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PSYCHOMEDIA
ARTE E RAPPRESENTAZIONE
Cinema



Specchio delle mie brame

di Simona Argentieri



Nel ricostruire il mio personale percorso nella vastissima produzione cinematografica tessuto sul rapporto madre-figlia, devo citare in primo luogo quello che è stato anche il primo film della mia vita: Biancaneve e i sette nani. Come ogni brava bambina della passata generazione, mi innamorai infatti perdutamente; ma non del principe azzurro, e nemmeno della incantevole principessa; bensì della matrigna di lei, dalla bocca sottile e scarlatta, con le lunghissime unghie laccate e il pallido viso incorniciato di maglia nera e sormontato dalla elegante corona d’oro. Mi piacque talmente la crudele signora che poi volli prenderla a modello per una festa mascherata, cercando in ogni modo, con l’aiuto di tutti i possibili belletti, di rievocare in me quello sguardo altero.

Facendo, senza troppo sforzo, la psicoanalisi di me stessa, posso interpretare quel remoto desiderio come un banale sintomo di "identificazione con l’aggressore"; del meccanismo, cioè, secondo il quale i bambini (e anche alcuni adulti) si difendono dall’angoscia che suscita un potenziale nemico "diventando" essi stessi imitativamente proprio colui che incute terrore. Così, ad esempio, si capisce perché sono i ragazzini più timidi che si divertono a travestirsi da mostri; o - passando su un piano meno giocoso - non ci si meraviglia a scoprire che coloro che tormentano i più deboli sono stati spesso a loro volta dei bambini maltrattati.

Nel mio caso, però, niente di così drammatico. La mia vera madre era dolce, allegra, amorosa, più simile, semmai, alla mamma "vera" di Biancaneve, quella che muore quando la bambina è ancora in fasce.

Non ho introdotto questo ricordo personale perché lo considero particolarmente significativo, ma - al contrario - perché è molto banale, esemplificativo di un comunissimo processo di crescita, durante il quale ogni piccola donna ha bisogno di esprimere la sua ambivalenza verso la mamma che - al di là delle sue qualità o dei suoi difetti reali - è comunque il primo soverchiante modello di ogni femminilità.

Crimilde, dunque, la perfida regina, "femme fatale" dei cartoni animati e poi orribile strega, è perfetta per impersonare il lato oscuro del rapporto con la madre; come ogni matrigna, consente di mantenere idealizzata e fuori dal conflitto la mamma reale, ed accoglie su di sé tutto il complicato groviglio di passioni negative - invidia, gelosia, rivalità - che contraddistingue ogni rapporto d’amore e primo fra gli altri quello di una bambina verso la sua mamma: "specchio delle mie brame…"

L’immagine della matrigna, della "mamma cattiva", ha dunque un ruolo di straordinaria importanza nella nostra economia psichica, e non a caso costituisce il tema basilare di tante fiabe di ogni tempo e paese, e poi tante appassionate variazioni teatrali e cinematografiche.

D’altronde, proprio il film che dà il titolo a questa rassegna, Mammina cara di Frank Perry, benché tratto da una vicenda autobiografica, è una sorta di favola macabra, una narrazione, tutt’altro che imparziale, del conflitto tra la madre adottiva - un’attrice di successo - e la ragazzina che diventa sua figlia. Come è noto, tra le due donne si scatena una relazione perversa, in un crescendo di inarrestabile distruttività, in un confuso miscuglio di invidia e ingratitudine, rancore e rivalsa, questi due esseri femminili, che hanno reciprocamente fallito in un progetto di riparazione di sé di cui l’altra doveva essere l’inconsapevole strumento ("se tu sei una brava bambina io sono una buona mamma…"), finiscono col distruggersi in un gioco al massacro di reciproca delusione, in cui si rimbalzano l’un l’altra, fino all’ultimo sangue, il peso intollerabile della colpa.

