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Pietro Roberto Goisis e Gioia Gorla
UNO SPAZIO PER TOMMASO SENISE

1.2. Il modello di intervento breve con l’adolescente: origine e sviluppo



Tommaso Senise appartiene alla seconda generazione degli psicoanalisti italiani, legata alla rinascita della Società Psicoanalitica nel 1947 dopo gli anni bui del fascismo e della Seconda guerra mondiale.
La Società Psicoanalitica Italiana, costituita nel 1925, solo nel 1932, per opera del triestino Edoardo Weiss (1899-1961), che aveva stretti legami con la Società Psicoanalitica di Vienna e con lo stesso Freud, di Nicola Perrotti (1897-1970), Emilio Servadio (1904-1994) e Cesare Musatti (1896-1995), fu riorganizzata in modo più rigoroso e attivo e iniziò la pubblicazione della Rivista di Psicoanalisi. Tuttavia l’ostilità della cultura allora dominante verso le tesi freudiane, in cui le accuse di materialismo e pansessualismo avanzate dalla Chiesa Cattolica si univano a quelle degli ambienti filosofici dominati dall’idealismo di Benedetto Croce e di Giovanni Gentile e insieme della psichiatria accademica fortemente organicista, rese difficile la vita della Società. Il colpo di grazia fu assestato dalle leggi razziali del 1938, che obbligarono alla diaspora molti suoi membri ebrei, così come era avvenuto in modo assai più radicale in Austria e in Germania. Se alcuni furono costretti ad emigrare, come Weiss negli Stati Uniti e Servadio in India, altri furono ridotti al silenzio, come Musatti che, ebreo per parte di padre, dovette rinunciare all’insegnamento universitario di Psicologia a Padova e a firmare le sue pubblicazioni.
Dopo la Liberazione e la nascita della Repubblica, nel nuovo clima di entusiasmo e di impegno culturale per una rinnovata apertura verso le grandi correnti del pensiero europeo e internazionale, Nicola Perrotti a Roma e Cesare Musatti a Milano si adoprarono per allargare il numero degli iscritti alla Società Psicoanalitica, formando nuovi psicoanalisti, e insieme per diffondere nella cultura italiana, e in particolare negli ambienti psichiatrici, le idee freudiane. Fu proprio durante le sue visite al manicomio di Milano, dove tenne un ciclo di conferenze sulla psicoanalisi che costituisce l’inizio della sua storia di diffusore del pensiero freudiano, che Cesare Musatti incontrò un giovane assistente psichiatra, Tommaso Senise, che da non molto si era trasferito da Napoli. “Musatti simpatizzò subito con me - ricorderà più tardi Senise - e mi chiese perché non intraprendevo un’analisi per fare l’analista”, commentando che certo oggi questo invito ci appare non molto ortodosso!
Quando la sua analisi personale con Musatti è ormai quasi giunta alla conclusione, nel 1952 Senise lascia il lavoro di psichiatra ospedaliero per accettare la direzione del Centro Milanese dell’Ente Nazionale per la Protezione Morale del Fanciullo (ENPMF), che era sorto nel dopoguerra per la tutela degli orfani dei lavoratori. Alla fine dello stesso anno, decidendo di intraprendere l’analisi didattica, inizia la prima tappa della formazione come psicoanalista. Il 1952 segna quindi per lui un punto di svolta e di rinnovamento: a sottolinearne il significato quasi di inizio di una nuova vita, molti anni più tardi Senise ricorderà che proprio nel giorno in cui erano inaugurati i locali di Via Carducci in cui era ospitato il Centro gli nascevano due figlie gemelle! Da questo momento la sua attività professionale si svolgerà sul doppio binario del lavoro di psicanalista, con funzioni importanti entro il Centro Milanese di Psicoanalisi e la S.P.I., e di psicoterapeuta di adolescenti, attività considerata a quel tempo come non analitica, ma che, nella mente di Senise, costituiva una variante della psicoanalisi degli adulti per adattarsi alle problematiche di una particolare fase della vita.
