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PSYCHOMEDIA
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Tesi di Baccalaureato di Paolo Spagnol

Sentimento oceanico e Trascendenza nella relazione tra mistica e psicoanalisi

5 - Mistica come norma dell'uomo



Uno degli obiettivi di questo elaborato è quello di individuare il campo concettuale e pratico nel quale porre la questione del rapporto tra mistica e psicoanalisi o, meglio, la questione di una mistica psicoanalitica. Tutto ciò permette di esprimere le potenzialità di una mente più ampia, e di scoprire nuove risorse umane e terapeutiche. Mistica e psicoanalisi altro non sono che forme diverse di una stessa ricerca.
Se si impara l'arte dell'ascolto a molteplici livelli, con presenza e sensibilità, vi è la possibilità di entrare a contatto con le ferite più profonde dell'essere umano e di sanarle.
Si profilano, nell'orizzonte psicoanalitico, due linee di tendenza che tendono a divergere: vi è chi pensa alla psicoanalisi come ad una pratica tecnico-professionale, tesa a conquistare il campo medico e psichiatrico e ad assumerne il relativo linguaggio; e c'è chi la considera la forma più alta di meditazione e consapevolezza laica, in grado di rispondere alla domanda di spiritualità del mondo contemporaneo.
Il terapeuta mistico agisce riattivando le capacità simboliche del paziente, inteso come persona impegnata in una difficile impresa esistenziale, favorendo il processo di guarigione. Come tale il paziente va compreso e accompagnato, perché la vita è processo creativo.
Il rapporto va più in profondità, toccando quei livelli della mente che si raggiungono solo in rari e preziosi momenti nel percorso psicoanalitico.
La componente "senza parole" della psicoanalisi, quindi, può fornire un'apertura verso nuovi spazi di consapevolezza, dove aspetti quali la meditazione e l'ascolto di sé favoriscono il contatto con le proprie emozioni, anche le più sgradevoli e angoscianti, senza identificarsi con esse, ma per utilizzarle come preziosi strumenti di conoscenza.
Ogni essere umano avverte l'esigenza di attenzione e di riconoscimento, e il non averle vissute determina un senso di profondo disagio psichico, che spesso aliena l'esistenza.
Questi residui psichici, originati dall'aver ricevuto un'attenzione inadeguata durante l'infanzia, vengono a creare, soprattutto nella società occidentale, che ha progressivamente demistificato il mondo, una paradossale condizione in cui forme estreme di autosufficienza convivono con paurose sensazioni di vuoto interiore, panico e "fame spirituale" cronica.
L'analista, come il mistico, ha una maggiore sensibilità e disponibilità emotiva verso l'altro.
Grazie alla propria esperienza psicoanalitica egli assume la consapevolezza che l'analisi non potrà cancellare anche la sua di sofferenza, che si ripresenta continuamente nell'apertura all'Altro da sé e nel qui e ora della relazione, allorché realizza la condizione del prendersi cura dell'altro.
Questa dimensione della persona sta alla base dell'essere psicoanalista; senza questa fondazione, fare lo psicoanalista, prima o poi, esporrà alla scomparsa di quella appassionata e amorevole curiosità per il mistero della psiche umana, quale sorgente motivazionale.
Il terapeuta funge, inizialmente, da guida, in una sorta di "processo iniziatico" che conduce, in seguito, ad uno stato di autocoscienza e introspezione nel paziente, il quale può trasferire sull'analista esigenze emotive e stati d'animo che hanno segnato la sua vita.
La presenza del terapeuta è vissuta come uno specchio nel quale riflettersi; essa aiuta a raggiungere stati profondi della psiche e linguaggi emotivi preesistenti all'uso della parola stessa.
In questo contesto, si passa ora a presentare i contributi di alcuni indirizzi terapeutici che tengono conto, nella clinica e nell'elaborazione teorica, della dimensione mistica della psicoanalisi; essi fanno anche riferimento alle pratiche meditative, per la loro capacità di penetrare nella costituzione profonda del sé, con risvolti teorici rivoluzionari rispetto al modo di concepire la personalità umana.
La mistica talvolta è scambiata per psicopatologia: la differenza è che la prima crea un vuoto in cerca di qualcosa, mentre la seconda si perde nel vuoto e ne viene invasa.
Gli studiosi di mistica si trovano d'accordo nel ritenere che Freud, forse a causa del suo ateismo radicale o perché riteneva di fondare la nuova scienza su solide basi positivistiche, trattò mistico e religioso come unica categoria dello spirito, liquidando definitivamente entrambi nella categoria dello psico(pato)logico.
Si deve a personaggi come Jacques Lacan, Donald Winnicott, Marion Milner e Wilfred Bion una rigorosa analisi della questione della mistica psicoanalitica.
Ciascuno di questi studiosi, con il proprio stile, bagaglio culturale e storia personale, mai disgiunti dal modo di intendere e attuare la terapia, porta nella rispettiva teoria psicoanalitica delle modalità operative che provengono dalla tradizione mistica occidentale o orientale, laica o religiosa.
Psicoanalisi e pratica meditativa registrano alcune interessanti somiglianze.70
La più evidente riguarda il tendere verso uno stato di grande presenza mentale, contraddistinto da una fine capacità di ascolto e dall'astensione da qualunque azione - fisica o anche mentale - che possa compromettere una visione ampia, flessibile e aperta della realtà che si sta osservando.
La psicoanalisi mistica si configura, pertanto, nei termini di una concentrazione meditativa e insieme analitica; essa intende spingersi fino alle zone di frontiera della coscienza dove, tuttavia, sa di incontrare il proprio limite: la non rappresentatività dell'inconscio.
Non è possibile, tuttavia, immaginare una conclusione alla riflessione proposta, poiché questi pensieri non rappresentano se non una suggestione a elaborare uno studio sulla psicoanalisi mistica più attento alle ricerche germogliate in tempi recenti nel campo della spiritualità e delle scienze umane.


