo l'interazione terapeutica lungi dall'essere una nozione fenomenologico-descrittiva o una categoria della tecnica appare come l'essenza stessa del metodo oltre che lo strumento e il "luogo" del suo esercizio. Essa pone perciò un problema né "tecnico" né semplicemente "teorico" (nel senso della compatibilità con il corpus teorico), ma piuttosto teorico-concettuale in relazione alla definizione dell' oggetto formale della teoria. La transazione terapeutica e, dunque, il processo congetturale di cambiamento e i fattori attivi in tale processo. dovrebbero, infatti, assurgere al ruolo di oggetto formale della teoresi. In questa ottica, l'"interazione" non è un "oggetto" teorico da far in qualche modo collimare con l'apparato teorico-clinico, ma è semplicemente la "cosa", ciò attraverso cui si ipotizza avvenga il cambiamento e ciò che deve essere spiegato tramite le congetture teoriche. L'interazione si pone, cioè, come oggetto formale della psicoanalisi.

2) Un punto di vista alternativo

     La necessità di modificare in tal senso la visione generale del metodo e della teoria non deriva, esclusivamente da argomentazioni logiche e teoriche. Fortunatamente da venti anni almeno è possibile ragionare sulla psicoterapia in modo relativamente indipendente dalle teorie tradizionali, infatti la ricerca ha fornito un certo numero di dati in qualche misura imbarazzanti non solo per la teoria psicoanalitica e per il suo dibattito interno, ma anche per le teorie concorrenti. Questi dati hanno una rilevanza cruciale per la questione dell'interazione e in particolare: a) il fatto che le psicoterapie funzionano; b) il cosiddetto "verdetto di Dodo"; c) la prevalenza dei fattori legati al rapporto e alla figura del terapista rispetto ai fattori tecnici; d) la scarsa correlazione tra conoscenza\insight e cambiamento, e) la scarsa coerenza tra dettati tecnici e gli effettivi accadimenti nella seduta. Questi dati del resto, trovano anche significativi riscontri nella più citata tra le ricerche condotte in ambito psicoanalitico e cioè nelle risultanze della ricerca di Topeka. Per quanto non definitivi e non sufficienti a considerare la psicoterapia come una procedura research informed, essi sembrano abbastanza coerenti, da un lato, nel non corroborare le ipotesi tradizionali, dall'altro, nell'incoraggiare uno spostamento del fuoco della ricerca verso l'ambito intersoggettivo e relazionale.

     La psicoanalisi non ha, finora, tenuto gran conto di questi dati imbarazzanti; al massimo, aldilà dei settori minoritari impegnati nella ricerca, ha tentato di arginare la possibile falla mediante la nota distinzione tra fattori "specifici" e "aspecifici" nel contesto di una generalizzata maggiore valorizzazione dei fattori di rapporto.

     La distinzione tra fattori "specifici" e "aspecifici" è del tutto logica e comprensibile nell'ambito di una meta-analisi dei risultati delle ricerche, che indicano una pari efficacia in terapie che dicono di funzionare in base a principi attivi differenti e in cui "tutte vincono e tutte hanno diritto al premio". In questo senso "fattori specifici" sono quelli che le singole terapie indicano come attivi nel loro metodo, "aspecifici" sono invece quelli che il meta-analizzatore deve congetturare attivi in tutte le differenti terapie per spiegare il "verdetto di Dodo". Non sembra invece molto perspicuo distinguere fattori specifici e aspecifici nell'ambito del medesimo metodo, soprattutto quando vi siano fondati sospetti che i primi non producano gli effetti attesi e i secondi siano molto più attivi di quanto le teorie non dicano. In questo caso i fattori aspecifici dovrebbero ricevere un nome ed essere considerati "specifici", mentre le teorie dovrebbero logicamente essere riformulate. In caso contrario, la distinzione rischia di apparire un espediente ad hoc per salvare le convinzioni consuete, trovando contemporaneamente una spiegazione qualsiasi per i dati inattesi della ricerca.

     La progressiva maggiore valorizzazione dei fattori di rapporto è, invece, probabilmente, un dato di fatto per quanto attiene alla pratica clinica, ma non può dirsi unanimemente accettata, dato che ancora si dibatte animatamente tra fautori della "terapia dell'insight" e fautori della "terapia della relazione". Tuttavia è difficile negare, da un punto di vista storico-critico che la psicoanalisi, e Freud stesso, abbiano sempre riconosciuto due classi di fattori attivi: quelli di tipo conoscitivo e quelli attinenti al rapporto [9]. Al di là di ciò è difficile non prendere atto del prepotente irrompere di un punto di vista etologico e biologico nella ricostruzione dello sviluppo dell'Io umano, mentre nell'ambito stesso della terapia psicoanalitica, al di là delle teorie e anche contro le teorie, si sono man mano imposte, seppure sotto il velo del transfert e del controtransfert, le modalità intersoggettive proprie della diade terapeutica. I fattori interattivi e di attaccamento emergono, infatti, nell'ambito del transfert e nell'ambito di costrutti che, in qualche modo, tendono a rendere conto dell'interazione, seppure nei termini di concettualizzazioni rispettose del dettato intrapsichico (identificazione nel super-io dell'analista, identificazione e controidentificazione proiettiva ecc.).

     Anche a partire da questo punto di vista non si tratta però di spingere verso una generica rivalutazione dei fattori cosiddetti "relazionali", ma piuttosto di prendere contestualmente atto sia delle argomentazioni logiche e teoriche, che mostrano l'ineludibilità dell'interazione come intrinseca alla procedura, sia dei significativi dati della ricerca sia, infine delle risultanze stesse della storia della psicoanalisi e in particolare dell'inesorabile imporsi decennio dopo decennio dei fattori intersoggettivi, che hanno determinato l'elefantiasi del concetto di transfert [10]. Questa convergenza di indicazioni sembra rendere necessaria una riformulazione della concezione della teoria del trattamento, che ponga l'interazione nel punto focale dell'osservazione e assuma come dato di partenza l'inesorabile e ineludibile intersoggettività del metodo.

     A questo scopo, partendo dall'assunto secondo cui l'interazione rappresenta la "cosa", si può impostare un punto di vista nuovo e complessivo e considerare la terapia, la serie di sedute o la seduta come una sequenza di transazioni, che, sul piano semantico costruiscono un fluire di scene e di storie e, in ultima analisi, "una storia". Tale fluire di interazioni è la "cosa", l'evento fenomenico, che in quanto congetturato come il tramite di un mutamento e di un processo di cambiamento rappresenta ciò che deve essere spiegato. In qualche caso e, specificamente, per quanto riguarda lo studio e la ricerca, questa assunzione potrà tradursi in un vero e proprio dato di fatto in quanto, in quel caso, non si avrà a che fare con un materiale sfuggente come quando si parla in astratto della "psicoterapia" o si argomenta sui "casi", ma si avrà, invece, un nastro registrato, eventualmente tradotto in un testo scritto, in cui la sequenza delle scene è fissata in modo molto prossimo a una raccolta di dati, come ha dimostrato Dennett in un ambito differente ma analogo (Dennett D., 1993). Il nastro e la sua trascrizione documentano l'interazione terapeutica. Nel caso di un terapista, che conduce una terapia, certamente non si avrà un testo di questo genere e la sua posizione sarà senza dubbio differente e più complessa; tuttavia, uno dei ruoli del terapista è assimilabile alla posizione di colui che studia il nastro, anche se non gli si può attribuire nessuna presunzione di "obbiettività" e anche se si tratta di un nastro, in quel caso, per così dire, puramente virtuale. Se si prende in esame tale nastro, si può notare che può essere osservato da almeno tre punti di vista differenti:

1) Può essere assunto come "oggetto osservato" da uno scienziato-osservatore indipendente e tradotto in un testo scritto, in cui la sequenza delle scene è fissata in modo molto prossimo a una raccolta di dati. E‚ questo il livello della osservazione scientifica e dello studio scientifico dell'evento, il luogo della formulazione di ipotesi e congetture rispetto a quanto accade in una stanza di consultazione. Da questo punto di vista "interazione" è appunto la "cosa", ciò che deve essere studiato e spiegato. Incidentalmente si può aggiungere che l'adozione di questo punto di vista correggerebbe infine l'anomalia metodologica della psicoanalisi, che ha sempre visto la seduta, contemporaneamente, come luogo della cura, dell'osservazione, della ricerca e della costruzione teorica.