Gli inizi non furono facili. Alle responsabilità per la famiglia così aumentata, che lo obbli-gavano a svolgere sia il lavoro pubblico sia quello privato, si univa l’esigenza di organizzare un’attività che lo metteva a contato con problematiche difficili e per lui nuove, a addentrarsi, per usare una sua metafora, in un continente allora per buona parte inesplorato dalla psicologia e soprattutto dalla psicoanalisi italiana quale era quello dei cosiddetti “minori”, bambini e adolescenti (questi ultimi allora non chiaramente individuati come una fascia di età con bisogni e caratteristiche proprie). Ma è anche vero che doveva sostenerlo l’entusiasmo per l’esperienza psicoanalitica che veniva compiendo e che gli fece scoprire un metodo di conoscenza della realtà psichica a inoltre lo metteva a contatto con una realtà aperta e articolata, del tutto diversa rispetto al mondo chiuso dell’istituzione psichiatrica e con gruppi di colleghi in cui era largamente condiviso un atteggiamento di fiducia nel valore di un intervento sui bambini e gli adolescenti ispirato alle conoscenze che la psicologia dell’età evolutiva e soprattutto la psicoanalisi erano andate e andavano elaborando in altri paesi. I punti di riferimento negli anni Cinquanta erano la Svizzera e la Francia, dove Serge Lebovici e René Diatkine avevano approfondito lo studio dello sviluppo infantile e dato impulso alla psicoterapia infantile. E’ proprio a queste esperienze che guarda allora come modello la neuropsichiatria infantile italiana impegnata a trasformare il tradizionale approccio di tipo psichiatrico e psicologico-descrittivo in una visione dinamica dello sviluppo infantile, di cui si fa propugnatrice la rivista Infanzia anormale diretta da Giovanni Bollea. Da qui anche la partecipazione di psicoanalisti italiani, tra cui Maria Elvira Berrini, che dal 1950 dirigeva il Consultori del Comune di Milano, e lo stesso Senise, a giornate di studio e stages formativi nella vicina Svizzera (più tardi, soprattutto per impulso di Marcella Balconi, che dirigeva i Centri del comune di Novara, iniziarono i contatti con gli psicoanalisti inglesi).
Il lavoro del Centro milanese dell’ENPMF, così come quello negli altri Centri pubblici, si svolgeva secondo il modello della équipe multidisciplinare diffuso all’estero, che vedeva la collabo-razione di medici, psicologi e assistenti sociali, un metodo di lavoro che Senise trovava stimolante e rispondente all’esigenza da lui profondamente avvertita che le menti si arricchissero nel confronto e nel dialogo. Ma era ben lontano dal condividere l’entusiasmo un po’ acritico così diffuso negli anni Cinquanta e Sessanta per il lavoro di équipe, ben consapevole che si tratta di una conquista e non di una realtà di fatto e che i gruppi sono spesso attraversati e talvolta dilaniati da dinamiche affettive, in cui si rispecchiano le problematiche e le contraddizioni del più vasto gruppo sociale. Le osservazioni che Senise dedicherà ai problemi istituzionali costituiscono una lettura stimolante anche oggi che abbiamo a disposizione strumenti teorici più raffinati per analizzare le dinamiche di gruppo e ci mostrano la sua capacità di utilizzare la psicoanalisi per riflettere sulla realtà in cui si trovava ad o-perare.
Dalla testimonianza di Mariateresa Aliprandi, che entrò giovanissima a lavorare nel Centro e che iniziò proprio durante questo lavoro la sua formazione nel campo dell’uso clinico dei test, frequen-tando i seminari sul test di Rorschach organizzati dalla dottoressa Balconi a Novara, sappiamo che Senise dirigeva il suo gruppo di lavoro in modo fermo, ma insieme aperto e democratico, stimolando le esigenze di approfondimento e di aggiornamento e utilizzando la riunione di équipe per una approfondita discussione dei casi, in cui era possibile a tutti esprimere e vedere considerate con ri-spetto le proprie opinioni. Ed è proprio in queste riunioni sui casi seguiti dal Centro che comincia a delinearsi la metodologia di intervento psicoterapico con l’adolescente, con i primi tentativi di sti-molare nei ragazzi una partecipazione attiva al lavoro psicodiagnostico: contro la prassi abituale di tenerli all’oscuro dei risultati del lavoro, si pensò che il mostrare loro quegli aspetti della loro per-sonalità che si erano venuti a conoscere durante i colloqui e la valutazione mediante i test rivestisse un valore terapeutico in quanto costituiva un invito a riflettere su di sé. Questo metodo sarà precisato e meglio giustificato quando nel 1957 Senise passa a dirigere il Gabinetto medico-psico-pedagogico del Ministero di Grazia e Giustizia per l’osservazione e l’eventuale psicoterapia di minori gravemente disadattati e delinquenti, tanto che presentandolo nel 1962 in un corso di aggiornamento sui problemi della psicoterapia Senise ne sottolineerà la valenza terapeutica indicandola come “psicoterapia psicodiagnostica per adolescenti”,
