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PSYCHOMEDIA
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Sport e Psiche



Aspetti psicodinamici dell’immersione subacquea

di Salvatore Capodieci




“...ci insegnò anche che il Mare non era il "mondo del silenzio",
come molti avevano cominciato a definirlo, bensì un mondo
percorso da urla mentali che non si percepiscono con le orecchie
ma con cuore e mente dell’uomo”


(Enzo Maiorca)

Premessa

Riporto alcune caratteristiche che ritengo possano differenziare l’immersione subacquea di tipo sportivo (anche tecnica) da altre discipline facendone un’esperienza con una forte valenza emotiva oltre che una pratica sportiva:
- è uno sport nel quale il principiante, pur non possedendo alcuna competenza specifica, può raggiungere i traguardi prefissati dall’istruttore in pochissimo tempo a differenza di altre attività dove occorrono anni di impegno per ottenere risultati importanti;
- il raggiungimento degli obiettivi sottostà alla presenza di stress e di un particolare stato d’animo (apprensione, senso di panico) in maniera più significativa rispetto ad altre discipline sportive;
- i fattori età, sesso e forza fisica sono del tutto relativi se raffrontati con l’importanza che assumono in altri sport;
- l'elemento discriminante che fa sì che un sub possa diventare nel tempo un “esperto” è la cosiddetta acquaticità. Con questo termine si intende una naturale confidenza che l’essere umano ha per l’acqua fin dalla nascita. E’ facile osservare come un bambino di pochi mesi si trovi perfettamente a suo agio nell'acqua da alcuni elementi che vanno dall’assoluta tranquillità e piacevolezza procurata dal trovarsi immerso nell'acqua allo spontaneo "riflesso all'apnea" (interruzione volontaria della respirazione) attivato dal semplice contatto dell'acqua sul viso. Il timore che a volte alcuni bambini manifestano col passare del tempo è spesso il risultato riflesso delle paure degli adulti con cui i bambini si rapportano e, quindi, del mancato mantenimento della primitiva confidenza. L’acquaticità è, comunque, un argomento sul quale non esistono studi approfonditi e ricerche in campo sperimentale.
- gli elementi di "piacevolezza" degli altri sport come la fatica, l'arrivare per primo, la tolleranza al dolore causato dalla tensione muscolare, non appartengono al subacqueo che, al contrario, deve stare attento a non fare eccessiva fatica, che se avverte dolori muscolari o se si accorge che l'impegno diventa un sacrificio eccessivo deve interrompere la sua attività sportiva, che deve vigilare e stare attento al compagno e rispettare il posto che la guida subacquea o l’istruttore gli hanno assegnato durante il briefing, che precede l’immersione.
La psicoanalisi e altre scienze psicologiche si interessano della motivazione. Ci si potrebbe chiedere: “Perché X è attirato dalla subacquea?” nei suoi diversi aspetti. E X potrebbe rispondere che si immerge “perché vuole vedere pesci interessanti e coralli colorati” oppure “con lo scopo di raggiungere dei cambiamenti”, compreso il superare la paura.
E’ possibile cercare di capire cosa spinge X a immergersi esplorando nel suo inconscio, nella sua storia personale, andando indietro alla sua infanzia e indagando nei suoi aspetti evolutivi.
Questi elementi possono rilevare le origini della sua motivazione o essere in grado di spiegare, nel caso di altri individui, cosa possa esserci, invece, alla base del timore di andare sott’acqua. Spesso, infatti, i motivi che una persona adduce come spiegazione del suo rifiuto di immergersi non sono quelli reali o i più importanti.
Per completare il discorso sulla motivazione all’attività subacquea è utile proporre un’altra importante considerazione, anche se solo teorica e di direzione opposta, che è la seguente. Prendiamo in esame un sommozzatore professionista, militare o civile, che si sia imbattuto casualmente in questo lavoro e di riscontrare, sulla base delle sue caratteristiche psicodinamiche, che non è adatto a questa professione. Nonostante porti a termine in modo soddisfacente il corso, non è contento del suo ambiente e l’accumulo di sofferenza gli causa abbattimento e lo rende in poco tempo inefficiente e stressato. In questo caso quali aspetti della personalità possono essere una controindicazione all’immersione subacquea e perché pur essendoci le capacità attitudinali di tipo fisico insorge insoddisfazione, stress e inefficienza?
C’è molto da studiare relativamente alla psicodinamica dell’attività subacquea, è possibile comunque applicare un più ampio sistema concettuale agli aspetti che attualmente conosciamo.