5.1 - Jacques Lacan: parole per far parlare l'inconscio

L'impresa teorica di Jacques Lacan, psichiatra formatosi alla psicoanalisi, è orientata dal ritorno a Freud, avvertito come una necessità etica, per non smarrire il contenuto più fecondo dell'impostazione freudiana.
L'impresa è animata anche da una urgenza epistemologica: affermare la peculiarità dell'inconscio freudiano, per salvarlo da una concezione che lo considera il luogo dell'insondabile.
Lo studioso afferma, altresì, che nella psicoanalisi non è in gioco un sapere incomunicabile, destinato a consumarsi nel breve tempo della seduta analitica, ma un sapere sulla struttura, che esige di trovare vie di trasmissione possibili e che, tuttavia, non si presenta mai come l'espressione di un sapere totalizzante, data la sua resistenza a lasciarsi assoggettare dal potere della formalizzazione.
Lacan intende, inoltre, chiarire il fraintendimento storico che interpreta l'inconscio freudiano come l'irrazionale, l'istintuale, il negativo della coscienza o il non-ancora cosciente, destinato a essere riassorbito, educato, conquistato da un rafforzamento progressivo dell'io.
Al contrario, Lacan afferma che l'inconscio di Freud preesiste al soggetto e non conduce al disordine degli istinti; esso si struttura come una ragione che si manifesta attraverso le leggi che governano il linguaggio stesso: la metafora e la metonimia.
Inoltre, la psicoanalisi è possibile solo se l'inconscio si configura alla stregua di un linguaggio.
Se l'inconscio è strutturato come un linguaggio, ciò significa che è dell'ordine del sapere.
Pertanto, ci si deve interessare del funzionamento e della logica di questo sapere, per gettare una qualche luce su ciò che abita l'essere che parla, ma a sua insaputa, e che si chiama inconscio.
Per Lacan vi è un soggetto che parla, "Ça parle", all'interno del soggetto principale; tuttavia, si tratta di un discorso che trascende il soggetto cosciente, perché è "il discorso dell'Altro" e, per tale motivo, rimane indecifrabile.
Questa dimensione simbolica impersonale, altra rispetto all'uomo, si esprime attraverso lapsus, sogni, sintomi e malattie; essa rappresenta la struttura fondamentale dell'essere umano: occorre, quindi, saperla ascoltare, senza pretendere di ridurne i messaggi a banali "significati", funzionali alla vita razionale cosciente.
L'essere umano non si costituisce come una sostanza auto-fondata, che si realizza tramite l'esplicitarsi di potenzialità psichiche e fisiche esistenti a priori, ma dipende, nel suo essere, dal discorso, dal riconoscimento e dal desiderio dell'Altro.
Il bambino cresce in un mondo già da sempre parlato, che "accade" tramite il desiderio con il quale egli viene accolto.
Jacques Lacan è attratto anche dall'aspetto linguistico di un ambito inconsueto per la psicoanalisi, quello della vita mistica, che sovverte e mette in discussione ogni teoria della comunicazione.
Egli si interessa del pensiero di Lao-tzu, iniziatore del taoismo, considerato l'artefice di un pensiero nel quale l'agire è visto nella modalità del non agire, finalizzato a raggiungere una forma di linguaggio capace di captare ciò che è indicibile.
Lacan, inoltre, si accosta alla mistica cristiana, e in particolare a quella di Meister Ekhart, Nicola Cusano e S. Giovanni della Croce, che gli giunge attraverso il filosofo Spinoza, suo autore preferito nell'adolescenza.
I mistici offrono all'uomo quello che Spinoza indica al termine della sua "Etica", ossia beatitudo et salus; non si tratta di un'accidentale e banale "felicità", ma di una divina beatitudo; lo stesso dicasi per il termine salus, che denota salvezza e salute insieme.
La ricerca di salute, infatti, si esprime in senso globale, e deve tener conto anche delle istanze della vita interiore e spirituale.
La "globalità" del significato riguarda la totalità della persona umana, alla presa con una sofferenza, un disagio, un'afflizione, che costituiscono un'esperienza a sua volta totale, dunque unitariamente fisica, morale e spirituale, ossia psico-somatica.
Il movimento verso il dischiudersi di questa salute rappresenta una sfida per lo psicoterapeuta, perché affronta il desiderio di comprendere e controllare sottilmente ciò che accade.
Lacan consiglia di accostarsi alla psicoanalisi leggendo "Il Pellegrino Cherubico"; si tratta di una raccolta di sentenze di Angelus Silesius, pseudonimo del poeta tedesco seicentesco Joannes Scheffer, che trattano della spiritualità e del paradosso dei rapporti tra uomo e Dio, entrambi poli necessari e equivalenti di una dialettica senza fine.
Questo è uno dei testi poetici e mistici più alti dell'Occidente, vero scrigno della sapienza spirituale classica e cristiana.
Silesius raccomanda all'uomo di diventare essenziale: perché quando il mondo passa la contingenza si perde, e solo l'essenziale sussiste. allora che l'essere viene a costituirsi.
La risultante di tale processo è, per il poeta, la travolgente rivelazione dell'infinito amore di Dio e la conseguente scoperta umana di tale dono, attraverso l'emersione dell'insignificanza della ragione di fronte al mistero e allo splendore della bellezza e della giustizia divina.
Lacan tematizza, inoltre, una "mancanza ad essere" come istanza ultima di un desiderio alimentato dal discorso dell'Altro. E l'Altro è da intendersi come "il Dio nascosto".
Secondo Silesius, per incontrare Dio e perdersi in Lui, l'uomo deve imparare a distrarsi dal mondo. Questa condizione può essere paragonata a un'esperienza al limite della de-personalizzazione.71
Freud inaugura un'etica che non ha lo scopo di svolgere una correzione morale nei confronti del desiderio, ma che vede nel desiderio la causa che muove il soggetto. Anche la psicoanalisi di Lacan rappresenta uno spunto suggestivo per riflettere sul ruolo svolto dal desiderio nella strutturazione della coscienza. Egli descrive come desiderio l'essere riconosciuti dall'Altro, e il riconoscersi nell'Altro percepito.