Istituiti nel 1956 dal Ministero di Grazia e Giustizia per rispondere alle esigenze di una giu-stizia che, sulla base del dettato costituzionale, si preoccupava di rieducare e che quindi prevedeva degli interventi differenziati e specifici per gli adolescenti, i Centri si avvalevano della collaborazione, in qualità di consulenti, di psichiatri, psicologi, psicoanalisti. In loro è stato individuato “il primo nucleo di professionisti che in Italia sentì l’esigenza di una specifica competenza in psicologia, psicopatologia e psicoterapia dell’adolescenza “ (Novelletto, 1986). Si trattava di un gruppo che ben presto arrivò ad un centinaio di persone, che svolgevano un lavoro diagnostico, e, per quanto possibile, terapeutico, ad alto livello, realizzando un’attività di ricerca che si espresse in numerosi convegni organizzati dall’Ufficio dei Minorenni del Ministero. Tra gli psicoanalisti vanno ricordati Carlo Brutti, Francesco Corrao, Giovanna Giaconia, Adriano Giannotti, Giovanni Hautmann, Pie-randrea Lussana, Mirella Mattogno, Giorgio Sacerdoti, Tommaso Senise, Adriano Sollini, Stefania Turillazzi Manfredi e lo stesso Novelletto.
Nella trasformazione dell’attività di consulenza ad un’istituzione per sua natura giudicante in un intervento con valenza terapeutica che Senise veniva attuando, entra in gioco un complesso di motivi in cui la sua visione del mondo (o Weltanschauung, come egli amava chiamarla, usando il termine dei filosofi tedeschi), si unisce con motivazioni personali profonde, legate alle sue vicende relazionali. Nella sua capacità di accostarsi in modo empatico alle problematiche degli adolescenti devianti gioca certo un grande ruolo l’adesione ai valori etico politici che gli derivavano dall’educazione familiare ricevuta a Napoli - città in cui la cultura antifascista era sostenuta dalla attività culturale di Benedetto Croce - quando, bambino e adolescente, aveva assistito alle discussioni accese e appassionate del padre e dello zio Tommaso, entrambi antifascisti. La formazione di Senise era stata tuttavia improntata non nel senso del liberalismo crociano, ma in senso democratico e marxista (fu anche iscritto al Partito Comunista Italiano dal 1943 al 1950), secondo un orientamento condiviso da alcuni esponenti di spicco della prima psicoanalisi italiana, come Nicola Perrotti e lo stesso Musatti e da altri psicoanalisti della sua generazione, come Marcella Balconi, Maria Elvira Berrini e Adda Corti. D’altro canto, la Milano che Senise conosce quando vi si trasferisce nel 1945, è una città dove le istituzioni pubbliche, con in testa il Comune, sono vivacemente impegnate nella ricostruzione di una vita democratica e in un’attività di sostegno alle classi più deboli. Il dibattito tra progressisti e conservatori, anche alimentato dal clima incandescente della cosiddetta “guerra fredda” tra i sostenitori della politica degli Stati Uniti e quelli della Russia sovietica, è particolarmente vivace e in esso svolge un ruolo di spicco Cesare Musatti che si impegna vivacemente per una cultura laica, che ha le sue roccaforti nell’Università degli Studi e nella Casa della Cultura. Anche se lascia ben presto la militanza politica attiva, Senise resterà fedele alle sue idee, che lo indurranno a cogliere un legame tra il comportamento degli adolescenti devianti e i grandi fenomeni sociali dell’immigrazione dalle campagne nelle grandi città industriali del Nord. “Nell’epoca delle grandi migrazioni dal Sud, il 90% dei ragazzi che arrivavano alla nostra osservazione erano figli di immigrati, sradicati da paesini del Sud, immessi qui, nelle scuole del Nord dove erano emarginati, incapaci di capire una parola di italiano, e senza nessun aiuto esterno “ (Senise, 1994).