Aspetti psicodinamici dell’immersione

Ci sono numerosi fattori emotivi di tipo inconscio alla base del desiderio di effettuare un’immersione subacquea. I principali fanno riferimento al voler sopraffare nemici presenti sott’acqua e al piacere anestetico di abbandonarsi nel mare.
“Ho la sensazione di essere senza peso e quindi di volare, sentire l'acqua scorrere sul corpo, interagire con le altre forme di energia che sono in acqua, osservare quella varietà biologica che in
acqua non ha eguali”.
“Vado in acqua per conoscere un mondo diverso; quello che mi spinge è la voglia di conoscere, dagli organismi ‘diversi’ ai relitti (pezzi di storia dimenticata) ...forse è solo curiosità”.
“Appena metto la testa sott'acqua d'improvviso mi si svuota da ogni riferimento con tutto ciò che sta sopra la superficie …”.

La motivazione che spinge sempre più persone ad immergersi sott’acqua è da ricercare nel crescente bisogno di trovare nuove cariche emotive che consentano di coniugare l’amore per le attività avventurose con un rapporto intimo con la natura. L’immersione è una risposta alle esigenze dell’inconscio tanto individuale che collettivo di recuperare quel rapporto primordiale presente tanto nel ritorno alla condizione intrauterina, dove la vita si svolge nell’acqua, quanto nelle profondità del mare dove vivono i pesci, nostri lontanissimi antenati.
Per capire, invece, gli aspetti ludici insiti nell’attività subacquea e in particolare nel “wreck diving” (l’immersione nei relitti) possiamo fare riferimento al vecchio archetipo della ricerca del “tesoro sommerso” [1], sul quale insistono numerose storie, che con il tempo diventano leggendarie come quella del “Tesoro di Polluce”.
“Si narra che nella prima metà dell'ottocento, una nave carica di materiale prezioso, opere d'arte, oro (tra cui una carrozza), vasellami e argenteria, fece rotta verso l'Elba. Questa nave, proveniente dall'allora Regno di Napoli, naufragò nelle acque antistanti l’isola. Poiché si trattò di un affondamento deciso dal capitano della nave, l'equipaggio ebbe modo di salvarsi e raccontare le meraviglie del carico e dei tesori che la nave nascondeva nelle stive. Probabilmente il capitano della nave preferì affondare la nave ed il suo carico perché inseguito da navi francesi, che allora occupavano l'Elba. La nave si chiamava "Polluce" e fu lo stesso Re Ferdinando IV ad ordinarne la sua partenza dal porto di Napoli. Lo scopo del Re era quello di porre in salvo alcuni tesori e opere d'arte poiché il suo regno stava per essere minacciato dalle truppe anglo-russe (1806). Nel 1860 si tentò il primo recupero, ma, anche se localizzarono il relitto, non andò a buon fine a causa dei mezzi rudimentali di allora. Infatti, individuato il relitto, cercarono di ‘imbracarlo’ e di portarlo in superficie, ma durante questa fase, si strapparono le catene e il recupero fu abbandonato.
A causa di questo inconveniente, la nave fu spostata dal posto di origine cosicché, il secondo recupero, che fu nel 1936, consistette in una ricerca più che in un recupero vero e proprio. L'impresa non andò a buon fine nemmeno in questo caso. Successivamente, ci furono molte altre spedizioni, più o meno ufficiali, ma pare che tutt'oggi, nessuno abbia mai recuperato il tesoro sommerso”.
Il momento più significativo dell’attività subacquea corrisponde, però, al momento in cui viene attraversata quella linea che segna il confine tra l’aria atmosferica e l’acqua, che vuol dire di fatto varcare una linea reale, unica, diversa da qualsiasi altro confine di tipo metaforico tra dimensione reale e virtuale o tra somatico e psichico. Confine che segna la separazione tra due mondi: quello terrestre e quello sottomarino.
Tracciare il profilo psicologico del subacqueo non è un’operazione facile come non lo è del resto per ogni categoria sociale e professionale, perché si corre il rischio del riduzionismo ogni qual volta si cerchi di definire un essere umano sulla base di una singola attività che svolge o lo appassiona.
E possibile, però, costatare se esistano degli aspetti che si presentano con maggior frequenza tra chi pratica una medesima attività e approfondire quali sono le caratteristiche determinanti e quali quelle richieste per praticare l’immersione subacquea.