L'inconscio permette all'uomo di intuire che, nella vita, questo legame con l'Altro è decisivo, nonostante esso venga identificato con l'oggetto innominabile, e sempre assente, del desiderio.
E all'uomo spetta il compito di assumere in maniera responsabile questa relazione.
Il soggetto non è un seme che contiene già in sé la sua evoluzione; è piuttosto costituito e attraversato dal desiderio dell'Altro: egli diverrà, come attesta l'esperienza clinica, ciò che è stato per il desiderio dell'Altro.
Nel linguaggio mistico la soddisfazione e l'insoddisfazione, la presenza e l'assenza, la sofferenza della separazione e l'anelito all'unione, l'amore e il godimento sono la trama stessa e la causa del desiderio, e sono spinti al limite del dicibile con il ricorso alle figure retoriche, per cercare di dire ciò che non si può dire.
Ogni bambino, secondo Lacan, tra i sei e i diciotto mesi vive un'esperienza decisiva per la propria costituzione psichica, che lo psicoanalista francese definisce "stadio dello specchio", riconoscendolo come il primo atto del pensiero.
L'immagine dello specchio è legata al senso dell'io, all'identità e al rapporto col mondo.
Si tratta, in sostanza, di questo: di fronte all'immagine riflessa nello specchio il bambino percepisce uno scarto tra il proprio corpo reale, che gli appare «frammentato» (in quanto non è ancora in grado di coordinarlo), e l'immagine totale di sé riflessa nello specchio.
In questa situazione il bimbo deve decidere chi essere: se questo al di qua dello specchio, oppure quello che vede riflesso. In questo modo sorge l'io del piccolo.
Nello stesso momento in cui sorge coscientemente l'io, sembra sorgere anche nell'inconscio un altro soggetto, animato dal desiderio di poter incontrare quell'immagine ideale (balenata per un istante di fronte agli occhi), nella quale potersi riconoscere.
La situazione descritta come stadio dello specchio non rappresenta semplicemente un momento cronologicamente definito nella crescita umana, bensì un paradigma per comprendere quello che accade in ogni esperienza: l'uomo si trova sempre di fronte all'altro, guidato dal desiderio di incontrare l'immagine ideale del suo desiderio. Il desiderio è, quindi, un rinvio, come del resto lo è il soggetto.
Questa situazione si verifica già nella relazione infantile tra mamma e bambino: la relazione materna è esposta al rischio che ciascuno dei due soggetti si illuda di poter riconoscere nell'altro l'incarnazione dell'Altro del loro desiderio.
Nessuno, secondo Lacan, può realmente incarnare l'Altro: esso è l'eterno assente, attorno a cui si struttura l'esperienza umana, come il vuoto attorno a cui il vasaio modella il proprio vaso.
possibile sfuggire a questa trappola solamente qualora compaia una terza persona, che possa rappresentare, per entrambi, l'Altro del loro desiderio.
Questa persona è il padre: egli è in grado di rispondere al desiderio della mamma, distogliendola dall'orientarlo verso il figlio e, proponendosi come immagine ideale, rilancia il desiderio del bimbo.
In seguito il figlio dovrà scoprire che neanche il padre incarna l'Altro del suo desiderio, ne è solo un simbolo, non però uno qualunque, bensì quello «primordiale»: d'ora in poi il bimbo cercherà attorno a sé qualcuno che, come il padre, sappia farlo «sognare», rimandargli l'immagine ideale in cui potersi riconoscere.72
Un ulteriore capitolo della teoria di Lacan riguarda l'etica della psicoanalisi, la quale non segue il miraggio di una "personalità totale" e non si propone la soppressione dello straniero interno (l'inconscio): al contrario, lo valorizza e con esso la sua non-coincidenza e differenza rispetto al soggetto cosciente.
La cura analitica, quindi, non è una colonizzazione progressiva delle regioni primitive dell'inconscio e non è, quindi, cura dell'inconscio.
Se l'analista è investito di una certa autorevolezza da parte del paziente, e perciò è colui che deve proporre un modello di vita e dunque dei valori, allora l'etica è il nodo centrale della psicoanalisi; inoltre, essa garantisce che il soggetto non si identifichi una volta per tutte, ma che sia in divenire.
Il soggetto non si sa; egli non riesce a concludere stabilmente il processo delle sue continue identificazioni, ma è l'etica lacaniana che sa e spiega il perché di questo non sapersi.
Essa si configura come mantenimento dell'oscillazione continua che, attraverso le molteplici identificazioni, costituisce il soggetto finito. in questa oscillazione che deve stare, e da sempre sta, il soggetto, trattenendosi appunto dal desiderio di assurgere a una condizione stabile e definitiva, che è solo un miraggio dell'immaginario.


5.2 - Winnicott: il gioco condiviso, che rende plasmabile il confine tra realtà e fantasia

Donald Winnicott considera l'esperienza terapeutica una specie di gioco condiviso, all'interno del quale l'analista non resta un interprete esterno, ma rappresenta un elemento essenziale.
In tutto questo vi è rispetto per lo spazio privato del sé; pertanto, l'interpretazione deve fondarsi sul "materiale" offerto dal paziente, e non essere, invece, la traduzione da inconscio in conscio da parte dell'analista. Infatti, il gioco finisce quando l'analista diventa invadente e dogmatico, producendo indottrinamento e sottomissione.
Winnicott, inoltre, concentra la sua attenzione sul rapporto madre-bambino, e evidenzia i disturbi che possono derivare al bambino e all'adulto che diventerà, se la madre non esercita le necessarie funzioni di contenimento (holding) delle pulsioni infantili.
Il precursore dello specchio di Lacan è, per Winnicott, il volto materno. Il ruolo primario della madre, quindi, è quello di restituire al bambino il suo sé.