2) Un secondo punto di vista riguarda l'interazione effettiva tra T e P in quanto soggetti immersi in una situazione intersoggettiva, in ragione della quale non possono non esserci, non comportarsi, non comunicare, non interagire. Si tratta di una interazione come fatto prima ancora che come vissuto, come vissuto di un fatto o come scelta consapevole. Come Gill ha sapientemente mostrato, l'intera attività di T, compresa quella interpretativa, ha prima di tutto e al di là delle sue intenzioni, il valore di una interazione intersoggettiva carica di significati pertinenti a tale livello. Da questo punto di vista l'interazione è intrinseca alla procedura come conseguenza del fatto che la psicoterapia utilizza come metodo la relazione intersoggettiva. Indicando questo livello della relazione intersoggettiva, come "interattivo" o come "interazione", si intende, sottoli–neare che la partecipazione del terapista, il suo essere inesorabilmente interattivo, prescinde dalla sua volontà perché è implicita nella struttura intersoggettiva del metodo e nella natura dello strumento: è una mera conseguenza del cerchio intersoggettivo. Egli può esserci inconsapevolmente, in termini di puro buon senso, in modo ipercontrollato o pensando di comportarsi come un puro specchio sostanzialmente neutro o, al contrario, come un agente iperinterferente e direttivo, ma non può "non esserci".

3) Un terzo e ulteriore punto di vista è quello proprio del terapista, che nel flusso dell'accadere della terapia si colloca in una posizione "meta" e, osservando quanto avviene e facendo il punto su quanto accade, a partire dalle sue conoscenze teoriche e teorico-cliniche, compie le scelte strategiche e tattiche necessarie alla conduzione della psicoterapia. Si può fare riferimento a questo ruolo e a questa attività del terapista con il termine "meta-interazione" e con l'aggettivo "meta-interattivo" (ruolo, posizione o livello meta-interattivo) per sottolineare il necessario collocarsi del terapista in una ottica e in una posizione che, sotto molti aspetti, implica una dislocazione in una posizione meta, una osservazione, una analisi, un giudizio (logico) e quindi anche una direzione rispetto al livello della interazione. In un certo senso, dal punto di vista della meta-interazione, il terapista funziona come il supervisore interno in ragione della sua competenza teorica e tecnica e dell'esercizio costante del giudizio su "quanto sta effettivamente accadendo nella interazione" e su sé stesso in quanto parte della interazione, ivi compreso l'ambito del controtransfert. Occorre tuttavia annotare che, in questa dislocazione "meta", T ( ma anche P), benché assuma un punto di vista "esterno" (rispetto alla diade, a P e a sé stesso), sotto certi aspetti analogo a quello dell'osservatore-scienziato, si trova tuttavia collocato inesorabilmente all' " interno" per quanto attiene a sé stesso e per quanto attiene alla diade e in quanto tale funziona suo malgrado secondo la logica circolare della comunicazione tra soggetti e non secondo la logica lineare implicita al punto di vista esterno.

     Lo scienziato-osservatore può, ovviamente, considerare dall' "esterno" anche l'interazione e la meta-interazione come caratteristiche dell' "oggetto osservato", ma la stessa cosa non vale per T, il quale può naturalmente collocarsi nel posto virtuale dello scienziato e dovrà anzi farlo, tentando di mantenersi costantemente nella posizione "meta", ma potrà farlo sempre e solo a partire dall' insuperabile punto di vista interno, del quale sarà sempre e comunque prigioniero in quanto sistema e in quanto sottosistema del sistema duale complessivo. Si può comodamente esprimere questa complessità in termini di contesti e di contestualizzazioni. T, per esempio, potrà rendersi conto che un vissuto o una comunicazione di P possono essere spiegate qualora vengano inserite nel contesto x costruito da P (per esempio, un transfert). Egli potrà anche riconoscere una eventuale sua propria contestualizzazione y come elemento, che porge la staffa al contesto di P e potrà comunicare x a P ( e anche y, se lo riterrà opportuno). Ebbene sia l'azione del riconoscere che quella del comunicare si inseriscono, comunque, in modo inesorabilmente "interno" sia nel sistema soggettuale T sia nel sistema duale della coppia terapeutica e, in tal modo potrebbe anche attivarsi un metacontesto che, per esempio, potrebbe fornire conferma a P riguardo a x proprio tramite l'azione attraverso cui T tenta di disconfermare tale contestualizzazione. Recentemente Mitchell ha sottolineato questo aspetto problematico dell'interpretazione, indicandolo come il problema del "sollevare sé stesso tramite i lacci dei propri stivali" [11].

     Naturalmente anche P, nel cerchio intersoggettivo, si trova coinvolto in una "interazione" e svolge, per quanto in modo meno evidente e tematizzato, una costante attività di meta-interazione, che è parte essenziale nel proces–so di risoluzione del suo problema tramite, per esempio, l' esplicita o silenziosa o non consapevole analisi degli schemi e tramite la loro assimilazione o non assimilazione all'interno del suo mondo interiore. Questa attività meta-inte–rattiva può, forse, essere intesa come un elemento fondamentale della ricodifica e può essere considerato corrispettivo dei processi tradizionalmente indicati come elaborazione.

     La distinzione tra "interazione" e "meta-interazione" nello scenario intersoggettivo di una terapia, per quanto non sia stata esplicitamente introdotta finora, sembra semplicemente tematizzare ed esplicitare il senso generale delle posizioni, che M. Gill ha man mano espresso nei suoi ultimi lavori e che ha più compiutamente formulato in quello che può anche essere considerato il suo testamento. In generale, essa mira ad andare oltre il termine, non sufficientemente perspicuo, di "relazione" nell'intento di esplorare la possibilità di impostare in modo più ampio e flessibile le implicazioni intersoggettive del metodo, di delimitare il territorio della tecnica, di aprire uno spazio concettuale in cui possano essere definite quelle variabili che spesso non si sa indicare che come "aspecifiche". In sintesi, la posizione meta-interattiva riguarda l'azione del terapista considerata dal punto di vista delle considerazioni e delle scelte tecniche e include l'intero campo della "tecnica", mentre la posizione interattiva si riferisce all'esserci del terapista in quanto soggetto coinvolto in una relazione profonda con un altro soggetto e riguarda le sue azioni e risposte in quanto soggetto incluso a tutti gli effetti nel cerchio intersoggettivo, in cui le azioni e i significati delle azioni si organizzano secondo regole che sono quelle proprie di ogni similare "accoppiamento strutturale" (Maturana H., Varela H., 1992).

3) Interazione

     L'interazione del terapista in passato non veniva tematizzata come elemento centrale del metodo, ma esorcizzata piuttosto come pericoloso agente spurio o come ospite indesiderato da controllare. La questione, tuttavia, non è se sia più o meno legittima, giusta o tecnicamente efficace l'assunzione, da parte dell'analista, di una maggiore attività, di un maggiore coinvolgimento, di una posizione empatica o di un qualche tipo di "relazione reale"; il problema è, invece, l'impossibilità per il terapista di sfuggire alla sua posizione interattiva qualunque cosa ne pensi la teoria o la tecnica. L'interazione, infatti, non è un fatto tecnico, un gradiente che T possa modulare, aumentare o diminuire a seconda di valutazioni tecniche relative alla situazione o al quadro psicopatologico del paziente; ciò che può variare rispetto a questi o ad altri parametri è l' "attività" di T o la scelta delle procedure. La posizione interattiva è, invece, una inevitabile e insopprimibile, nicchia ecologica basilare in cui si plasma ogni azione, comunicazione e comportamento di T e P. In questa nicchia, T può "interagire" in un modo che potrà, all'analisi, risultare corretto o scorretto, positivo o negativo rispetto al conseguimento del risultato voluto, ma in ogni caso ineludibile. Risulta quindi essenziale puntare il fuoco della ricerca sulla interazione nel tentativo di identificarne le "regole".

