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Atti del 1°Congresso SI-EFPP - Roma, 6 maggio 2000

"Costanti e Evoluzioni del Setting in Psicoterapia Psicoanalitica"




Senso e necessità del non interpretare nello scenario analitico infantile

M. Laganopoulos, D. Punzo



In questo lavoro vorremmo sottolineare, attraverso il materiale clinico, la funzione terapeutica che può avere a volte ed in particolar modo nelle prime fasi della psicoterapia, il non interpretare nello scenario analitico infantile.
L'interpretazione rappresenta un tema centrale per la sua specificità nell'analisi dei bambini, in quanto, i pensieri e il linguaggio insiti nella loro comunicazione, porta lo psicoterapeuta a contatto con esperienze sensoriali e corporee che solo successivamente trovano un senso e possono essere tramutate in parole. Su questo argomento la Sipsia ha dedicato un intero convegno intitolato "Tra ascolto e interpretazione".
Per i bambini un elemento essenziale dell'analisi è poter sentire di aver trovato qualcuno che sia disposto ad ascoltare e che, creando un clima di holding e di possibilità di investimenti, introduca ad un area di gioco condivisibile. Attraverso il gioco il bambino esprimerà il bisogno di rivivere emozioni e umori molto primitivi, non ancora accessibili alla pensabilità, mentre spetterà al terapeuta condividerli, raccoglierli e trasformarli nella sua mente.
Nella relazione analitica si evidenzia la specificità e la difficoltà dell'incontro tra la mente infantile e la mente adulta. Secondo l'Algini la mente adulta tende al senso, mentre la mente infantile vive la ricerca e insieme il trauma e l'enigma del senso. Ciò sembra uno stato necessario della relazione analitica con i b., che segna in modo decisivo tutto il travaglio dell'interpretare.
Inizialmente il b. più che di interpretazioni ha bisogno di comunicazioni molto semplici che gli arrivano attraverso il suo linguaggio e che gli permettano di porre un ordine nel suo caos emotivo ove non vi è ancora distinzione tra mondo fantastico e realtà esterna ( Negri R.1994). Inoltre occorre tener presente che ciascun bambino ha una propria modalità espressiva; si tratta dunque di vivere insieme a lui un esperienza affettiva condivisa, dove l'analista deve essere disposto ad entrare in un rapporto intenso senza sovrapporre tecniche e modalità precostituite.
Interpretare significa osservare, ascoltare, riconoscere; l'interpretazione può diventare un momento di incontro ma può anche essere rifiutata dal bambino in quanto vissuta come una brusca intrusione nel suo mondo interno in via di integrazione.
Per Winnicott è il processo evolutivo del paziente che determina l'analisi mentre l'interpretazione semplicemente facilita tale processo e non può usurparlo. Egli sottolinea quanto sia importante aspettare l'evoluzione del transfert ed evitare di interrompere questo processo naturale dando interpretazioni. L'analista accompagnando il b. nello sperimentare le proprie sensazioni ed emozioni fino a costruirne un senso dentro di sé può arrivare a trasformare la turbolenza e il caos in qualcosa di nuovo, un nuovo creato dal paziente e dall'analista.