A Winnicott si deve anche il concetto di "spazio transizionale", da intendersi come il "luogo" ideale dal quale prendono avvio i processi simbolici, e un momento dello sviluppo nel quale si collocano fenomeni come quello del gioco, del fantasticare o del creare; questo spazio transizionale può anche essere rappresentato dal setting analitico, e favorire il riconoscimento delle differenze tra mondo esterno e mondo interno.
"Oggetti transazionali" sono invece quegli oggetti e fenomeni che costituiscono per il bambino un modo pre-simbolico di rappresentare, e far evolvere, il proprio rapporto con la madre. 73
La tematica degli "oggetti transizionali", secondo Leonardo Ancona, rappresenta un significativo punto di convergenza tra la posizione psicoanalitica e quella religiosa, essendo costitutiva anche della relazione uomo-Dio, e permeando tutta la vita religiosa del credente.74
Per Winnicott la dimensione mistica è da intendersi come una forma di comunicazione segreta.
Secondo lo studioso, infatti, al centro di ogni persona c'è un elemento non comunicato e inviolabile, che è sano e va preservato. Di fronte alla minaccia che questo nucleo interiore venga scoperto, alterato e implicato nella comunicazione, la difesa consiste nel nascondere ulteriormente il sé segreto e, al limite, persino nel proiettarlo e nel disseminarlo infinitamente.
Ogni essere umano possiede un personale universo, un mondo interno più o meno ricco, spesso misconosciuto e sorprendente, degno di essere manifestato qualora lo si desideri.
Egli, naturalmente attratto da ciò che ignora, procede nella propria esistenza ponendosi domande e cercando risposte.
Il processo artistico è in grado di catturare la forma più originale e più antica del funzionamento della mente dell'uomo.
Nella letteratura, nella musica, nelle arti, le emozioni hanno pieno diritto di cittadinanza: in queste attività vi è l'implicita consapevolezza che esse, pur venendo alla luce da un magma irrazionale, agiscono cognitivamente, incrementano cioè il patrimonio d'esperienza del soggetto.
I pazienti coinvolti nel proprio processo creativo, da una parte sperimentano l'annullamento dei confini del sé, riprovando quel senso di fusione oceanica di cui parla l'estasi artistica, dall'altra un senso di separazione da ciò che prima era parte di sé, e ora appartiene alla realtà esterna, e per questo può essere guardato e commentato.
Si tratta della possibilità di mantenere e coltivare, lungo tutta la vita, qualcosa che riguarda l'esperienza infantile: ossia la capacità di creare il mondo. Ed è su questa base che si costruisce ogni altra esperienza significativa.
Per i bambini non è affatto difficile creare il mondo, soprattutto quando giocano, perché essi si vivono, date alcune condizioni, come potenti creatori.
Il luogo e l'origine della creatività infantile sta nella specifica relazione che si stabilisce con la madre.
Gli artisti, da sempre, considerano l'area dell'arte di grande valore, come area suprema di illusione; ciò sta ad indicare "non tanto una falsificazione della realtà quanto una modalità o un tentativo di costruzione di realtà condivisibili".75
Quest'area potenziale potrebbe darsi anche come il luogo dal quale l'artista attinge per creare.
il luogo delle origini, al quale riferirsi per recuperare il sentimento di unione oceanica con il mondo, di fusione onnipotente e creatrice.
Alla base del processo creativo esiste un processo mentale, che non ha equivalente nel ragionamento logico, attraverso il quale gli oggetti e il sé vengono afferrate contemporaneamente mediante un atto conoscitivo; esso non può avere espressione concettuale, ma si rivela nel lavoro dell'artista.
Questo processo è l'intuizione creativa o poetica: qui la realtà del mondo e quella soggettiva coesistono inseparabilmente.
La capacità degli artisti consiste nel tuffarsi nell'area transizionale di cui parla Winnicott, e di intrattenere relazioni con idee e sentimenti originate negli strati più antichi del funzionamento della mente, che si manifestano inarticolate all'io osservante. L'atto creativo richiede una "paralisi transitoria" dell'attenzione di superficie: si tratta di una disposizione mentale nella quale il pensiero conscio e logico è sospeso a favore di un processo sognante. Si tratta di un sentimento di "attenzione sospesa" inesprimibile. Tuttavia, è propria degli artisti la volontà di comunicare, attraverso il medium espressivo, ciò che in realtà non è comunicabile, e che proviene da questo particolare stato mentale.
Lo stato mistico non è una illusione, ma la corretta espressione di un ricordo infantile, inaccessibile con l'introspezione diretta, ma evocato tramite la qualità delle opere d'arte; queste ultime, infatti, sono in grado di mettere il soggetto nella condizione di sperimentare l'unione con il mondo.
L'artista, grazie ad uno sguardo ampio e diffuso, può avvicinarsi più facilmente ad una visione onnicomprensiva. Egli oscilla tra un sentimento di unione e uno di separatezza nei confronti del mondo, cercando di comunicare l'incomunicabile: è proprio questa discontinuità che genera l'opera.
Essa contiene in sé le tracce della mente da cui è generata.
Ciò le conferisce uno statuto e un destino che rimanda alla potenza creatrice e innovatrice del bambino che crea il mondo, e che nell'oggetto transizionale racchiude dinamicamente il movimento creatore, la relazione con gli oggetti, l'unione tra sé e la madre.76


5.3 - Marion Milner e l'arte terapia

Marion Milner (1900-1998), psicoanalista e pittrice, è stata fra le personalità più creative del Novecento.
Con le sue opere e la sua pratica clinica ha rappresentato un riferimento per Winnicott, Bion e molti altri.
Il tema più fortemente sentito dalla studiosa è quello della creatività.
Le nuove strategie della psicoterapia individuano nell'arte un ausilio efficace nella risoluzione di svariate patologie psichiche.
