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PSYCHOMEDIA
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Tesi di Baccalaureato di Paolo Spagnol

Sentimento oceanico e Trascendenza nella relazione tra mistica e psicoanalisi

4 - L'emozione dell'infinitezza. Alcune analogie e differenze tra folle e mistico



Dopo una breve introduzione alla mistica, il lavoro procede considerando la relazione che intercorre tra misticismo, follia e psicoanalisi; l'intento è quello di delimitare il campo concettuale e pratico di tale rapporto, anche alla luce di quanto detto in precedenza circa il sentimento oceanico e il richiamo alla trascendenza insito nell'uomo.
L'analisi ha lo scopo di verificare se vi siano corrispondenze tra i costrutti teorici e le procedure tecniche della psicoanalisi e le intuizioni presenti nella mistica occidentale ed orientale, laica o religiosa.
Tutto questo per mettere in risalto un'auspicabile collaborazione tra i due ambiti considerati, in vista di un intervento efficace nei confronti del soggetto disagiato o psicotico.
Esistono, tuttavia, interpretazioni psicoanalitiche che considerano la religiosità e il misticismo delle patologie; questo rivela come, spesso, la teoria veda nel fenomeno mistico una forma di immaturità, ritenendo sano solo colui che non abbia atteggiamenti critici verso la società in cui si trova a vivere.
Al contrario: i grandi mistici, lungi dal mostrare una confusione fra l'Io e l'ambiente, agiscono con grande efficacia, e con un acuto senso delle realtà sociali.
La confusione nasce dall'uso di un linguaggio semplicista: infatti, per lo psicoanalista, l'insistenza del mistico circa il suo abbandono a Dio può essere interpretato come una confusione psicotica fra realtà esterna e interiore, e la conseguente perdita dell'identità personale, come nell'allucinazione o nelle illusioni paranoiche.
L'Io che va smarrito nell'illuminazione mistica non è quello preposto all'esecuzione pratica dei propri compiti, e non coincide con la nozione della propria persona, perché il soggetto non viene affatto privato di questo fondamentale dato dell'orientamento.
Pertanto, sulla base di quanto sostenuto sino ad ora, è possibile affermare che esperienza mistica e psicoanalisi aperta alle molteplici sfumature del vivente, possono dirsi affini.
Infatti, sia la conoscenza psicoanalitica, che si attua tramite la seduta terapeutica, sia il conoscere ineffabile del mistico condividono, nel modo più essenziale, il conoscere umano.
Inoltre, il linguaggio di entrambe si presenta talora caratterizzato da un rilevante aspetto simbolico, che non va sottovalutato per non rischiare di svilirlo e impoverirlo.
opportuno, quindi, individuare possibili nessi tra la tecnica psicoanalitica e talune pratiche meditative tradizionalmente ascritte alla mistica.
In alcuni casi, tuttavia, la concezione psicoanalitica classica ha dato luogo a gravi pregiudizi; pertanto, parlare di psicoanalisi mistica suscita ancora un certo imbarazzo.
auspicabile, quindi, l'avvento di sempre nuovi studi comparativi, che mettano in risalto analogie e differenze tra gli stati psicopatologici e quelli della coscienza mistica. Questo può rivelarsi un compito di straordinario interesse scientifico e fascino intellettuale.
Per quanto attiene alla pratica psicoanalitica, occorre definire con precisione le emozioni, e gli stati d'animo che da queste scaturiscono.
All'interno dell'ambito sin qui trattato occorre soffermarsi in maniera particolare su una di queste, alla quale lo studioso Antonello Correale attribuisce il nome di "infinitezza".63
Si tratta di un'emozione, ben determinata e potente, che il soggetto psicotico percepisce quasi come "sovrumana" e soverchiante.
Per certi versi, essa può essere considerata una "degenerazione patologica" del già citato sentimento oceanico di Rolland.
utile, pertanto, fare in modo che tale emozione venga differenziata da altre che, pur essendo per certi versi simili, tuttavia non sono perfettamente sovrapponibili ad essa.