Marco
"E adesso basta, è ora di smettere di giocare e fare sul serio"
Con queste parole M. mi preannuncia un cambiamento: la conclusione di una fase di terapia della durata di un anno che mi ha messo a dura prova facendomi sentire spesso in grande difficoltà. Marco è un bellissimo bambino adottato di 10 anni, dagli occhi tristi, che chiede lui stesso un aiuto ed espone in modo chiaro e maturo la sua grande sofferenza facendo una chiara esposizione della sua storia e dei suoi sintomi, delle sue angosce e i rituali ossessivi. Mi racconta gli incubi dei labirinti dai quali non riesce a uscirne fuori e allora per salvarsi deve saltare dalla finestra nel vuoto. M. esprime le sue problematiche abbandoniche e separative e il buco incolmabile, non elaborato che esiste tra i suoi vissuti del prima e del dopo l'adozione. Nella famiglia adottiva le parole sono sempre state privilegiate sotto forma di spiegazioni e chiarificazioni della sua situazione mentre l'emotività veniva tenuta da parte perché temuta ed estremamente pericolosa.
Con l'inizio della terapia lo scenario si capovolge totalmente. M. in un esplosione della sua emotività diventa incontenibile si scatena e lascia nella stanza soltanto traccia della sua distruttività; distrugge i giocattoli in un crescendo di angoscia claustrofobica che lo porta a spalancare le finestre o fuggire all'improvviso e paralizza ogni mio intervento rendendomi inutilizzabile. Quello che diventa fondamentale, come dice Winnicott, è la mia capacità di sopravvivere ai suoi attacchi.
Il suo giocattolo preferito è un pupazzo, Jimy, di volta in volta vittima o carnefice delle sue esplosioni sadiche ed aggressive. Jimy sembra essere una sua parte scissa, vissuta come cattiva che odia e perciò va eliminata. il bambino del passato che deve morire, il bambino che a 5 mesi, dopo un buon legame con la madre viene strappato e portato via. Nel tempo da questi giochi distruttivi a volte prendono forma delle storie rudimentali che danno accesso al simbolico come la storia dell'uccisione di Jimy. Jimy era romano (M. era rumeno) ed era stato rapito dagli Unni che lo torturavano violentemente perché non voleva svelare loro il segreto dei Romani. Ma anche in questa storia c'è confusione riguardo a chi sono i cattivi e chi le vittime.
In questa situazione turbolenta io mi sento totalmente impotente perché ogni mio tentativo di interpretazione che cerca di aprire dei spiragli in questo circolo vizioso di sofferenza, maltrattamento e aggressività, scatena in lui reazioni ancora più violente e provocatorie. Butta gli oggetti dalla finestra, distrugge le macchine, sbatte con furia i giochi al muro creando delle piccole crepe, e a volte mi maltratta costringendomi a contenerlo fisicamente per evitare di farmi e di farsi ulteriormente male.
Circa un anno dopo l'inizio della terapia, in un momento problematico riguardo la scuola, M. viene assalito dall'angoscia e si chiude a casa aggrappandosi alla madre e a me per cercare rassicurazioni. Il setting analitico non è sufficiente a contenerlo e lui, in preda all'ansia, cerca un contatto telefonico con me facendomi richieste molto concrete e accettando solo risposte concrete. Il sentirmi emotivamente vicina e partecipe del suo dolore, alimenterà la sua fiducia e consoliderà la nostra relazione.
In una seduta successiva lui si accuccia sul lettino e chiede spiegazioni sul suo problema. Poi prende Jimy in braccio, alternando momenti di cura e di tortura, finché non lo affida a me commentando che gli dispiace che non ci siano più gli ospedali delle bambole. Mi chiede di raccontargli delle storie, per esempio cappuccetto rosso. Lui fa la versione catastrofica dove tutti muoiono. Io devo fare la versione dove cappuccetto rosso capisce che il lupo non è cattivo, lo addomestica e così riesce ad aiutarlo. Nei giorni successivi mi dirà per telefono che il suo cane mi vuole bene. Da questo momento in poi la sua distruttività diventerà più contenuta e inizierà ad accettare qualche mio intervento interpretativo.
Il lavoro terapeutico con M. è stato possibile solo attraverso la mia accettazione dei ruoli proposti da lui, il mio sentire in prima persona emozioni ed angosce insostenibili che lui stesso provava, l'accogliere la sua esigenza emotiva di essere sottoposto ad una minore pressione interpretativa e il rispettare il suo bisogno di avere un interlocutore che condivida le sue narrazioni.
Nel nostro lavoro con i bambini sembrerebbe necessario in un primo momento offrire loro lo spazio per l'espressione ed il gioco, quell'area intermedia alla quale entrambi possiamo sostare e guardare, poi si comincia a notare e a dare un nome alle cose, e successivamente si parla di ciò che sta succedendo, del perché e del come.
Le interpretazioni verbali possono risultare intrusive in quanto a volte il b. non è in grado di operare un collegamento. Per ciò risulta necessario che i nostri interventi riguardano gli oggetti concreti che il b. ci presenta attraverso la messa in scena nel gioco. Secondo A. Ferro i personaggi creati in seduta diventano estremamente importanti perché rappresentano aspetti scissi che non devono essere saturati con interpretazioni di transfert e servono a trasformare le emozioni sottostanti.