La studiosa in esame sostiene che gli psicoanalisti si devono interessare alla logica che presiede l'esperienza mistica; essa, infatti, si presenta come una dialettica degli opposti, ossia una logica del conscio e dell'inconscio, che Matte Blanco, a sua volta psicoanalista mistico, chiamerà "bi-logica".
Il setting rassicurante dell'arte terapia permette al paziente di giocare con i confini tra interno ed esterno, fino a trovare tra i due una relazione dinamica che corrisponda ai bisogni del paziente.
Il senso di tale pratica terapeutica consiste nel facilitare l'emergere di esperienze interiori e sentimenti, che possono essere espressi anche in una forma caotica e grezza.
I materiali offrono uno strumento tangibile attraverso cui creare un ponte tra coscienza e inconscio.
Il prodotto artistico può configurarsi come oggetto transizionale, percepibile come fuori di sé ma, nello stesso tempo, investito di una parte molto intima della propria percezione interiore.
L'immagine, nella sua funzione transizionale, diviene ponte tra le varie parti del sé, tra mondo interno ed esterno, tra paziente e terapeuta.
Essa, oltre a rispecchiare la visione del mondo di chi la crea, ha la capacità di contenere diversi significati a vari livelli.
L'immagine svolge, quindi, una funzione connettiva: è peculiarità dell'arte, infatti, creare ponti che uniscano la realtà interiore con quella esteriore.
Nella relazione arte-terapeutica, il paziente porta il proprio significato culturale nella "cultura della stanza", dove l'immagine è osservata, generando un impatto e una risonanza sia sul paziente stesso, sia sul terapeuta.
L'importanza di restare aperti ai diversi livelli significanti dell'immagine, e la consapevolezza di questi, è fondante nella pratica dell'arte terapia.
Le associazioni evocate dalle immagini sono in continua trasformazione, a livelli di consapevolezza crescente.
Marion Milner descrive il momento che precede e fonda l'atto creativo, affermando che per dipingere occorre uno spazio vuoto, un vuoto in cornice.
Per cominciare a dipingere, infatti, deve essere dato un "vuoto", uno spazio limitato dai margini del foglio.
l'emergere di qualcosa che si è perduto, o che è velato alla coscienza; i contenuti del mondo interno del paziente si possono, così, manifestare - attraverso simboli e metafore - e trasformare.
L'esperienza infantile dell'abbraccio materno che, per Winnicott, si estende, nella crescita, dal bambino all'ambiente, viene offerta e, per questo, riattivata dal terapeuta che accoglie il paziente senza giudicarlo, lo contiene emotivamente e lo stimola nel delicato processo di auto-consapevolezza.
Paziente e terapeuta devono essere capaci di "tollerare il vuoto"; riferendosi a questo, Wilfred Bion parla di capacità negativa: con essa egli indica la possibilità di tollerare la temporanea assenza di senso e di forma, mantenendo la fiducia che il processo attivato conduca a qualcosa di significativo.


5.4 - Bion e il Modello Mistico nell'avvicinamento alla Realtà Psichica

Forse nessun altro analista più di Wilfred Bion ha utilizzato il modello mistico per avvicinarsi alla realtà psichica e per descrivere quanto accade durante una seduta di analisi.
Egli è riconosciuto, a pieno titolo, l'analista mistico per eccellenza; fa propria tutta la migliore tradizione mistica sia occidentale (Platone, Plotino, Meister Eckhart, Giovanni della Croce ecc.), sia orientale (induista, buddista, zen e taoista) e, avvalendosi di tali acquisizioni, giunge a teorizzare una nuova psicoanalisi.
Lo psicoanalista condivide con il mistico il riconoscimento che l'essenziale di se stessi è ineffabile, indicibile; di conseguenza, alcune condizioni mentali di accesso alla esperienza mistica possono fare parte anche del vissuto psicoanalitico.
Questo avvicinamento conferisce allo psicoanalista la possibilità di impiegare elementi della disciplina di alcuni mistici per ripensare l'esperienza della seduta, senza che questo significhi uguagliare le due situazioni, o intendere la psicoanalisi come un atteggiamento religioso o mistico.
Quindi, l'avvicinamento all'esperienza psicoanalitica da un vertice mistico non rende la psicoanalisi una mistica.
Bion, inoltre, è consapevole dell'enorme portata epistemologica delle formulazioni mistiche nelle varie culture.
Quando egli afferma che il pensiero non ha bisogno di nessuno che lo pensi, dà voce a quella parte della cultura indiana che ricerca il perfetto raccoglimento dell'attenzione. La meditazione infatti, specie quella orientale, cerca di trovare in sé l'osservatore, colui, cioè, che osserva il proprio pensare.
A questo Bion si riferisce quando afferma che l'analista deve centrare la propria attenzione sull'ignoto, l'inconoscibile, anzi, deve lui stesso diventare "infinito", attraverso la sospensione della memoria, del desiderio e della comprensione.
Questo rappresenta sia un punto di incontro tra Oriente e Occidente, sia tra due modi di usare la mente.
L'analista, così, si deve aprire verso costellazioni simboliche "altre" rispetto a quelle derivate dalla cultura greco-giudaico-cristiana.
Nel contesto di questo discorso, la cultura dell'India, in particolare, che Bion conosce per esperienza personale, ben si presta a un'indagine psicoanalitica in rapporto alla dimensione mistica.
La Psicoanalisi fa da interlocutrice tra varie aree del sapere umano, senza ridursi a nessuna di loro, ma arricchendo e condividendo il proprio bagaglio di conoscenze teoriche e pratiche.
Sia la psicoanalisi, nel contesto della seduta, sia il conoscere ineffabile del mistico, condividono nel modo più essenziale il conoscere umano, il quale è intrinsecamente legato ad un processo di trasformazione. L'analizzando e il mistico si rassomigliano in quanto i due sono trasformati irreversibilmente dall'esperienza con un essere speciale, sia esso umano o trascendente.
