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Psicoterapia e Scienze Umane, 2000, XXXIII, 1

La "organizzazione" della psicoanalisi.
Evoluzione, retrospettiva e prospettiva dei più importanti psicoanalisti della generazione successiva al 1945 in Germania

Manfred Pohlen

 
(Conferenza tenuta durante il congresso dell'Istituto di psicoanalisi e psicoterapia di Heidelberg, Mannheim, 7-8 novembre 1997)

L'A. illustra l'evoluzione nella psicoanalisi in Germania a dopo il 1945, caratterizzata dalla personalità di Alexander Mitscherlich. Mitscherlich fu fautore di un superamento del passato per uno sviluppo democratico, al riparo da possibili ricadute, con integrazione degli analisti freudiani non emigrati , anche se si erano mostrati sensibili al nazionalsocialismo. I seguaci di Schultz-Henke e di Jung, invece, uniformatisi al nazismo, dovettero sostenere da soli l'ipoteca del proprio orientamento politico, col risultato di uno scisma connotato da ipocrisia , condanna da parte dei freudiani dell'altro gruppo e negazione di ogni complicità col totalitarismo.
La psicoanalisi freudiana, dunque,  si presentava come democratica e anche a Pohlen è sempre apparsa  come vera sede della conservazione del pensiero di opposizione e della rivolta politica, e questo fin da studente lo ha attirato nella duplice connotazione di pensiero rivoluzionario, tra conformismo autoritario ed esigenza di autochiarificazione, nonché di possibilità di pensiero critico verso la mentalità comune.
Il giovane Pohlen si rese ben presto conto che l'elemento sovversivo era negli strumenti conoscitivi della psicoanalisi. Tali aspettative ( allora non si sapeva quanto fondate, ne' si poteva prevedere un successivo conformismo sociale ) rispondevano a esigenze di orientamento ideologico e scientifico, volte a un rinnovamento della vita collettiva dell'epoca. 
Considerando ora il rapporto tra la generazione dei fondatori dopo il 1945 e la successiva, sembra esservi stato piuttosto un fallimento del sistema psicoanalitico nelle istituzioni, associazioni di categoria e funzionari. Purtroppo, nella generazione che segue a quella di Mitscherlich, Nielsen, Cremerius,  Richter ed altri, manca ogni consapevolezza della storia della mentalità psicoanalitica, in quanto non viene insegnata nelle istituzioni dell'apparato, e quindi non viene fornito alcun orientamento per un reale confronto Anzi, senza che le persone piu' consapevoli si opponessero, si e' verificata una medicalizzazione della psicoanalisi, con l' istituzione dello specialista in medicina psicosomatica, la creazione dello specialista in medicina psicoterapeutica, e l'adesione a uno schema unitario sulla normativa per la standardizzazione terapeutica e diagnostica,  da tempo obsoleto dal punto di vista scientifico. Non sono stati forniti orientamenti per il confronto con la tradizione intellettuale della psicoanalisi, e gli antagonismi sociali, nelle analisi individuali, vengono difensivamente individualizzati.
Dopo il 1945, vi erano molte aspettative, specie dei governi socialdemocratici nei riguardi della psicoanalisi, per un rinnovamento morale e intellettuale e un  chiarimento dell'agire fascistico-autoritario e per fornire uno strumento di opposizione e di epurazione dalla contaminazione nazista. In tale clima avvenne la fondazione dell'Istituto Sigmund Freud di Francoforte, diretto da Mitscherlich. Ma poi, la psicoanalisi e' stata esautorata, riconoscendola, con un subdolo gioco politico, come conforme alla società , il che forse, se gli analisti avessero veramente compreso la teoria della natura pulsionale e riflettuto su di essa, avrebbe potuto essere previsto e probabilmente evitato. Invece , "lasciandosi coinvolgere a livello sociale e politico, quasi fosse un metodo per la formazione di una coscienza democratica, la psicoanalisi si è trasformata... in un metodo puramente terapeutico, il che ha portato, a livello del singolo individuo, allo sviluppo della propria individualità a spese della cassa mutua ...e a livello delle esigenze collettive, al soddisfacimento delle aspettative generali di liberazione" (ibid, p. 64). Nella rivolta studentesca del 68 tutto ci ha raggiunto il suo apice, in quanto  la liberazione individuale dalle repressioni sessuali è stata interpretata, sul modello  di Reich, come modo per liberarsi dalle coercizioni sociali.
