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PSYCHOMEDIA
Telematic Review
Area: Psico-socio-analisi

PSICO-SOCIO-ANALISI: FONDAMENTI UNO

Trascrizione di un seminario di Luigi Pagliarani (1989)
a cura di Ermete Ronchi

Terza ed ultima parte

 

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18. Coppia interna e angoscia della bellezza - dialoghi

- Partecipante: Vorrei chiederle attorno al problema dell'angoscia della bellezza. Mi sembra che ci sia una condizione originaria dell'affettività, dei sentimenti, legata al rapporto madre-bambino, un rapporto da un lato che comporta il distacco, la sofferenza, la depressione, l'angoscia, e dall'altro il contatto positivo, quello del nutrimento che costituirebbe la bellezza. Il sentimento che lega angoscia e bellezza può sembrare in parte contraddittorio per lo meno indica una situazione piuttosto complessa. La bellezza dovrebbe dare origine a gioia e non ad angoscia. Vorrei qualche chiarimento sul sentimento della depressione che d'altra parte sembra essere un sentimento ricorrente e presente nella vita adulta. Molto comprensibile l'esistenza di un senso di vuoto, di depressione, di angoscia che sarebbe poi anche alla base della malattia e della salute mentale. Vorrei un chiarimento in particolare sul problema dell'angoscia della bellezza perché rappresenta effettivamente un termine un po' inconsueto.

- Pagliarani: Io qualcosa da dire l'avrei, però vorrei sentire intanto se ritenete di intervenire sulla domanda o con altre domande in modo che io possa verificare un po' che cosa vi è arrivato da ciò che ho detto fin qui.

- Partecipante: Rispetto al discorso del potere, della forma buona e della forma cattiva, cioè del potere da una parte come esclusione e monopolio, e dall'altra come integrazione, a me ha fatto venire in mente una mia esperienza lavorativa - e un po' anche il lavoro che ho fatto per la tesi - sui conflitti che ci sono all'interno della mia equipe di lavoro, e così mi interrogavo un pochino sulle possibilità di superare certi ostacoli. Cioè mi chiedevo qual è la strada per superare una situazione conflittuale che per altro in tutti gli anni di esperienza che ho, vedo; e vedo anche adesso che sono in una scuola, un'istituzione pubblica molto diversa da quella precedente, un CPS di un servizio psichiatrico. Anche ora quei problemi ci sono, e io personalmente, adesso, riesco forse a viverli con un po' più di saggezza con un po' più di distacco. Vedo che esiste la coppia privilegiata, che esiste il potere gestito in un certo modo, che c'é un caos organizzativo, che ci sono cinquantamila cose. E il gruppo è sempre in difficoltà.

- Partecipante: Mi può fare un esempio di conflitto?

- Partecipante: Per esempio nel CPS, in psichiatria; mi collego al discorso del conservatore e dell'innovatore. Lì c'era il problema tra chi voleva riabilitare e quindi fare un progetto di tipo evolutivo rispetto al paziente tenendo conto naturalmente di tutte le difficoltà, paure, angosce, ecc. però comunque una spinta più evolutiva e invece una spinta più conservatrice, più regressiva, più collusiva col paziente. Io per esempio su questa cosa ho lavorato ed ho lavorato utilizzando anche un'interpretazione di tipo psicoanalitico, riuscendo a fare una fotografia delle varie culture, degli operatori, ecc. Però devo dire che per il tipo di formazione, di cultura che c'era in quel tipo di servizio la maggioranza degli operatori aveva ben chiaro il tipo di conflitti che c'erano. Questo tuttavia non ha assolutamente modificato la situazione e la mia scelta personale è stata quella di andarmene da quell'istituzione nella quale non riuscivo comunque a modificare nulla. Poi ci sono tante cose che portano a una decisione, non è stato solo quello, però anche quello. Ora io mi chiedo se il superamento di una situazione di tipo conflittuale è dato dalla lettura e quindi dall'interpretazione, dal fare la tara rispetto a quello che ognuno investe in quel tipo di situazione, oppure se questo non è sufficiente. Il discorso della forma buona e della forma cattiva del potere, l'aggettivo buono e cattivo, mi ha rimandato un po' all'interrogativo se questo non sia una sorta di problema etico. Ricordo quando ho discusso la tesi che c'era un po' questo discorso di fondo, di aspirazione a un'integrazione dei vari codici affettivi, che poi è il discorso dell'integrazione cioè il potere come integrazione come comunicazione più sana. E - si diceva - la famiglia cattiva dove la mettiamo? Cioè questa antinomia buono, cattivo, riuscire a lavorare bene e a stare bene è qualcosa che ha a che fare con un imperativo etico oppure, come si colloca? Come mai questo tipo di aggettivazione? Non parliamo di efficenza, o di professionalità, o di sano/patologico. Questi termini buono e cattivo a che cosa rimandano? Perché poi rispetto all'interpretazione, anche valida, comunque questo non sempre o raramente porta di fatto ad un miglioramento o ad un migliore funzionamento dell'istituzione?

- Pagliarani: Mi sembra di capire che lei voglia dire: la presa di coscienza non è sempre risolutiva, quindi cosa si fa? e cosa vuole dire questo rimando al buono-cattivo? E' così?

- Partecipante: Sì.

- Partecipante: A me invece interessa molto l'aspetto che lei ha messo in evidenza: la relazione nella coppia nell'ambito del lavoro. E quindi la coppia madre-figlio, maschio-femmina perché io penso che da quando la donna lavora, e quindi questa relazione non avviene più solo tra uomo-uomo, siano nati ulteriori problemi, nel senso che comunque una donna è donna e un uomo è sempre uomo. Per cui quando la relazione è tra uomo-donna ed è all'interno della coppia uomo-donna che si instaura una relazione madre-figlio o maschio-femmina, le cose si complicano molto. Io poi lo vivo anche realmente nell'ambito del lavoro. Forse è più difficile per una donna gestire, perché ci sono tante cose da considerare nel gestire una relazione del genere, nei due sensi diciamo. Si possano instaurare anche delle dinamiche difficili.

- Pagliarani: Lei si riferisce ad una situazione sul lavoro?

- Partecipante: Sì, sul lavoro, all'interno di una coppia che si forma per esempio col capo oppure quando il capo è una donna, o quando una donna invece impara. Volevo sapere se ci sono degli studi se ci sono riflessioni in merito.

