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PSYCHOMEDIA
ARTE E RAPPRESENTAZIONE
Teatro



"Su la maschera, giù la maschera".
Colloquio a cuore aperto con Tullio Solenghi, attore

Licia Filingeri



LF - "L'uomo è un animale che finge, e non è mai così vero come quando sta recitando una parte". Lo afferma uno scrittore inglese del '700, W.Hazlitt. Da parte sua, Shakespeare sosteneva che tutto il mondo è un palcoscenico, e che noi siamo niente altro che attori che "giocano" un loro preciso ruolo, spesso ripetitivo. Che ne pensi, Tullio?

TS - Forse il fatto che l'uomo finge è assodato. Ognuno recita una parte, da Shakespeare a Pirandello l'hanno detto tutti. Che l'uomo diventi vero solo quando sta recitando una parte, mi sembra un po' eccessivo, come valutazione. Io credo che quando si recita una parte, puoi trovare dei momenti di verità; ma che tu deleghi a un personaggio, non credo nel calarsi talmente nel personaggio, da far vivere lui al tuo posto. Se io faccio Amleto, sarà l'Amleto di Solenghi, non Solenghi che fa l'Amleto, ma intanto c'è Solenghi. Io credo molto al fatto di essere subordinato a un testo, a un regista, a una scrittura.

LF - Dunque il regista inciderebbe molto…

TS - Assolutamente; se no, sarebbe troppo automatico prendere un testo e farlo. Ognuno ha una sua possibilità autonoma di prendere un testo e di farlo.

LF - Fammi capire meglio: è dunque il regista a filtrare, rispetto alla caratterizzazione di un personaggio?

TS - Diciamo che lui sicuramente filtra soprattutto dal testo

LF - Come lo vive lui…

TS - Come lo vive lui, ma avvalendosi di un attore. Diciamo che è un po' un passaggio di consegne, un filtro da un qualcosa di scritto o di inanimato, per farlo diventare qualcosa di vissuto.

LF - Allora, se ho capito bene, non si può proprio dire che un personaggio è quel dato personaggio, recitato da quel dato attore; l'attore diventa solamente un mezzo. Perchè quello che si esprime, in realtà, da quello che dici tu, sembrerebbe il regista.

TS - Si, diciamo che ci sono infinite gradazioni all'interno di quel rapporto. Fellini arrivava all'eccesso:. Per fare "Satyricon", Fellini usò Salvo Randone, il più grande attore drammatico d'Italia. Lo mise lì, e lui gli chiese: "Maestro (ma erano tutti e due maestri !), che battute devo dire, che cosa devo fare?". E Fellini: "Non ti preoccupare, di' solo dei numeri, tanto poi ti doppio io dopo". Il cinema è forse l'arte che tende di più verso la strumentalizzazione dell'attore, soprattutto se è fatto da registi che sono "delle firme". Ma c'è'anche il caso contrario, quando l'attore è preponderante, vedi De Niro o Dustin Hoffman, allora lì comanda l'attore. Quando vai a vedere un film di Fellini e Antonioni, spesso l'attore è molto nelle mani del regista. In teatro, esiste pure questo equilibrio che può compromettere a favore dell'uno o dell'altro. Forse in teatro il regista-protagonista va un po' scomparendo, ce ne sono ormai molto pochi, si parla di Ronconi, si parla di Massimo Castri, ma i grandi sono morti, mentre invece nella generazione dei nuovi attori ,parlo di Lavia, di Branciaroli, oppure di quelli brillanti, parlo di Massimo Dapporto, io mi ci metto dentro, sono tutti attori che hanno sempre una "regia di servizio", un coordinatore scenico, non un regista che impone il suo volere e a quello ti devi adeguare. Anche se poi devo dire che i grossi registi non hanno mai imposto delle cose, lo stesso Strehler si avvaleva anche della collaborazione dei vari Tino Carraro, la Lazzarini, Franco Graziosi e via dicendo :Sicuramente, l'idea dello spettacolo ce l'avevva in mente lui, e poi c'era questo lavoro di collaborazione anche molto operativo, perchè quando vai sulla singola battuta, l'attore ti aiuta, ma la visione dell'insieme ce l'aveva lui.

LF - Parliamo di teatro. Quindi, possiamo fare una distinzione tra la pièce teatrale in cui c'è un regista "di servizio" e quella in cui c'è "il demiurgo".Se ho ben capito, nel primo caso l'attore ha la possibilità di modellare lui il personaggio, molto in prima persona, nel secondo caso deve seguire.. Possiamo pensare che è più vero il primo personaggio, in cui l'attore può in prima persona mettere tutto se stesso, piuttosto che quello in cui deve seguire, o no?