Pohlen ammonisce che, "se si vuol comprendere perché la psicoanalisi sia divenuta quel che è oggi, è necessario seguire le varie forme di decadenza determinate dal conformarsi della psicoanalisi alle aspettative sociali.' (ibid., p. 64). Ciò, a detta dell'A. e' avvenuto per la mancanza di una messa in moto di un processo di autochiarificazione sulla propria scienza, con una più cosciente definizione di status che si opponesse al conformismo.
L'A indica alcuni punti da approfondire per orientarsi riguardo al posto occupato attualmente  in Germania dalla psicoanalisi: 1) l'impiego della psicoanalisi nelle offerte conformistiche dell'ideologia dell'autoliberazione; 2) l'impiego della psicoanalisi come puro metodo terapeutico per la autorealizzazione; connesso a un insegnamento estremamente scolastico della psicoanalisi, mediante lo sviluppo di un apparato burocratico; 3) la sospensione del pensiero psicoanalitico per la sua integrazione nelle scienze positive." (ibid., p. 64)
Per quanto concerne il punto 1, la banalizzazione della psicoanalisi, come avvenuto nell'uso dei media o del linguaggio quotidiano, come pure l'incessante uso del metodo di interpretazione, hanno provocato una sua  perdita di sostanza , oltre che una sua biologizzazione, ostacolandola nel confronto con i  problemi scientifici del proprio
sistema. Questo è avvenuto a scapito dell'autointerrogarsi conformemente al livello attuale di conoscenza della scienza psicoanalitica stessa: attraverso quali percorsi l'analista giunge alle sue interpretazioni, valendosi di quali chiavi di decifrazione perviene a determinate percezioni, con quale criterio dobbiamo valutare le diverse chiavi di decifrazione delle varie scuole? 
Riguardo al punto 2, Pohlen individua nella semplificazione della psicoanalisi a puro metodo applicativo, una delle cause principali della limitatezza del pensiero dell'analista , con l'eliminazione del pensiero di opposizione, inerente al pensiero euristico. Ciò è assai forte in Germania, dove la psicoanalisi ha addirittura un ruolo riconosciuto nel sistema assistenziale. "Ridurre la psicoanalisi a mero "rapporto di sostegno" ...non è che l'espressione del pragmatismo livellatore che domina in quel paese." (ibid., p. 67). In Francia, invece, la psicoanalisi conserva la tradizione filosofica , compenetrandosi con essa. In Italia, i rappresentanti più illuminati, proseguono la discussione su base filosofica. Non va tuttavia dimenticato che gli stessi fondatori della psicoanalisi erano assai interessati alle questioni di potere ,come dimostra la ricerca del monopolio del proprio certificato d'origine. In più, gli analisti della generazione successiva hanno trasformato in testi canonizzati le asserzioni contraddittorie dei fondatori, imponendole ai candidati, pena l'espulsione. Così, attraverso identificazione ed idealizzazione, si è perpetuata la ritualizzazione della dipendenza e della limitazione del pensiero ,determinando un atteggiamento condiscendente verso semplificazione e limitazione del pensiero analitico entro l'apparato formativo, per giungere ad una teoria psicoanalitica standardizzata assistenziale. Come punto 3, l'inserimento della psicoanalisi tra le scienze accademiche è stata funesta, portando alla sua completa medicalizzazione, col