     Le regole della interazione terapeutica non sono, infatti, le regole del setting previste dai manuali, ma sono piuttosto quelle di un sistema duale costituito dalla interazione di due "Io". Il setting, (o, meglio, l'insieme delle regole che strutturano il setting), è il sistema di controllo, il quadro dei confini oltre cui non si può andare. Nel gioco degli scacchi, ad esempio, le regole tracciano i limiti entro cui tutte le possibili partite dovranno inquadrarsi; esse designano le procedure, che qualunque partita dovrà seguire perché possa qualificarsi come una partita a scacchi. Allo stesso modo, ogni partita terapeutica dovrà avve–nire entro le regole del setting per poter essere considerata terapeutica. Analogamente a quanto avviene nel gioco degli scacchi, tuttavia, le regole non determinano la strategia, la tattica o la narrativa della partita, che, nel gioco, risponde ad altre implicazioni riguardanti la logica delle posizioni, l'attacco o la difesa, così come nella terapia, risponde ad altri livelli di contrattazione, di comunicazione e significazione.

     Entro i limiti stabiliti dal setting, le regole dell' interazione sembrano essere quelle proprie di ogni accoppiamento strutturale (Maturana H., Varela H., 1992) tra due "Io" e dunque, dovrebbero presumibilmente riguardare quegli snodi elementari della comunicazione, che provvisoriamente possono essere indicati come "acco–gliere", "comprendere", "accettare", "respingere", "allontanare", "aggredire", "avvicinare" "dare", "negare", "restituire", "affermare", "confermare", "disconfermare"... ecc. Questi snodi sono, in quanto tali e in modo relativamente indipendente dal contenuto, dei canali elementari, che hanno significato e valore in quanto tali e in quanto tali suscitano reazioni e controreazioni. Essi, peraltro, non possono essere intesi come snodi linguistici, su cui intervengono, quasi in parallelo e come ufficiali di complemento le componenti "non verbali", secondo la frusta distinzione verbale-non verbale, ma piuttosto come snodi semantici connessi a caratterizzazioni emozionali, sceniche e narrative, che caratterizzano la relazione seppure a partire dal collo d'imbuto delle codificazioni soggettuali, che si costruiscono per ogni soggetto nella storia pregressa dei suoi accoppiamenti strutturali.

     Attraverso tali snodi e canali,scorre l'effettiva scena intersoggettiva, in cui, a seconda della ridondanza nell'attivazione di questo o quel canale ( del canale "accogliere" ad esempio, o "negare" o "respingere"...), della condivisione o non condivisione dell'effettiva natura del canale che si sta praticando, della accettazione o non accettazione della marcatura reciproca del canale (il tuo "dirti accettante" è\non è "accettante"), dell'accordo o disaccordo sulla sua praticabilità, si disegna nella trama intersoggettiva uno specifico andamento della contrattazione e una specifica configurazione e marcatura dell'interazione. In tal modo, al di là dei contenuti e al di là delle definizioni "meta" (interpretative, ad esempio), si susseguono nella trama dell'interazione delle "scene" silenziose, che ciascuno dei due attori marca continuamente di valore e di significato, attivando i sentimenti adeguati, confermando o disconfermando le aspettative riguardo alle risposte attese e istruendo ragionevoli configurazioni di risposta. Il concreto e silenzioso esercizio di queste regole e l'effettiva contrattazione, che si sviluppa nella scacchiera da esse disegnata, modula la semantica elementare delle relazioni che passa, dunque, attraverso canali e punti di snodo che possono essere provviso–riamente indicati come: essere riconosciuto\disconosciuto, essere accettato\rifiutato, essere compreso\non compreso, essere premiato\punito, essere avvicinato\allontanato, essere amato\odiato, essere dominato\dominare, essere aggredito\aggredire, essere incluso\includere...

     La marcatura delle scene è relativamente indipendente dal contenuto e anche dalla definizione ufficiale (meta-interattiva) dell'interazione. Essa si sviluppa sotto traccia nello sviluppo di qualsiasi contenuto; va al di là del consueto "parlare a nuora perché suocera intenda" e anche del semplice riproporre, qui e ora, un racconto marcato "altrove"; riguarda infatti "ciò che sta effettivamente accadendo adesso" al di là e oltre "quello che io e tu diciamo che sta accadendo". La marcatura sotto traccia è di per sé inattingibile dalla meta-interazione: può essere invertita e colta solo in quanto già avvenuta, a posteriori, e non può, quindi, essere direttamente modificata intenzionalmente, può al massimo essere contraddetta da una marcatura nuova, successiva e differente.

     Se una tale marcatura sottende la costruzione dei significati interazionali, allora sembra di dover giungere a una congettura non consueta e cioè all' affermazione secondo cui le regole di base di una psicoterapia, e segnatamente quelle che sembrano più rilevanti per il raggiungimento dei suoi scopi, non sono quelle che tradizionalmente occupano i capitoli della tecnica bensì quelle più generali dell'interazione umana, quelle proprie della rete intersoggettiva, in cui gli "Io" umani nascono, si sviluppano e, presumibilmente, si modificano. Ciò porterebbe a rovesciare la congettura tradizionale riguardo ai fattori cosiddetti specifici e aspecifici, sino a un imprevedibile scambio di ruoli: i fattori da sempre considerati aspecifici sarebbero in realtà gli effettivi fattori specifici. [12]

     Si può ragionevolmente supporre che la semantica elementare dei canali e degli snodi intersoggettivi sia relativamente fissa e comune in tutti i membri della specie, nel senso di una basilare comune attribuzione di valore al "si" e al "no", ai patterns di avvicinamento e di allontanamento e a quelli piacevoli e spiacevoli, sulla base di connessioni alle emozioni primarie relativamente omologhe e più in generale come conseguenza del fatto di possedere un corpo e un cervello simili nella struttura e nel funzionamento. Anche le regole che, in ragione delle ridondanze o di particolari occorrenze di intensità, consentono la costruzione delle "configurazioni" o delle "scene", potrebbero essere relativamente comuni e basate su una sorta di statistica elementare. Infine l'appartenenza alla stessa noosfera, allo stesso orizzonte culturale e, talvolta, allo stesso "dialetto culturale" può organizzare in modo, che si può congetturare relativamente omogeneo, tali patterns. "Canali" e "scene" in questa ottica non sarebbero né contesti né contestualizzazioni, ma piuttosto mattoni elementari di costruzione dei contesti (si tratta, però di processi non di "cose") e punti di snodo tra attribuzioni di significato, punti di innesco di emozioni e sentimenti e grilletti d'avvio di silenziose risposte emotive o anche motorie. Tali mattoni, in ragione del loro continuo esercizio possono, a un differente livello, giungere a cementare un‚invarianza, a stabilire regole fisse di contestualizzazione e in tal modo istruire vissuti, percezioni, anticipazioni e, man mano, anche "teorie" sulla singola situazione contestuale o anche "teorie" più generali rispetto al proprio "Io" e al "mondo" strutturando, conseguentemente, schemi prefissati di reazione, di selezione di scopi e di strategie e tattiche per conseguirli.