L'esperienza mistica è definita da uno stato peculiare della coscienza, che si riferisce al contatto con il "sacro".
La realtà psichica si situa nello stesso ambito nel quale si colloca la nozione di sacro: essa inserisce il soggetto in una realtà opaca al sensorio che, essendo ineffabile, si estromette dal linguaggio discorsivo ed è accessibile solo attraverso l'esperienza.
Bion asserisce che i fatti dell'esperienza psicoanalitica non appartengono a una realtà sensoriale, ma a una realtà psichica; questa ha a che fare con processi inconsci, che operano in un'area di non concretezza, e quindi indicibili.
Per riferirsi a questa realtà, Bion creò un simbolo, "O", che denota il punto di partenza di una verità definita con vari termini: realtà ultima, divinità, cosa in sé, ecc.
"O" è irraggiungibile per i sensi e innominabile per il linguaggio; esso si configura come "l'essenziale, il contenitore di tutte le possibili distinzioni non ancora sviluppate e quindi suscettibili di conoscenza fintantoché non emergono".77
Come è possibile, dunque, per la psicoanalisi, avere accesso a una realtà che è infinita e indicibile?
Bion suggerisce all'analista, per acuire la sua sensibilità, di lasciare la sicurezza degli inquadramenti spazio-temporali, e di spogliarsi dell'esercizio di alcune funzioni coscienti, diminuendo così il contatto con quello che è sensoriale e conferire una dimensione psichica alla realtà. Egli deve essere in grado di "svuotarsi" al servizio del proprio paziente, fino a diventare un recettore che non ospiti né conoscenza né desiderio.
Bion auspica il sorgere di una "scienza dell'essere all'unisono", per conoscere la realtà utilizzando una fede che sappia farsi guidare dalle intuizioni per giungere alla verità.
La conoscenza di O si manifesta, poi, attraverso le funzioni logico-razionali della mente, definita con il simbolo "K".
Le funzioni di K possono quindi favorire uno sviluppo della conoscenza, solo se subordinate alle verità intuite tramite atti di fede.
Questa evoluzione del pensiero in O suscita terrori di morte.
Solo con la fede è possibile affrontare la paura che l'incontro con O comporta.
Quindi, un ulteriore fattore che accomuna esperienza psicoanalitica e mistica sono la turbolenza, il panico e la frammentazione. L'accesso alla verità, infatti, non avviene nella serenità del Nirvana orientale; occorre tollerare la paura dell'inconoscibile per sperimentare una realtà psichica profondamente primitiva se non, addirittura, catastrofica.
La disciplina dell'assenza di memoria e desiderio può scatenare forze primordiali e temibili; queste, se tollerate pazientemente, conducono ad accostarsi alla verità, con lo stato di benessere e sicurezza che ne deriva.
A Bion interessa che il soggetto sia mentalmente vivo; così sono, senz'altro, i mistici in quanto si avvicinano, o sono all'unisono, con la verità assoluta, la realtà ultima o la divinità.
Per essere mentalmente vivi occorre praticare la capacità negativa, che consiste nel saper perseverare nelle incertezze, attraverso i misteri e i dubbi, senza lasciarsi andare ad una agitata ricerca dei fatti e delle ragioni.
La capacità negativa, la pazienza e fede in O, costituiscono gli strumenti per far fronte a contenuti non ancora disponibili all'interpretazione. L'analista deve sviluppare un atteggiamento simile a quello del mistico, con la consapevolezza dell'inevitabilità del pensiero e della non importanza dell'individuo che lo ospita.
Questo genera emozioni talora insostenibili, che trascinano il sé in un vortice che conduce al vuoto, all'informe e all'ignoto.
La differenza tra lo psicotico e lo psicoanalista, o il mistico, è che lo psicotico si perde in questo vuoto.
Un altro punto di contatto tra queste esperienze si ritrova nella raccomandazione di Freud, affinché l'analista lavori in uno stato di attenzione liberamente fluttuante; questo per mantenere spazi mentali privi di preconcetti e conoscenze previe, che sappiano cogliere i vari aspetti dell'oggetto in base a diversi livelli di osservazione; ciò permette di cogliere la varietà dei possibili punti di vista e di accompagnare i movimenti dell'inconscio (dell'analista e del paziente) nella seduta.
Alla stessa maniera, al meditante si chiede di staccarsi dal modo di vedere convenzionale e di abbandonare qualsiasi contenuto previo.
I mistici conoscono bene questa "espansione psichica" spontanea: l'esperienza mistica, così, si costituisce in esperienza cognitiva che opera a livelli di conoscenza inconsueti.
Tanto per l'analista, quanto per il mistico, la verità emerge dalla parte centrale di un paradosso: solo nell'oscurità si può catturare la luce. Non c'è mistica o psicoanalisi che si possa espandere senza tollerare questo paradosso.
Nelle religioni, dottrine e culti funzionano come processi di transizione (nella accezione di Donald Winnicott) nel contatto con la divinità.
Senza tali mediazioni, tanto il mistico quanto l'analista si perderebbero nelle turbolenze di questo territorio.
Nella seduta analitica, questo processo di transizione si ritrova nell'insieme di esperienze emozionali profonde vissute dalla coppia analista-analizzando, rappresentate posteriormente dalla parola interpretativa.
Alla conoscenza che si realizza in questo stato di coscienza - alterato rispetto a quello razionale ordinario - si può accedere anche tramite il linguaggio poetico; infatti, come l'analista segue l'uomo nelle sue gioie e nei suoi dolori, così l'artista trasferisce, nel ritratto o nella poesia, ciò che intimamente avverte.
Per avere accesso al vertice mistico, e vivere la condizione di senza memoria e desiderio, Bion afferma che è necessario lo sviluppo della capacità negativa, intesa come decostruzione del "già-saputo": ci si apre, così, al non sapere, fino al sorgere di nuove, insospettate, possibilità di senso.