TS - Ma, vedi, io penso che alla base di tutta questa nostra discussione ci sia una distinzione di fondo da fare. L'attore deve essere inteso in due modi, che sono assolutamente opposti l'uno all'altro: l'attore stanislawskiano (Stanislawski è un regista russo che fece una famosa scuola di teatro nel '900, che poi è la stessa, sulla cui falsariga Lee Strasberg fece l'Actor's Studio in America), diciamo . E l'attore diderottiano ( Diderot espresse un famoso paradosso sull'attore, dicendo che, secondo lui, l'intelligenza non serve all'attore: esasperando il concetto: meno l'attore era consapevole del ruolo che stava facendo, più era bravo). Mi spiego. Stanislawski ha sempre predicato la completa immersione nel personaggio: arriva a dire che l'attore, che deve fare Amleto, sarebbe meglio che vivesse in una cella isolato per concentrarsi meglio. Avevo come amico Omero Antonutti, che fece Alexandros con Angelopoulos, e siccome c'era questo guerriero-condottiero pastore, perchè riferito appunto all'epoca di Alexandros, lui cosa fece: lo mandò a vivere con un gregge di capre isolato per un mese, per lavorare il personaggio. Questo sarebbe il tipo di attore stanislawskiano.
Io sono più diderottiano che stanislawskiano. A me ha sempre affascinato l'Eros Pagni della situazione con cui sono nato, che stava giocando in camerino a cirulla con la sarta, e dopo un minuto entrava in scena ed era Riccardo III. Poi finiva Riccardo III e continuava la partita. Questa per me è una cosa sbalorditiva Non che gli altri siano meno bravi, non che l'altro modo di avvicinarsi al personaggio sia più corretto, più professionale, però, per quanto mi riguarda, io rivendico un po' questo ruolo come lo era agli inizi, l'attore saltimbanco giocoliere, senza sminuirne il ruolo, ma dandogli quella superficialità , quella inconsapevolezza che però è anche la sua grandezza

LF - Quindi tu dici:l'attore può entrare dalla sua vita di tutti i giorni , con immediatezza, nella sua parte, poi si stacca immediatamente dal suo personaggio, e riprende la sua vita normale

TS - Esatto . Lo stanislawskiano recitando ha questa completa immersione nel personaggio. Chi recitò con lui, dice che Ermete Zacconi riuscisse ad impallidire in scena, quando faceva gli "Spettri". Viveva con tutto il personaggio. Nell'altro caso, neanche quando fa il personaggio, l'attore diderottiano è addentro al ruolo.Ammesso che lo sia un secondo dopo che è uscito dalla scena, quindi che non si porti questo fardello fuori scena,.ma non lo è neanche durante: quando l'Eros Pagni della situazione recitava il "Riccardo III", comunque l'idea, il pensiero, e anche la battuta detta al compagno senza che il pubblico sentisse, era magari:"Ma dove andiamo a cena stasera?", ma il Riccardo III era egualmente sublime, forse più sublime di quello che invece si macerava con la gobba in camerino due ore prima per diventarlo.quindi questo tentativo di "psicanalizzare" il mestiere dell'attore è valido fino a un certo punto. Io l'ho usato anche il metodo stanislawskiano, però mi sento più portato per l'attore più diderottiano, perchè io credo che questo sia un mestiere come tanti altri: non sia una missione, non sia una terapia, non sia un atto di eroismo. E' un mestiere come tanti altri, quindi va fatto usando gli strumenti che uno ha , senza implicazioni di carattere psicanalitico, perchè penso che tendano poi a portar fuori dalla strada della recitazione.Io ho paura più a partire per la tangente immergendomi nel personaggio in maniera psicanalitica, quindi di perdere il controllo di me, che non nell'altro modo. Nell'altro modo, perdere il controllo di me è molto più superficiale, nel senso che ti può scappare di sorridere quando non lo devi fare

LF - Quindi quello che tu stai dicendo è questo: che nel primo modo l'attore rischia di venire a contatto o scatenare delle emozioni sue, che magari in quel momento non erano presenti alla coscienza, e questo , dici tu, può pericolosamente "farlo partire per la tangente"…