Il desiderio di isolarsi

Ecco alcune testimonianze di subacquei: “Mi trovo a passare la maggior parte della mia giornata, anzi direi tutto sommato della mia vita, in mezzo ad una quantità spropositata di ‘fanfaroni’. Gente cioè che è bravissima a parlare, parlare, parlare e poi ancora a parlare. Mi riferisco naturalmente all'ambiente in cui lavoro e in cui i ‘fanfaroni’ esistono a tutti i livelli: sopra, di fianco e sotto di me. La subacquea è, invece, il poter vedere le persone da un'altra angolazione. Tolta la possibilità di ‘fanfaronare’, posso finalmente vedere e valutare le persone solo per quello che fanno o per quello che sono e non per quello che dicono”.
“Direi che molti stanno ‘bene’ da soli, anzi per meglio dire fanno di tutto per essere da soli, fino all'estremo, ovvero andare in acqua da soli! Ma i subacquei che vanno in acqua da soli, perché lo fanno? Lo fanno per essere soli , per ascoltarsi in un ambiente che amano, in un ambiente che è loro caro, (solitamente i ‘soli’ sono sub preparati) in un ambiente che li rassicura, li conforta, li trastulla con il suo dolce ondeggiare, in assenza di peso, di rumori, di luci improvvise e violente, il tutto ovattato...... il mio mondo! Unico limite la ‘ meccanica’ dell'immersione che ti riporta in maniera cruda alla realtà (tempi, quote, riserve di gas, ... accidenti è ora di andare) ”.

L’isolarsi è una delle caratteristiche dell’attività subacquea ed è forse quella più affascinante: il subacqueo è infatti tagliato fuori completamente dal mondo esterno. La comunicazione sott’acqua è molto limitata e parallelamente si incrementa la consapevolezza del subacqueo che il proprio benessere fisico è completamente nelle sue mani.
Sono numerosi i subacquei che riportano questi vissuti determinati dall’isolamento provato sott’acqua. Le testimonianze più significative possiamo però averle da quelle persone che hanno sperimentato personalmente lunghi periodi di isolamento. Bombard [2] che con una barca a vela navigò per parecchi mesi, per dimostrare che si può sopravvivere nutrendosi di solo pesce, ha elencato i seguenti aspetti:
1 - Provare la sensazione di essere al centro del mondo e di essere l’unico sopravvissuto.
2 - Parlare con se stessi e con gli oggetti.
3 - Sviluppare false credenze e superstizioni.
4 - Presentare allucinazioni di tipo uditivo e visivo.
5 - Insorgenza di paranoia data dall’avvertire il presentimento di essere perseguitati da qualcosa di “cattivo”.
Altri autori che hanno raccolto i diari di esploratori e navigatori che avevano viaggiato da soli sono arrivati a conclusioni simili.
Ma fino a che punto un subacqueo avverte questo vissuto di isolamento?
Possiamo ritenere che il subacqueo sportivo difficilmente riporti questo sentimento in quanto rimane sott’acqua per circa un’ora e poi riprende la sua regolare vita sociale. Il sommozzatore professionista si immerge, invece, quasi tutti i giorni per quattro ore o più. Sarebbe interessante domandarsi, inoltre, se gli effetti dell’isolamento possano essere cumulativi; ovvero, ogni immersione cancella gli effetti della precedente o i sentimenti legati al restare isolati permangono fino all’immersione successiva e in questo modo vanno sommandosi? Altri interrogativi, che rimangono aperti sulla scia delle esperienze dei navigatori solitari, fanno riferimento all’insorgenza di false credenze o superstizioni in subacquei con molti anni di esperienza o al fenomeno di sentire delle voci. In numerose immersioni effettuate in mare o nei laghi mi è capitato di osservare statue di varie dimensioni raffiguranti la Madonna o Gesù crocifisso; non sono pochi neppure i presepi subacquei. Pur non dubitando dei sentimenti di fede profonda che animano i gruppi subacquei che hanno deciso di collocare sott’acqua queste statue, non posso non pensare anche agli elementi di superstizione che a volte si celano dietro gli oggetti che raffigurano tematiche religiose.
Per quanto attiene alla possibili insorgenza di dispercezioni durante l’immersione, ecco una testimonianza: “Una volta ho sentito delle voci. Eravamo in acqua in tre, accompagnati dalla guida. Durante tutta l'immersione ho sentito una nenia, come se qualcuno stesse cantando. Ho pensato a qualche strano fenomeno, tipo il "fischio alle orecchie" o cose del genere, ma senza troppa convinzione, tanto netto era il canto che sentivo. A fine immersione, trascorso un po' di tempo, ho chiesto alla mia compagna se avesse sentito qualcosa di particolare. La stessa nenia era stata avvertita anche da lei. Non ho indagato oltre...”.
Di fatto, nessuno di questi aspetti è stato fino ad oggi studiato.