     Si potrebbe, dunque, pensare che una psicoterapia efficace sia quella che privilegia a priori gli snodi "positivi" (accettare, comprendere, dare, amare...) rispetto a quelli "negativi" ( rifiutare, respingere, disconoscere, odiare...)" e che un buon terapista sia quello che privilegia, per contratto, gli snodi positivi secondo criteri, che, talvolta, sono stati anche codificati ( "madre accettante") o magari secondo il noto principio secondo cui il cliente ha sempre ragione. Il fatto è che la marcatura delle scene non riguarda ciò che sembra o è definito accadere, ma ciò che effettivamente accade nell'organizzazione soggettuale di ciascuno dei partecipanti, in ragione della loro chiusura operazionale e nella effettiva contrattazione che tra essi si svolge nel contesto delle regole proprie del sistema duale. Nella deriva sociale ciò è lasciato al libero mercato della casualità, al gioco delle simpatie e delle antipatie, delle scelte e dei rifiuti, mentre nella deriva storica delle persone la tacita statistica soggettuale produce ciò che l'uomo della strada chiama carattere con le sue denotazioni di fiducia, sfiducia, apertura, chiusura, ottimismo ecc. Nella stanza di consultazione di un terapista si incontrano due persone che hanno un loro proprio modo di "marcare" l'interazione e ciò impedisce di fissare a priori i criteri della "positività" o della "negatività". A dispetto della similarità e degli isomorfismi che sono stati indicati, e di cui comunque è difficile dubitare, sembra che, contemporaneamente, le contestualizzazioni, le aspettative o i sistemi di aspettative patologiche (ma forse anche quelle che patologiche non sono) tendano a comportarsi come una sorta di imbuto o come un sistema di sensi unici, che predetermina il senso e il percorso dell'interazione, giungendo persino, talvolta, a privilegiare, ciò che da un punto di vista esterno e a partire da criteri di efficacia e di logica degli scopi, potrebbe essere connotato come "negativo" piuttosto che come "positivo" in rapporto agli interessi del soggetto. Ciò è stato ben sottolineato e descritto da Seganti nel contesto della sua concezione della patogenesi quando afferma che le aspettative negative.

"... tendono a subordinare le aspettative positive allo scopo di far funzionare meglio la difesa prioritaria del proprio Sé dall'influenza dell'altro. Questo tracollo delle aspettative positive fa sì che di fronte a una nuova relazione le aspettative positive diventano sempre più acute e perentorie, più intimamente mescolate con quelle negative, per cui finiscono per esprimersi nella forma di essere capito e seguito tutto e subito, pena l'immediato dilagare delle aspettative negative. Dunque, una volta che le aspettative positive abbiano preso questa forma (assediate cioè da quelle negative) il loro portatore si sente disturbato anche nell'interazione normale (come un semplice saluto), la quale può anche provocare una sensazione soggettiva acuta di inglobare e\o di essere inglobato totalmente dalle persone che incontra ( nel nostro caso il curante). Tale persona può percepire con vergogna sensazioni relative al fare cose strane e perverse (...) nel rapporto con gli altri, di essere animato da forze sconosciute e sperimentare l'angoscia che gli altri diventino molto concretamente degli oggetti influenzati dalle proprie attività anticipatorie (cioè colpiti, arrabbiati, malati ecc.), quando non onnipotentemente "creati" dalle aspettative positive e negative vissute in modo magico" [13]

Spetta all'indagine empirica individuare le configurazioni prototipiche, che possono ingorgare i canali e gli snodi e, complicandone in modo soggettuale la valenza, possono determinare tipologie ricorrenti di accoppiamento strutturale. Conseguentemente a partire da congetture ragionevoli, spetta alla classificazione empirica riscontrare e definire le occorrenze specifiche che caratterizzano la contrattazione terapeutica, indicando quelle che favoriscono, nelle varie tipologie e classi di configurazioni, l'andamento positivo e negativo del processo [14]. Si può agevolmente inferire, in modo generico, che saranno positive tutte quelle occorrenze, che fungeranno da corretta perturbazione delle anticipazioni di P e, dunque, favoriranno la riapertura degli spazi di contrattazione, ma anche, e forse di più, quelle che saranno marcate da P come indicanti consonanza o maggior consonanza tra "detto" e "vissuto" nella duplice direzione da P a T e viceversa ( quello che dico è quello che è, quello che dici è quello che è, quello che diciamo avvenire coincide con quello che "vedo" avvenire) a prescindere dal contenuto positivo o negativo, piacevole o spiacevole.

4) Meta-interazione

     L'interazione, seppure nel quadro definito dal setting, apparenta la psicoterapia alle altre relazioni umane facendone un membro della stessa classe. Non è quindi distintiva della psicoterapia: ciò che distingue la psicoterapia dalle altre relazioni umane è naturalmente l'utilizzazione sistematica e controllata del livello meta-interattivo nel quadro delle regole vincolanti del setting. Tale livello e la conseguente "posizione meta-interattiva" di T attengono specificamente ai motivi che hanno determinato l'interazione terapeutica e agli scopi che essa si ripropone (il problema di P e la sua risoluzione), alle conoscenze necessarie alla corretta impostazione del problema (competenze teoriche e teorico-cliniche di T), alla progettazione e la messa in atto di adeguate strategie di soluzione ( competenze tecniche di T), al controllo sull'andamento del proces–so di soluzione (attività di direzione della terapia da parte di T). In ultima analisi la meta-interazione coincide con l'ambito tradizionale della tecnica, che implica un dislocamento ad un livello "meta" rispetto alla interazione, una osservazione, un controllo e una direzione da un punto di vista specifico, quello del pro–blema, della sua soluzione e di quanto è necessario operare a questo scopo.

     Tale osservazione e costante disamina della "interazione", dal punto di vista che si è detto, si esercita: a) sul processo interattivo ("che cosa sta effettivamente accadendo tra T e P nel momento t in relazione al contesto attuale e a quello diacronico"); b) sul vissuto manifesto e\o inferito di P e sulla sua contestualizzazione; c) sulla propria "presenza", relativamente all'intelligenza del contesto di P, alla comprensione del processo attuale e diacronico. Si può condurre tale disamina, avendo come punto di riferimento e criterio il quadro del setting e quello delle conoscenze teoriche, cliniche e tecniche in un incessante "fare il punto" di quanto sta accadendo alla luce delle ipotesi relative alle concrete modalità operazionali e relazionali di P (secondo una qualunque formulazione in termini di transfert, di conflitto relazionale centrale, di piano inconscio ecc.) e delle linee strategiche e tattiche del progetto di intervento. La valutazione così operata è il terreno in cui T può prendere e prende le sue decisioni rispetto al che cosa fare qui e ora rispetto a ciò che sta accadendo e rispetto a ciò che è opportuno fare in rapporto alle finalità intermedie e generali dell'azione terapeutica. La decisione riguarda cioè l'azione di T e in concreto la modulazione delle sue scelte tecniche rispetto al dire-non dire\fare-non fare. Questo cioè è il punto in cui si innestano nel metodo i vari capitoli tradizionali della tecnica riguar–do agli interventi del terapista e in particolare riguardo alla interpretazio–ne (del sogni, del sintomi, dell'acting, del vissuto attuale, delle difese, dei "transfert"...).

     La tradizione, nel descrivere le procedure e il loro corretto esercizio, dà estrema importanza non solo a elementi contestuali, come quelli appena accennati, (seppure formulati in genere in modo differente), ma anche e soprattutto a una serie di criteri più generali ritenuti intrinsecamente caratterizzanti il corretto agire analitico e dunque da considerare caratteristiche irrinunciabili del metodo. Tali criteri sono, nella considerazione comune: la neutralità, l' astinenza e la non-direttività. Essi hanno un senso e un valore come criteri e punti di riferimento generale per la posizione meta-interattiva, purché vengano ridefiniti nel nuovo contesto. Non si tratta solo di evitare le estremizzazioni che tali "norme" hanno spesso incarnato, ma piuttosto di collocare tali criteri nel contesto intersoggettivo dato che l'interpretazione radicale della neutralità e dell'astinenza, può a buon diritto essere intesa come un tentativo estremo di sottrarre il terapista al cerchio intersoggettivo o come una sorta di negazione onnipotente dell' intersoggettività della situazione terapeutica e degli aspetti inevitabilmente interattivi del terapista.

