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PSYCHOMEDIA
LIBRI - Recensioni e Presentazioni



Fuggiaschi. Adolescenti tra i banchi di scuola
di Francesco Berto e Paola Scalari


(La Meridiana, Molfetta, Bari 2005)

Recensione e non solo...
di Giulia Rossetto



Fuggiaschi. L’enigma del libro comincia dal titolo. Fuggiaschi un vocabolo indefinito, del quale in un momento si ha la sensazione di coglierne il significato, mentre in un altro momento si teme di non comprenderlo a pieno.
Fuggiaschi. Una parola che ha un fascino particolare. Non fuggitivi, in fuga da qualcosa che si conosce, che tormenta, e fa paura, fuggiaschi ovvero chi fugge per sottrarsi a pericoli, persecuzioni.
Fuggiaschi. E’ una parola difficile da afferrare. E’ come se la sua forma contenesse tutta la sua essenza, togliendo una lettera si trasforma in una domanda che illumina: Fuggi a chi?

L’adolescenza è una fase dello sviluppo evolutivo unica e irripetibile, una fase di transito obbligato dove bisogna usare tutte le proprie risorse per sopravvivere, durante la quale si tenta di allontanarsi dall’universo idilliaco dei bambini e contemporaneamente si teme di non aver le risorse per sfidare il mondo adulto, una fase costellata da interrogativi opposti tra di loro: originali o invisibili? Ribelli o perfetti? Solitari o nel gruppo? Sicuri o paurosi?
E’ questo, credo, il motivo per cui è molto difficile scrivere un libro sugli adolescenti. Per trovare le parole adeguate per descrivere le loro personalità, per riuscire ad intrappolare in un termine finito le infinite sfumature che li caratterizzano, ci vuole un qualcosa di diverso, che questo libro credo abbia.
Leggendo le storie di questi ragazzi così diversi e così uguali a quelli abbiamo vicino, quello che colpisce non è tanto la loro "trama”, ma piuttosto le sensazioni che esse riescono a suscitare e che fanno in modo che il lettore penetri dentro ognuna di queste vicende, si apposti lì in un angolo lontano dai riflettori di scena, e viva tutto quasi in diretta, coprotagonista delle emozioni che i “personaggi” stanno vivendo. In questo libro non vengono usate parole, vengono usate sensazioni, sensazioni che permettono al lettore un’ identificazione dei personaggi, con i nuclei fuggiaschi della propria personalità.

Un altro grande merito di questo testo, a mio avviso, è quello di aver circoscritto questi adolescenti all’interno dei due ambienti che più di tutti li influenzano: la scuola e la famiglia.

La scuola, il luogo per eccellenza dove i ragazzi dovrebbero imparare, imparare non solo nozioni, ma anche ad essere uomini e donne solidi, con le loro opinioni e le loro passioni, capaci di interagire con il mondo esterno senza il terrore di essere annientati da esso. Dentro la scuola i ragazzi si trovano catapultati in una realtà che li vede per la prima volta protagonisti indiscussi del loro destino, cavalieri solitari che affrontano un mondo che li giudicherà, non solo come scolari, ma appunto anche come persone. In questa prospettiva è facile capire come ognuno di loro tenti, fondendo i propri punti di forza e le proprie debolezze, di inventarsi la strada per rapportarsi tanto con il gruppo dei propri pari, quanto con quello degli insegnanti: la difficoltà di stare in equilibrio tra queste due realtà, contrapposte e interdipendenti, sembra essere la chiave di lettura per comprendere il comportamento dei protagonisti delle storie. E’ così per Emilio (Solitudini sospese) rimasto isolato per non aver saputo decidere di quale gruppo fare solidamente parte, per Carlo (E’ sempre la solita musica) costretto ad essere l’eroe della classe e la disperazione dei professori, per Viola (La fuggiasca) il fiore all’occhiello per gli insegnanti, invisibile per i compagni, per Suellen (La ragazza dai capelli strani) costretta ad odiare tutti per poter urlare il suo bisogno di essere amata, per Federico (Ricomincio da tre) pronto ad ingannare anche sé stesso pur di apparire ammirabile agli altri, per Giovanni (Il cavaliere caduto da cavallo) obbligato a “cadere da cavallo” pur di non mettersi in gioco, per Pierpaolo (Elogio del tempo sprecato) sicuro che qualcuno acquisterà per lui con denaro sonante la sua rispettabilità tanto tra i compagni quanto tra i professori.
E’ in questa prospettiva che sembra essenziale che gli insegnanti prima di essere maestri della materia si sentano dei veri e propri educatori, con un’enorme potenzialità: quella di aiutare i loro alunni a costruirsi un proprio bagaglio di idee, ambizioni, passioni, modi di essere, modi di esprimersi, modi di vivere…in pratica tutto quelle cose che i ragazzi sembrano chiedere loro. Per fare ciò basterebbe saper guardare la situazione da un’angolazione diversa, saper ascoltare la loro voce senza fermarsi all’apparenza, saper incanalare positivamente la grande quantità di energia che ogni giorno gli alunni riversano su di loro, non farsi appiattire in una realtà fatta di orari, di voti, di ruoli e di atteggiamenti preconfezionati; saper essere una guida e non solo un giudice, vuol dire allora saper guardare le cose con altri occhi, per avere ben saldo il controllo della situazione, non abusando del proprio potere, ma conquistandosi la stima e la rispettabilità degli allievi. Ed è così che si scopre un’altra verità, come saggiamente ci ricorda l’ultimo capitolo, dove in un vortice che conduce di scuola in scuola, di classe in classe ascoltiamo la loro voce che fino a quel momento era stata un elemento passivo della scena, e tra mille parole tutte identiche ci saltano subito agli occhi quelle pronunciate da insegnanti che a noi paiono diversi, paiono illuminati, incapaci di non preoccuparsi per un’alunna che ottiene sempre e solo il massimo dei voti, rivelatori di affermazioni che sembrano cogliere l’essenza della situazione.