Ma nella sua comprensione del mondo adolescenziale Senise si ispira soprattutto alla sua forma-zione di analista: come praticando l’analisi si metteva dalla parte del paziente, così in un contesto radicalmente difforme rispetto a quello tradizionale che si realizza con i pazienti adulti, egli si metteva “dalla parte dei ragazzi”, con l’atteggiamento che è alla base della relazione terapeutica che egli definiva “empatico-identificatorio”. Attraverso i riferimenti autobiografici che egli amava introdurre nei suoi interventi degli ultimi anni e che costituivano il tramite spontaneo e congeniale per trasmettere ai più giovani colleghi la propria esperienza, Senise ci ha permesso di conoscere la sua storia non solo dal punto di vista delle elaborazioni ideali, ma anche delle motivazioni profonde, che risalgono all’infanzia e all’adolescenza. Da ragazzo, essendo timido, chiuso, poco brillante negli studi nonostante le doti di intelligenza che tutti gli riconoscevano, ammirava un cugino maggiore di un anno e di classe sociale superiore, “sveglio, disinibito, intraprendente e sportivo, un po’ fannullone edi buona indole”. Per compiacerlo, intorno ai quindici anni Tommaso si era unito ad altri due giovani amici del cugino, con cui si era abbandonato per qualche tempo ad ”atti di teppismo, burle con risvolti sadici e di sapore boccaccesco, piccoli furti, barare al gioco” e tutto questo senza provare il minimo rimorso, tanto forte era in lui la necessità di costruirsi una nuova identità per non perdere il legame con il gruppo e quindi con il tanto ammirato cugino, sino a che rimasto anch’egli vittima di uno scherzo assai pesante della piccola banda, trovò la forza di ribellarsi. Non esitando a mettersi in gioco in prima persona e mantenendosi in contatto con il suo Sé adolescente nella complessità dei suoi aspetti, anche i meno facilmente confessabili, gli è stato così possibile non distanziare da sé il mondo disordinato e sregolato degli adolescenti devianti e osservarli, come egli diceva, con “occhio psicoanalitico”. Un occhio che, secondo un tema che gli sarà caro, esclude la pietà basata sulla visione dell’altro come inferiore, per giungere alla comprensione con un movimento identificatorio.
Ma, quanto psicoanalista, nel suo lavoro con questi adolescenti Senise deve anche dare loro voce, ossia aiutarli a tradurre in parole le emozioni che tanto spesso erano espresse solo a livello di comportamento. In questo compito, a differenza di altri psicoterapeuti dell’adolescenza, egli è con-vinto che raramente i colloqui possano bastare e che il ricorrere alla collaborazione di uno psicologo esperto nell’uso degli strumenti psicodiagnostici, possa divenire un modo per permettere all’adolescente di mettere in luce e di conoscere aspetti di sé nascosti. Essenziale a questo scopo è che la relazione che ha steso lo psicologo al termine della valutazione, in cui è contenuto una sorta di “ritratto” dell’adolescente, gli sia “restituita” dallo psicoterapeuta che ha effettuato i primi colloqui, ossia che sia letta e discussa con lui passo a passo.
L’introduzione della valutazione psicodiagnostica dopo i primi colloqui e la sua “restituzione” all’adolescente, che costituisce la cifra caratteristica della metodologia di Senise, deriva strettamente dal suo lavoro istituzionale. La valutazione richiesta dal Tribunale doveva, infatti, concludersi con l’invio di una relazione scritta che sarebbe poi servita al giudice per prendere le decisioni del caso: Senise e la sua équipe ne trasformano profondamente la funzione da compito istituzionale, estraneo alla vita del ragazzo, in un momento di coinvolgimento attivo e consapevole, spiegandogli le caratteristiche e le finalità dei colloqui che si sarebbero svolti con lui e della applicazione dei test, sino a renderlo partecipe della relazione scritta che sarebbe poi stata inviata al Tribunale. Dirà più tardi Senise. “L’impostazione con cui lavoravamo con i ragazzi ci portava a dire loro: “Guardate che siamo in questa situazione. Ci è stato ordinato di parlare con voi, perché si vuole sapere come siete fatti, che problemi avete. Il Tribunale deve poi giudicare cosa è meglio per voi, e a noi sembra che questo vi possa convenire, perché le decisioni che devono essere prese nei vostri confronti sono importanti per la vostra vita ed è importante che il Tribunale non sbagli. Ed è più probabile che non sbagli se emergono i vostri problemi; oltre tutto può essere utile anche per voi, perché avrete una maggiore consapevolezza di quella che è la vostra situazione” (Senise, 1994 a). Parole in cui si avverte risuonare più di un motivo dominante del tipo di relazione che Senise riteneva indispensabile realizzare con gli adolescenti, fondata sul non mentire mai, non esitando a rivelare anche verità sgradevoli, ma sempre in un clima di rispetto, che si concretizza in un invito a guardare dentro di sé, a divenire consapevole della propria situazione interna. E’ proprio questa relazione a rivestire una valore terapeutico (e non pedagogico) perché inducendo l’adolescente a sospendere per qualche tempo la sua tendenza ad esprimersi attraverso il comportamento mette in moto un processo di autoconoscenza e quindi di individuazione di sé.