     La neutralità, nella sua forma estrema, è, come annota Gill, l'assunzione che "l'analista sia come uno schermo o uno specchio e che rifletta sul paziente solo quello che dal paziente è venuto" (GilI M.M., 1996, p.51). Questa accezione, non è solo una estremizzazione, ma un vero e proprio compito impossibile e paradossale. In realtà, un terapista "neutrale" in questo senso sarebbe un terapista che agisce e occupa buona parte dello "schermo neutro", senza sapere di farlo. Egli influenza inevitabilmente P con il suo agire "interattivo" e con quello "meta-interattivo" e da P è inesorabilmente influenzato. In una concezione più equilibrata, che accetti le implicazioni del cerchio intersoggettivo, la neutralità si identifica, da un lato, con la non-direttività come tendenza a evitare la manipolazione diretta e indiretta, come disponibilità ad analizzare ogni influenza, volontaria o no, esercitata su P e come atteggiamento di rispetto nei confronti di P e della sua autonomia e chiusura operazionale; dall'altro, essa si identifica con la possibilità stessa di T di assumere una posizione "meta" e di cogliere quanto sta accadendo nella scena terapeutica come continuamente co-determinato da ambedue gli attori.

     Più oscura è la questione dell'astinenza, che alla neutralità, è, del resto, collegata. Essa rimanda al noto suggerimento di Freud secondo cui " nella misura del possibile, la cura analitica dev'essere effettuata, in stato di privazione, di astinenza" (FREUD S., 1918, p.22) ciò è inteso come una scelta strategico-tattica, infatti: "E' opportuno rifiutare al malato proprio quei soddisfacimenti che egli desidera più intensamente e chiede con maggiore insistenza"( Ib. p. 24). L'esasperazione dell'astinenza, oltre che una conseguenza della neutralità e una implicazione della struttura del dispositivo epistemico freudiano, è da considerare anche strettamente connessa ai fondamenti pulsionali della teoria e alla conseguente concettualizzazione dell'azione come acting. In realtà se l'astinenza è un espediente o comunque una scelta tattica o strategica del terapista, in ogni caso è una sua azione e non sarebbe, quindi, neutrale. In un‚ottica più equilibrata si potrebbe considerare l'astinenza come coincidente con la neutralità e la non direttività con, in aggiunta, un atteggiamento di irreprensibile e totale rispetto del setting e delle sue restrizioni.

5. Interazione e meta-interazione: metodo, tecnica, ricerca

     Si può ora discutere la questione del ruolo degli elementi meta-interattivi e del loro rapporto con l'interazione allo scopo di definire in modo generale il rapporto tra i due domini, prima di poter operare una prima valutazione dei vantaggi offerti da questa impostazione. Le caratteristiche peculiari rispettivamente della "interazione" e della "meta-interazione" consentono una semplice descrizione della loro più importante articolazione. La proprietà fondamentale dell'interazione è che essa "avviene" e non può essere cancellata o modificata dalla meta-interazione, (che la può tradire o falsare, ma non rendere non avvenuta), ma, contemporaneamente, non può essere vissuta e raccontata (a sé stessi o a un altro) se non tramite una dislocazione "meta", tramite una operazione meta-interattiva. L'elemento essenziale della meta-interazione, invece, è che essa implica sempre e comunque una interazione nel senso che, come si è detto, anche una interpretazione, al di là del contenuto, interviene nel contesto come azione con suoi propri significati, che non sono necessariamente quelli previsti o voluti dall'intenzionalità dell'agente. Di conseguenza nel corso dell'esercizio dell'attività meta-interattiva o tecnica, T inevitabilmente e di fatto interagisce a livello interattivo e in tal modo può confermare o disconfermare i punti di giunzione tra la marcatura delle scene e le contestualizzazioni di base di P, fornendogli prove ulteriori per le sue "teorie" proprio mentre si affatica a smontarle o, al contrario, può introdurre efficaci perturbazioni, che potrebbero permettergli di modificarle.

     Questa articolazione sembra, dunque, suggerire una congettura generale riguardo ai fattori e ai principi attivi nel cambiamento: le "procedure meta-interattive" e, dunque, ciò che in sintesi si può indicare come " la tecnica" per includere l'insieme degli aspetti tecnici tradizionali ( ivi compre–sa, l'interpretazione, l'analisi del transfert, l'analisi delle resistenze ecc.) e il loro effetto immediato in termini, ad esempio, di "autoconoscenza" o di insight), non sono da intendere come gli effettivi fattori mutativi o come direttamente connessi ai fattori mutativi, bensì come ciò che strumentalmente, promuove, rende più probabile, favorisce e consente una efficace "interazione", nel cui ambito sono invece da ricercare gli effettivi fattori di mutamento. In altre parole, le procedure sono ciò che consente all'interazione tra T e P di svolgersi correttamente come intera–zione terapeutica. La congettura poggia sull'assunto secondo cui T non può, per causalità lineare e diretta, modificare P, il quale può modificarsi solo da sé stesso, a partire dal suo stesso funzionamento e dalla struttura della sua organizzazione sistemica. T può soltanto favorire il processo di cambiamento, offrendosi come un pertur–batore dell'ambiente relazionale e semantico tramite una interazione, che fornisce risposte divergenti rispetto alle risposte "atte–se" e codificate nella organizzazione semantica di P. Egli potrà assolvere tale compito non in virtù di particolari e incontrollabili attributi interni come potrebbe essere, per esempio, una straordinaria competenza relazionale o una straordinaria abilità nella "comunicazione inconscia", ma piuttosto in virtù di una corretta, rigorosa e continuamente reiterata attività meta-interattiva. Certo, in qualche caso fortunato, T potrebbe possedere tali straordinarie abilità, ma si tratterebbe, appunto di un caso, statisticamente irrilevante e praticamente imprevedibile. Un terapista dotato di una competenza relazionale media, addestrata nel corso del training, potrà eseguire il compito, (seppure certo non in relazione a ogni caso possibile), grazie ad una adeguata, attenta e continuamente testata attività meta-interattiva.

     In questa ottica, il peso del compito dell'ottenimento della modificazione voluta verte essenzialmente sui fattori interattivi e, in questo contesto e più precisamente, sulle reazioni di P alle "perturbazioni del suo ambiente semantico". Al corretto e rigoroso esercizio della meta-interazione spetta invece il ruolo sostanzialmente strumentale, ma essenziale e insostituibile, di rendere possibile e più probabile una efficace perturbazione positiva nelle varie situazioni e occor–renze del processo. Senza tale servomeccanismo di con–trollo l' interazione efficace sarebbe solo un fatto casuale e statisticamente privo di incidenza.