La fede e il vuoto sono anche gli elementi fondanti di ogni esperienza mistica; il mistico è, quindi "colui che ha accesso diretto ad O".78
In ambito cristiano, chi meglio sintetizzò questa capacità negativa fu Meister Eckhart (secolo XIII), esponente della teologia negativa. Essa può essere così sintetizzata: è più vero quello che si nega di Dio, che tutte le affermazioni che su di lui si possono fare.
In Eckhart c'è una proposizione di grande valore epistemologico, contenuta in una celebre formula: non si può vedere se non attraverso la cecità, conoscere se non attraverso la non-conoscenza, comprendere se non per l'assenza di ragione.
Nicola Cusano (secolo XV), sulla stessa linea di pensiero, afferma che, per arrivare a Dio, occorre una "ignoranza educata": si devono trovare maniere di dimenticare e disimparare quei contenuti che distanziano dalla percezione della verità profonda. 79
In psicoanalisi questa negatività fa prendere coscienza dell'abisso esistente tra quello che si dice sulla mente e essa stessa.
Bion ha presente anche S. Giovanni della Croce (secolo XVI), come modello per avvicinarci all'esperienza analitica.
Il grande mistico carmelitano scrive che, per arrivare all'estasi, occorre sciogliersi da ciò che è temporale, restando nella somma nudità e libertà di spirito, quale si richiede per la divina unione.
In questa nudità l'anima spirituale trova la sua quiete e il suo riposo, poiché non bramando niente, niente l'affatica verso l'alto e niente l'opprime verso il basso. Essa, infatti, si affatica proprio quando brama. Si arriva all'unisono con Dio solo uscendo da tutte le cose esteriori, da tutti gli appetiti e imperfezioni della parte sensitiva dell'uomo.
All'alto stato di perfezione, o unione dell'anima con Dio, si arriva dopo aver attraversato la notte, intesa come il vuoto, l'ignoto e l'infinito. Questa è la notte di tutti i sensi dell'uomo.
La psiche in evoluzione nella psicoanalisi subisce trasformazioni simili a quelle dell'anima che, tramite l'esperienza mistica di spoliazione, cerca l'unione divina.
La privazione è condizione di disponibilità, anche se questo viaggio di unione mistica (con Dio per San Giovanni, e con "O" per Bion) non si fa attraverso le parole, ma attraverso l'esperienza.
La mente che cresce con l'aiuto della psicoanalisi soffre come l'anima che cerca l'unione divina.
Quando Bion afferma che il pensiero non ha bisogno di nessuno che lo pensi, esprime in sé quella parte della cultura indiana che ricerca il perfetto raccoglimento dell'attenzione.
Da questo punto di vista, la cultura dell'India, così familiare a Bion, aiuta a vivere sospensioni, dubbi, inquietudini, timori in un continuo, ed emotivo, "contenitore", che sia anche elaboratore di senso. 80
Quanto Bion afferma sembra delineare una realtà nota in India con il nome di maya (illusione, incanto, apparenza illusoria del mondo): "La psicoanalisi apparirebbe come un fenomeno effimero che evidenzia forze sulla cui superficie la razza umana guizza, fiammeggia e svanisce, in risposta ad una realtà gigantesca ma non riconosciuta. La psicoanalisi stessa è soltanto una striscia sul manto della tigre. Alla fine può darsi che incontri la "Tigre", la Cosa Stessa, O."81
La tigre, che si aggira intorno alla coppia analitica (così come avveniva nelle notti indiane di Bion bambino) provoca paura, ma anche il piacere di sperimentare l'ignoto. 82
In un passaggio del "Diario" di J. Krishnamurti, maestro di meditazione orientale contemporaneo di Bion, si legge che la vera natura del pensiero è frammentaria e, quindi, esso vive in un mondo frammentario, di divisione e conflitto. Anche la conoscenza è frammentaria, e per quanta se ne accumuli rimane ancora frammentata. Occorre, pertanto, giungere al senso della totalità; questo si ottiene attraverso la meditazione, che rappresenta un progressivo svuotamento della coscienza dal suo contenuto.83
Per raggiungere questa "liberazione", Bion suggerisce all'analista di diventare "infinito", nel senso di abbandonare la memoria, la comprensione e il desiderio, intendendo con memoria una specie di tempo passato e con desiderio un tempo futuro. Per mezzo dell'esclusione della memoria e del desiderio, ambedue fondati sulle impressioni derivate dai sensi, si raggiunge "F", l'atto di fede; si accede, così, al vertice psicoanalitico e ci si libera da quelle particolarità che fanno dell'uomo una creatura delle circostanze.
La fede rende aperti ai cambiamenti di O, anche se non si è in grado di gestirli; inoltre, essa aumenta la precisione scientifica nella percezione dell'esperienza e sviluppa una sensibilità capace di apprezzare anche quanto rimane fuori dal campo della coscienza: "la fede nella verità [...] è condizione dello stesso costituirsi della scienza positiva e del suo esercizio".84
Lo spazio etico dell'analista è, quindi, la fede indirizzata verso la verità.
Bion parla di qualcosa d'inafferrabile e spaventosamente inconoscibile; esso è il "vivere con se stessi", con la propria mente, che diviene auto-osservante: è questo l'aspetto mistico.
Nella meditazione, l'individuo è immerso in un particolare stato di concentrazione, inerente al progetto di pensiero in corso, da risultare 'astratto', ossia inconsapevole del tempo, dello spazio, di sé e della propria esperienza percettiva.
Quando persegue questi livelli di astrazione e di significato, il pensiero non è in alcun luogo: questo dimostra il grado di allontanamento dell'individuo dalla consapevolezza di altre, parallele, attività della mente.
Il sé presente nella tradizione orientale è incontaminato dal tempo e dallo spazio: pertanto, esso non partecipa della dimensione storica della vita individuale che, invece, è situata al centro della psicanalisi e della letteratura romantica occidentale.85
L'analista etico è quello che mantiene questo stato mentale in riferimento allo spazio di O del paziente, senza confonderlo con i suoi valori, preconcetti e desideri di potere, o di cura. L'interpretazione vera si riconosce dal fatto che deriva poco o niente dalle esperienze, dalle conoscenze o dal carattere dell'analista che le enuncia.