Tale passaggio è cruciale per la comprensione del disturbo psicotico: l'infinitezza, infatti, lo riveste di una sorta di alone universale e "globalizzante", che il soggetto cerca contemporaneamente di superare ma anche, contraddittoriamente, di conservare, rendendo così il sé debole e sconnesso.
Tutto questo, inevitabilmente, genera drammaticità e incertezza: l'attuare una "normalizzazione" della percezione implica la perdita di quelle virtualità potenziali che l'emozione stessa è in grado di offrire.
Le virtù da valorizzare sono esaltanti ma, nel medesimo istante, cariche di angoscia: esse, spesso, si accompagnano, nel soggetto psicotico, alla sensazione che tanta sofferenza potrà dar luogo a un inedito percorso religioso o artistico o, comunque, lo inducono a coltivare la segreta speranza che il disagio provato condurrà, presto o tardi, a una nuova visione della realtà.
Tale Weltanschaung presenta tratti messianici o deliranti, che si nutrono di aspettative totali e senza gradualità, al di fuori delle quali tutto è tedio e monotonia priva di interesse.
E sia il messianismo, sia il delirio, sono esperienze auto-referenziali, irriducibili al dialogo con un altro da sé. In tale sensazione è come se l"essere", di cui ogni cosa è dotata, perdesse la specificità legata alle singole cose e divenisse una realtà indefinita, indeterminata, che riunisce tutto in se stessa.
L'universo tutto si condensa in un solo istante ed in un solo punto, con l'entrata in uno spazio-tempo irriducibile a quello consueto, perché indefinito, talora misterioso o sgradevole; questo fattore depersonalizza il soggetto, impedendogli di trovare una collocazione in un contesto familiare con la realtà e, di conseguenza, lo estranea dal mondo.
Si viene a creare, così, una divaricazione drammatica anche tra cose e parole: senza l'ausilio del linguaggio, il mondo diviene un "magma percettivo", piuttosto che un insieme ordinato di elementi ricollegabili tra loro sulla base di reciproche relazioni riconoscibili.
L'infinitezza, pertanto, si può leggere come un'insufficienza angosciante delle capacità organizzative del soggetto nei confronti della categorizzazione dell'essere delle cose.
Il paziente usa di frequente metafore naturali per cercare di descrivere lo stato in cui si trova; egli, spesso collega le sue percezione agli elementi naturali (scorrere, fluire, esalare, soffiare, innalzarsi, illuminarsi, raffreddarsi ecc.), poiché questo è il linguaggio degli affetti vitali, mentre il linguaggio della psicologia non è altrettanto efficace nel descrivere quest'area dell'esperienza.
Tali metafore accompagnano la narrazione in maniera vivida e, per certi versi, nostalgica.
Il ricordo, a tratti, si fa addirittura straziante: si è verificato un evento inatteso, una sorta di "folgorazione", che ha conferito un improvviso senso di valore alla realtà, instaurando nuove connessioni fra tutti i suoi aspetti. E ciò è accaduto davanti al soggetto, lasciando una traccia duratura e profonda del suo passaggio.
proprio questa "presa diretta" il carattere di universalità dell'infinitezza. E anche di grandiosità.
Lo psicotico nutre la convinzione di essere venuto in contatto con qualcosa d'importanza cosmica o di rilevanza metafisica, e che tale visione non può più lasciare le cose come erano prima.
Egli ha visto la totalità faccia a faccia, e questa è un'esperienza indimenticabile ma, allo stesso tempo, paralizzante, paragonabile solo all'ineludibilità della morte, nella quale ogni parola, gesto, pensiero si riassume e si compie, per sempre.
una sorta di esperienza messianica, confermata dal soggetto stesso, che si sviluppa nel tentativo di raccogliere in unità e mantenere viva questa scoperta sconvolgente: da ora in poi nulla sarà più come prima, e quanto si è sperimentato è solo il preludio di un appuntamento, rimandato all'infinito ma mai annullato, che coinvolge non solo il soggetto, ma l'umanità nel suo complesso.