     Alla posizione meta-interattiva spetta un ulteriore compito non meno complesso. Come si è visto, la meta-interazione non può essere recepita e letta da P se non a partire dall' interazione e dai suoi consueti schemi di contestualizzazione. P, cioè, in virtù della sua organizzazione e struttura e, in concreto, in virtù della chiusura delle sue contestualizzazioni, tenderà a rispondere tanto alla posizione interattiva di T quanto alla sua azione meta-interattiva, mediante le sue codificazioni relazionali consuete. In linea di massima, tenderà a non cogliere la perturbazione o ad opporre "resistenza", accogliendola, leggendola e reagendo secondo le sue modalità codificate. Pertanto le azioni meta-interattive di T correranno continuamente il rischio di essere viste, per esempio, come indizio o prova del "come volevasi dimostrare". Il secondo compito dell'azione meta-interattiva, anch‚esso strumentale e subalterno rispetto alla posizione interattiva, è, dunque, quello di favorire la disarti–colazione di questa connessione e il progressivo indebolimento del "sistema delle prove" di P allo scopo di ottenere una modificazione dei suoi contesti e un graduale allargamento delle sue competenze relazionali. Poiché P concretamente tenderà a fondere i due livelli e poiché egli costruisce il contesto tramite le sue modalità relativamente costanti di costruzione dei contesti, si può inferire che il secondo compito della posizione meta-interattiva tende a favorire la graduale modificazione delle regole di contestualizzazione di P.

     Questa impostazione del problema dell'interazione nel panorama complessivo dell'agire terapeutico tramite l'articolazione dei due distinti domini dell'interazione e della meta-interazione, consente vantaggi sia a un livello, per così dire, strategico e cioè a livello, epistemologico, teorico e concettuale, sia ad un livello più concreto e immediatamente apprezzabile.

     Riguardo al primo punto, ci si può limitare ad osservare che la precisazione dell'oggetto formale e del punto di vista, consente, anzitutto, un approccio epistemologico non solo più coerente con le tendenze della attuale filosofia, ma, soprattutto, in grado di salvaguardare, contemporaneamente, sia la necessaria riduzione metodologica con l' utilizzazione del punto di vista "esterno", sia la non espungibile epistemologia "interna" dei sottosistemi P e T e del complessivo sistema T-P. Ciò consente non solo di non perdere nulla riguardo a ciò che viene normalmente indicato tramite la coppia transfert-controtransfert e che, per molti, costituisce l'irrinunciabile ricchezza del metodo psicoanalitico, ma anzi di depurarlo delle residue incrostazioni naturalistiche, inserendolo in una cornice logica e metodologica adeguata nell'ambito della epistemologia dei sistemi soggettuali e dell'intero sistema duale come prima e fondamentale conseguenza del punto di vista "interno" e della necessaria autonomia dei sistemi. La distinzione tra il punto di vista "interno" ed esterno" permette, su scala più vasta, la soluzione del nodo gordiano, che da un secolo lega indissolubilmente nella seduta il lavoro tecnico-clinico, la ricerca e la costruzione teorica, permettendo anche per la psicoterapia psicoanalitica una più logica articolazione tra l'ambito della ricerca e quello della clinica.

     Al di là del livello strategico, che non può comunque essere compresso in questo breve spazio, la proposta promette una serie di vantaggi in territori più prossimi:

 a)    Anzitutto, la distinzione tra interazione e meta-interazione consente di limitare lo smisurato e onnicomprensivo allargarsi dell'ambito della tecnica, che, come si è da più parti lamentato, negli ultimi decenni, si è andata estendendo sino a occupare imperialisticamente tutto lo spazio dell'agire terapeutico. La tecnica viene ricondotta al suo semplice ruolo di procedura.

 b)    Tale delimitazione consente la demarcazione e definizione di un dominio, che esulava dalla tecnica già nella concezione freudiana e la cui necessità è stata a più riprese sottolineata negli ultimi tre decenni, seppure in termini di concettualizzazioni talvolta non chiare come "relazione reale", "holding", "empatia" e simili. La nozione di interazione consente di dare uno spazio a queste istanze senza cadere nella indefinibilità propria della "relazione reale", aprendo, invece, una "finestra delle variabili", che un osservatore-scienziato esterno potrebbe sondare tramite congetture empiricamente falsificabili.

 c)    Questa concezione implica una articolazione circolare tra i fattori di "attaccamento" e quelli tecnici e conoscitivi in particolare, ciò che, del resto, è malgrado tutto coerente con la tradizione che, sin dalla concezione freudiana del transfert positivo, ha sempre attribuito un ruolo ai fattori di attaccamento. In questo contesto, tuttavia, il ruolo principale viene attribuito ai fattori interattivi e non a quelli conoscitivi e tecnici. Molte ricerche, del resto, insistono su territo–ri analoghi o non dissimili, descrivendo in modo differente, rispetto al metodo tradizionale, ciò che effettivamente accade nella stanza di consultazione e identificando i fattori di mutamento nel quadro dell'esperirsi in relazione e dello sperimentare la relazione [15].

 d)    La delimitazione del dominio della tecnica da quello dell'interazione può favorire, una riformulazione del metodo in termini più operazionali e il conseguente sviluppo di procedure più formali di analisi contestuale in relazione ai vari capitoli della tecnica e ad ambiti come, per esempio,il transfert o la resistenza [16] , ciò che forse potrebbe anche contribuire a ridurre la porzione da delegare al buon senso.

 e)    L'interazione, malgrado la sua apparente inafferrabilità, può essere posta come il luogo privilegiato della ricerca e come una effettiva "finestra delle variabili", che può essere esplorata a vari livelli sia da un punto di vista descrittivo e classificatorio e sia da un punto di vista più prossimo a una effettiva ricerca sulle cause che producono il cambiamento. Dal punto di vista descrittivo, sulla base di una previsione generale secondo cui il cambiamento dovrebbe correlarsi positivamente con l'intensità dell'accoppiamento strutturale, si può ulteriormente congetturare che esso sia differentemente correlato con differenti tipologie di accoppiamento. E‚ almeno pensabile, per esempio, un forte accoppiamento strutturale, che rinforza invece che turbare le anticipazioni di P. In questa ottica si apre il compito di classificare e descrivere le configurazioni possibili non in base alla semplice psicopatologia, che in generale si ferma alla descrizione del sottosistema P, ma piuttosto per la via dello studio delle configurazioni del complessivo sistema P\T.

 f)    Infine dal punto di vista dei fattori attivi nel cambiamento, il fuoco della ricerca potrà collocarsi a vari livelli, prendendo in considerazione ipotesi molto "alte" come quelle cui si riferisce il CCRT di Luborsky oppure più "basse" e relative a sistemi di aspettative graduate come quelle congetturate dal San Francisco Phychotherapy Reserarch Group con la diagnosi di piano (Plan Formulation Method) [17] o variabili relative a una processazione congetturata a un livello più elementare secondo le ipotesi prese in esame per esempio da Seganti o anche più decisamente basse come suggerirebbe il modello proposto da Damasio.

     Tutta questa argomentazione poggia su assunti epistemologici e teorici che lo spazio non consente di esplicitare; sarà però almeno necessario dire che essa poggia su una concezione della conoscenza come processo complesso, che coinvolge tutto l'organismo nella risoluzione di problemi e non come risultanza dell'esercizio di funzioni parziali siano esse intellettive o emozionali. In questa ottica, la conoscenza non è un fattore di cambiamento, bensì la conoscenza è il cambiamento e il cambiamento è la conoscenza. Cambiare e conoscere sono omologhi; saperlo, anche in termini di insight, è meta-conoscenza. In questa ottica, ha poco senso contrapporre fattori conoscitivi e fattori di attaccamento o anche congiungere compromissoriamente conoscenza e attaccamento. L'attaccamento o, più precisamente, l'accoppiamento strutturale, non è un fattore di cambiamento, ma è la inevitabile matrice, la nicchia ecologica in cui "cambiare" può diventare necessario e possibile, allo stesso modi in cui per i gabbiani può diventare necessario e possibile (in ragione dei vincoli della propria struttura e delle "competenze" del loro organismo) modificare la loro abitudine originaria alla pesca in mare modificandola in "pesca nei rifiuti" o per gli storni inurbarsi e "conoscere" la città come luogo più adatto per trascorrere la notte.