- Pagliarani: Lei può fare un esempio da cui si ricava che per una donna è più difficile?

- Partecipante: Certo, io per esempio penso al mio caso personale. Ho avuto, nei casi in cui sono stata io allieva, un capo da cui io dovevo imparare. Questo capo con me era molto materno ed era molto protettivo e mi teneva nella bambagia. Dopo pochi mesi di lavoro questo capo è andato via. Io mi sono ritrovata invece in un ambiente "normale", ma che io vedevo come un ambiente anormale, perché non ci ero abituata. Da quel momento io ho dovuto fare esattamente il contrario avendo preso praticamente la responsabilità di un prodotto. Cioè in quel momento io incarnavo un capo, forse non ero proprio un capo, e comunque avevo una responsabilità. Quindi sono passata di punto in bianco da una situazione in cui ero figlia ad una situazione in cui ero maschio e lì sono stata rifiutata, sono stata anche certe volte denigrata come donna con frasi del tipo "tu sei donna" o altro. Io credo che se fossi stata un uomo non avrei avuto queste difficoltà.

- Pagliarani: E il capo perché non c'era più?

- Partecipante: Lui è andato via perché si è licenziato, ed è stato sostituito dopo sei mesi, perché io mi sono lamentata. Sono stata malissimo in quella situazione. Insomma, secondo me, se fossi stata un uomo, sono sicura non sarebbe stato così.

- Pagliarani: Anch'io sono d'accordo. Io ho fatto un'indagine sul capo donna che, se vuole, le darò. E' un'indagine di qualche anno fa. Comunque mi piacerebbe, senza con questo forzarvi, che ognuno dicesse la sua. Anche perché come vedete vengono fuori gli aspetti più diversi, l'angoscia della bellezza, buono-cattivo, presa di coscienza, il più difficile per la donna.

- Partecipante: La cosa che ho capito meno di quello che lei ha detto riguarda l'angoscia della bellezza. Ho visto che in me è scattato un meccanismo un po' particolare, per cui alla fine mi son detto, che forse non ho ascoltato, o che quello che ascoltavo entrava in uno schema precostituito. Mi ha fatto tanto piacere che ne parlasse perché era proprio questa cosa dell'angoscia della bellezza che mi interessava. Come lei ha parlato di un'angoscia della bellezza, io ho subito scritto alienazione della bellezza-depressione. Ecco perché per me l'angoscia della bellezza é una sorta di pessimismo all'inglese; cioè "è bello, esco con l'ombrello". Per me è lo stesso: c'è bello, ma poi non ci sarà, poi lo perderò. Non so a quel punto cosa lei abbia detto perché come lei ha detto quella frasetta io ho pensato alle perdite; e quando lei ha finito, e ad un certo punto lei era su un altro punto. Non ero distratto, ho pensato ai casi miei, cioè al mio vissuto piuttosto che ascoltare quello che lei ha detto; per cui non so quello che lei ha detto. Le chiedo se lo può ripetere.

- Pagliarani: C'è qualcun altro?

- Partecipante: Sinceramente non mi viene una domanda specifica e credo che anche questo abbia un suo significato. La considerazione che mi veniva era sempre in riferimento alle esperienze che ciascuno sta facendo sul concetto di depressione legato al discorso dell'angoscia della bellezza. Cioè a me sembra di notare, lavorando in azienda, grosse difficoltà nel riuscire a coniugare i propri valori personali con i valori dell'azienda. E come spesso questo porta ad un paradosso anche se noi vediamo che specialmente nelle nuove leve forse questo discorso è ancora più sentito e quindi come questo generi o possa generare una sorta di depressione. Mi chiedevo, riferendomi al transito tra i vari quadranti della finestra psico-socioanalitica, se si potessero vedere in relazione a questo i valori della gente, i valori della persona, specialmente di se stessi. E questo è un tema a cui spesso io mi sono trovato di fronte e al quale non so dare una risposta.

- Pagliarani: Da quanto tempo lei lavora in azienda?

- Partecipante: Dall'inizio dell'anno.

- Pagliarani: Da poco allora. Come si trova?

- Partecipante: Abbastanza bene.

- Partecipante: Io vorrei dire una cosa che più che altro è una cosa che ho sentito molto quando la diceva e che anche adesso è tornata fuori. Lei ha detto che la relazione è la risorsa fondamentale. Io me ne sto proprio accorgendo perché è la cosa che sento di più in questo momento nel mio lavoro. Al di là degli interventi fatti con le modalità che ci insegnano alla scuola, quello che permette veramente un'evoluzione è la relazione che c'è fra te e la persona. E questo proprio al di là degli interventi progettati bene. E' la relazione quella che passa.

- Pagliarani: Io partirei proprio di qui. Tra parentesi: al prossimo seminario vi verrà data la presentazione al libro di Schein di cui vi ho parlato. Il libro uscirà tra un mese, penso, e la pubblicazione è stata un po' ritardata perché io non trovavo il tempo di scriverne la presentazione. Il libro è tutto sull'importanza della relazione per cui vi direi di leggere quel testo. Quest'ultima domanda suggerisce una precisazione che io non ho fatto.

La coppia, così come ho cercato di esemplificarla, e la relazione fino adesso è stata presa in considerazione come relazione con l'altro. Però la relazione, e questo mi permette di arrivare alla sua problematica, la relazione che dobbiamo considerare è anche con noi stessi. Anche noi siamo una coppia. Per esempio quando uno di voi ha detto "non mi viene una domanda specifica e credo che anche questo abbia un suo significato" e poi in realtà qualcosa ha tirato fuori, anche lì c'è una coppia. Interna, di me e me stesso potremmo dire genitore e bambino. La lingua francese - che per dire "Io" usa, a seconda dei casi, "Je" e "moi" - permette di capire meglio questa distinzione interna. Il genitore dice al bambino "tu stai zitto perché quello che hai da dire non è di grande interesse". La cosa interessante uscita anche in un altro intervento, a parte il problema proposto, è che, a un certo momento, nel pormi la domanda circa l'angoscia della bellezza, lei mi comunica anche un suo stato d'animo e dice "io ho sofferto però non ho sentito, non so..." cioè lei ci ha comunicato la relazione oltre che con quel che io stavo dicendo anche la sua relazione con se stesso. E proprio perché ha comunicato questo fatto di non aver ben a capito, come dire ? "non le sono arrivate le mie parole"- con ciò lei ci ha dato un segno importante sul nostro comunicare. Non voglio fare della psicoanalisi in questo momento, però è un segno che tutti abbiamo toccato qui, un punto per il quale lei è particolarmente sensibile. Tanto che l'ha un po' spiazzata.