L’applicazione di questa metodologia d’intervento anche al di fuor del particolare contesto in cui era nata permetterà l’accumularsi di una esperienza clinica eccezionale per ricchezza e profondità e insieme farà sorgere l’esigenza di meglio giustificarla da un punto di vista teorico, mentre la manterrà sostanzialmente invariata nelle caratteristiche che la individuano tra le metodiche di intervento breve per l’adolescente. Il punto di arrivo di questo lavoro è la pubblicazione, nel 1990, del volume “Psicoterapia breve di individuazione: la metodologia di Tommaso Senise nella consultazione con gli adolescenti”, dovuto, oltre che a Senise, a Mariateresa Aliprandi, che, come abbiamo visto, collaborò con lui per molti anni a partire dalla prima fase dell’elaborazione del metodo, e ad Eugenia Pelanda, che fornì un significativo contributo a proposito dello sviluppo e delle caratteristiche dell’intelligenza durante l’adolescenza e pertanto delle relazioni tra l’adolescente la scuola, un tema a cui Senise aveva sempre dedicato molta attenzione. La dizione di “psicoterapia breve di individuazione”, che sostituisce la precedente designazione di “Psicoterapia psicodiagnostica per adolescenti”, colloca l’intervento di Senise all’interno delle cosiddette “consultazioni”, interventi limitati a poche sedute che, a partire dagli anni Sessanta, gli psicoanalisti inglesi che si occupavano di adolescenza avevano individuato come l’intervento più idoneo a fornire all’adolescente un aiuto nel caso di particolari difficoltà ad affrontare la crisi adolescenziale, che pur non rivestendo caratteristiche psicopatologiche, ostacolavano lo sviluppo.
Inoltre la dizione fa esplicito riferimento alla teoria a cui si ispira la metodologia di Senise e che la giustifica. Senise, che è stato un clinico di straordinaria sensibilità ed acume ed un formatore capace di trasmettere il proprio sapere in modi originali creativi, non ha mai provato interesse per le speculazioni teoriche avulse dalla clinica. La lunghissima pratica clinica con adolescenti in diversi contesti lo ha portato ad una concezione del processo adolescenziale che, diversificandosi dalla visione classica freudiana imperniata sulle vicissitudini delle pulsioni che raggiungono in quella fase della vita il livello della genitalità, lo concepisce come il completarsi di due processi mentali, distinti ma, correlati, della individuazione e della separazione. Senise si riferisce ai rapporti oggettuali, ossia a quelli “che ciascuno di noi ha con le rappresentazioni del suo mondo interno, delle persone” e quindi anche di se stesso. L’adolescente è alle prese con una faticosa riorganizzazione interna dei rapporti con sé e con gli altri significativi, soprattutto i genitori, che ha il suo corrispettivo, sul piano del comportamento, con lo stabilirsi di nuove relazioni interpersonali, separandosi dagli antichi oggetti d’amore. E’ proprio durante l’adolescenza che ciascuno porta a termine, nei casi più fortunati, questo processo: non a caso la domanda che più tormenta l’adolescente è “Chi sono io?”, mentre la mutevolezza degli stati interni con l’incostanza e l’incoerenza che costituiscono una delle caratteristiche universalmente note dell’adolescenza, sono avvertite come una sostanziale precarietà e debolezza. Proprio per questo l’intervento terapeutico idoneo per l’adolescente non può essere l’analisi classicamente intesa come rivolta ai conflitti interni tra le varie istanze della personalità, ma quella che Senise definisce “analisi del Sé”.

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