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PSYCHOMEDIA
ARTE E RAPPRESENTAZIONE
Cinema



La Bella senz’Anima

di Sergio Benvenuto



Non credo sia un caso: nel 2002 si sono visti molti film che trattano lo stesso tema - il rapporto di un uomo con una donna amata che ha perso la mente. In questo filone spiccano i due migliori: Iris dell’inglese Eyre, e Habla con ella di Almodovar.
Iris è la versione cinematografica del libro autobiografico di John Bayley, marito della scrittrice Iris Murdoch: descrive la progressione dell’Alzheimer della moglie, fino alla morte di costei. Il film alterna scene della Murdoch giovane, brillante e libertina, a scene della stessa vecchia, ridotta al silenzio attonito. Il marito le parla spesso, ma lei non risponde.
Parla con lei è il capolavoro di Almodovar. E’ come una parabola. Due giovani donne - una ballerina e una toreadora - vegetano in coma in un ospedale. Ognuno dei due protagonisti maschili resta vicino alla sua donna dormiente. Uno, il vergine Benigno, infermiere dell’ospedale, parla alla sua bella come se fosse sveglia, la massaggia, la cura con tanta devozione, la ama talmente, che finisce con l’ingravidarla. Scoperto, viene sbattuto in prigione e più tardi si uccide. Ma la sua Bella Addormentata in Ospedale, dopo l’aborto, si risveglia, torna a vivere. La toreadora invece muore. In un caso la donna si salva e il suo amante muore; nell’altro caso l’amante si salva e la donna muore. Le parabole sono spesso simmetriche.
Anche nel film di Kitano, Dolls, un giovane vaga per il Giappone senza meta, trascinando legata a sé, con una corda rossa, la sua fidanzata sprofondata in uno stato catatonico permanente. Anche qui la donna amata ha perso la parola.
Questi film mettono in primo piano il rapporto con l’amenza. Non si tratta cioè di deliranti o di ritardati mentali, ma di donne prive di mente - di corpi la cui anima, se pur esiste ancora, non comunica con noi. Da qui la differenza con il cinema ethically correct: questo ci ha familiarizzato con protagonisti sordomuti, Down, morenti, psicotici, spastici, autistici, regrediti, smemorati, facendone gli eroi di storie il cui messaggio è sempre: "anche se sei comunque deficiente, puoi farcela, se i normali ti accettano!” Gran parte del cinema hollywoodiano è una gigantesca macchina di propaganda emancipazionista: predica l’integrazione di qualsiasi "diverso”, dagli omosessuali agli amerindi, dai sieropositivi… ai morti. Persino costoro diventano soggetti da emancipare: in alcuni film recenti il mondo viene visto dal punto di vista di un morto, e il messaggio è "persino se sei morto, in fondo, puoi vivere bene!”. Questa emancipazione dei defunti è drammatizzata in film come The Sixth Sense di Shymalan e The Others di Amenábar.
Il paragone tra il film A Beautiful Mind di Howard, e Spider di Cronenberg, illustra bene la differenza tra quel che il cinema americano vuole dimostrare e quel che il cinema di ascendenza europea vuole solo mostrare. Il primo film narra la vita del matematico John Nash, affetto da deliri schizofrenici, edulcorandola a sufficienza per ribadire la morale che ci si aspetta da Hollywood: anche un allucinato può essere un genio, supererà la follia e vincerà il Nobel grazie all’amore della bella consorte. Il film di Howard ci fa vedere le allucinazioni di Nash ”dall’interno” - in un primo momento noi spettatori, come lui, le prendiamo per realtà - dicendoci enfaticamente ”vedi, anche tu puoi entrare nella mente di un pazzo!” Il viaggio dello spettatore nella schizofrenia dovrebbe rendercela comprensibile, accettabile, perché il cinema popolare americano è edificante: educa le masse ad essere buone, tolleranti e democratiche.
Anche nell’anglo-canadese Spider vediamo le cose con gli occhi di uno psicotico uscito dal manicomio, ma fino alla fine (e anche dopo) non sappiamo veramente se dobbiamo credere ai nostri occhi (cioè al punto di vista del delirante) o a quello che ci suggerisce il buon senso. Spider, a differenza di A Beautiful Mind, non è a lieto fine: una volta che il protagonista realizza che è stato lui stesso ad uccidere sua madre, ciò non lo aiuta - torna in manicomio. Insomma, Spider non ci offre nessuna ricetta per superare la deficienza ed avere successo nella vita: ci fa vivere entro l'universo psicotico, senza che questo apra a qualche conversione terapeutica od esistenziale.
Nemmeno gli europei Iris e Parla con lei sono apologhi emancipativi sugli handicappati mentali: mettono in scena l’amore radicale tra uno che ama e un amato che ha perso l’anima. Un confronto quindi assoluto con l’amato come corpo. Perché oggi ci commuove questo rapporto muto con una Bella Senz’Anima? Certo, una lunga tradizione occidentale - dalla Beatrice di Dante fino a recenti opere strappalacrime - fa della bella donna morta o morente il non plus ultra del tema commovente. Ma oggi il tema è diverso: qui la donna è senza mente. Questo segnala un'importante differenza tra il modo in cui ogni sesso è per l'altro. Il maschio occidentale di solito ama una donna essenzialmente per quello che lei ha - per i begli oggetti che la donna gli offre - mentre una donna ama un uomo piuttosto per quello che è, per la presenza che egli costituisce. In questi film i tropismi dei genders si invertono: è l’uomo questa volta che deve ritrovare il grado zero dell’amore - vale a dire un legame alla donna come pura presenza vegetativa, nella sua estrema povertà dell’avere.
Ma perché tutti questi film, proprio oggi, su personaggi più o meno carenti di anima? Probabilmente il confronto radicale con la nuda vita è un’iperbole del compito che la nostra cultura avverte oggi come fondamentale: il rapporto con qualcosa di radicalmente altro da sé. Non si tratta più di ”cercare di capire” l’immigrato asiatico, la puttana, il gangster, il fondamentalista islamico, o il cannibale: il confronto con l’altro-da-noi assume oggi la figura estrema e silente della Donna Senz’Anima, tronco umano senza parola, vita vegetale di cui sentiamo il bisogno di prenderci cura. Insomma, poco a poco stiamo mettendo in questione l’etica umanistica che finora ci ha fatto da guida: l’accettazione dell’altro solo in quanto pensa e parla. Forse, una nuova etica naturalista sta spuntando all’alba del nostro millennio. E gli artisti, con le loro nervosissime antenne, la sentono, la sentono.


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