conformarla ai criteri della medicina, dovendo essere legittimata come metodo di trattamento. Parin intende il termine medicalizzazione nel senso che la psicoanalisi si conforma agli standard della medicina, sospendendo il pensiero analitico, suo potenziale di opposizione, e presentandosi  come puro metodo terapeutico tra i tanti della medicina, evenienza prevista da Freud come archiviazione della psicoanalisi nel manuale di psichiatria. Così ora la psicoanalisi si trova a dover soddisfare la pretesa di validità delle scienze positive, per legittimare la scientificità delle sue procedure metodiche, invece di occuparsi del proprio oggetto, e cioè delle condizioni della comunicazione umana, in particolare di quella analitica . In tal modo si è giunti all'assurdo di pensare che il setting psicoanalitico necessiti solo del particolare esame metodico di efficacia, e che "dimostrare all'esame empirico la qualificazione scientifica della psicoanalisi non sia altro che un problema di modalità metodiche di approccio, sempre più differenziate; dunque un procedimento metodico che ha perduto il proprio oggetto, cioè l'esame dei presupposti delle dimensioni d'influenza nel processo ermeneutico dell'influenza. Ma la scienza si può definire solo attraverso il proprio oggetto e non attraverso i metodi." (ibid., p. 68).
Non ci si interroga più, dunque, sul procedimento psicoanalitico né sul sistema analitico con i propri strumenti conoscitivi. Ci si chiede se qualcosa ha un effetto, e non i motivi per cui c'è stato un cambiamento, in che modo è avvenuto, cioè, quali meccanismi agiscono e sono coinvolti nel rapporto analitico. Sappiamo bene che il processo di influenza, oggetto essenziale della scienza psicoanalitica, si sottrae all'oggettivazione, perché nell'interazione paziente-analista le dimensioni dell'influenza coincidono ed è ed è proprio questo il motivo dell'efficacia del rapporto terapeutico. Le ricerche oggettivanti possono riguardare soltanto il risultato e l'efficacia del processo, non le variabili dell'interazione, nel loro divenire appunto terapeutiche.
Non dimentichiamo che l'uomo conosce il mondo attraverso la fantasia. E la psicoanalisi, come scienza singola, è e deve rimanere una disciplina euristica, che può contribuire  allo sviluppo delle altre singole discipline.
Tenendo d'occhio le prospettive, Pohlen infine si chiede cosa distingua l'essenza del pensiero psicoanalitico in cui avviene la ricerca della nostra identità. È solo nel pensiero, afferma, che è possibile parlare di un'identità, lungi da vincoli  identificatori delle diverse scuole. E' evidente che la psicoanalisi deve rimanere un pensiero di disintegrazione produttiva, anche per una rifondazione di una scienza psicoterapeutica generale, e per opporsi alla diffusa razionalizzazione della vita e alla "ripetizione di ciò-che-è-sempre-stato", esaltando l'immaginazione creativa che aggiunge ciò che manca al dato di fatto, come è peculiare della scienza psicoanalitica dai suoi inizi. Pohlen ricorda quanto soleva dire Mitscherlich, che, priva di fantasia, la scienza dell'uomo si ridurrebbe a medicina veterinaria. E aggiunge:" La prospettiva dell'analista è determinante: la sua maniera di vedere il mondo deciderà se egli si proietterà con il suo analizzando nell'"al di là retrospettivo", nell'archeologia di ciò-che-è-stato, abbandonandosi al travaglio del fantasma dell'infanzia, oppure se si metterà dalla parte prospettica del desiderio, il desiderio che anticipa la realtà, aggiungendo alla storia, a ogni storia, l'ancora-mancante, il non-ancora-raggiunto." (ibid., p. 70). Nè l'analista deve cedere alla fascinazione della mistagogica autoliberante, che ha già sedotto  kleiniani e kohutiani, rammentando che qualsiasi tipo di affermazione toglie alla psicoanalisi la sua peculiarità.