TS - Certo, certo…

LF - …perchè poi non è come in una terapia, in uno psicodramma, dove c'è il terapeuta che aiuta ad elaborare questo materiale; invece, nell'altro modo è mantenuto tutto su un livello di controllo razionale cosciente, e quindi non ci sono rischi in questo senso

TS - Si, la razionalità: Sicuramente, per usare un termine psichiatrico, c'è più schizofrenia nel caso Diderot che nel caso Stanislawski, però io credo che la componente schizofrenica di questo mestiere sia necessaria, ovviamente se si crede in questo mestiere. E'un mestiere che mi dà da vivere, quindi lo rispetto, per cui mi capita di fare lo spettacolo anche quando non lo vorrei fare..Un caso che è capitato a me recentemente, quando mia madre aveva subito un'operazione assai grave, io alla sera prendevo la macchina e andavo a Milano a fare "In principio era il Trio".,uno spettacolo assolutamente comico:e e non mi sentivo poi il complesso di colpa. Ormai si era instaurato in me questo meccanismo schzofrenico, per cui entro in scena e sono un'altra cosa, per cui stacco dalla mia vita reale :per questo dico, possibilità di staccare….

LF - Però, Tullio, stacchi dalla tua vita reale, ma stacchi anche da una tua parte affettiva Ma hai parlato di un momento particolarissimo, che fortunatamente non fa parte della nostra vita di tutti I giorni.. A parte questo, mi pare di capire che tu dica che la tua recitazione non è che faccia appello, per evocarle, a delle emozioni personali profonde…

TS - No, non è necessario: Faccio sempre l'esempio di Eros Pagni, che io considero un attore molto istintivo, dotato di intelligenza, ma non è "l'attore intelligente", che è Albertazzi. Io ho recitato con tutti e due:mi ha sempre dato più emozione Eros Pagni, di Albertazzi. Anche se, ripeto, mentre recitava pensava a dove andare a cena, anche se, uscito di scena, faceva la partita a cirulla con la sarta. Per le finalità di questo mestiere, diciamo che non è un passaggio necessario, quello di immergersi profondamente nel personaggio, se devi appunto fare la scena dranmmatica, tirare fuori dai tuoi ricordi, per concentrarti, per arrivare a sintonizzarti con quello che il personaggio sta vivendo in quel momento, per fare un percorso parallelo al personaggio che invece è un personaggio letterario:ma non è necessario.

LF - Quindi l'attore ha un bagaglio tecnico che usa, la voce, la mimica, il modo di muoversi, e le sole tecniche lo mettono in gradi di "fingere"…

TS - Fingere, tu hai detto la parola chiave:il mestietre dell'attore è un mestiere di finzione. Più c'è finzione, più è affascinante: ritrovo il motivo, poi magari ci sarà un discorso psicoanalitico da fare su me, Tullio Solenghi,, ma che non implica me come attore. Perchè sicuramente, nel momento in cui io vado in scena e fingo, opero una risoluzione che mi viene da una motivazione di base, probabilmente:molti dicono: il recitare, ha praticamente esorcizzato la timidezza. Per me è stato così:quando tu poco fa mi dicevi:"si ha l'impressione che l'attore non sacrifichi nulla, ma che al contrario abbia possibilità di esprimere parti di sè che non esprime nella vita di tutti i giorni e che addirittura gli erano ignote": si, a me è successo, per esempio, l'esempio può sembrare banale, ma per me fu importante: io, adolescente di provincia, quindi sempre in ritardo rispetto ai coetanei in tutti i percorsi: i percorsi della scuola, dell'emancipazione, quello economico, emancipazione sessuale, ero in ritardo su tutto. Sono arrivato, sempre con questa "imbranatura" di fondo, a fare il primo personaggio, che era ne "Il fu Mattia pascal" di Pirandello, facevo la parte del fratello di Mattia Pascal, che era un dongiovanni,.Io avevo quattro battute, entravo in scena e dicevo:"Boh, a me basta fare così (schiocco di dita), e le donne mi corrono appresso".Ti dirò che le prime volte , dato che avevo le dita umide, in quinta c'era qualcuno che mi doppiava questo gesto.e io per due mesi e mezzo ho vissuto tutte le sere un momento che era agli antipodi di quello che ero io:Questo sicuramente un po' mi ha sgrossato questa timidezza, questa imbranatezza.

LF - Quindi ti è capitato di impersonare ruoli che ti sono apparsi molto lontani dalle tue esperienze, anche immaginarie.Come hai fatto a calarti in un personaggio o in una situazione così lontani da te ? Cosa hai provato?