Il desiderio di appartenere ad un gruppo

A dispetto di tutto ciò, la subacquea è di fatto un’attività che ha un’alta valenza sociale, che si evidenzia in due modi principali:
1 - Durante l’immersione ciascun subacqueo ha un compagno. Ciascun membro di questa coppia è responsabile dell’altro, deve monitorare i movimenti del partner ed essere pronto ad offrire il suo aiuto se è necessario.
2 - L’attività subacquea sia sportiva che professionale (militare, scientifica, commerciale) è quasi sempre strutturata come un’attività di gruppo all’interno del quale ciascuno ha un suo ruolo.
Non è semplice spiegare la contraddittorietà insita tra la condizione di isolamento del subacqueo in profondità e il suo elevato livello di responsabilità verso il compagno e il gruppo più vasto. In effetti le personalità molto introverse (il cosiddetto “lupo solitario”) non trovano facilmente posto nel mondo della subacquea. Fanno eccezione quei subacquei che si immergono da soli, pratica sconsigliata fermamente da tutte le agenzie didattiche. Al polo opposto anche le personalità estroverse o quelle troppo dipendenti dagli altri difficilmente aderiscono a questo tipo di attività.
Il desiderio di appartenere ad un gruppo o ad un club di subacquei è, pertanto, una delle motivazioni più forti che spingono una persona ad effettuare questa pratica sportiva.
Bachrach [3] scrive: “Pochi sport sono così organizzati in club come quelli subacquei. Il piacere di condividere l’esperienza dell’immersione e le conversazioni che l’accompagnano sono la principale ricompensa per il subacqueo. L’identificazione con il gruppo è di fondamentale importanza”.
Analoga considerazione era riportata nel lontano 1964 da Tatarelli [4] che diceva: “il tipo chiuso, introverso è inadatto a questo genere di attività, che potrebbe essergli persino nociva accentuandone le già depresse qualità morali”. Risultati opposti sono evidenziati da Caneva e Zuin [5], che in un loro studio su 46 subacquei hanno trovato, invece, un elevato grado di introversione come elemento predominante.


Lo spirito agonistico

Il subacqueo sportivo a differenza di chi pratica altre discipline non deve vincere nulla, non ha un traguardo da superare a tutti i costi o degli avversari da vincere. Nelle immersioni tecniche c’è un traguardo dato dal raggiungere una certa profondità o dal riuscire a visitare un particolare relitto, ma questo tipo di “traguardi” sono raggiungibili solo grazie alla cooperazione di altri compagni di immersione. Il subacqueo aspetta chi rimane per ultimo e interrompe l’immersione se una persona non si sente bene o ha terminato prima degli altri l’aria della bombola. La maggior parte dei subacquei sono caratterizzati da scarso spirito competitivo e se il desiderio di emergere e di gareggiare non è un elemento che caratterizza l’immersione, questo non vuol dire che chi pratica la subacquea non abbia il senso dell’agonismo, tipico di ogni essere umano e caratteristico della struttura psichica dello sportivo. “Il fatto è - sostiene De Marco [6] - che egli esprime ciò in modo diverso, con differenti obiettivi. Il subacqueo lotta, si difende, combatte, aggredisce, ma il suo avversario è più l’ambiente che lo circonda che un suo collega. Il suo agonismo, indubbiamente atipico (in ciò paragonabile a quello degli alpinisti), è correlabile alla pericolosità dell’immersione”.