D’altronde, il compito della psicoanalisi non è appurare quanto "cattiva" sia stata la madre reale, per far quadrare un bilancio impossibile di ragioni e di torti (anzi, programmaticamente, gli psicoanalisti non volgiono sapere niente della sotria oggettiva dei loro pazienti).
Il progetto è invece quello di aiutare ciascuno a "mettere in scena" nella cura i suoi fantasmi e a risolvere il rapporto con le immagini interiorizzate, cariche di proiezioni inconsce; necessaria premessa per poi poter sciogliere i conflitti con le immagini reali.

Per la verità, se diamo uno sguardo di insieme alle vicende che sono state scelte per questa rassegna e ai tantissimi altri film che ciascuno può evocare nella sua memoria, incontriamo prevalentemente madri tiranne e figlie ingrate, vittime alternamente sacrificali, condannate a contendersi l’un l’altra il diritto all’identità e alla vita.
Poco spazio, invece (forse perché la normalità non fa storia ed è comunque meno efficace sul piano drammatico), viene concesso sullo schermo ai rapporti sereni e amorosi, nutriti di fiducia e di potenzialità trasformativa, che pure esistono, per nostra consolazione, nella vita reale, ma dei quali il cinema è riluttante ad essere "specchio".

D’altronde, quali che siano gli eccessi e le distorsioni che il cinema predilige sul tema delle vicissitudini che si dipanano di donna in donna, credo che ell’enfasi posta sul rapporto tra madre e figlia la psicoanalisi abbia una sua buona quota di responsabilità.

Se Freud ha esplorato le epoche cosiddette "edipiche" e il rapporto del bambino con il padre e la sua legge, tutta la psicoanalisi moderna si è sviluppata invece sotto il segno materno: Margareth Mahler ha parlato della simbiosi originaria madre-bambino; Winnicott ha fornulato il concetto di "madre ambiente" e di madre "sufficientemente buona"; Bion ha descritto la funzione fondamentale della "reverie" materna, come capacità di albergare il bambino nella propria mente, prima ancora che nel corpo; Melanie Klein, infine, ha messo in luce le prime arcaiche angosce di voracità e invidia rispetto al seno materno, rispetto alle quali maschi e femmine sono tragicamente uguali.

È attraverso l’analisi di questi livelli precoci, condotta a ritroso, durante la terapia di pazienti adulti, che abbiamo potuto capire quanto il rapporto originario con la madre sia fondamentale per la costruzione della personalità di ciascuno; e quanto normalità e nevrosi adulte spesso conservino il marchio di quel primitivo "imprinting" relazionale.

A lato delle comuni vicissitudini di maschi e femmine all’alba della vita, è poi materia "classica" della psicoanalisi l’indagine dell’evoluzione differenziata dell’identità femminile, secondo la quale una bambina - a partire dalla originaria identificazione prevalentemente imitativa con la madre - deve progressivamente "disidentificarsi" da lei se vuole raggiungere una sua autonoma individualità e divenire, prima che donna, persona.

È invece, purtroppo, esperienza clinica quotidiana il caso di madri e figlie che, in una tragica caricatura del processo di separazione-individuazione, temono di poter esistere solo a spese dell’esistenza dell’altra, come se la femminilità e l’autonomia fossero un bene unico e concreto, da rapinare o da perdere.

Di questi drammi privati il cinema, come è noto, ha dato magistrali rappresentazioni (da Sinfonia d’autunno di Ingmar Bergman a Come l’acqua per il cioccolato di Vicente Arao) così come film belli e meno belli (da Bellissima di Luchino Visconti o Di questo non si parla di Maria Lisa Bemberg), hanno saputo raccontare il conflitto tra amore e narcisismo di donne che hanno dovuto usare inconsciamnete le figlie per compensare carenze caratteriali, fallimenti sessuali, solitudini affettive. Le figlie, a loro volta, in film brutti e talora molto brutti (da Settembre di Woody Allen a Cartoline dall’inferno di Mike Nichols), temono che l’affermazione di sé e la propria indipendenza sanciscano l’uccisione simbolica di chi le ha generate.
Il momento più duro, carico di potenziale aggressività è in effetti quello in cui il rapporto della madre con la sua bambina si trasforma nel confronto tra due donne "uguali".