TS - Mi è capitato quando ho lavorato per una fiction alla TV. Io che venivo dal teatro comico, e quindi dalle gags col Trio, dalle maschere e dai costumi, dai lazzi, diciamo, mi sono ritrovato a fare un ruolo serio, e lì devo dire che un po' di aiuto a Stanislawsky l'ho chiesto, nel senso che mi ha aiutato molto essere in un'isola, l'isola d'Elba, quindi con questo microcosmo un po' staccato dal resto, per me ha voluto dire anche un po' staccarmi dal mio passato di comicità, per concentrarmi su questo ruolo.E poi alla fine, forse la cosa è avvenuta, perchè poi la gente per strada mi chiamava "sindaco", addirittura.

LF - Chissà, forse una tua parte "sindaco"…Non hai mai avuto l'impressione che in realtà stavi solo dando voce a dei "personaggi "che erano già dentro di te, ma che non avevano mai avuto l'occasione di esibirsi sul "palcoscenico della vita"? Già Pirandello, come autore, nei "Sei personaggi in cerca di autore" mostra l'urgenza di dar voce e volto a dei personaggi, probabilmente fantasmi interni, che urgevano dentro di lui…

TS - Si, ma più che altro , invece di dare voce a dei personaggi che hai dentro, spesso vengono fuori a me dall'osservazione del reale. l mio è un lavoro di replicante, di attenta osservazione:Questa è un po' la caratteristica dei comici: nnotare e rpetere.

LF - Eppure, forse non è tutta una questione di tecnica: nel tuo libro "Uno e Trino" fai un' osservazione che mi ha colpita:"Dal brusio che si avverte entrando in palcoscenico a sipario ancora chiuso si può "radiografare" l'umore del pubblico.Già si prevede se la serata sarà fiacca o attizzante, se sarà un pubblico facile o raffinato" (Spettatori eccellenti). Quindi , quando sei sul palcoscenico, le "tue" emozioni continuano ad essere presenti, accanto al bagaglio tecnico…la presenza del pubblico, ad esempio.Quanto e come influisce su di te?

TS - Influisce sicuramente come intensità recitativa con la quale devi supplire quello che manca dall'altra parte: cioè, io credo che uno spettacolo teatrale dopo un po', per un attore assuma, ahimè, bisognerebbe combatterlo, un po' di automatismo e di routine. Che cos'è che fa di uno spettacolo ogni sera una cosa unica, una cosa diversa da quelle precedenti? Il pubblico se non ci fosse il pubblico, uno smetterebbe dopo due giorni…

LF - Quindi , parallelamente o forse intrecciato con la recitazione, c'è un dialogo…

TS - C'è un dialogo, e c'è una risposta che può essere positiva, che può aiutare, e c'è una risposta che può essere negativa, quindi devi tu supplire, e questo modifica la tua recitazione, modifica I tempi, modifica i toni, i volumi. Siccome poi il prodotto della somma dev 'essere sempre quello, laddove il pubblico mette meno numeri, ne aggiungi tu…

LF - Quanto mi hai detto, potrebbe far pensare che questo è possibile solo a un attore non stanislawskiano: quello, dalle tue parole, lo vedo talmente calato dentro se stesso e nel personaggio, che quasi ha perso il contatto col pubblico, va avanti malgrado tutto

TS - Si

LF - Mentre l'attore che recita secondo una tecnica precisa, e avendo sempre ben presente che sta recitando, può mantenere libera la sfera dell'Io che entra in contatto cogli altri, che nell'altro caso probabilmente rischierebbe di essere sopraffatta da questi suoi vissuti interni, e quindi mantiene anche questo dialogo extraverbale con l'esterno, il pubblico e probabilmente anche gli altri attori, e può modificare, può calibrare…