Spirito ribelle

La subacquea è anche ribellione. E’ il ribellarsi alle leggi della natura, alle regole della Creazione che hanno assegnato il mare ai pesci e agli uomini la terra. Tramite una forma di isolamento autoimposto il subacqueo riesce ad estranearsi dalla società e forse anche in questo modo esprime il suo spirito ribelle. Il subacqueo sfida tutte queste leggi e regole e ci riesce. Nel 1973 Biesner [7] in un suo studio ha confrontato 95 marinai che lavoravano come sommozzatori con 95 marinai che svolgevano altre mansioni a bordo trovando che i subacquei avevano effettuato da giovani più fughe da casa, giocavano più spesso a poker e ricevevano un numero maggiore di multe rispetto al gruppo di controllo dei marinai. L’autore ha ricavato un’impressione generale sul subacqueo come di una persona che, negli anni della maturità, è un ribelle, un anticonformista e un amante dell’avventura. “Forse l’attività subacquea - concludeva - attira gli individui con queste tendenze naturali”. Alcuni anni dopo, lo stesso ricercatore ha esaminato attraverso uno studio longitudinale se gli indici antisociali (menzionati sopra) fossero correlati alle capacità e all’efficienza dei marinai, ma non trovò nessun tipo di correlazione. In conclusione, mentre un background di difficoltà di adattamento può indicare una scelta per una particolare attività (la subacquea), questo non evidenzia nessuna attitudine o successo in questo campo [8].
Non esiste nessuno studio che prenda in esame i tratti di personalità dei subacquei sportivi, ma possiamo aspettarci che una tendenza alla ribellione riscontrata nei sub professionisti possa essere presente anche nell’attività subacquea di tipo commerciale.
Il conflitto interno tra il desiderio di mantenere tutto costantemente sotto controllo da una parte (evidente nella manutenzione e nell’utilizzo dell’equipaggiamento subacqueo) e il desiderio di lasciarsi andare, di staccare da tutto e di ribellione contro la natura dall’altra, può portare ad una doppia dimensione, che in casi estremi può essere causa di turbamento dell’equilibrio psichico.
Si può prendere in considerazione, come esempio, un istruttore subacqueo la cui attitudine verso la sicurezza in immersione è diversa in presenza dell’allievo rispetto a quando si trova da solo.
Groves [9] ha cercato di analizzare le ragioni inconsce che portano una persona a scegliere uno sport pericoloso come hobby. Gli sport estremi, come la subacquea, si svolgono in ambienti inospitali e richiedono un equipaggiamento speciale e un addestramento specifico per sopravvivere in questi ambienti. Groves sostiene che fino agli anni ’50 gli psicologi correlavano la partecipazione a sport pericolosi a nascosti desideri di morte con spostamento e rovesciamento dell’angoscia secondo la teoria freudiana e alla presenza di un eccesso di sentimenti di inadeguatezza e inferiorità.
Negli ultimi anni questa visione si è modificata e, oggi, le teorie psicologiche che vedono la partecipazione agli sport pericolosi come un desiderio di arricchimento, di accrescimento e di stimolo o un incremento del proprio livello di arousal sono più accettate.
Sparks [10] è un altro studioso che ha enfatizzato il valore educativo di quelle attività che creano degli stress di tipo piacevole (eustress). Non esiste, però, nessuna ricerca che confronti le ipotesi sulle dinamiche negative, presenti nella partecipazione agli sport pericolosi, con quelle sulle dinamiche positive.
Seigolini e Delgoro [11] spiegano l’insorgenza dell’ansia attraverso la separazione che avviene tra l’autopercezione di sè e del proprio corpo. Nell’analizzare i fallimenti di competizioni sportive dovute all’ansia, i ricercatori spiegano che nell’uomo moderno la percezione ottimale del proprio corpo si avvantaggia da una reale separazione dal suo ambiente, dalla madre e infine dal suo stesso Io. L’ansia si manifesta quando il corpo, che è la barca dove risiede l’Io, avverte che sta per fallire o che deluderà. Può insorgere in questo modo un circolo vizioso di tipo negativo in cui il fallimento del corpo genera ansia, che a sua volte compromette il risultato sportivo. Gli Autori consigliano il “training autogeno” per favorire un rafforzamento della percezione del corpo e della mente. Alcuni sub praticano con successo questo metodo, ma non esistono al momento studi che ne evidenzino l’efficacia nell’attività subacquea.