Tutto questo per dire che la prima relazione che dovremo prendere in considerazione è la relazione con noi stessi, considerando che siamo genitori e figli di noi stessi. Su questo punto possiamo esplorarci in genitus. E posiamo scoprire che spesso siamo nei nostri confronti, in quanto figli, genitori molto ma molto più severi e spietati di quanto non siano stati i nostri veri genitori. Mi ha colpito il modo col quale un altro partecipante al gruppo ha introdotto quello che poi ha detto. Ha parlato dopo di me e ha detto "a me invece ..." chissà perché "invece". Mi sembra una specie di prefazione come dire, "chi mi ha preceduto ha trattato un argomento, io però ho quest'altro". Sembrava quasi una sorta di prefazione per dire "scusatemi se tiro fuori questo problema", o qualcosa del genere.

Ascoltandosi in genitus potrebbe scoprire che lei ha delle cose da dire ma lei stessa, autrice delle cose che dirà, ha verso la propria produzione una valutazione, almeno iniziale, prima di prendere coraggio, non molto incoraggiata e incoraggiante. Allora questo per dirvi - e mi guarderei bene dal fare un'"analisi", la faccio tutti i giorni e non è nel nostro contratto di oggi tenere una seduta di psicoanalisi - come è importante abituarsi a relazionarsi con se stessi. Proprio perché spesso, soprattutto se non siamo dei Narcisi, tendiamo a vedere il buono, il bello, il perfetto, il ben fatto, altrove: in quel libro, in quel maestro, in quella istituzione; ed è questa la relazione di cui parlavo in precedenza. Per usare un linguaggio kleiniano, è proprio un espellere le parti buone di sé e metterle nell'altro. Allora tutto questo mi serve anche perché io all'inizio vi ho detto, citando Groddek, che la psicoanalisi è fondamentalmente resistenza, difesa e transfert.

 

19. Analisi del contro-transfert

Ogni relazione avviene nel tempo presente. Viverla realisticamente comporterebbe lo stare nel qui e adesso, nell' hic et nunc, sennonchè succede - ecco la tara - che venga talora vissuta alla luce - o al buio? - di emozioni e situazioni che appartengono all'altrove e ad un tempo passato, all'illic et tunc. Ecco il transfert. Però questo termine transfert, quando si tratta di situazioni di lavoro, io preferisco chiamarlo "dislocazione". E' lo stesso, ma è bene distinguere anche concettualmente le due situazioni; anche perché il transfert in analisi, in psicoterapia, viene elaborato, mentre nel caso della dislocazione, non c'è un contratto per cui a un certo punto o il capo o lei o uno dei noi due dice: "un momento, siccome le cose tra di noi non vanno, vogliamo elaborare il nostro reciproco transfert?". Questo non succede; semmai l'operazione la deve fare o il capo, se si rende in un secondo tempo consapevole o se si avvale di una consulenza psicosocioanalitica al ruolo, oppure la fa il dipendente che cerca di capire come mai il capo si comporti così. E' un po' la stessa cosa, e non. Perché nel caso della dislocazione l'eventuale elaborazione avviene prima di tutto sul versante personale, soggettivo. L'importante qui è abituarsi a fare quello che gli psicoanalisti chiamano l'analisi del proprio controtransfert.

Perché la cosa non vi sembri difficile: in soldoni la pratica del controtransfert consiste nell'interrogarsi sulla tara. Cioè un chiedersi, su quello che io sto provando nella situazione critica, quanto di quello che di disturbato succede (sicuramente imputabile per certi versi ad altri) in che misura per altri versi è anche imputabile a me. Anche perché, se io faccio prima questa operazione di tara e di sottrazione di quanto nella relazione sia imputabile a me, quello che poi potrò imputare agli altri sarà molto più oggettivamente accertabile, in quanto il quadro non è più - almeno per ciò che mi concerne - lordo, bensì più netto, cioè alleggerito della tara, di quanto di mio - proveniente dall'illic et tunc - vi dicevo poco fa.

Nel primo caso, se la colpa la assegno tutta agli altri, potrebbe esservi una paranoia, una proiezione; se invece ho fatto questa operazione tendente a filtrare, a sottrarre quello che presumibilmente dipendeva da me, ho già un primo risultato oculistico: la visione che ne scaturisce sarà diversa. Senza voler entrare nel merito - magari ci entrerò poi - ma, utilizzando come esempio quel che qui è stato detto a proposito di quei mesi di inferno che si sono creati quando quel capo è andato via e non era ancora venuto il sostituto, lì - per esempio - può darsi che le cose avrebbero potuto essere meno infernali se a un certo punto lei si fosse anche chiesta "ma in che misura quello che succede dipende anche da me". Potrebbe darsi - lo dico soltanto a titolo di ipotesi e per farmi capire - che a certe situazioni che lei sentiva come ingiuste, lei abbia reagito in un modo che favoriva non la comprensione ma acutizzava il conflitto. Il tutto per dimostrare che questa operazione di abituarsi all'autoanalisi - tipicamente psico-socio-analitica - in genere, e alla sottrazione dell'eventuale tara in particolare, è molto redditizia.

- Partecipante: Non è facile perché se una situazione suscita ansia e tu vedi che provi ansia accade che non riesci a capire qual è la cosa che suscita quell'ansia.

