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CONTEMPORARY PSYCHOANALYSIS
VOL. 39, N. 4 / 2003
The Profession of Psychoanalysis: 
Past Failures and Future Possibilities

Kenneth Eisold


Questo articolo tenta di fare un bilancio della psicoanalisi come professione, per individuare le ragioni della crisi di credibilità in cui oggi versa. Dopo una discussione del concetto di professione in termini sociologici (chi e come legittima i "professionisti" in una determinata società, ecc.), Eisold esamina il significato che Freud nel 1923 diede al termine "psicoanalisi", in cui quello terapeutico, cioè professionale, era solo uno dei tre poli (gli altri erano un metodo di ricerca e un corpo di conoscenze). L'aver dato alla psicoanalisi anche un significato terapeutico ha aperto una serie di problemi riguardo ad esempio alla sua differenziazione non solo dalla psicoterapia psicoanalitica ma anche da altre professioni di aiuto, e al suo inserimento all'interno della medicina (come ö nelle parole di Knight del 1953 ö una "specialità all'interno di una specialità", cioè come una sottospecialità della psichiatria), problemi che permangono tutt'ora e forse ancor più che in passato quando la psicoanalisi godeva di un indiscusso prestigio. Eisold sostiene che la psicoanalisi, per riuscire nel suo "progetto professionale", dovrebbe risolvere tre problemi: il primo è quello della frammentazione, cioè il suo non riuscire a presentarsi agli occhi del pubblico come un corpo unitario e coerente; il secondo è la sua incapacità a stabilire una autorevolezza professionale in un modo convincente; il terzo è rappresentato da una persistente ambiguità sul tipo di servizio fornito al pubblico, cioè sul tipo di lavoro che si propone di svolgere. Dopo aver discusso in dettaglio il fallimento in queste tre aree, Eisold denuncia il fatto che i problemi sono innanzitutto a monte, cioè nella identità teorica della psicoanalisi (nel senso che ad esempio è ben difficile differenziarla clinicamente dalla psicoterapia psicoanalitica se non è chiara neppure la sua identità teorica), per cui quando si parla di "psicoanalisi applicata" ai vari contesti (ad esempio quelli clinici, come famiglie, gruppi, istituzioni, ecc., e anche all'arte, alla letteratura, e così via) non si capisce a volte cosa è la caratterizzazione "psicoanalitica" di tali operazioni. Eisold denuncia anche il fatto che la psicoanalisi, nel suo complesso, si è ben guardata dal diventare veramente, come auspicava Freud, una scienza, nel senso che ha tardato e tarda a compiere ricerche empiriche sulle prove della sua efficacia, col risultato che è rimasta indietro anche nell'immagine pubblica rispetto ad altre psicoterapie. La mancanza di chiarezza dell'identità inoltre si ripercuote a vari livelli, si pensi solo al training (che criteri standard adottare, con quale giustificazione "scientifica", ecc.), col risultato che di fatto nei sistemi di valutazione dei candidati si adottano criteri intuitivi, non standardizzati, e le promozioni o i passaggi di carriera degli analisti non avvengono utilizzando criteri scientifici condivisi ma "per unzione", esattamente come avviene nelle organizzazioni religiose, e tutto questo gioca in favore della conservazione e dell'immobilismo, fattori notoriamente nemici del progresso e della scienza.

Ma fatta questa analisi, che peraltro è ben nota a chiunque abbia una minima conoscenza di questo campo, quali sono le proposte che Eisold avanza per risolvere i tre problemi prima citati? E' possibile, dice Eisold, è che sia stata prematura la decisione di Freud di assegnare alla psicoanalisi un compito terapeutico, e forse fece questo passo sotto la pressione del movimento psicoanalitico e dei suoi seguaci che in fondo si guadagnavano da vivere con questo lavoro, e anche per dare un maggiore riconoscimento pubblico alla psicoanalisi in una fase iniziale di crescita in cui ne aveva tanto bisogno. Se Freud non avesse incluso nella sua definizione triadica della psicoanalisi l'aspetto terapeutico, e forse non avesse incluso neppure l'accumulo di un corpo di conoscenze, sarebbe rimasto quello che di fatto possiamo considerare tuttora un aspetto caratterizzante della psicoanalisi: un metodo di investigazione, di ricerca sui processi mentali, il disvelare parti rimosse o rinnegate di sé, un tipo di ricerca radicale, di esercizio critico, un andare eventualmente controcorrente rispetto a credenze consolidate (si pensi ad esempio alla critica di Freud verso la morale sessuale borghese),