Da qui l'anelito all'infinito, e la struggente nostalgia provata dal soggetto psicotico.
La nostalgia di cui sopra spesso ostacola le cure, perché ingenera una chiusura nei confronti della terapia; il paziente, infatti, non teme di smarrire la propria individualità, o di rinunciare a sé per mescolarsi con l'universo; tuttavia, egli avverte una profonda frattura tra sé e il tutto.
La sofferenza e il disagio del soggetto derivano dalla consapevolezza che questo universo - meravigliosa scoperta - che si manifesta permarrà sempre irraggiungibile all'osservatore, proprio a motivo del fatto che l'individuo, in quanto esiste, sarà sempre separato dal tutto.
L'emozione dell'infinitezza, quindi, si origina non dall'incontro con il tutto, ma dal fatto che esiste una barriera incolmabile, un vuoto spaventoso e angosciante, che separa dalla totalità.
Un ulteriore elemento caratterizza il sentimento di infinitezza; si tratta della sua insostenibilità.
Nel paziente psicotico l'esperienza dell'infinitezza non può mai tradursi in una contemplazione tranquilla; essa, infatti, è condizionata dalle emozioni di un trauma di una qualche natura, che prende il sopravvento e recide le corrispondenze tra mondo naturale e mondo umano, sovrastando con un peso insostenibile l'essere. Questa perdita dei nessi tra parole e cose rende il mondo enigmatico e inaccessibile e, per tale motivo spaventoso; questo elemento terrificante trova espressione attraverso il delirio o certe modalità rituali e ossessive, nel tentativo estremo di contenere l'infinitezza in qualcosa che la possa circoscrivere e decifrare. Purtroppo, l'esito di tale opera è quello di una chiusura linguistica e affettiva, e l'entrata nel mondo dell'auto-referenzialità.
Il sentimento dell'infinitezza si configura comune, sebbene in maniera differenziata, sia nell'ambito della psicosi, sia in quello dell'individuo non psicotico.
Questo movimento dialettico tra la totalità che si manifesta e l'infinitezza che separa l'osservatore da essa, nel soggetto sano può dare origine a un sentimento di religiosità, e condurlo a cercare di colmare l'abisso con aspirazioni quali la fede, l'esperienza del sacro, la fiducia nel divino.
Attraverso l"esperienza mistica" si può raggiungere lo stato della coscienza deputato al contatto con il "sacro". Se questa consapevolezza non sempre è traducibile in concetti, tuttavia ciò non significa che essa cessi di essere "conoscenza": ogni mistico, infatti, è conscio del fatto che la sua esperienza opera una trasformazione interiore, e che questa costituisce al tempo stesso un approfondimento, una elevazione e una dilatazione della coscienza. La coscienza stessa è portata oltre i limiti normali del suo rapporto con il reale. 64
Il mistico, attraverso il distacco, il non-attaccamento alla finitezza del mondano, accoglie la mancanza, il dolore della perdita e del lutto e si libera delle illusioni; attraverso un atto di fede, inoltre, accede alla dimensione della grazia e dello spirito. La sua è una conoscenza superiore sostenuta dall'amore universale. Ciò gli permette di definire conoscenza e amore i due occhi dell'anima. Questo atteggiamento si associa, di solito, ad un sentimento di espansione dei confini del sé.
Al contrario, il folle si illude, in modo delirante, di accedere al godimento infinito nella finitezza della realtà, e attraverso il diniego crede di eludere la caducità, la mancanza.