- Pagliarani: Sì, non è facile, è facile a dirsi, lo so benissimo, a partire da me stesso, benché questa "astuzia" la venga insegnando. Però, intanto oggi voi vi trovate di fronte a una prima immersione in questo universo, e avete davanti tutto un percorso. E il fatto poi di avere sperimentato qui, in vivo, oggi, quest'emozione, è già un arricchimento. Faccio un esempio personale: ho già dei problemi miei per cui arrivo a casa non ben disposto; poi succedono delle cose a casa, sarà perché sono stanco, o perché aspettavo un rifugio che invece non è così caldo e accogliente come avrei desiderato, sta di fatto che sono ulteriormente irritato e amareggiato; dopo di che, tra una telefonata e un'altra, finisce che io e mia moglie litighiamo; e siccome io ho - o pretendo di avere - una memoria migliore di quella di mia moglie, succede che questa memoria io la utilizzi per dimostrare con molta precisione, con logica stringente, che appunto il torto è tutto suo, sicché con la mia memoria e mia logica, io la incastro. Risultato: non ci intendiamo, e lei mi fa il muso; dopo di che io magari mi isolo, vado nello studio ancora incazzato, e comincio a sentire della musica, oppure lavoro, ma piano piano sento che non lavoro bene. Allora cosa faccio? Solo a quel punto comincio a dirmi " un momento!". Riprendo il tutto e mi scopro sadico con la mia logica stringentissima che non faceva una grinza - perché non è che m'inventavo, era tutto vero quello che dicevo - ma usato in quei termini ... e così identifico la mia tara. Solo a questo punto comincio a recuperare il rapporto, proprio perché ora sono in grado di scoprire le mie responsabilità. E siccome il rapporto mi interessa, a questo punto sono anche in grado di lasciar perdere la polemica. Magari mia moglie è di là, che legge, e allora riprendo il dialogo, ma con un'altra tonalità. L'esempio personale per dirvi che può succedere che la capacità di auscultarsi sopravvenga in un tempo secondo. Ma anche terzo. Certo, non è facile. Sono il primo a dirlo. L'importante è che in un momento, quale che sia, ciò accada. E che siamo addestrati a farlo accadere.

Ho fatto questo esempio, ma ci sono anche i casi in cui non so fare quest'operazione e il giorno dopo sono ancora lì col muso. Prima o poi uno dei due mollerà. L'importante comunque - se volete, io da questo punto di vista sto scoprendo l'acqua calda - è ricordare quel che la saggezza greca suggeriva con l'avvertimento: "conosci te stesso". E questo in fin dei conti è il controtransfert. Semmai, l'operazione della sottrazione della tara vuole essere un'indicazione di metodo - o di tecnica - per effettuare in concreto il "conosci te stesso".

La psicoanalisi aggiunge inoltre: "conosci te stesso nella relazione con te e nella relazione con l'altro". E cos'è che si scopre? Io comincio a cambiare la visione della situazione quando mi accorgo che il mio irritarmi, che il mio incrudelire nei confronti di mia moglie era dovuto al fatto che - nel profondo - ce l'avevo con me stesso. Perché ero insoddisfatto di certe cose che o non avevo fatto che avrei voluto fare, o che le avevo fatte male. Per cui facevo, in questo senso, paranoicamente pagare a lei quello che masochisticamente avrei potuto, esagerando in un altro senso, far pagare a me. Ecco perché la prima cosa, si potrebbe dire, è quella di interrogarsi sulla relazione con se stessi. Facilissimo a dirsi... Poi, come seconda tappa, sulla relazione con l'altro o anche col compito. Quella presentazione del libro perché non mi viene? Da 15 giorni dovevo consegnarla all'editore però non mi veniva, non avevo voglia di mettermi lì, mentre mi ero dedicato a tante altre cose. Poi siccome avevo detto che l'avrei consegnata lunedì, e martedì non l'avevo ancora scritta, ho avuto un momento di smarrimento. Sta di fatto che mi sono messo lì martedì sera verso le 10, utilizzando il computer per far prima, e verso l'una l'avevo abbozzata, però poi non mi piaceva, insomma ho fatto le 5 della mattina. Con un gran sollievo perché finalmente mi ero sgravato.

Vengo all'angoscia della bellezza. Io non pretendo di esaurire la serie di interrogativi che la questione che lei ha posto solleva. Le dico solo alcune cose. Il conflitto intanto; e lei questo lo ha già detto, mentre il conflitto normalmente impaurisce, perché si sta molto meglio quando si è in pace, però il conflitto se fa paura è fonte di creatività. Perché a proposito di quel problema che lei diceva c'è la tesi, c'è la controtesi, c'è la conflittualità ma quella conflittualità forse vuole dire anche che sia la soluzione “A” sia la soluzione “B”, buone che siano, sono riduttive o parziali. Nel conflitto c'è questa sensazione; se lo sappiamo elaborare forse viene fuori quello che altrimenti non verrebbe fuori e a cui contribuiscono tutti e due i fronti. Ma la cosa che nascerà sarà diversa rispetto e alla versione A ed alla versione B; quindi intanto si tratterebbe di vedere nel conflitto una validità euristica. Dal conflitto già parlava Eraclito: la guerra - anzi diceva polemoV - è la madre di tutto le cose. Naturalmente anche questo è facile da dirsi ma quando si è in conflitto i nervi saltano. Allora l'importante è che i contraenti comincino con l'analizzare se stessi sul perché così vanno le cose.

 

20. Sentimenti ed educazione sentimentale

Nel gruppo analitico ho un paziente, che è un uomo d'azienda, il quale porta sempre dei casi tra lui e sua moglie per dimostrare con una logica stringente - nella quale sono professore - che i torti sono sempre di sua moglie. Stando ai dati oggettivi ha ragione; solo che non tiene conto che quando sua moglie si lamenta con lui di una cosa che lei ha fatto, e che lui le aveva detto di non fare perché avrebbe prodotto quello che realmente si è verificato, non capisce che lei sta dicendo un'altra cosa. E vero che la moglie si riferisce a quel fatto, ma si riferisce anche al loro rapporto. E lui non ne tiene conto - non può tenerne conto se no si deve deprimere - che la moglie è insoddisfatta del modo in cui lui si relaziona con lei. E quindi il lavoro che stiamo facendo è quello di ri-educazione sentimentale. Io ormai la psicoanalisi la definisco così: è un'educazione sentimentale alla gestione delle emozioni e dei sentimenti. Allora l'altra operazione da fare è quella che io chiamo del triangolo strategico. Ci sono io, cioè ognuno di noi, ci sono gli altri, e c'è l'obiettivo, dell' istituzione; lo potete chiamare anche la missione, lo scopo.