TS - Questo sicuramente Diciamo poi che, sicuramente, per quanto riguarda il discorso dell'attore comico brillante è più importante avere come risorsa i propri mezzi espressivi, tecnici. Ciononostante, anche nell'altro caso, l'Ermete Zacconi della situazione che impallidiva, non impallidiva tutte le sere: impallidiva quando dall'altra parte sentiva un'emozione particolare, un'attenzione particolare da parte del pubblico. Io non voglio dire che, quando l'attore fa ricorso al metodo Stanislawski, poi arriva in scena ed è sotto una campana di vetro, qualunque sia la reazione del pubblico: anche lui ha sempre come rimbalzo l'effetto del pubblico. E'che, sicuramente, è più centrato su di sè e sono più correzioni di tipo emozionale, le sue:minime correzioni, perchè comunque il personaggio è stato già scolpito prima dalla preparazione, dalle prove, dalla concentrazione, quindi quello è. Nell'altro caso, uno non dico che metta in discussione tutto, a seconda di che pubblico ha. Però parecchie cose sì Lo spettacolo teatrale vive ogni sera di vita diversa e di nuova linfa: il pubblico è incredibile, ti frega sempre.Io mi ricordo. Londra, teatro Old Vic:t raduzione simultanea, quindi immagina, Alberto Lionello,"I due gemelli ven eziani", dopo 20' gli spettatori buttavano via il walkie-talkie della traduzione simultanea e ridevano come se fossero stati a Venezia.; fine della tournée, arriviamo in Italia. Prato, il gelo totale: sembrava di essere in Finlandia.Questo implicò da parte di Lionello sudare ottanta camicie, non le solite sette, per riuscire a trascinare questo spettacolo, ma l'imprevedibilità di questi due dati è assoluta.

LF - Quindi il feed-back che si crea col pubblico è sostanziale…

TS - Certo, certo…

LF - Dimmi: non provi mai niente a livello del corpo…

TS - No, a livello del corpo …si, perchè uso uno strumento:lo strumento va usato e va saputo usare.Quindi sicuramente nel momento in cui c'è da fare un peersonaggio divertente, o un personaggio cupo, ci sono gli strumenti da usare in un caso, e da non usare nell'altro

LF - Io però intendevo la manifestazione somatica che accompagna l'espressione di un'emozione.

TS - Corporea si, somatica meno. Per esempio, quando facevo l'atto unico con la Marchesini, e lei faceva un monologo, e io ero un marito che non prestava assolutamente attenzione alla moglie, leggeva il giornale, e muoveva la gamba così (movimento oscillatorio). Questo andava avanti per 15', e io feci una preparazione adeguata, perchè dopo 15' non sentivo più questa parte. Quindi, gli strumenti li devi saper usare indirizzandoli nella giusta dimensione. Il fatto poi di procurarsi anche un'emozione interna perchè viene più utile, facendo "Riccardo III" piuttosto che facendo le farse di Fo, questo può anche essere vero, però io credo che l'ulcera non venga tanto dal personaggio, per un attore, ma venga soprattutto per il tipo di rispondenza che ha col pubblico.E' sempre relazionato a cosa fai. Il pubblico è fondamentale, fondamentale. La distorsione della TV è che non usa il mezzo pubblico, per cui è un mezzo pazzo, è una distorsione.

LF - Parlando sempre del corpo, per un attore la mimica è importante. Ma è sempre studiata, o qualche volta "viene da sé", senza che tu le presti particolare attenzione?

TS - No, diciamo che tu ce l'hai, di tuo: Particolare attenzione viene usata se tu ti metti a fare cinema o TV, dove ci sono i primi piani, quindi il tipo di mimica va correlata al mezzo che stai usando

LF - Raccogliendo un po' le fila di quanto ci siamo detti, hai mai avuto l'impressione che l'aver recitato un certo tipo di personaggi abbia influito profondamente sul tuo modo di essere, portandoti a modificazioni interiori che forse non sarebbero mai avvenute, se tu non avessi giocato tali ruoli? In altre parole, consideri influente o ininfluente il tipo di ruolo che interpreti riguardo l'evolversi della tua personalità?

TS - No… il tipo di ruolo, è un po' il discorso che facevo prima dell'adolescente imbranato. Io credo che influisca un po' come sempre. Si è passati ormai dalla fase del consenso all'attore che viene dal personaggio che stai impersonando, consenso che puoi trovare con la complicità del regista, dello scenografo, e sapere se questo ti si confà, lo stai facendo bene, al consensi del pubblico, che è il consenso dell'audience, che è il consenso dell'incasso. Questo secondo consenso può portare delle modificazioni nel tuo percorso, anche nella tua vita, nelle scelte che fai, nel fatto di sentirti un fallito, un attore meraviglioso: ormai tutto è portato sul "cosa dirà il pubblico di questa cosa", quindi è un discorso più legato alla fortuna di uno spettacolo che alla fortuna di un ruolo, che poi può a volte anche essere inserito nella fortuna di uno spettacolo, o indipendente. Tu puoi fare una cosa meravigliosa, ma al pubblico non ne importa niente Ormai conta quello e basta:non c'è più attenzione per l'altro

LF - Un momento: ormai conta quello, da un punto di vista di mercato. Però tu mi hai spiegato poco fa che invece, durante lo svolgimento di uno spettacolo, per un attore conta molto la rispondenza del pubblico: è un dialogo, insomma.