Carla
C. è una bambina adottiva di 10 anni con problemi di chiusura ed isolamento, molto graziosa, dall'aria semplice e indifesa. Durante il primo anno di terapia presentava in seduta abbozzi di gioco in cui la sentivo dilagare. Riportava racconti frammentari e confusivi che interferivano col gioco stesso: All'improvviso alzandosi in piedi diceva gridando: "Lo sai un bambino è caduto nel pozzo" e subito dopo "stamattina sono andata a scuola, ero stanca e la professoressa ha gridato tanto perché facevamo chiasso. Sono tornata a casa, ho sbattuto la cartella, non avevo fame. Poi a ripetizione c'era un bambino che mi chiamava e voleva a tutti i costi giocare e parlare con me. Gli ho detto di lasciarmi in pace, per me è già difficile studiare, ho bisogno di calma". Quando C. parlava ininterrottamente, passando dai tentativi di gioco all'irruzione di frammenti di pensieri e a episodi della vita scolastica, provavo ad aiutarla a distinguere le sue fantasie dalla realtà, un racconto da un altro e ancora i propri pensieri dai pensieri altrui, nel tentativo di creare degli argini differenzianti.
Nel gioco mi imponeva i ruoli e i dialoghi da seguire alla lettera, mi toglieva qualsiasi spazio e possibilità di espressione, controllando in tal modo la nostra relazione. I tentativi interpretativi di transfert provocavano una sorta di fredda chiusura o di richiesta di continuare il gioco. C. era molto fragile e confusa e si sentiva minacciata dalle interpretazioni per lei troppo precoci che non riuscivano a restituirle la complessità della sua situazione emotiva.
Come avremmo potuto condividere un'esperienza affettiva comune che andasse a modificare il campo relazionale già esistente? Era difficile tollerare la ripetitività delle sedute e io mi ritrovavo a dover rivedere il mio assetto narcisistico come psicoterapeuta. I tempi non erano maturi per interventi interpretativi, dovevo ancora imparare a fare a meno di una tecnica che risultasse precostituita.
Successivamente, la richiesta di fare il gioco in cui una di noi scriveva e l'altra pensava alle parole, se da un lato mostrava la mancanza di differenzazione, dall'altro mi comunicava il sottostante bisogno di tipo fusionale. Nel gioco si soffermava a guardarmi, mi fissava negli occhi lasciando che la guardassi o cercava un contatto corporeo sfiorandomi un braccio. C. sperimentava la possibilità di disporre di una madre-terapeuta cui sentirsi accolta e compresa relativamente ai propri bisogni primari e che le consentisse un rispecchiamento narcisistico in alternativa alle esperienze precedenti fallimentari e di vuoto. Con estrema difficoltà verso la fine del secondo anno di terapia accedevamo ad una diversa disposizione mentale in cui poter sperimentare entrambe sensazioni, emozioni, e fantasie condivisibili. Durante una seduta C. disse: "Ieri ho visto un programma in cui si parlava di attori, di un ragazzo handicappato che non camminava e non capiva; aveva avuto un incidente...." Riprese a giocare, non riuscivo a seguirla, avevo davanti l'immagine del ragazzo handicappato. Utilizzando il mio modo di sentire, nel tentativo di introdurre in lei la possibilità della continuità del pensiero, riportandola ad un pensiero meno frammentato che potesse tollerare il dolore mentale, le dissi che pensavo con tristezza al ragazzo di cui mi aveva parlato, chissà come doveva sentirsi.. C. continuò: "Lo sai, so di una ragazza nata senza cervello....Quel ragazzo handicappato ha avuto un figlio cieco..." Parlò di una donna folle che si dimenava, il suo uomo l'aveva abbandonata; di un'altra che aveva dato via il suo bambino e che lo avrebbe rivoluto a tutti i costi. Le dissi assumendo su di me il dolore mentale: "Quando si sente tanto dolore, ci si sente traditi, si sente male dentro e certo ci si può sentire folli". Mi rispose: " Non è essere folli, cos'è allora?" Dissi che aveva tanti pensieri, su di sé, forse anche sulla madre naturale se era pazza, se era stata tradita.. Rispose: "Ho pensato che mia madre sarebbe potuta essere una attrice, così avrebbe fatto molti soldi. Ma le attrici sono sempre in giro a fare films ...Il setting iniziava a diventare il luogo in cui la piccola paziente poteva collocarsi e consentirsi di iniziare l'esperienza di sé e superare le sue scissioni recuperando le sue parti emotive abbandonate.
Cominciarono così i primi racconti legati ad immagini di morte, di bambini abbandonati nell'immondizia, di tradimenti. Gli aspetti mortiferi solo ora potevano essere collegati attraverso il lavoro terapeutico alla storia personale di C. intrisa di sentimenti ed esperienze di abbandono e di deprivazione. Potevamo entrare così nella trama narrativa della paziente.