Personalità e immersione

Alcuni subacquei descrivono se stessi diversi quando si trovano sott’acqua: “Mi sento più rilassato”, “Divento più tranquillo”, “Mi sembra che i miei problemi siano più piccoli”, “Sono più consapevole del mio corpo”. A volte queste affermazioni danno l’idea che ci sia una regressione o un ritorno a stadi più precoci dello sviluppo, relativamente agli aspetti che riguardano la sensazione di assenza di peso, l’essere isolato e la libertà dalle preoccupazioni.
Si può pensare che le persone cambino quando si trovano sott’acqua? Sott’acqua, in effetti, i processi percettivi e sensoriali sono diversi dall’ambiente esterno. Se sott’acqua si verificano dei cambiamenti cognitivi, perché non potrebbero esserci anche dei cambiamenti personologici?
Se l’approccio situazionale allo studio della personalità è corretto, allora l’attività subacquea rappresenta un contesto eccellente su cui poter verificare ciò. Non esistono attualmente ricerche in questo ambito. I ricercatori della psicologia e del comportamento del subacqueo, come Nevo e Breitstein [12], sottolineano come le interviste effettuate ai subacquei finiscano per essere deludenti per gli psicologi che ottengono informazioni ‘superficiali’, una descrizione anche dettagliata degli avvenimenti legati all’immersione, ma non quelle evidenze significative che facciano riferimento al trovarsi al momento della valutazione psicologica in profondità. E’ difficile proporre programmi di ricerca che prendano in considerazione gli aspetti inconsci del comportamento del subacqueo oppure che confrontino protocolli Rorschach di subacquei con quelli di non subacquei.


Un’esperienza di vita parallela

“...Da quando vado sott'acqua (quasi otto anni) ho raggiunto un equilibrio interiore nei confronti della vita di superficie che non avrei mai immaginato. Ho imparato ad avere un buon rapporto nei confronti del genere umano (che non avevo), cresciuto pari passo con il raggiungimento di obbiettivi subacquei sia tecnici, pratici e specialmente interiori.
Certamente rientro nella categoria - come ipotizza Capodieci - di chi ha una ‘dipendenza’ da bisogno del ’profondo’. La mia dipendenza dall'acqua sottolinea una grande evoluzione interiore che si è sviluppata nella conoscenza di me stessa nelle sfumature più nascoste, che in superficie nonostante i tentativi di ricerca, non avevo mai raggiunto. Questo ’equilibrio dipendente’ mi ha portato ad una serenità di vita solida, ma sempre bisognosa dell'acqua. In pratica per essere positiva verso me stessa e la vita in generale ho bisogno di ’respirare’ l'acqua.
L'elemento acqua e la specifica situazione dell'immersione, specie profonda, crea in me il giusto rapporto nei confronti degli altri al punto che ho superato la sofferenza della ’solitudine’ proprio andando sott'acqua scoprendo così la parte migliore di me”.