La mistica è, tuttavia, anche la condizione in cui si possono incrociare patologia e esperienza di fede: infatti, la letteratura scientifica sull'argomento indica come sia possibile riscontrare molti esempi di personalità "borderline" tra i mistici, o tra coloro che presumono di esserlo. Tutto ciò a motivo del fatto che il mistico è più esposto all'inesplorabile, all'indicibile, all'invisibile e, quindi, sperimenta in maniera talora sconvolgente la contraddizione tra la santità di Dio e la propria lontananza da Lui.
Il misticismo si propone di trovare le rappresentazioni più adatte per esprimere ciò che viene esperito e di portarlo, così, nel mondo della condivisione.
Nell'esperienza religiosa - o, in pari misura, in quella artistica o scientifica - è di primaria importanza il bisogno di comunicare al gruppo; anche lo psicotico avverte tale bisogno, ma il timore di essere travisato o degradato in ciò che prova lo induce a rifugiarsi tristemente nell'autoreferenzialità.
Lo psicotico, infatti, nutre l'idea errata che nessuno sia in grado di comprendere questa sorta di "corto circuito", a parte i mistici e i visionari, con i quali condivide delle esperienze che esulano dal quotidiano. 65
di estrema rilevanza terapeutica riconoscere e rispettare questa parte, così importante, dei vissuti dell'individuo psicotico.
L'arrendevolezza e la volontà di rinuncia del mistico presentano forti analogie con l'atteggiamento mentale richiesto all'analista nella realizzazione del suo setting terapeutico; lo stesso vale a proposito del soggetto disagiato, allorché si abbandona fiduciosamente all'esperienza e alla relazione psicoanalitiche, rinunciando coraggiosamente alla sua corazza difensiva.
Questo gli permette, in un secondo momento, di accettare con pari disposizione la gioia e il dolore connessi all'esplorazione autentica dell'ignoto; oltre a ciò, egli tollera di trovarsi esposto, in modo talora disturbante e terrorizzante, al vuoto.
Nelle due condizioni - la psicoanalitica e la mistica - il "conoscere per esperienza" è intrinsecamente legato a un processo di trasformazione.
L'analizzando e il mistico si rassomigliano, in quanto entrambi sono trasformati irreversibilmente dall'esperienza con un essere speciale, sia esso umano o trascendente. Perché avvengano trasformazioni effettive, tuttavia, nulla può essere fatto per il paziente che soffre senza intraprendere questo difficile percorso terapeutico di "arrendevolezza". Wilfred Bion pone molto in evidenza questo aspetto, sul quale si tornerà più avanti.
Meister Eckhart sostiene che solo la sofferenza può condurre alla perfezione, e che il più saldo fondamento su cui può sorreggersi questa perfezione è l'umiltà.66
Il terapeuta, dunque, deve accogliere, valutare e interpretare con molta cura, e senza pregiudizi nei pazienti, tutte le manifestazioni di carattere mistico-religioso-visionario che essi presentano; queste gioveranno ad entrambe le parti, per le preziose informazioni relative alla visione del mondo insita in esse, e per il grande valore terapeutico che ne può scaturire.
Se il terapeuta, infatti, non crede che sia possibile un cambiamento, la sua stessa sfiducia diventa un ostacolo.
importante, quindi, che il terapeuta esamini le sue credenze circa ciò che è possibile, allo scopo di evitare che tali limiti portino ad interferire con il "risveglio" del paziente, che è in potenza.
Tutto il mondo psicotico ruota attorno a un'esperienza drammatica o inspiegabile che il paziente, entro sé, considera paragonabile a un'esperienza di morte. 67
Questa idea di morte è qui concepita non tanto come cessazione fisica dell'esistenza, ma come dolorosa consapevolezza del baratro che divide inesorabilmente l'esistenza individuale dall'universo e dalle altre esistenze.
Solo un accurato lavoro terapeutico, e la fiducia nel terapeuta stesso, possono conferire nuova vitalità al mondo sensoriale e restituire gradualmente al paziente le motivazioni per affrontare la vita.