Gianluca: un caso di enuresi primaria
Il pensiero di G., un bambino di 6 anni dall'espressione dolce, triste e smarrita, è un pensiero confuso e i suoi disegni "enuretici" spiattellati l'uno dopo l'altro sono una produzione enorme e per me senza senso. I suoi racconti sono frenetici e tutto si trasforma con una velocità che attacca il mio pensiero: macchine che si scontrano, bambini che nell'eccitazione cadono e muoiono, animali piccoli perseguitati da quelli grandi, mamme cattive, mostri pericolosi che si alternano. Io mi sento inondata dalle sue proiezioni massicce che provocano in me la sensazione di essere una mamma confusa che non può capire, contenere e metabolizzare i suoi bisogni. G. ha difficoltà ad accettare il setting e le mie interpretazioni, è incontenibile, e spesso diventa aggressivo. Mettere argine alla relazione, emotivamente molto intensa, non è facile anche se è l'unico mio tentativo in questa fase iniziale.Unico modo per entrare in contatto con lui nel tempo è seguire i suoi pensieri e le sue storie confuse cercando di capire il loro significato, senza tradurre in interpretazioni, ma rivolgendomi all'immaginario, commentando i personaggi della storia e facendo domande chiarificatorie. Questo permette a lui di darmi delle risposte visto che non è ancora in grado di entrare direttamente in contatto con il suo mondo interno e le sue difficoltà. Tramite la narrazione cercherà di integrare aspetti precocissimi e trasformarli in gioco ed in seguito riuscire a parlare indirettamente di sé.
Nel tempo appariranno tra le figure mostruose anche gli animali domestici. Nascono uscendo dall'uovo, giocano, si creano una cuccia o una tana. Il cane è affettuoso e cerca le coccole, il maialino fa le puzze e crea disordine, il tigrotto è bisognoso ma aggressivo. Per G. il transfert diventa il luogo dove portare la rappresentazione di vari aspetti di sé, che nel rapporto con i suoi genitori deve abortire, per conoscerli ed accettarli ed io mi limito a fare la mappa delle presenze - animali che abitano dentro di lui per darli un senso, confrontarli ed evitare che rimangono scissi come oggetti bizzarri. Inizialmente tra tutti gli animali prevale il porcellino, che rappresenta le sue parti sporche e aggressive che lo spaventano ma che vuole conoscere per addomesticare. G. diventa il maialino che sporca mentre io sento che da una parte devo permettergli di esprimere questi suoi aspetti in seduta ma contemporaneamente devo mettergli dei limiti per aiutarlo a contenerli e non sentirsi sommerso e minacciato. Il maialino verrà disegnato, ritagliato ed animato, avrà una sua storia e un'identità. Nel tentativo di passare da un mondo concreto a quello simbolico il disegno diventa un area transizionale. Il maialino viene rifiutato dalla madre perché fa tanta cacca e lui lo affida a me raccomandandosi di non buttarlo via. malato e ferito e ha bisogno di essere curato, ma ha paura che anch'io come la madre non possa contenere questi suoi aspetti e finisca per espellerlo.
Anche la nostra relazione viene vissuta e gestita in modo concreto. Quando lui è arrabbiato con me e si ritira in un angolo della stanza, chiuso nel suo mutismo, io mi rendo disponibile senza pressarlo. Mi avvicini a lui, ma non troppo, gli tendo la mano ma aspetto che sia lui a venire vicino e a toccarmi. G. vuole che sia io a fare il primo passo, ma vuole anche sentirsi libero di rispondere e gestire la situazione.
A due anni dall'inizio della terapia i suoi disegni, ormai più chiari e le sue storie più comprensibili diventano il veicolo del nostro percorso condiviso. Scrive la Vallino " La storia, paragonabile al testo manifesto del sogno, permette di pensare su di se senza pensare su di se li dove la consapevolezza è ancora lontana dal vissuto infantile a causa di una forte sofferenza mentale. Questa aiuta il bambino a sviluppare la sua capacità di pensare le proprie emozioni, a conoscere il suo luogo immaginario, ad esplorarlo e a vivere le emozioni relative senza essere sovrafatto. L'ammettere l'esistenza mentale di un luogo immaginario significa esporlo alla condivisione con l'analista e rendere rappresentabili emozioni non pensate".
In una seduta G. porta con se un piccolo mazzo di fiori di campo e mi dice che vuole disegnare. Prende due fogli e mi spiega che io dovrò ricopiare il suo disegno. Ognuno disegna quattro fiori, due grandi e due piccoli. Dico: "Sembra una famiglia". Lui annuisce e aggiunge: "Ci sono i genitori e i due figli". Prende il mio foglio e disegna un sole splendente ed intorno le nuvolette. Sul suo fa un sole gigante, minaccioso, troppo vicino alla terra, che brucia tutto. Commenta che le piante e gli animali muoiono ed accenna ad una distruzione globale. G. sembra immerso nel suo racconto, mentre io sento che è un momento importante, in cui lui sta entrando in contatto con emozioni profonde (e cerca di condividerle con me). Dice che bisognerà costruire un enorme nuvola per spegnere il fuoco e salvarli, ma poi aggiunge titubante: "No. Anche così non va bene, perché l'acqua allagherà tutto, non c'è soluzione".
G. sembra vivere la pericolosità dell'intensità dei suoi sentimenti e di quelli della madre. La nuvola- pipì fa pensare al suo problema dell'incontinenza come risposta all'eccitazione che non può essere metabolizzata all'interno del rapporto con l'oggetto(sole gigante).
Commento che le piante e gli animali hanno bisogno del sole e dell'acqua per crescere ma l'eccesso può bruciarle o allagarle e dopo un po' aggiungo che sono come i bambini che hanno bisogno della mamma e del papà, ma se sono troppo vicini.... Mi interrompe bruscamente e dice: "Il bambino muore".
Rimango sorpresa da questa risposta così diretta e tento una prima interpretazione. Dico che forse lui è preoccupato di questo eccesso che sente pericoloso, perché è come morire, non poter crescere, allora ha bisogno di una nuvola di pipì per spegnere tutto. G. per la prima volta mi ascolta senza reagire violentemente. Poi torna a pensare alle piante: "bisogna fare qualcosa per salvarle". Si dà da fare e drammatizza la storia. Allora si ricorda del mazzetto dei fiori e con tanta cura lo sistema in un bicchiere d'acqua né troppo pieno né troppo vuoto e torna soddisfatto e sorridente.