     I fattori "conoscitivi" e quelli di "attaccamento" possono essere artificiosamente contrapposti, distinti (o anche congiunti) solo in ragione di categorie predefinite di concettualizzazione, cioè in ragione del modo e del contesto a partire dal quale si imposta e si definisce l'oggetto-problema "cambiamento". Il meccanicismo rappresentazionista e razionalista di Freud costruiva l'oggetto-problema cambiamento nei suoi termini propri e, dunque, in ragione della sua macchina fisicalista, cui la storia era in grado di conferire un bagaglio di rappresentazioni e la cui economia di investimento, poteva essere modificata tramite una conoscenza invertita dall'analista e comunicata al paziente. Questo era ciò che "sarebbe dovuto accadere" secondo la teoria. Ciò che invece concretamente accadeva era che, contro tutte le attese, il paziente non si modificava in ragione della conoscenza. Vennero così in primo piano la resistenza e il transfert, anzi, il transfert di resistenza, che la teoria inglobò come un detour, come groviglio da sciogliere preliminarmente onde poter avviare il teorema della conoscenza. Mentre Freud si industriava a conchiudere e perfezionare il suo dispositivo epistemico, inconsapevolmente si prestava, comunque, a vivere con i suoi pazienti una situazione di attaccamento strutturale, in cui "cambiare" poteva diventare, appunto, necessario e possibile e in cui, al di là delle tecniche e delle teorie, accadeva qualcosa, che oggi cominciamo a capire in modo nuovo.

    E‚ in un certo senso paradossale (ma comprensibile) che la disciplina che ha indicato agli uomini il significato e il valore dei vissuti infantili, dell'attaccamento e delle emozioni, che ha insegnato a comprendere le "storie" delle persone riconducendole alla "storia" del loro "essere con" la madre e il padre e che ha anche ricondotto i parametri generali di tutte queste storie alla "grande storia" della filogenesi e della evoluzione, si fondi su una teoria intellettualistica del cambiamento e faccia tanta fatica a riconoscere ciò che essa stessa ha promosso.

 


NOTE

[1] I resoconti dei due dibattiti sono stati pubblicati dal Journal of the American pshychoanalytic Association: il primo a cura di Hurst D. M (JAPA, 43,2, pp.521-537, 1995; Trad. it. Verso una definizione del termine e concetto di interazione, Interazioni, 2, 1997, pp.72-86) e il secondo a cura di Purcell S.D., JAPA. 43, 2, 1995, pp. 539-551; Trad. it. Prospettive di interpretazione dell'interazione, Interazioni, 2, 1997, pp. 86-97.

[2] In tale modello il termine interazione "connota la rottura dei corretti parametri del setting, nel quale fa irruzione una dimensione interpersonale, extra-psichica e psico-sociale, che è estranea al punto di vista psicoanalitico". M. PONSI, S. FILIPPINI, Sull'uso del concetto di interazione, Riv. di psicoanalisi, 1996, XLII, 4, pp. 567-594.

[3] Non giova alla chiarezza il fatto che, se si eccettuano alcuni convinti costruttivisti, in genere il tema della interazione non è trattato in modo puntuale, ma piuttosto a margine di altre questioni o in termini di dichiarata contrapposizione polemica nei confronti degli interazionisti. Raramente, per esempio, il discorso parte dal dato di fatto logico e fattuale secondo cui non può darsi una transazione tra due soggetti senza "interazione" a prescindere dalle intenzioni, dalle teorie e dalla volontà degli attori. Più spesso le argomentazioni o anche le scelte di campo nascono, invece, a ricasco di problemi molto caratterizzati da un punto di vista teorico come il transfert e il punto di vista intrapsichico oppure a partire dal problema che, con terminologia discutibile, viene talvolta espresso con il quesito se, in psicoanalisi, si abbia a che fare con una psicologia "unipersonale" o "bipersonale". In questi casi facilmente le preassunzioni teoriche fanno premio rispetto all' effettivo merito della questione. Più spesso ancora il discorso si svolge a margine di questioni generali relative al metodo e alla tecnica come l'interpretazione, l'acting, la non direttività o l'astinenza. In questi casi facilmente si approda a posizioni compromissorie, in cui la preoccupazione clinica prevale sulla chiarificazione teorica e concettuale. Talvolta si parte anche da questioni relative a problemi di classificazione delle tecniche (J. Oremland). Questo approccio indiretto non promuove la chiarezza e la definizione dello status quaestionis.

[4] Una discussione tra queste due posizioni antitetiche esige una preassunzione sul significato e sul ruolo della teoria. Se si assume che la teoria è una veritiera o verosimile descrizione dell'oggetto e che, dunque, la teoria psicoanalitica organizza una somma di conoscenze più o meno acquisite sulla natura dello psichismo, allora inevitabilmente gli assunti teorici assumeranno il ruolo di asserti dogmatici e ogni ipotesi teorica, che metta in discussione un punto cruciale, sarà da ritenere un pericoloso attacco alla solidità dell'intera costruzione e a una corretta concezione del procedere clinico e tecnico. Se si assume invece che la teoria è uno strumento, (nel senso di immateriale estensione del braccio!) allora il suo ruolo diventa quello di fornire congetture verificabili e la sua solidità dipenderà dalla operatività e verificabilità, mentre la sua resistenza alla morte sarà funzione della capacità dei ricercatori di trovare ipotesi più convincenti. In questa seconda ottica il problema non è, per esempio, se il transfert esiste o non esiste, ma piuttosto se la teoria del transfert sia da considerare logicamente coerente in sé stessa e in rapporto al tessuto teorico contestuale;se essa sia formulabile operativamente in modo da poter porre domande discriminanti e raccogliere dati significativi; se, infine, non essendo stato falsificata, risulti o no più esplicativa delle congetture alternative e concorrenti. In psicoanalisi è stata purtroppo sempre prevalente la prima accezione di teoria e ciò ha spesso impedito di distinguere e le "spiegazioni dei fatti", tanto che spesso i concetti e le spiegazioni sono diventati "fatti", come il transfert, appunto.

[5] E‚ noto che l'attuazione concreta di questo schema trovò due difficoltà, che introdussero più di una complicazione: 1) anzitutto P oppone "resistenza" e la t\P incluse la resistenza come espressione della stessa forza causativa del sintomo; 2) P manifesta comportamenti spiegabili soltanto attraverso una sua teoria soggettiva a riguardo dell'analista: la t\P incluse la t.sogg.\P come riproposizione di un vissuto o schema di vissuto o derivato di un vissuto pregresso (transfert). Bisognerà eliminare "resistenza" e "transfert" per rendere attivo lo schema di base della terapia.

[6] L'espressione più chiara di questa posizio–ne è il concetto di "mondo rappresentazionale" (Sandler e Rosemblatt), che tra l'altro poggia sul presupposto secondo cui il livello di descrizione e spiegazione del mondo rappresentazionale, del mondo degli "oggetti interni", si correla in modo semplice e diretto al livello di spiegazione processuale proprio della teoresi freudiana.

[7] Trattando dei vari "metodi" psicoanalitici Rapaport scrisse: "Penserei che il primo per importanza di questi metodi specificamente psicoanalitici sia la costellazione psicoanalitica: una relazione stabile di due persone. In futuro mi riferirò a questa come alla "relazione interpersona–le". Questa sembra essere la caratteristica più specifica del metodo psicoana–litico. D. RAPAPORT, La metodologia scientifica della psicoanalisi (1944-1948), in Il modello concettuale della psicoanalisi, Feltrinelli, Milano, 1977, p. 112.

[8] Per la nozione di "complessità" cfr. BOCCHI G, CERUTI M., La sfida della complessità, Feltrinelli, Milano, 1985.

[9] Come ha recentemente ricordato Migone, "rileggendo gli scritti di Freud, si possono evidenziare due fattori principali che hanno caratterizzato la teoria della cura in psicoanalisi: uno può essere chiamato comprensione intellettuale o cognitiva, esplorazione, insight, interpretazione, ecc., mentre l'altro fa riferimento al legame affettivo con l'analista, al rapporto emozionale, ed è stato chiamato in vari modi tra cui transfert positivo, attaccamento, ecc.". MIGONE P., 1995, pp.102-103.

