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Pietro Roberto Goisis e Gioia Gorla
UNO SPAZIO PER TOMMASO SENISE

3.6. Maria Pia Gardini, Senise formatore: la democrazia al lavoro *



Spero di riuscire, attraverso gli appunti di un’esperienza di formazione di gruppo con Senise, e non solo di questa, a darvi ragione di questo titolo.
Tutto si può fare purché si sappia ciò che si fa”: apriamo con questa citazione trovata fra gli appunti, perché ci sembra che riveli bene l’atteggiamento di Senise nei confronti di uno dei tanti dilemmi del nostro lavoro che egli costantemente riproponeva ai suoi allievi: il dilemma fra libertà e responsabilità che conosceva bene, come uomo e non solo come terapeuta. Il dilemma che può essere risolto solo attraverso un atteggiamento interiore veramente volto alla democrazia.
Un dilemma rischioso per chi non ne ha coscienza, specie nel momento in cui si sta imboccando la strada della maturità: lo stesso a cui si trova di fronte il ragazzo che chiede aiuto, ma anche il nostro, e che va risolto - questo insegnava - non scegliendo uno dei due termini e abbandonando l’altro, ma armonizzandoli.
Da qui nasceva il suo rispetto per le scelte personali, ma anche il costante richiamo alla consapevolezza che tutto, nel nostro lavoro, è dotato di senso ed è elemento strutturante di esso (e penso qui ai suoi costanti richiami al setting).
Un dilemma che - la frase indicava - si risolve in quel purché.
Quel purché ha a che fare con un aspetto sui cui Senise insisteva e che è fondante in una visione democratica della vita e dei rapporti: la conoscenza che diventa consapevolezza, una consapevolezza da cui nasce il senso di responsabilità che si esprime, e non solo nel nostro lavoro, in un rigore rispettoso delle esigenze dell’altro.
Senise lasciava liberi di scegliere il proprio stile, di seguire strade che non sempre erano quelle del suo modello ma, con quel “purché si sappia cosa si fa” , richiamava alla necessità, al dovere, di cercare di essere sempre consapevoli che, pur nell’incertezza che spesso segna il cammino terapeutico, abbiamo accettato la responsabilità di diventare il punto di riferimento di una persona che ha perso la propria strada e sta cercando di ritrovarla.
La stessa logica, e cioè che dalla conoscenza e dalla consapevolezza di sé e dell’altro e dei legami che li uniscono, può nascere una libertà responsabile, informava il suo modello di crescita della persona. E mi riferisco non solo al modello di crescita dell’adolescente ma, specularmente, a quello dell’allievo, ambedue di fronte alla scommessa della maturità, cioè della soluzione del dilemma fra libertà e responsabilità..
Ma questo modello non è forse un modello democratico e non è in questa chiave che acquista senso quel poco che stiamo dicendo sul suo modo di essere formatore?
Democratica è l’ideologia dell’emancipazione e della consapevolezza che ci proponeva quando coglieva con grande attenzione i momenti in cui, magari per un erronea identificazione con un Senise “buon papà”, l’allievo cadeva nell’eccesso di accoglimento, di empatia, a scapito del faticoso lavoro che nasce dalla proposta della ricerca dolorosa e necessaria di verità.
Dagli appunti:”...non colludere con la parte difensiva, sentendolo vittima...Così sei giocato e lui sconfitto... La mortificazione viene anche dal terapeuta quando collude con il suo sentirsi “poverino”... Lavora con immagini incisive, paradossali, brevi, in cui il ragazzo possa riconoscersi...Devi dirlo in modo incazzato, ma con l’incazzatura di chi prova interesse per lui...Dare troppo tu è sbagliato, perché rischi di assecondare il suo non dare...” ..
Senise, dunque, non insegnava che cosa fosse la psicoterapia, insegnava a lavorare nel mentre si fa psicoterapia, a mettere in pratica una concezione della funzione della terapia e del terapeuta che andava assai al di là delle teorie e delle tecniche.
Sarebbe una diminuzione per il suo insegnamento che egli rimanesse legato a un modello interpretativo del male di crescere e di un modo possibile per affrontarlo. Senise, che non a caso non amava teorizzare troppo, sapeva bene che i modelli finiscono per essere superati, come le teorie, mentre ciò che resta è un certo modo di fare esperienza del “noi”, del proprio esistere in rapporto agli altri.