TS - Si, si si, è un dialogo:Ma il dialogo è alla base, ma è l'esito di questo dialogo che poi alla fine importa, ahimè. Perchè uno potrebbe anche trasmettere emozioni, provocare sensazioni anche a due persone. La legge del mercato oggi fa sì che se fai due persone a sera, smetti, e vai a fare un altro mestiere. Quindi ormai influisce molto di più sulla personalità di chi ha scelto questo mestiere l'esito biecamente pratico finale del "funziona – non funziona", "c'è gente-non c'è gente", "fa incasso-non fa incasso", "fai audience-non fai audience". Ormai la vita di un attore è condizionata da queste cose.

LF - Ma tu avrai sempre la tua personalità, le tue preferenze, saprai che quella cosa lì + veramente valida o no…

TS - Però a volte ti confondi, ti confondi…a volte perdi le forze anche nella tua autostima…Purtroppo a volte un incasso di botteghino non distrugge solo la carriera di un attore, ma distrugge anche la persona: Per fare questo mestiere, a parte il discorso della tecnica di prima, però non c'è la rilassatezza di quello che fa il bancario e che conta i soldi a una cassa:Quello ha scelto sicuramente una maniera molto misera di implicare la propria creatività, la propria intelligenza, però sa che quello è, arrivederci e grazie. L'attore che fa questo mestiere lo fa per diventare attore, per scegliersi i ruoli, per essere riconosciuto per strada, per avere i soldi…

LF - Quindi il narcisismo nell'attore è preponderante…

TS - Assolutamente! Quindi l'attore che dopo tre anni si rende conto che sarà sempre destinato a dire le due battute, è un uomo finito, distrutto, anche se magari, al mese, porta a casa lo stipendio del bancario di cui parlavamo prima.Però al bancario va bene contare le banconote; l'attore che dice due battute, rimarrà un fallito per tutta la vita. Quindi, la risposta del pubblico è estremamente significativa.

LF - E' un ritorno narcisistico estremamente importante

TS - E certo! E se il ritorno è negativo, fa crollare la tua personalità, le tue convinzioni, la stima di te, tutto.

LF - Quindi:tutto in funzione del narcisismo dell'attore.

TS - Si.Quand'ero ragazzo io, c'erano queste scuole di teatro, Grotowski, Barba ecc, dove il teatro era soprattutto un modo di vivere, di stare insieme, c'erano queste comunità teatrali, per esempio il Living Theatre, dove vedevi che poteva esistere una vita di attore anche al di là del fatto che poi ci fosse il pubblico. Diventò un fatto clamoroso, ed ebbe un successo strepitoso dopo; però; in partenza, il teatro era un modo di vivere. era una terapia, se vogliamo, indi pendente dall'effetto che aveva poi sul pubblico. Lo ebbe poi dirompente suo malgrado, perchè chiaramente furono I primi, diventarono subito famosi, si fece subito riferimento a loro, poi vennero in Italia e ci fu un clamore incredibile: però per esempio nei confronti degli abbonati del teatro Stabile di Genova, ci fu un'accoglienza di assoluta freddezza, non c'era neanche la sala piena. però vedevi che questo gruppo aveva una tale sua forza, una tale sua autonomia di gestione dell'evento teatrale, che erano in una botte di ferro. In quel caso l'attore poteva avere una gratificazione "a prescindere" del più bravo, il meno bravo:infatti erano sempre spettacoli corali, dove non c'era mai un protagonista assoluto, dove c'era sempre uno scambio di ruoli..

LF - Quindi c'erano delle dinamiche di gruppo che salvaguardavano

TS - Si, si.

LF - Insomma, "su la maschera, giù la maschera" in un gioco complesso e adattivo di equilibri da parte di un Io che sa fare un esame di realtà ed utilizzare le sue difese nel modo giusto, adulto…

TS - Sicuramente: per quanto mi riguarda, mi serve, ma nel momento in cui utilizzo uno strumento, lo voglio trattare da strumento: non voglio credere nella vocazione fino in fondo.Sicuramente mi serve per uscire, per assolvere ad un mio bisogno narcisistico, dopo di che me ne distacco e lo uso solo come strumenbto. Anzi, lo sfrutto un po' per aumentare questo ritorno narcisistico, senza lasciarmi soggiogare.


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