Posso citare - questa volta, purtroppo, l’esempio non proviene dal cinema, ma dalla cronaca - il caso recentissimo della donna che ha ucciso per gelosia la figlia di dicannove anni, e che, dopo il delitto, continuava a ripetere: "… la mia bambina, la mia bambina!!.. " Non era il segno del rimorso, ma il rimpianto folle e sincero per la dimensione perduta di una relazione in cui aveva a che fare con una bambina e non con un’"altra" donna.

Tuttavia, nonostante la produzione sterminata di film sul tema madre-figlia, penso che, rispetto alle profonde, irreversibili rivoluzioni che hanno investito il mondo femminile di questi ultimi decenni, il cinema - per un volta - è in ritardo.
Ha messo in scena le fantasie eroico-catastrofiche del tardo femminismo (Thelma e Louise di Ridley Scott), o le pseudo-emancipazioni sentimentali (Una donna tutta sola); ma - tranne che in alcune opere minori - non ha voluto essere "lo specchio" delle tante attuali micro-mutazioni: l’incertezza, la confusione, l’assenza di apssioni delle giovani donne, ormai abituate a considerare come diritti naturali le faticose e laceranti conquiste delle loro madri. Avvezze a praticare una sessualità precoce, ma senza desideri, vivono la conflittualità della dinamica di coppia con dei coetanei maschi non meno diversi dai loro padri, ma non ancora "uomini nuovi"; così le ragazze sembrano cercare la realizzazione di sé più nel successo professionale che nell’amore, e sempre più spesso il loro sogno non è il principe azzurro, ma il lavoro.

In un totale ribaltamento degli schemi del passato, oggi sono le ragazze che non si vogliono sposare, che esitano a deisderare i figli; oppure che li cominciano a volere (forsennatamente a quel punto), al limite dei tempi della fertilità e oltre, indipendentemente dal rapporto con un compagno o con la famiglia. (Può anche essere interessante sapere, per il nostro discorso, che nell’assoluta maggioranza dei casi le donne che oggi aspettano un figlio preferirebbero una femmina!).

Ad ogni modo, sia nelle vicende quotidiane che in quelle "cliniche", non ci sono patologie tipiche, né modelli fissi; il criterio "generazionale" è comunque insufficiente a delineare ruoli e identità. La psicoanalisi - priva per statuto di un’ideologia fissa sui rapporti umani - assiste perplessa alle mutazioni epocali, e confronta i suoi strumenti con nuove realtà e nuove patologie, tesa a capire i problemi che si potranno organizzare nella struttura psichica di queste nuove generazioni di figli - maschi e femmine - di sola madre. Il futuro è oscuro, ma siamo anche consapevoli che le vecchie dinamiche della maternità c’è poco da rimpiangere.

Non so dire perché il cinema - o per lo meno il grande cinema hollywoodiano - in questo caso non anticipi né rifletta la vita; forse perché le tematiche attuali sono poco attraenti sul piano drammatico e narrativo; incertezza, confusione, mancanza di passioni "rendono" artisticamente assai meno delle conflittualità grondanti lacrime e sangue della tradizione.
Non credo sia casuale che solo alcuni film europei, di grande qualità, ma fuori dai grandi circuiti e dai grandi incassi, siano riusciti a mettere in scena degli aspetti autentici ed inquietanti delle attuali vicissitudini del rapporto madre-figlia.

Penso, ad esempio, all’originalissimo Spalle nude (1989) di David Hare, in cui - dopo un solito intrico di incontri e abbandoni - una bambina viene alla luce in una famiglia composta da due sorelle; oppure a Un week-end su due di Nicole Garcia (1990) - una sensibile attrice passata per una volta alla regia e alla sceneggiatura - che racconta la storia anti-eroica di una donna fragile, che perde ed è perduta. A causa dei suoi difetti e delle sue nevrosi, può avere i figli con sé solo ogni due fine settimana; ma non smette di cercare di ricostruire il rapporto con loro, senza più rinnegare se stessa. Non meno lontana da ogni retorica sulla maternità è - per fare un altro esempio, questa volta italianao - la protagonista di Verso sera di Francesca Archibugi; ancora un film, dunque, tutto femminile. Qui vediamo una ragzzina arrogante e sincera, aggressiva e appassionata, vistosamente inadeguata e inaffidabile per fare da madre alla piccola Mescalina. Anch’essa, però è all’ostinata ricerca di un suo modo di amare la figlia e di insegnarle, nel disordine e nella distrazione, se non delle certezze, almeno la ribellione alla viltà e alle bugie. Madri, dunque, neppure lontanamente "sufficientemente buone" secondo qualunque canone psicoanalitico, e neppure secondo il semplice buon senso.