Una breve considerazione dopo questa lettura che ha il grande pregio di indurci a riflettere.
Historia docet: in ogni branca del pensiero, in ogni scienza, l'autonomia di pensiero è indispensabile per la sua stessa sopravvivenza; la politica non può, non deve condizionare il pensiero scientifico. I diritti della persona vengono prima di ogni altra considerazione.
L'influsso di un potere politico, specie di un potere politico dittatoriale, ha effetti mortiferi sulla scienza. In questo senso, la storia terribile del Nazismo e del suo influsso bloccante e confusivo sul pensiero psicoanalitico, ivi compresa la sua organizzazione, formazione e naturalmente trattamento, è paradigmatica riguardo a simili nefaste evenienze.
Fortunatamente, non è stato sufficiente bruciare i libri di Freud, o chiuderli in un recesso inaccessibile nell'Istituto Goering (cfr. Cocks, op. cit.), per far morire la psicoanalisi nel suo specifico, e questo Pohlen lo sottolinea, nel momento stesso in cui ne denuncia il rischio.
Da qui, il grande valore della sua testimonianza , specie per le generazioni più giovani di analisti, che spesso poco o nulla conoscono della storia passata che, in qualche modo, li riguarda da vicino. Giacché anche il silenzio, talora, può essere complicità, e un grave ostacolo sulla via della conoscenza.
Quanto ad Alexander Mitscherlich, sulla cui figura non si quietano le controversie, è comunque una figura con cui bisogna confrontarsi: negli anni '60 e '70 era il rappresentante per eccellenza della psicoanalisi nella Germania Occidentale ed era indicato come il fondatore della psicoanalisi post-bellica.
Alexander Mitscherlich nacque a Monaco di Baviera il 20 settembre 1908.E' morto nel 1982. Ha seguito corsi di storia dell'arte e filosofia a Monaco, poi  studiato medicina a Friburgo e Zurigo, dove era stato costretto ad andare, essendo contrario al regime nazista. In quegli anni in Germania non era possibile un training psicoanalitico, così egli fu un autodidatta. .Docente dal 1941,  ottenne l'incarico di neurologia all'università di Heidelberg. Nel 1946 ebbe la cattedra di Psicologia Sociale  all'università di Francoforte e nel 1949 divenne Presidente della Società tedesca di Psicoterapia e Psicologia del profondo  (DGPT), unione di quattro centri di formazione, Berlino, Heidelberg, Stoccarda, Monaco. Insieme a Hans Kunz in Basilea e a  Felix Schottländer a Stoccarda,  fondò la rivista Psiche, per la psicologia del profondo e l'antropologia. .  Nel 1949 fondò ad Heidelberg la Clinica psicosomatica e più tardi il Sigmund Freud-Institute. Fu anche membro della società psicosomatica americana, grazie a Franz Alexander, a Spitz e ad Erikson. intanto in Germania la sua posizione veniva messa in discussione. Nel 1956, per commemorare i 100 anni della nascita di. Freud, organizzo' una serie di letture a Francoforte e ad Heidelberg, con la partecipazione di analisti del calibro di Spitz, Erikson, Zulliger, Alexander, Balint, Binswanger, Marcuse ed altri. In seguito organizzò altre letture pubbliche con la partecipazione di importanti di figure della psicoanalisi. Una cattedra di psicoanalisi gli fu offerta all'università di Francoforte. Nel 1958 iniziò un'analisi con Paula Heimann. Nel 1969 gli venne conferito in Germania il premio della pace. Autore di moltissimi libri e articoli, ha avuto sempre, come obiettivo principale,  quello di stimolare la riflessione. Ha spesso sottolineato come la lotta contro le malattie e la loro prevenzione faccia parte integrante dello stesso processo culturale. Con grande preveggenza, ha osservato come il rapido moltiplicarsi della popolazione mondiale, con il crescere della mutua interdipendenza, esiga un perfezionamento della tecnica oltre che una capacità di adattamento a nuove e diverse condizioni sociali, dato che l'uomo è costretto a vivere in condizioni di vita assolutamente nuove e modificate. Ma soprattutto, nei suoi scritti egli ci rammenta che la battaglia del ricordare è anche e soprattutto terreno specifico della psicoanalisi, mettendoci in guardia contro la mortifera coazione a ripetere, specie se nutrita di idealizzazioni, che potrebbe, nel caso degli analisti tedeschi post-bellici, perpetuare, in maniera tutt'affatto inconscia, e per via transgenerazionale, un ideale nazista.  Die Unfähigkeit zu Trauern. München (Pieper, 1967), rimane il testo di Mitscherlich con cui prioritariamente gli analisti tedeschi hanno avuto bisogno di confrontarsi, soprattutto per demistificare le identificazioni inconsce. Questo significa per questi colleghi, ma anche per tutti noi, intraprendere un processo di ricostruzione, tramite un ricontestualizzazione e alla possibilità di arrivare a nuovi assunti e a nuovi significati simbolici.

Bibliografia aggiuntiva del recensore
COCKS G. (1988), Psicoterapia nel Terzo Reich, Boringhieri, Torino
MITSCHERLICH A. (1967), Die Unfähigkeit zu Trauern, Pieper, München

Manfred Pohlen, Klinik fur Psychotherapie, Rudolph Bultmann Str. 8, 35039 Marburg, Repubblica federale tedesca

 

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