[10] Il progressivo e prepotente imporsi del transfert e del controtransfert sino ad occupare l'intero spazio della terapia più che una testimonianza della vitalità della teoria può essere, invece, considerato come il risultato imprevedibile di un vero e proprio esperimento spontaneo di epistemologia genetica, come l'imporsi incoercibile della epistemologia "interna" della coppia terapeutica, che ha imposto la sua sostanza intersoggettiva persino a una teoria naturalistica, che tendenzialmente (e non solo tendenzialmente) la nega.

[11] MITCHELL S.A., Quando l'interpretazione fallisce: un nuovo sguardo all'azione terapeutica della psicoanalisi, in L. LIFSON, The therapeutic action of psychodynamic psychotherapy, Hillsdale,, NJ, Analytic Press, 1996, trad. it. M. Conci (dattiloscritto).

[12] Questa, del resto, è l'ipotesi più ricorrente di spiegazione del paradosso dell'equivalenza, cioè del fatto che l'efficacia delle psicoterapie risulta non correlata con le specifiche tecniche usate. Non vi è tuttavia una interpretazione univoca di questo dato. Luborsky e AA, elencano otto possibili ragioni per spiegare il paradosso della equivalenza. L. LUBORSKY L., DIGUER L., LUBORSKY E., SINGER B., DICHTER B. SCHMIDT K. A., The efficay of dynamic psychotherapy. is it true that "everyone has won and all must have prizes"? in MILLER N., LUBORSKY L., BARBERJ.P., DOCHERTY J (editors), Psychodynamic Treatment Research. A Handbook for Clinical practice, Basic, Books, New York, 1993.

[13] SEGANTI A., La memoria sensoriale delle relazioni, Boringhieri, Torino, 1995, pp. 93-94. Più avanti a questo stesso proposito egli annota: "Il portatore di un‚aspettativa patologica tende (...) a interagire in modo tale da sperimentare il contrario di quello che sente e teme possa accadergli per causa dell'altro e ad assumere un ruolo opposto a quello che teme gli venga attribuito". Ib., p. 99.

[14] Un tentativo di descrizione coerente dello spazio interazionale, in cui sono anche individuabili un certo numero di regole dell'interazione è offerto da A. Seganti a partire dal tema della minaccia all'organizzazione coerente del proprio sé e del ruolo delle anticipazioni negative che"... scarsamente percepite dalla coscienza del soggetto, ma fortemente percepite a livello sensoriale (...) assumono una forma perentoriamente prioritaria e (...) sospingono il paziente (...) a riprodurre contro la sua volontà situazioni negative nelle nuove relazioni". Ciò naturalmente accade anche nella situazione terapeutica così che il paziente si trova in " una situazione contraddittoria per cui viene in analisi al fine di modificare quel tipo di situazione che invece si accorge con disappunto di ripetere", mentre "...il terapeuta, che non può esimersi dal partecipare, può offrire come unico differenziale, rispetto alla situazione di relazione negativa che torna a manifestarsi, quello di riconoscere la parte che egli stesso ha avuto nel determinarla". Stabilito che "le esperienze relazionali (...) si sviluppano all'interno della matrice delle aspettative negative di entrambi i partner della relazione" l' A. Identifica tre possibili esiti relazionali che indica come "reciprocità", "esclusione", inclusione". SEGANTI A., op. cit., pp. 96-107 (passim).

[15] Seganti introduce una ipotesi secondo cui "ogni relazione viene influenzata dall'impatto, continuamente rinnovato, tra le aspettative di incremento e di decremento dell'efficacia soggettiva e l'esperienza corrente. La presenza di tali valutazioni anticipatorie si traduce nella esperienza della vita come il rapido crearsi di una sensazione di "certezza" sensoriale, che inquadra tutto quanto accadrà di volta in volta in una relazione (positivo o negativo che sia il segno del tono edonico), in termini che possono essere parafrasati nella continua e rapida applicazione alla esperienza della seguente formula: "Indipendentemente dalla forma occasionale che sta assumendo la relazione corrente, prevedo che, per ciò che riguarda il mantenimento del mio sentirmi vivo, integro e coerente, potrò contare sull'aiuto dell'altro a portare avanti i miei programmi ed espandere la mia efficacia nonostante alcune cadute del suo flusso (1). Tuttavia, quando questa caduta di efficacia dovesse raggiungere l'intensità X, dovrò dispormi a cambiare il modo di stare nell'interazione". (SEGANTI A., op. cit., p. 84). A partire da questa ipotesi Seganti afferma che dunque il flusso degli stati interni associato alla presenza dell'altro può essere rappresentato seguendo una struttura binaria (fermati\continua oppure 0\1) in cui le "microrotture del coordinamento relazionale hanno valore 0 e le sintonizzazioni hanno valore 1. Conseguentemente: "Da un lato... troviamo le aspettative relative agli stati di sicurezza collegati agli episodi di reciprocità, in cui il flusso soggettivo connesso all'interazione è legato a un‚influenza espansiva della presenza dell'altro, per cui la sua segnalazione in codice binario è quella di una stringa del tipo (...1, 0 , 1, 1, 1, 0, 0, 1 ,1 ,1, 1, 0, 0, 0, 1, 1, 1, 1, 1...).

All'altro estremo troviamo le aspettative degli stati di integrità, dove la presenza dell'oggetto è avvertita avere un effetto di contrazione sulla disponibilità ad impegnarsi nella relazione e quindi a determinare una forte spinta verso lo svincolo dalla relazione. L'oggetto produce una fase di prolungata contrazione dell'efficacia soggettiva del soggetto, tale da determinare la necessità di produrre l'efficacia in modo autoregolato. La segnalazione di tale stringa in codice binario è tale che (...1, 1, 0, 1, 0, 0, 1, 0, 0, 0, 1, 0, 0, 0, 0, 1, 0, 0, 0, 0, 0, 0...). Ib., p. 85.

[16] Per quanto riguarda il transfert, per esempio, si può provare a intenderlo secondo una definizione che tenga presente, anche un punto di vista operazionale e cioè la possibilità, almeno, di descrivere operativamente le procedure necessarie per congetturare un "transfert" nella situazione terapeutica. Si potrebbe per esempio assumere che il transfert è una ridondanza modulare dell' azione di P e in particolare, una ridondanza nella sua modalità di contestualizzazione. Tale modularità è effetto dell'esercizio delle regole di costruzione dei contesti e dei contesti dei contesti secondo regole che sono inferibili dal comportamento e in particolare dall'analisi degli isomorfismi riscontrabili 1) nella struttura dell'organizzazione sistemica e intersistemica di P ricavata dall'analisi della sua narrativa, 2) nella struttura delle relazioni intersoggettive di P ricavata dall'analisi anamnestica, dalle sue vicende e dalla sua organizzazione di vita, 3) nella struttura dell'interazione tra P e T dal punto di vista delle contestualizzazioni di P e della conseguente intenzionalità dei suoi scopi e delle sue azioni. Sono stati enumerati almeno 17 metodi per ricavare e studiare costrutti analoghi a quello qui indicato fra i più conosciuti si possono ricordare: il CCRT (Core Conflictual Relationship Theme) di Luborsky, la "Diagnosi di piano" (Plan Formulation Method) di Weiss e Sampson, il "Frame Method" di Dahl, il PERT (Patient‚s Esperience of the Relationship with the Therapist) di Gill e Hoffman.

[17] WEISS J., SAMSON H. & THE MOUNT ZION PSYCHOTHERAPY RESEARCH GROUP,, The psychoanalytic Process: Theory, Clinical Observation and Empirical Research, Guilford, New York, 1986.


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