 

 

Per esempio facciamo il caso della selezione di cui abbiamo parlato prima. "Io" è il selezionatore che deve rispondere a un'azienda che gli ha detto "selezionami il tal profilo". "Gli altri" sono sia tutti quelli che si presentano alla selezione, sia il committente sia tutti quelli che in un modo o nell'altro sono coinvolti. Tra "gli altri" ci può essere anche la sua famiglia; il lavoro che fa deve tenere conto anche delle esigenze della famiglia. L'"obiettivo" è quello di trovare il candidato ideale. Il triangolo strategico richiederebbe che ci sia - queste sono tante relazioni - una positività nella relazione tra me selezionatore e l'obiettivo, tra me e gli altri, e degli altri con l'obiettivo. Qui c'è anche il cliente in un certo senso, oltre che il committente. Spesso invece questa situazione è sbilanciata soprattutto nelle istituzioni. Per esempio c'è il tipo che pensa solo a sé e vede, nel raggiungimento dell'obiettivo, una sua autogratificazione, strumentalizzando però gli altri. Per cui c'è positivo un vertice ma sono negativi gli altri ed è negativa la relazione. Oppure ci può essere il contrario. Stavolta pur di raggiungere l'obiettivo e purché gli altri si sentano gratificati e ci sia un buon rapporto degli altri con l'obiettivo, lui si sacrifica, e anche questa è una situazione sbilanciata. Potete voi esercitarvi a immaginare tante altre possibilità di squilibrio. Allora che cos'é che può facilitare il recupero o per lo meno un assestamento più armonico tra i tre lati: il richiamo all'obiettivo in nome dell'amore.

La scuola. La scuola esiste e permette agli insegnanti di fare il loro lavoro e di pigliare il loro stipendio perché ci sono dei bambini. Allora l'oggetto d'amore - direbbe un kleiniano - devono essere i bambini. Ma quando c'è conflittualità dobbiamo andare a vedere - e questo provoca depressione - in che misura noi, con tutte le cose che diciamo, etiche o non etiche, in che misura abbiamo una relazione d'amore verso l'oggetto fondamentale.

 

21. Puer-cultura

Ma qual è l'altra operazione. Io non lo svolgo ora, avrete modo di sentire durante lo svolgimento dell'intero corso l'ultima psicosocioanalisi e quella dell'ultimo Bion che in parte vi ho anticipato prima con la storia dei due stili di gestione della sovranità. Qui desidero sottolineare l'aspetto è quello che io chiamo la puercultura. E' la cultura del figlio ma inteso di nuovo come il figlio interno, quello che lei prima stava trattando male, e il figlio dell'altro, di chi con noi sta in relazione. Faccio un esempio semplice: c'è un contrasto tra me e mio figlio.

Se guardiamo ai ruoli oggettivi siamo in due. Un padre e un figlio; lui vuole una cose e io ne voglio un'altra. Io ho le mie ragioni lui ha le sue. Potrebbe darsi che io mi lasci convincere sacrificando le mie alle sue e faccia quello che vuole lui, oppure, in modo autorevole e dispotico dica: "basta mi hai rotto, si fa così." L'una e l'altra modalità sono sbagliate. Perché? Bisogna considerare che in quel teatro c'è un padre e ci sono due figli. Ci sono anch'io con il mio puer interno. Allora se ragiono così non nego lui come figlio non nego nemmeno me nella mia parte filiale, e insieme troviamo una soluzione che non rinneghi nessuno. Prima si parlava di misconoscimento, di valori e non valori.

Lì ci può essere una questione di valori; ma credo che il valore dei valori sia presenza di una cultura qualsiasi o di una puercultura. Se c'è la puercultura il mio valore può essere diverso dal tuo, come contenuto, ma tutti e due coincidono nel rispetto del puer interno. Ed è per la stessa ragione che ci può essere un artista, un pittore che fa una pittura o un musicista che fa una musica di un certo genere che a me non piace perché a me ne piace un'altra. Ma il valore "amore per la musica" è lo stesso; è questo il segreto, detto così molto di corsa.

 

22. Conflittualita’ di difese

In un altro passaggio di un certo interesse, a un certo punto lei ha detto che siccome non si riusciva a modificare quella situazione se ne è andata. Allora l'incompatibilità può essere di due tipi, una incompatibilità proprio di valori, oppure riconoscere che a quel punto in quella situazione c'è poco da fare e allora umanamente, giustamente legittimamente vado a cercare altrove. Questo tipo di incompatibilità è nota. Quella meno nota è che ci può essere incompatibilità, magari epidermicamente manifestata e riconosciuta come differenza di valori, conflitto di punti di vista, invece può essere conflittualità di difese.

Cioè lo stile difensivo di quell'azienda o di quell'istituzione non è il mio stile difensivo e allora io mi difendo in un certo modo, le mie difese sono di questa natura, le difese istituite per tradizione all'interno dell'istituzione sono di quest'altra natura, sembra che non ci intendiamo ma in realtà il disagio è dovuto al fatto che ci difendiamo in modo incompatibile. Ecco perché la presa di coscienza non basta; il lavoro allora è quello di rendere, nel limite del possibile, l'incompatibile, compatibile. Per esempio in questo modo: mettiamo che queste siano le due sfere, una posizione e l'altra, diverse fra loro.

Se si lavora avendo presente il triangolo strategico che abbiamo appena visto, cominciando dall'autoascultazione i - non ripeto - può darsi che si abbia una diversa situazione dove, rimangono comunque delle zone tra di loro contrastanti e incompatibili, ma c'è una zona centrale di compatibilità che può generare un comune progetto di cambiamento.

 

23. Giochi dell’invidia

Per tornare a quello che diceva un altro intervento a proposito di "è più difficile per una donna" credo che sì, è così, nella cultura vigente oggi é più difficile. Ho fatto assieme ad altri una ricerca in proposito in un'azienda che, pensando al proprio sviluppo e trovando che era necessario a un certo punto poter immettere nel ruolo di capo anche delle donne, per tutta una serie di considerazioni, voleva un po' sapere che difficoltà avrebbe generato l'adottare questa nuova politica. La cosa curiosa - dico solo questo ma i risultati sono molto più ricchi - è che naturalmente c'era il maschilista che diceva "no, le donne no!" e c'era invece un tipo di uomo che diceva che anzi semmai il pericolo era che il capo donna invece di essere capo e donna, assumesse uno stile di gestione maschile.