E qui entra in gioco il terzo nucleo che caratterizza le storie: la famiglia. Ciò che maggiormente colpisce è come i padri e le madri non siano messi in relazione solamente ai loro figli e alle loro figlie, ma che le storie evidenzino e mettano in risalto il rapporto tra due figure non più adolescenti: i genitori e gli insegnanti. Infatti spesso si pensa che la comunicazione e il rapporto che intercorre tra due persone adulte che entrano in relazione tra di loro sia molto diverso, in qualche modo più maturo ed efficace di quella sostenuta con un ragazzo, che ci sia una sorta di alleanza educativa di base che fa sì che le scambievoli opinioni posino sullo stesso terreno e vogliano raggiungere lo stesso scopo. E invece non sempre è così. Le storie di Fuggiaschi ci mostrano come molto spesso gli insegnanti e i genitori dialoghino tra di loro, non tanto per condividere le strategie e gli accorgimenti da utilizzare per riuscire a aggirare insieme quelli che sembrano essere i principali problemi del ragazzo, ma piuttosto per scaricarsi reciprocamente responsabilità e colpe, cercando un facile capro espiatorio per i suoi insuccessi. Le due componenti adulte, quindi, non solo sembrano incapaci di cooperare per riuscire a negoziare le loro risorse e le loro idee, ma addirittura sembrano mettere, loro per primi, in gioco le loro componenti adolescenti; il genitore trovandosi davanti a un insegnante, sembra rivivere sulla sua pelle le sensazioni e le paure che aveva quando lui stesso era studente, totalmente ignaro del diverso ruolo che è chiamato a rivestire: emblematiche in questo senso sono le figure dei genitori di Caterina (La finestra sulla strada) seduti di fronte a tutti gli insegnanti, quasi fossero in procinto di sostenere un esame, che non riescono a non dar voce alla loro rabbia senza limiti davanti a un’ingiustizia, la mamma di Federico (Ricomincio da tre), interessata solamente a non sfigurare davanti alla figura del professore anche a costo di screditare l’onore del proprio figlio e infine la mamma di Suellen (La ragazza dai capelli strani) pronta al giudizio feroce nei confronti di quella che non ritiene solo una cattiva professoressa, ma anche una pessima madre. Genitori e insegnanti si trovano quindi gli uni di fronte agli altri, sul il piede di guerra, ognuno con le proprie storie alle spalle, ignari dell’effetto disarmante che possono produrre le parole, senza mai considerare se le persone che hanno davanti hanno le risorse per poter affrontare le constatazioni, i consigli, e le sentenze, senza saper usare le parole giuste per comunicare, per integrare le loro idee e per poter realmente aiutare il figlio e l’alunno.

E’ in questo modo che “Fuggiaschi” racconta storie di vita quotidiana, storie diverse ma in fondo tutte simili, storie esse stesse adolescenti dentro alle quali i nomi di tanti ragazzi si perdono, ritornano, ci disorientano, storie che non vogliono giudicare, ma che contengono tante verità ugualmente efficaci e importanti. E’ per questo motivo che lo sconforto di Vanna Speranza nel tentare di “fare pulizia” tra questi intricati vissuti, deve invece spronare il lettore alla reazione, alla ricerca della Vera Speranza, nella ferma consapevolezza che il vero “valore della scoperta non consiste nel trovare nuove terre, ma nell’avere nuovi occhi” (M. Proust).


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