In queste condizioni è possibile l'emergere della verità, ossia il conseguimento di O in quella particolare esperienza emozionale. Collocata nel campo del simbolico (dato che l'esperienza psicoanalitica non appartiene al livello del sensoriale, del concreto), essa è sempre incompleta e transitoria. Questa osservazione suggerisce che la psicoanalisi non pretende di essere una risposta, ma una domanda. Sostenersi nel silenzio di una domanda ancora senza una risposta, suppone un atto di fede e di tolleranza, lo stesso che si ritrova nei mistici.
Coniugando il pensiero mistico con le finalità dell'investigazione scientifica, Bion si propone di collocare la psicoanalisi in una dimensione intermedia tra la cultura occidentale e quella orientale.
Questa disciplina fonda una nuova scienza psicoanalitica, dove la mente osservante è dentro la stanza d'analisi in un alterato stato di coscienza (in quanto vengono a mancare alcune delle sue funzioni peculiari), avendo sospeso memoria, desiderio e conoscenza; questo permette l'esercizio dell'intuizione, unico strumento in possesso dell'analista per superare l'ostacolo dei sensi e immergersi nello spazio mentale dell'analizzando.
Tramite l'ascolto bioniano, pertanto, questa mente in divenire, quieta ed osservante, si libera dalla sensorialità.
Ogni seduta non deve avere nessuna storia precedente e nessun futuro. Essa costituisce un evento unico, che si rinnova di volta in volta, con nuove acquisizioni. Ciò che davvero conta è l'ignoto, e non ci si deve distrarre dall'intuizione di esso.
Dal buio e dall'informe ha luogo un'evoluzione, che facilita la mente dell'analista e dell'analizzando in una continua espansione, all'unisono.
Per Bion è l' atto di fede ciò che porta alla luce gli elementi, talora sconosciuti, del passato di un analizzando; se giungono in superficie, allora li si potrà dimenticare.
Appena queste emozioni si diradano inizia l'acquisizione di un forte apparato per pensare i pensieri.
Secondo Leonardo Ancona, l'incontro di ogni individuo con il sacro ricalca le linee della relazione originaria con una figura materna inizialmente divinizzata e totalizzata: se il processo originario di scambio madre-figlio è stato disturbato e caratterizzato dall'assenza di funzione materna di rêverie, anche il dialogo con Dio risulterà falsato, nel senso di una mancanza totale o nella forma di una religiosità esteriore o, all'opposto, fanatica.
Il dialogo tra madre e neonato è continuato dall'analista, in una situazione mentale di "dream-like-memory".
La privazione di un tipo di memoria sensoriale permette di creare spazio perché emerga un tipo di "memoria-sogno", in grado di esprimere un contatto onirico con l'esperienza emozionale della seduta.
Si tratta della medesima memoria sognante che interagisce tra la madre e il neonato: al piccolo, infatti, si attribuiscono infinite e totalizzanti aspettative di integrazione vitale ed affettiva, tali per cui ogni minima frustrazione causerebbe ferite irreparabili, con tensioni mortali e mortifere, scaricate dal bambino sulla figura materna.
Solo una madre capace di accettare e tollerare tali attacchi distruttivi, di introiettarli, metabolizzando i contenuti ostili, e di restituirli al figlio come "pezzi di pensiero" depurati e positivi, può promuovere la crescita vitale, se non addirittura la sopravvivenza psichica del bambino. 86
Lo stesso atteggiamento deve avere l'analista quando aiuta l'analizzando a sopportare il terrore del pensiero nuovo, derivato dalla prossimità con l'ignoto che entra in relazione con la mente, osservando una mutua comunicazione.
Questo, secondo quanto detto in precedenza, richiede un particolare addestramento della coscienza.

Note:
70_Op.cit.
71 Alessandra PIGLIARU, Anarchia del desiderio. Il soggetto rapsodico tra Lacan, Deleuze e Artaud, in Quiete, il sito di Gianfranco Bertagni (10.10.2009)
72_Davide D'ALESSIO, L'inconscio e la fede. Un apporto da Jacques Lacan, in Istituto Superiore per Formatori, (10.10.2009)
73 Roberto VINCENZI, Nevrosi e teorie psicologiche, in Roberto Vincenzi (12.10.2009)
74 Leonardo ANCONA, Il debito della chiesa alla psicoanalisi, Milano, Franco Angeli, 2006.
75 ALETTI - DE NARDI, Psicoanalisi e religione: nuove prospettive clinico-ermeneutiche, 2002, 218.
76_Susanna GUIDA, La fiaba e la sua funzione organizzatrice del pensiero, in Funzione gamma Journal, (6.10.2009)
77_Mauro ROSSETTI (Ed), Mito, mistica e filosofia nel pensiero di Bion, Venezia, Libreria Cafoscarina, 2008, 95
78_Mauro FORNARO, Psicoanalisi tra scienza e mistica: l'opera di Wilfred R. Bion, Roma, Studium, 1990, 187
79_FRENI, La dimensione mistica nell'esperienza psicoanalitica
80 Andrea FERRERO, Bion e la Psicologia Individuale, in Società Psicoanalitica Italiana, (14.07.2009)
81_Wilfred R. BION, Attenzione e Interpretazione, Roma, Armando, 1990, 112
82_Op. cit.
83_FERRERO, Bion e la Psicologia Individuale.
84_FORNARO, Psicoanalisi tra scienza e mistica: l'opera di Wilfred R. Bion, 187
85_Mario GIAMPÀ - Francesca FIORESPINO, Tra Oriente ed Occidente: "Assenza di memoria e desiderio" e controtransfert, in Società Psicoanalitica Italiana (22.08.2009)
86_ANCONA, Il debito della chiesa alla psicoanalisi.


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