Numerosi autori [13, 14, 15] hanno rilevato che le motivazioni che spingono ad intraprendere l’attività subacquea hanno radici che traggono origine dalle dinamiche inconsce dell’individuo. Nel momento in cui si valica la linea di contatto tra l’aria e l’acqua e l’immersione è “agita” si svilupperebbe una divaricazioni tra pulsioni profonde e motivazioni consce. E’ in questa condizione che possono affiorare conflitti interiori, come argomenta J. Hunt nei suoi lavori [16,17], che fanno emergere le pulsioni libidiche e quelle aggressive del soggetto che pratica l’immersione. Merita di essere ricordata l’osservazione di Antonelli [18] che definisce lo sport subacqueo “un’esperienza di vita parallela” più che una vera disciplina sportiva. In base a questa affermazione, il subacqueo sembra ritrovare nel mondo sommerso qualcosa che non riesce a vivere o a soddisfare nella vita quotidiana. E per questo motivo che durante l’immersione diventa più importante quello che si prova o quello che si immagina che si potrà osservare piuttosto di ciò che realmente si incontra.
L’immersione corrisponderebbe - sostiene De Marco [6] - all’affiorare di un mondo interiore proiettato attraverso le dinamiche della fantasia inconscia nel mondo sottomarino. Questa esperienza, che svolge una funzione simile a quella del sogno, non è strettamente attinente al momento dell’immersione, anzi spesso viene a essere vissuta prima o dopo l’immersione stessa.
Pelaia [19] dai colloqui clinici che ha svolto con sommozzatori di diverso ceto ed estrazione sociale ha evidenziato che non è il mondo subacqueo reale a stimolare e ad attrarre il subacqueo, ma l’idealizzazione di esso. E’ la tendenza, comune a tutti i sub del suo studio, a soddisfare le esigenze di dinamiche inconsce a ricostruire, al di sotto del mare, il meraviglioso mondo delle esperienze primordiali. Questo aspetto è verificabile sul piano interpersonale quando, durante il “debriefing”, ogni subacqueo racconta di aver visto pesci, coralli o di aver provato delle sensazioni che molto spesso differiscono dalle esperienze e dai racconti degli atri subacquei come se ognuno avesse fatto un’immersione diversa. Anche sul piano intrapersonale la ripetizione, da parte del subacqueo, di un’immersione già effettuata fa sì che affiorino nel campo percettivo elementi che la rendono diversa dall’esperienza vissuta in precedenza.
La ricerca del piacere anestetico del cullamento, il senso piacevole di perdita del controllo, il contatto con l’acqua, portano il subacqueo a sopportare fortissimi disagi e pericoli reali. Si possono notare così - aggiunge De Marco - alcuni significati dell’attività subacquea attraverso le forme della sovradeterminazione onirica [6].
Alcuni autori [20] sono dell’opinione che la regressione, vissuta piacevolmente dal subacqueo nell’immersione, svolga il significato di un meccanismo di difesa contro l’angoscia o i vissuti conflittuali che si sviluppano nella vita relazionale quotidiana.
Il rapporto che si viene a creare tra il mondo dell’immersione subacquea e l’isolamento dalla vita e dalla realtà fa sì che l’attività subacquea diventi un tentativo di difesa contro le pulsioni aggressive, specialmente quando rischiano di diventare pericolose.
Le modificazioni che vengono a crearsi nel vissuto del subacqueo verso la competitività, il progressivo limitare la vita di relazione e l’intensificarsi dell’attività subacquea, hanno in comune il tentativo di costruire un luogo (la dimensione subacquea) dove non vi sia lo spazio per le manifestazioni aggressive, specialmente quando diventano pericolose.
Altri meccanismi di difesa, che possono essere presenti nell’immersione, sono lo spostamento e la negazione, che consentono al subacqueo di investire su oggetti meno conflittuali e di vivere così minori sensi di colpa. La funzione di questi meccanismi è di far sì che il subacqueo durante l’immersione possa incontrare “nemici” sottomarini temuti, ma meno pericolosi di quelli reali, presenti sulla superficie terrestre.
Le immersioni che espongono il subacqueo a rischi di incidenti o i tentativi di superare i propri limiti rappresentano quindi un venir meno di questi meccanismi di difesa. La ricerca dell’isolamento fallisce e l’aggressività (a causa dei sensi di colpa non più mascherati o spostati) viene rivolta verso se stessi. Le situazioni di pericolo possono essere create anche per il desiderio di appagare grosse spinte di tipo narcisistico. Sono momenti di grande onnipotenza, che hanno spesso una funzione compensatoria vissuta solamente all’interno di sé secondo il meccanismo della “cross-identification” [21].
Una reazione di adattamento, che si manifesta in alcuni subacquei ed è riscontrabile nell’estasi da record del campione, è la “paura del ritorno in superficie”, che consiste in un sentimento “claustrofilico” con nostalgia della profondità e un vissuto ambivalente che consiste nel sentirsi più protetti sott’acqua piuttosto che in superficie [6].
Un ultimo aspetto, che fa riferimento ad un meccanismo di conversione somatica dell’angoscia, è proposta da Bana. Si tratta di un subacqueo ricreativo, che aveva chiesto un aiuto medico per dei ricorrenti episodi di cefalea che si verificavano nella fase di risalita dell’immersione a circa 10 metri di profondità. L’autore imputa questa cefalea alla riluttanza del subacqueo a far ritorno in superficie dove lo aspettava la propria quotidianità, che risultava molto problematica [22]. L’attività subacquea fungeva per questa persona da “rifugio” e quando era il momento di abbandonarlo affiorava il disturbo psicosomatico.