Nella nostra esperienza clinica vediamo come i bambini mettono in scena nel campo analitico i propri vissuti e stati d'animo prima che possano riconoscerli e accoglierli come vissuti e sentimenti propri. Ne consegue la necessità di rispettare al massimo i loro pensieri, le difese e le modalità di comunicazione, a volte anche astenendosi da ogni intervento interpretativo e rafforzando la capacità di tenere dentro di noi l'interpretazione stessa. La nostra attenzione starà nel cogliere la modalità di funzionamento possibile della coppia in quel momento del percorso e nel ricavare all'interno del proprio assetto psichico uno spazio per vivere il linguaggio che il bambino propone. In questa fase i bambini possono comunicare le emozioni, le angosce, le difese ma solo ponendole sui personaggi che, proprio per la loro particolarità sono tanto metaforici quanto circoscritti nell'area della storia garantendo quella distanza sufficiente che fa sì che le angosce diventino narrabili.
Ci sembra che mantenendo un assetto mentale di attesa che non badi solo ai contenuti psichici, ma rispetti i tempi e gli spazi dei piccoli pazienti sia possibile costruire uno spazio ove essi possono recuperare le parti di Sé emotivamente abbandonate nella storia, condizione indispensabile per il nascere di un nuovo livello di contatto con la propria realtà psichica.



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