Inoltre, sostiene sempre Eisold, l'avere incluso nella definizione di psicoanalisi le altre due componenti (una terapia e un corpo di conoscenze) ha creato problemi e conflitti con altre professioni e discipline. Non è un mistero che la psicoanalisi ha avuto l'ambizione di ergersi a psicologia generale, come anche Hartmann dichiarò esplicitamente nel 1959, e questo significava, volenti o nolenti, farlo a scapito di tutte le altre discipline le quali invece avevano e hanno un contributo importante e specifico da dare. Questa posizione "arrogante", dice Eisold, di fatto ha contribuito ad isolare al psicoanalisi da tutta la psicologia, mentre invece, se abbandona le sue velleità egemonizzanti, Çpuò legittimamente aspirare ad assumere un suo ruolo tra le "psicologie"È (p. 573). C'è da dire che nei tempi recenti, comunque, il muro tra la psicoanalisi e le altre psicologie è stato eroso, nel senso che in diverse aree (si pensi solo alla psicologia dello sviluppo e alla teoria dell'attaccamento) le ricerche di psicoanalisti e di studiosi accademici si sono intrecciate, col risultato anche di una maggiore credibilità di certi assunti psicoanalitici nel mondo accademico (si veda a questo proposito il lavoro di Westen pubblicato sul n. 4/2001di Psicoterapia e Scienze Umane, dal titolo "Freud è davvero morto?").

Per riassumere fin qui le posizioni di Eisold, se la psicoanalisi include nella sua definizione la terapia ö essendo di fatto oggi la psicoanalisi conosciuta a livello dei mass media e di rappresentazione sociale essenzialmente come una forma di terapia ö erode gli altri due poli della sua definizione (un metodo di ricerca e una teoria psicologica), nella misura in cui da una parte è indebolita dalla pressione esercitata dalle tante altre terapie apparentemente più brevi e più basate sulle "prove di efficacia", e dall'altra fa sempre più fatica a definire la sua differenza dalla psicoterapia, cercando affannosamente (e forse inutilmente) un suo posto privilegiato come terapia diversa e distinta da tutte le altre. E la inclusione del "corpo di conoscenze" nella triade di significati di psicoanalisi ha portato a una infelice e improduttiva separazione dalle altre psicologie.

Ma ö si chiede a questo punto Eisold ö se accettiamo l'ipotesi di definire la psicoanalisi non come terapia né come teoria psicologica, ma solo come metodo di ricerca, cosa significherebbe questo per il "progetto professionale"? Cosa diventerebbe allora la psicoanalisi?

Per prima cosa, la psicoanalisi dovrebbe abbandonare sia il suo splendido isolamento sia la sua pretesa di godere di una posizione privilegiata in mezzo a tutte le altre discipline, e piuttosto dovrebbe collaborare alla pari con esse, intrecciando legami ed essere capace di farlo. Ma come si confronterebbe con le psicoterapie, come utilizzerebbe "l'oro puro" del metodo di ricerca psicoanalitico? Vi sono due possibilità, dice Eisold. La prima è quella di assumere un ruolo critico, ed autocritico, all'interno di tutte le professioni di aiuto, dalla medicina alla psicoterapia. La seconda è quella di dissociarsi dalla medicina e dalla psicoterapia così come essa viene tradizionalmente concepita.