C'era infatti una certa esperienza precedente ed era un po' di questa natura, nel senso che le donne sì, riescono a fare il capo ma imitando l'uomo, non mettendo quindi in quel ruolo un proprio specifico valore. Ma la cosa che a me ha colpito di più era che, non sempre e non da parte di tutti, l'ostilità maggiore all'idea che a comandare un settore fosse una donna era di tipo emotivo. Io sentivo dire "se comanda un capo io mi consolo, sì per forza, la cultura è questa, ma se comanda una donna allora io dico perché lei e non io?"

Cioè giocava l'invidia, che è un altro di quei sentimenti importanti a proposito della coppia, dell'essere dentro, dell'essere fuori. E lì anche in queste situazioni conflittuali bisogna andare a vedere quanta invidia impedisce la realizzazione del triangolo strategico nella sua modalità armonica.

 

24. Angoscia della bellezza

Noto che tutti e due gli interventi sul tema della bellezza hanno in comune qualcosa: siete stupiti perché all'idea della bellezza come esperienza bella, gioiosa, possa essere abbinata una esperienza d'angoscia. Voi sapete che Enea da cui proviene la nostra cultura - Roma è stata fondata da lui secondo l'Eneide - è figlio di Anchise e di Venere; era un semidio, ma come e perché nasce Enea? Perché il pastore Anchise - un pastore - vede una bellissima pastorella, se ne innamora e fanno l'amore; da questo la pastorella risulta fecondata. Alla mattina quando si svegliano lei si rivela come Venere, e Anchise sviene. Angoscia della bellezza. Ha fatto fortuna quel lavoro della Magherini quella psichiatra, e psicoanalista anche, di Firenze, che ha scritto quel libro sulla sindrome di Stendhal, chiamata “sindrome di Stendhal” (G. Magherini, La sindrome di Stendhal, Ponte alle Grazie ed., 1989, Firenze) perché quando Stendhal arriva a Firenze e entra in Santa Croce dove sono accumulate queste bellezze non resiste ed esce quasi in preda al delirio. Hanno chiamato quella cosa "sindrome di Stendhal" perché a Firenze, città così ricca di monumenti e per di più concentrati lì, quel fenomeno ricorre con una certa frequenza. Succede che un certo tipo di turista - di cui hanno fatto lo studio e sono persone in genere solitarie, che vivono in paesini - quando si trova di fronte a questo accumulo di bellezze, sviene. Cioè la bellezza comporta una emozione, che è comunque l'emozione che conosciamo quando siamo a contatto con l'arte, con certa poesia, con certa musica. Per esempio c'era quel direttore che è morto tempo fa e che si chiamava Ferrari, molto bravo, che ha smesso di fare il direttore d'orchestra ed è diventato solo istruttore perché era talmente coinvolto nel suo ruolo di direttore d'orchestra, che sveniva. Cioè l'emozione estetica può raggiungere certi livelli di uguale e contraria intolleranza, intollerabilità, delle emozioni infernali. Da questo punto di vista la Divina Commedia ne é un esempio.

- Partecipante: Scusi ma qui si parlava dell'esperienza del bambino di fronte al seno della madre, come punto di partenza; a me interessava questa radice, questa interpretazione.

- Pagliarani: Sì, nel rapporto madre/bambino, nell'atto dell'allattamento, accade un'esperienza di bellezza soprattutto se l'allattamento non è solo un atto nutriente. Ci sono delle madri che nutrono e basta, ma c'è la madre invece che comunica che è compenetrata e addirittura ha delle fantasie oniriche, c'è un'estasi della madre naturalmente se è compenetrata. Lì sono due e la madre ha anche questa funzione di contenimento non solo fisico nel senso che sostiene il corpo ma anche di contenimento emozionale. Per esempio c'è Bion che sostiene che una delle funzioni materne fondamentali che favorisce la capacità di simbolizzazione e di formazione del pensiero nel bambino è la rêverie della madre. (Termine francese che indica la capacità della madre di sognare insieme al bambino, ndr). Per cui è come se fosse in quel momento una scuola emozionale per il bambino. Ecco perché il bambino - potrei dire - non sviene di fronte a questa esperienza, anche perché poi è familiare. Nell'altro caso invece, io magari posso essere in mezzo a una comitiva di turisti, ci conosciamo tutti, sono due mesi che siamo in giro per l'Europa, ma poi di fronte a questo spettacolo sono solo. Ed è l'angoscia. E' un po' l'esempio che facevo prima. Ricordo una delle pazienti che è venuta in analisi per frigidità; quando piano piano riusciamo a penetrare in questo suo nucleo, lei si raffigura l'orgasmo come essere dentro un missile che va per gli spazi siderali e nello stesso tempo gira come una trottola. E questo per lei era insopportabile. Questa è l'angoscia della bellezza. Mi viene in mente Flaubert . Sto leggendo - mi dispiace, non l'ho finita, perché l'ho passata a mio figlio - una bellissima biografia di Floubert . Che è interessantissima perché c'è quasi tutta la documentazione personale su come lui creava, faceva; lui ha lavorato attorno a Madame Bovarie 5 anni. Stava lì 8-10 ore al giorno per partorire 10 righe perché era sempre insoddisfatto, e non aveva nessuna idea di pubblicarlo, non pensava affatto alla pubblicazione, cui lo persuaderanno gli amici a racconto ultimato. E proprio dalle confessioni di Flaubert ho avuto la prova autentica di quella che chiamo l'angoscia della certezza. Il poeta vero, solo con se stesso e la preconcezione della sua creatura, sa come va fatta; però non ci arriva ed è lì tutto il giorno, nelle doglie del parto. Ora, c'è una lettera di Flaubert in cui lui confida come finalmente sia riuscito a sfornare quella mezza pagina così come sapeva che andava scritta. L'emozione è tale che si deve alzare, andare alla finestra, pigliare aria perché gli viene da piangere. Ed è solo con se stesso. Questo se volete è quell'esperienza nei termini più eccelsi: i Flaubert non sono molto diffusi. Oppure in Dostoevskij, il principe Myskin, il protagonista de L'Idiota che di fronte alla bellezza ha crisi epilettiche. In genere noi siamo capaci di commozione leggendo un libro, guardando un film che ci commuove, nei rapporti, ma spesso i nostri rapporti anche d'amore, sono condizionati. Spesso i nostri baci , gli abbracci, sono la ripetizione di baci già dati, di abbracci già fatti, non sono inventati lì; per non parlare delle scopate che sono sempre quelle se non c'è una certa emozione nella relazione.