Conclusioni

La preparazione dell’equipaggiamento, il briefing, l’ultima verifica dell’attrezzatura, l’assenza di gravità, lo scendere nel ‘blu’, la modificazioni dei colori, l’affidarsi al compagno e al gruppo, la continua verifica di se stessi, il sentire il proprio respiro, gli incontri con i pesci e le altre creature marine, la contemplazione dei fondali e delle pareti, la suggestione alla vista di un relitto, di un anfora o di una grotta, l’euforia per l’impresa compiuta, il parlare dopo il silenzio, Il comportamento dell’immergersi ha un grande significato simbolico. L’immersione può essere vista come “il ritorno nell’utero materno”, un momento simbiotico nel quale il subacqueo si riunisce con il mare che ha sempre rappresentato la “grande madre” per l’arte e la psicoanalisi. Si può vedere la subacquea anche come un comportamento che si richiama alla morte, una sfida alla morte, l’espressione incompleta di un desiderio di suicidio. In questo senso, la profondità del mare si presenta nella mitologia come luogo di pericolo e di mistero, un posto dove vivono mostri che inghiottono le imbarcazioni.
Tutti gli aspetti, presi in esame in questo articolo e che sembrano così lontani dalla realtà di tutti i giorni del subacqueo e che possono far sorridere chi non ha familiarità con la terminologia psicoanalitica o manifesta particolare resistenze alle evidenze della psicoanalisi, hanno delle importanti implicazioni pratiche:
- Lo sviluppo di studi che, attraverso questionari sulla personalità e test proiettivi, valutino le differenze tra subacquei e non subacquei. I subacquei dovrebbero inoltre essere sottoposti a questi test anche sott’acqua per valutare se il trovarsi in profondità comporti cambiamenti personologici.
- La realizzazione - in collaborazione con medici iperbarici - di una struttura deputata a conoscere i fattori psicologici presenti negli incidenti subacquei, potrebbe servire a prevenire e ridurre il rischio di incidenti presente in questa attività.
- La ricerca di come e in che modo gli effetti benefici dell’immersione subacquea continuino anche dopo, durante la vita di tutti i giorni.
Gli studi sugli aspetti psicodinamici della subacquea si trovano ancora in una fase pionieristica. E’ auspicabile, pertanto, che in futuro possano svilupparsi e fornire importanti contributi alla conoscenza dei meccanismi mentali che caratterizzano l’immersione subacquea e della personalità di chi la pratica.

Bibliografia

1 - Ricci G.C. (1968). Problemi neuropsichiatrici (fisiologici e patologici), psicologici e psicosomatici dell’iperbarismo subacqueo. Rivista di Neurobiologia, 14, 227.
2 - Bombard (1953) citato in: Nevo B., Breitstein S. (1999). Psychological and behavioral aspects of diving. Best Publishing Company, pag. 168.
3 - Bachrach, A.J., (1978). Psychophysiological factors in diving. Hyperbaric and Undersea Medicine, 29, 1-8.
4 - Tatarelli G. (1968). Problemi psicologici della sicurezza subacquea. Medicina Sportiva, 21, 261.
5 - Caneva & Zuin citati in Biersner R.J. (1971). Personality factors and risk-taking of professional divers. Med. Sport., 24, p. 340.
6 - De Marco P. (1987). Psicologia e psicodinamica dell’immersione. Rassegna della letteratura. Movimento, 3 (3), pp. 202-204
7 - Biersner R.J. (1973). Social development of navy divers. Aerospace Medicine, 44 (7), pp. 761-763.
8 - Biersner R.J., Dembert M.L., Browning M.D. (1979). The antisocial diver: Performance, medical and emotional consequences. Military Medicine (July), pp. 445-448.
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22 - Bana, D.S. (1980). Headache from the depths. Headache, 20 (5), pp. 230-234.


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