Eppure, Blair Brown, Bridget Fonda, Natalie Baye e Sandrine Bonnaire, attraverso i loro personaggi sconcertanti, danno volto e spessore a tante giovani donne di oggi: confuse, prive di valori e di punti di rierimento, discontinue negli affetti, che però non pretendono di dimostrare nulla alle figlie. Si offrono per quello che sono, piene di "vuoti", ma autentiche e forse meno dominate dalla coazione ad utilizzare le bambine per un qualche disegno inconscio. In questo piccolo panorama, va inserito di diritto, anche un film recentissimo, raffinato e a suo modo indicativo: The Snapper di Stephen Frears.

La storia è quella di una ragazzina irlandese che, in una notte di sbronza, rimane incinta per caso di un vecchio signore della porta accanto e che, in un miscuglio di innocenza e di allegria, decide di tenersi da sola il bambino (che poi sarà una bambina).
A parte qualche momento di pittoresca intemperanza, la numerosa, cattolicissima famiglia di lei decide di inglobare affettuosamente puerpera e neonata, nella casetta già sovraffollata, con il padre di lei che - anziché fare uno scandalo - si esibisce emozionatissimo in una sorta di complesso di Edipo alla rovescia.

Il film è godibilissimo, ma - come ha giustamente scritto Irene Bignardi - è anche totalmente falso, sia sul piano sociologico che su quello psicologico. Per analogia e per contrasto, mi è tornato alla mente un altro film di qualche tempo fa: Vorrei che tu fossi qui (1987) di David Leland, che a grandi linee racconta la stessa storia. Una adolescenza simpatica e sboccata ("Ho imparato a dire culo prima di dire mamma"), di famiglia povera e senza punti di riferimento morali, usa il suo corpo in una sessualità trasgressiva e disordinata per cercare di definire se stessa, e non sa di cercare, sotto l’apparenza di contatti adulti, la tenerezza infantile che ha perduto. Anche questa bella fanciulla rimane incinta di un vecchio cialtrone, vicino di casa, e anche lei decide di tenersi il bambino da sola, infischiandosene della "figura paterna". Nella’ultima scena la vediamo orgogliosa e raggiante spingere la carrozzina con le sue scarpette scalcagnate. Speranza ad ogni costo, avvenire incerto e struggente, solitudine che cerca di contenere se stessa in un cieco impulso vitale, lascia nello spettatore un segno ben più incisivo del superficiale ed ambiguo lieto fine di The Snapper.

Non sempre, naturalmente, nella vita reale le cose si svolgono in modo così triste. Esistono anche giovani coppie che si amano e che desiderano mettere al mondo i loro bambini; e a questo proposito - dopo tanto pessimismo - non voglio rinunciare ad esprimere la mia simpatia per tanti "nuovi padri": uomini teneri e attenti, capaci di rivoltare abilmente nelle loro manone il neonato da cambiare, disponibili - con estrema naturalezza - ad alternarsi al biberon, o ad accorrere se il piccolo si sveglia di notte. Uomini sensibili e gentili, sono in grado di compiere le funzioni maternage con grande semplicità, senza nessuna ostentazione ideologica e senza lo scompiglio emotivo che contraddistingue invece - tanto per restare agli esempi cinematografici - il papà di Kramer contro Kramer o i tre padri putativi di Tre uomini e una culla.

Insomma, nella quotidianità possiamo vedere, non senza soddisfazione, che i nostri uomini stanno imparando a fare le mamme. Non ci resta che augurarci che, in questa nostra società senza adulti, maschi e femmine riescano ad uscire dal regno indifferenziato e regressivo delle madri, e entrambi imparino presto a fare anche i padri.

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