Ho imparato una cosa da una bambina - i bambini, prima che siano ben inquadrati dalla cultura vigente, hanno una loro disponibilità emozionale autentica che viene poi spenta da una certa educazione. Dicevo di una bambina che ho conosciuto attraverso l'intervista ad un'educatrice che fa molto bene il suo lavoro in una scuola materna. Lei era molto dedita ad una bambina che di lì a un po' - perché raggiungeva il 6° anno - avrebbe dovuto lasciare . Ad entrambe dispiaceva il doversi lasciare. In prossimità del commiato, l'educatrice, un giorno, prende in grembo la bambina, guardandola con affetto. La bambina le dà un bacio. Questa bambina, che mi pare si chiamasse Teresa, aggiunge: "ma guarda che questo é un bacio nato adesso". Io non so quanti amanti possano dire dei loro baci che sono nati lì. Proprio perché non siamo abituati ad immergerci nei sentimenti. La nostra è una cultura che si difende, preferisce l'anestesia in tutto. L'altro giorno sentivo “Radio 3” mentre mi stavo radendo, trasmetteva l'intervista di un handicappato - l'ho messo nella presentazione che avrete - comunque vi dico solo questa sua frase: "la società è organizzata difensivamente perché noi, in quanto diversi, facciamo paura, angosciamo fino al punto che da handicappati che siamo - questo è uno che va in carrozzina - ci attribuiscono molti più handicap di quello che abbiamo; vuole una prova? Se io vado al bar - e quello che parlava è il presidente dell'Associazione Italiana Difesa del Lavoro - in carrozzina col mio accompagnatore, il barista chiede la consumazione a chi mi accompagna e non a me". Il che fa il paio, con un altro caso. Sono diventato amico di uno psicologo cieco. Lui cieco handicappato solo per il fatto che non ci vede, viene considerato anche handicappato mentale e sessuale. Lui, sente, avverte che la gente abbina alla sua cecità anche l'impotenza, quando invece non è per niente impotente. Ma questo perché l'handicappato ci fa paura, perché presentifica a noi il nostro difetto fondamentale . Ecco perché lo isoliamo. Ecco le nostre barriere.

- Partecipante: Ma l'angoscia della bellezza è qualcosa che vivono anche i bambini?

- Pagliarani: Direi di sì. Se i bambini non sono deformati. Mi ricordo una volta alla radio di aver sentito una conversazione di Loi - poeta dialettale delle nostre parti - che riferiva il tema di un bambino il quale aveva scritto che a lui alle volte il paesaggio solito in cui vive gli si trasforma sotto gli occhi e, per esempio, l'albero di tutti i giorni non è più un albero di tutti i giorni ma improvvisamente "divento io quell'albero". Questa è capacità poetica, sensibilità di vivere un'emozione, un'identificazione , l'animismo dei primitivi. La cosa è curiosa. Poco fa parlavo di quella paziente frigida, del suo sogno del missile, ecc.- abitava in un paesino dell'hinterland milanese, e veniva a Milano in treno, col solito treno - ecco, lei comincia a uscire da questa sua difesa il giorno che mi descrive il paesaggio, quello di sempre, con tutt'altri occhi. Aveva scoperto, guardando dal finestrino, delle bellezze che fino allora cercava di non vedere. Ricorderete la teoria di Pascoli del fanciullino. Il poeta, e comunque l'artista, credo che sia questo. Cioè, pur crescendo - è naturale che passi dal leggere allo scrivere e poi via via oltre - non rinnega le emozioni. In proposito ho una mia teoria che adesso non vi dico perché è tardi, per voi e per me: le metafore che sono un "dopo", secondo me hanno un antecedente in tutte le sensazioni primarie del bambino. Solo che il poeta non le dimentica, noi che non siamo poeti le abbiamo archiviate. Però se un'analisi riesce, ognuno di noi si scopre artista, a suo modo. E allora viene fuori proprio questo deposito di emozioni e di sensazioni che è stato archiviato, perché è meglio per certi aspetti una vita amozionale - molto controllata nelle emozioni, al massimo appunto permesse nei giorni di festa - piuttosto che una vita emozionale.

- Partecipante: Han creato la festa apposta ...

- Pagliarani: E già. Non solo, ma per via di quel che riguarda la nostra cultura, il venerdì, cioè il giorno di Venere, che era il giorno della dea dell'amore e della bellezza, é diventato il giorno della mortificazione, della passione di Cristo. E si parla di venerare i Santi, magari S. Gerolamo, che nella sua sessuofobia - contrabbandata per purezza - affermava che il seno delle donne era il cuscino del diavolo. Questa è una difesa amozionale. Addirittura Eros della iconografia classica, questo bambino col suo pistolino nel posto giusto, è diventato l'angelo asessuato. La cacciata dall'Eden di Adamo ed Eva: l'affresco del Masaccio appena restaurato, quando andavo a scuola io ce lo facevano vedere "come era". Abbiamo scoperto solo ora invece come era davvero, perché nel XVII secolo, dopo il Concilio di Trento presumibilmente, gli hanno messo una foglia di fico mentre invece Masaccio l'aveva dipinto con tutti gli attributi; e dire che Dio ci ha dato tutto, anche quello. Anzi il generare è il verbo della bellezza e della poesia.

 

25. Allegati (materiali selezionati da L. Pagliarani)

 

Allegato n.1

Omaggio a chi ha capito la finestra (o almeno non ne ha avuto paura) [dal Quaderno 17]

510 " N'es tu pas notre géometrie, fenêtre?" (Rilke per la PSOA)

E stanotte ho preso in mano le Poesie francesi a cura di Roberto Carifi (Crocetti Edit., Milano 1989). Un intero ciclo ha per titolo Les fenêtres. Trascrivo:

la prima delle tre quartine che compongono la finestra n. III

N'es tu pas notre géometrie,
fenêtre, très simple forme
qui sans effort circonscris
notre vie énorme?

[ Non sei la nostra geometria, / finestra, semplicissima forma / che senza sforzo contieni / la nostra vita enorme ? ] Anche qui è meglio il francese: "circoscrivi" Per bocca di Rilke, vicino a morire, abbiamo l'emblema della PSOA.