Per fare ciò, tuttavia, occorre che in questa restituzione alla vita sensoriale sia incorporata l'infinitezza di cui sopra; è opportuno che essa rappresenti, per così dire, lo sfondo non tanto a ciò che si dice ma al modo con cui lo si dice, facendo leva su di una tonalità quasi poetica che conferisca forma a quanto l'ha smarrita o ancora non la possiede. Il mistico, da parte sua, è in grado di mantenere da solo, e di utilizzare a scopo auto-terapeutico, la capacità di esprimere in metafora poetica l'accadere psichico.
Talora alla vita psichica si affacciano reminescenze lontane, che permettono al soggetto di ritrovare un dato sensoriale antico che riattiva energie sopite e getta un ponte tra presente e passato e, di conseguenza, in maniera analoga, tra presente e futuro. Questo conferisce continuità all'esistenza interiore del paziente.
Gli sforzi terapeutici hanno, quindi, lo scopo di rafforzare il soggetto, ampliando o correggendo il suo campo percettivo e perfezionando la sua organizzazione.
Inoltre, quando il soggetto incontra nuovamente queste sensazioni così remote, comprende che è possibile ristabilire un legame anche tra natura e individuo (e, nel linguaggio, tra individuo e individuo).
Natura e uomo, così, non si fondono ma si corrispondono.
Si attua una mutua corrispondenza tra immensità del mondo e immensità dell'anima, tra ampiezza dell'esterno e vastità dell'interno, senza che si debba realizzare per forza una fusione che conduce all'ottundimento del soggetto, in quanto lo priva della riflessione.
Tali sensazioni-reminescenze sono polisensoriali, in quanto in esse concorrono svariati canali sensoriali (ad esempio l'olfatto o l'udito).
Un'ulteriore caratteristica di queste sensazioni è il fatto di poter condensare in sé, "in un sol punto", un intero mondo di esperienze, rendendolo così, per certi versi, tangibile benché universale.
Qui per universale è da intendersi un "dato sensoriale di sostanza", trovato il quale il soggetto ha la sensazione di aver scoperto con le sole proprie forze una legge dell'universo. L'esperienza positiva dell'infinitezza nasce dal ricordo di quei momenti e dal loro divenire patrimonio stabile del soggetto che li ha provati.
Le emozioni sono, inoltre, le matrici del pensiero. Per tale ragione queste vengono considerate esperienze-matrice.68
L'incontro con questo tipo di sensazioni conferisce al soggetto un senso di profonda vitalità, entusiasmo e addirittura un valore etico e spirituale.
La psicoanalisi che sa farsi interprete degli aspetti trascendenti dell'animo umano si comporta alla stregua del soggetto mistico sano: questi, infatti, sa accogliere amorevolmente il dolore del prossimo, seguendo i precetti della "regola aurea" che invita ad amare gli altri come se stessi; si tratta di una disposizione spirituale ed affettiva che si esprime attraverso il gesto, lo sguardo, la parola misurata e l'esempio, sostenuti da un amore devoto, autentico e profondo.
Gli psicoanalisti stessi, quindi, in quanto impegnati quotidianamente come terapeuti delle "malattie dell'anima", non possono non essere in qualche misura posti in relazione con la pratica dei mistici.69

Note:
63 Mario ALETTI - Fabio DE NARDI (Edd), Psicoanalisi e religione: nuove prospettive clinico-ermeneutiche, Torino, Centro Scientifico, 2002, 161-172
64 FRENI, La dimensione mistica nell'esperienza psicoanalitica.
65_ALETTI - DE NARDI, Psicoanalisi e religione: nuove prospettive clinico-ermeneutiche, 2002.
66_ABBAGNANO, Storia della filosofia.
67_ALETTI - DE NARDI, Psicoanalisi e religione: nuove prospettive clinico-ermeneutiche, 2002.
68_Op.cit.
69_FRENI, La dimensione mistica nell'esperienza psicoanalitica.


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