Vediamo meglio la prima possibilità. Trent'anni fa tre sociologi (W.E. Henry, J.H. Sims & S.L. Spray, The Fifth Profession, San Francisco, CA: Jossey-Bass, 1971) sostennero che le quattro professioni di assistente sociale, psicologo, psichiatra e psicoanalista potevano considerarsi ormai l'inizio di una nuova, "quinta professione", quella di "psicoterapeuta", nel senso che ormai quelle quattro professioni si sovrapponevano non solo come tipo di lavoro, ma anche come condivisione di valori, atteggiamenti e background socioeconomico. Questo, secondo Eisold, significa anche che nell'immaginario collettivo la psicoanalisi di fatto ormai si identifica con una psicoterapia. E allora che ruolo può avere lo psicoanalista, se ancora può averne uno, di fronte alla psicoterapia? Dato il training che lo psicoanalista ha ricevuto nella riflessione sistematica, nell'autoriflessione, nell'esercizio critico, nella costruzione e decostruzione di narrative, nella complessità del comportamento umano, nei limiti della osservazione, ecc., non potrebbe essere un esperto della tecnica psicoterapeutica in generale, non potrebbe proporsi come manager o consulente verso la professione della psicoterapia? Si pensi ad esempio alla cosiddetta psicoterapia "integrata", cioè a quei disturbi che richiedono livelli multipli di intervento: data l'abitudine dello psicoanalista a gestire l'ambiguità e la pluralità di informazioni, non potrebbe la psicoanalisi essere l'unica disciplina della salute mentale capace di assumere il delicato ruolo di gestire e comprendere il significato di queste complesse interazioni? In questo caso, naturalmente, gli psicoanalisti dovrebbero essere molto più aggiornati e preparati in tutte le forme di terapia esistenti. Nel campo della psicoanalisi applicata, poi, lo psicoanalista potrebbe offrire in questo modo prospettive non in competizione ma supplementari, grazie al suo bagaglio di conoscenze ad esempio riguardo al funzionamento inconscio, ai conflitti, alla influenza dello strumento di osservazione, al ruolo dell'ansia, delle difese, dei vantaggi secondari della malattia, e così via.

 Vediamo ora meglio la seconda possibilità suggerita da Eisold, quella di dissociarsi dalla medicina e da tutta la psicoterapia tradizionalmente intesa. Già Mitchell nel 1993 si era dichiarato convinto che la psicoanalisi contemporanea non ha più a che fare con la cura di precise sindromi cliniche così come ai tempi di Freud, ma con la esplorazione dei falsi adattamenti dell'individuo alla sua cultura, per una "rivitalizzazione ed espansione della sua capacità di generare esperienza percepita come vivida, significativa e di valore" (Steve Mitchell, Hope and Dread in Psychoanalysis, New York: Basic Books, 1993, p. 24; trad. it.: Speranza e timore in psicoanalisi, Torino: Bollati Boringhieri, 1995). E a supporto di questa sua tesi, che definisce uno sviluppo della psicoanalisi e "parte di una ricerca di un nuovo contesto di significati del processo psicoanalitico" (p. 24), Mitchell cita Winnicott, Kohut, Bion, Bollas e la Benjamin. Questa posizione può essere interessante (si veda però a questo proposito la serrata critica di Eagle a questa concezione, nell'articolo pubblicato su Psicoterapia e Scienze Umane, 4/2000, dal titolo "La svolta post-moderna in psicoanalisi"), e può essere indubbiamente vero che gli psicoanalisti non trattano distinte categorie nosologiche, resta il fatto però che questa posizione avvicina in modo impressionante la psicoanalisi alla religione (che appunto persegue gli stessi scopi), con tutte le implicazioni che ciò comporta tra cui in primis una grossa difficoltà a definire il rapporto col sistema sanitario nazionale (e questo è sicuramente un problema per quanto riguarda la psicoanalisi come professione).

In conclusione, le soluzioni che Eisold suggerisce sono due, o meglio tre: 1) la psicoanalisi diventa "partner" delle psicoterapie, offrendo i suoi insight e capacità investigative per la terapia dei disturbi psichiatrici; 2) la psicoanalisi diventa "partner" di altre discipline e professioni di aiuto in quella che è stata chiamata "psicoanalisi applicata", cioè nel lavoro con organizzazioni, famiglie, gruppi, ecc. (questa seconda soluzione è logicamente simile alla prima); 3) la psicoanalisi studia falsi adattamenti e identità sociali che bloccano una piena ed autentica espressione della esperienza umana (quest'ultima strada, indiscutibilmente da iscriversi all'interno della prospettiva post-moderna, implicherebbe perdere i benefici della medicalizzazione, ma avrebbe il vantaggio di non dover fare i conti con la ricerca empirica sulla efficacia).

Qualunque strada si scelga per il "progetto professionale" della psicoanalisi, dice Eisold, saranno necessari profondi cambiamenti a più livelli, nella struttura del training, nella struttura organizzativa, e nella cultura della professione.

L'articolo di Eisold viene commentato, nelle pagine seguenti della rivista, da cinque colleghi, Joerg Bose, Arnold Cooper, Marylou Lionellis, Jon Meyer, e Joseph Newirth, a cui poi Eisold risponde.


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