Ed ecco le altre due quartine ( con l'amata alla finestra, e l'amore per il poco spazio di vita che c'è dato):

Celle qu'on aime n'est jamais plus belle
que lorsqu'on la voit apparaître
encadrée de toi; c'est, ô fenêtre,
que tu la rends presque éternelle.

Tous les hasards son abolis. L'être
se tient au milieu de l'amour,
avec ce peu d'espace autour
dont on est maître.

[ L'amata è ancora più bella / se la vediamo apparire / nella tua cornice; sei tu, finestra, / che la fai quasi eterna. // E' abolito l'azzardo. L'essere sta / nel centro dell'amore, / lo circonda il breve spazio / che gli è dato.]

La finestra sembra anche essere il limite, il quadro appunto. E la finestra della PSOA - a smentita di chi la vede confusiva - è geometria, appunto, col suo limite ed i settori interni ben differenziati nel loro compenetrarsi.

Della serie "Finestre", queste tre quartine dovevano essere le favorite se Rilke le riprende, isolandole, nei Vergers (Verzieri), nell'esordio del successivo La fenêtre, insieme con le quartine n. IV e n. V. E anche qui altre scoperte: misura dell'attesa e verso il "grande troppo" dell'esterno , separazione e attrazione, libertà e destino. C'è persino lo specchio!

Trascrivo anche queste con la nuova numerazione: II

Fenêtre, toi, ô mesure d'attente,
tant de fois remplie,
quand une vie se vers et s'impatiente
vers une autre vie.

Toi qui sépares et qui attires,
changeante comme la mer, -
glace, soudain, où notre figure se mire
mêlée à ce qu'on voit à travers;

échantillon d'une liberté compromise
par la présence du sort;
prise par laquelle parmi nous s'égalise
le grand trop du dehors.

[ Finestra, tu, misura dell'attesa, / tante volte colmata, / quando una vita con impazienza è tesa / verso una vita amata (? per amor di rima ?). // Tu che separi e attrai, / cangiante come il mare, - / d'un tratto specchio che ritrai / il nostro viso con tutto quanto appare; // esempio di libertà insicura / nell'impatto con la sorte, / forma che dai misura / all'esterno troppo forte. ( ???: Rilke dice invece: "presa, appiglio col quale tra noi si pareggia, si eguaglia il grande troppo del fuori ) III

Assiette verticale qui nous sert
la pitance qui nous poursuit,
et la trop douce nuit
et le jour, souvent trop amer.

L'interminable repas,
assaisonné de bleu, -
il ne faut pas être las
et se nourrir par les yeux.

Que de mets l'on nous propose
pendant que mûrissent les prunes;
ô mes yeux, mangeurs de roses,
vous allez boire de la lune!

Presagio di morte? La luna come scenario dell'al di là e le rose il qui.(Vedi il poema Les roses)

[Piatto verticale che ci servi / la nostra pietanza quotidiana, / la notte troppo dolce, / il giorno spesso troppo amaro. // Il pasto interminabile, condito nell'azzurro, - / non bisogna stancarsi / e nutrirsi con lo sguardo. // Quante vivande ci offri / mentre maturano le susine; / occhi miei che divorate rose, / berrete presto la luna!]

511 - L'infanzia è l'intimità, gioia e minaccia (Rilke)

Il testo di Rilke è introdotto da un saggio del curatore Roberto Carifi. Titolo: La lingua dell'angelo.

    1.L'altra lingua. L'altra lingua come imposta a R. da un'"attiva obbedienza". E si riporta il passo della Lettere ad un giovane poeta, dove si dice appunto che un'opera d'arte " è buona se è nata da necessità", obbedienza cioè da un dettato interiore ("E' necessario [...] che nulla ci accada di estraneo, ma solo quanto da lungo tempo ormai ci appartiene"). Carifi cita poi questi versi della nona delle Duinesi: (...) Forse noi siamo qui per dire: casa / ponte, fontana, porta, brocca, albero da frutti, finestra, / al più: colonna, torre ... Ma per dire, comprendilo bene / oh, per dirle le cose così', che a quel modo, esse stesse, nell'intimo, / mai intendevano d'essere.

    2.La gioia e la minaccia. "... infanzia e morte realizzano insieme la totale esposizione della parola al " puro essere "...". "Ma - prosegue il curatore - l'infanzia, nella gioia che la rende rifugio, apparentemente innocua (harmlos) e protetta, rappresenta per Rilke la stagione più indifesa dell'esistenza; anzi, come scrive in un frammento del 1920 intitolato Lass dir, dass Kindheit war, è "essa stessa la minaccia " e rivela nel bambino " l'ineffabile essenza dell'esistenza finita, insieme angosciante e beatificante ".

Qui a me interessa in particolare il passo successivo:

    L'infanzia e la morte hanno in comune l'intimità, la prevalenza dell'intérieur, quell'intima dispersione che coincide poi nell'opera di Rilke, con la missione stessa della poesia. L'infanzia contiene in forma assoluta tutto quanto concerne lo stato di minaccia del mondo, ed il bambino " si consegna dalla paura in cui vive l'esperienza di questa minaccia, e questa condizione viene chiamata 'intima': del tutto vulnerabile e insieme del tutto forte ".

[ Da Linguaggio poesia interpretazione di Romano Guardini - Morcelliana, Brescia 1971 - splendido commento -a detta di Carifi - al testo del 1920 di Rilke.]

 

Allegato n. 2

Il vero flagello

    Il vero flagello, "la fine del mondo" è la paura di amare: si ha paura dell'amore. Dall'alto al basso della scala sociale si vorrebbe essere felici, si vorrebbe godere, ma non soffrire. Che miserabili, che disgraziati! e soprattutto come ammalati tutti questi poveri evirati... del sentimento. Tutto ciò che è forte li turba e li inquieta!

*

Sono timido e nello stesso tempo temerario: guardo con timore e turbamento quello che nasce dal mio cervello e dal mio cuore.

[Rouault]

Allegato n. 3

    Sappiate che l'umanità può fare a meno degli Inglesi, che può fare a meno della Germania, che niente è più facile per lei che fare a meno dei Russi, che per vivere non ha bisogno né di scienza, né di pane, ma che soltanto la bellezza le è indispensabile, perché senza bellezza non ci sarà più niente da fare in questo mondo! Qui è tutto il segreto, tutta la storia.

Dostoevskij


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