“Tutto si gioca in quel primo momento in cui diciamo “ti aiuto a capire se e dove c’è qualcosa che non va, ma anche a chiarire come mai sei qui”... e continua ”...e per farlo accettare possono bastare tre minuti o volerci tante sedute, ma è fondamentale che lui possa sentire che vogliamo capire per lui e non per noi”. Questo “per te” che compare fin dall’inizio, implica la rinuncia ai propri desideri, in funzione della nascita dell’altro.
E anche questo è frutto di una visione democratica dell’individuo e del suo essere nel mondo.
E come verso i suoi adolescenti, così verso i suo allievi, Senise lavorava con noi-al-lavoro. Si costruiva presto la sensazione che fosse lì per rispondere a una nostra domanda analoga a quella dell’adolescente: una domanda di crescita, di progetto personale, del bisogno di una presenza che sostenesse questo progetto senza illuderci, senza mentire, ma anche e soprattutto senza mortificare o colludere con le nostre difese: il desiderio di fuga e di sentirci riconoscere e accogliere perché “piccoli”.
Senise esercitava senza dubbio, nei confronti dei suoi allievi, come dei suo adolescenti, una funzione paterna, (non a caso la separazione rappresentava il suo obiettivo principale) per favorire quell’ingresso nel mondo adulto che è innanzitutto contare su di sé. Una funzione paterna severa ma mai sadica, anche quando si riconosceva il diritto di esercitarla con durezza, perché questo faceva parte della responsabilità che si era assunto: un esercizio dell’autorità senza mortificazione - è d’obbligo usare questo termine - da un lato, un attento controllo della seduttività e della ricerca del consenso dall’altra.
Senise metteva in pratica quel concetto del primus inter pares il quale, generosamente ma senza dedizioni sacrificali, dà quanto è necessario per l’emancipazione dell’altro, di cui si rispetta la libertà ma da cui si esige senso di responsabilità. E questo esigeva da noi.
I suoi allievi erano colleghi meno esperti di lui, ma altrettanto degni di rispetto e di attenzione. E la sua attenzione non veniva mai meno.
La chiave del suo lavoro, nella stanza della formazione, come in quella della terapia, era un costante invito a cercare di capire e rendere conoscibile non solo ciò che riguardava l’adolescente, ma anche ciò che accadeva al suo allievo terapeuta.
Se l’indicazione era conoscere eventi ed emozioni e collegarli alla storia del paziente, identificandosi con lui, così il richiamo era di tornare sempre a un momento di individuazione di sé. Se l’invito era imparare a muoversi fra le identificazioni, le controidentificazioni, i movimenti di transfert, il richiamo era di non perdere il contatto con se stessi, di non confondersi con l’altro ma di recuperare e mantenere la propria differenza e separatezza. Tutto questo certamente perché l’adolescente potesse conquistare la propria emancipazione ma altrettanto certamente perché noi conquistassimo la nostra nel nostro lavoro e nella relazione con lui.
Ho parlato di proposito di emancipazione da lui.
Senise ne era troppo amante e rispettoso, pur sapendo bene che non sempre è pienamente raggiungibile e quante rinunce può comportare, per non voler condurre il gruppo verso questo traguardo.
Perciò, nonostante l’atteggiamento paritario - come il dare del “tu” ai giovani colleghi - nella formazione si è sempre ben guardato dal creare forme di affezione che portassero alla dipendenza. Credo anzi che a volte abbia lasciato un allievo lavorare in modo forse non del tutto condivisibile pur di non sentirlo diventare troppo dipendente da lui.
Probabilmente nella sua visione della democrazia stava anche questo: non c’è democrazia senza emancipazione e capacità di scelta, senza errori e disponibilità a riconoscerli, ma anche senza riconoscimento di limiti e bisogni. E lui sapeva capire molto bene quando ci fosse veramente bisogno di lui, senza per questo intaccare quel tanto di nostro e di autonomo che avevamo costruito.
Di Senise rimane quindi un’immagine unitaria, quella di chi ha saputo infondere anche a questa parte del proprio lavoro, la formazione, i valori in cui credeva, lasciando a chi andava da lui per imparare la libertà ma anche la responsabilità di portarli con sé o di sceglierne altri.

*Relazione presentata alla Giornata di studio in ricordo di Tommaso Senise “Quale adolescente per la psicoterapia, quale psicoterapia per l’adolescente”, organizzata dall’Istituto di Psicoterapia del Bambino e dell’Adolescente, Milano, 15/11/1997


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