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Seminari
di Neuropsichiatria, Psicoterapia e Gruppo Analisi
2009 - 2010

Migrantes

Lucia Batassa Peppe Laudisa
Coordinatore Dr.ssa Anna Maria Meoni
elaborazione testi dialogo a cura Dr.ssa Antonella Giordani


La Dr.ssa Anna Maria Meoni, coordinatrice dell’incontro, presenta Lucia Batassa e Peppe Laudisa (già conosciuti da molti dei presenti per lo spettacolo di Teatro di Figura “ Incontri a quattro mani “ che hanno presentato all’isola d’Elba, in occasione dei festeggiamenti per il compleanno del Prof. Pisani).

Sono con loro la Prof.ssa N. Clemente preside del liceo G. Bruno di Roma e il Prof. E. Palladini docente della stessa scuola.

Il loro seminario di stasera illustrerà un progetto ed un esperimento al quale hanno collaborato diverse istituzioni dove, per quello che interessa noi, cardine importante è il teatro. Noi siamo abituati a considerare il teatro sotto due aspetti fondamentali: come terapia e come riabilitazione. Questa sera invece ci viene offerta la dimensione culturale del teatro laddove fare e partecipare al teatro rappresenta un modo fondante per la trasmissione della memoria e anche per veicolare dei contenuti che restano nella storia delle persone e nella storia sociale. Questo tratto ci interessa perché è attinente ad una visione psicoanalitica più ampia che coglie l’aspetto culturale dei sistemi e delle organizzazioni sociali, sempre difficile da approfondire e comprendere . Siamo abituati a considerare questi aspetti dal punto di vista delle gerarchie di potere o delle relazioni gruppali, ma c’è sicuramente una dimensione del collettivo sociale che è prettamente culturale e che ha una grande importanza quando va a riflettersi sull’individuo. Questa è la dimensione in cui ci muoviamo questa sera.Nello specifico essa riveste motivo d’interesse per noi perché questo progetto è stato realizzato in Argentina paese del quale noi abbiamo avuto modo di conoscere gli aspetti psicoanalitici in occasione di un seminario tenuto da importanti esponenti. L’Argentina inoltre accoglie un tema importante sviluppato nei nostri seminari che è quello della migrazione, della conservazione delle radici, della fantasia del ritorno legati ai fenomeni dei flussi migratori, ad iniziare da quello italiano, verso l’Argentina e del ritorno delle nuove generazioni argentine verso la tanta fantasmatica Europa. La coordinatrice dà la parola ai relatori che presentano il tema

“Migrantes”.

Peppe Laudisa per prima cosa porta il saluto di Tonino Tosto, giornalista, scrittore ed autore teatrale che non ha potuto essere presente stasera per precedenti improrogabili impegni . T.Tosto è l’autore di questo progetto dal titolo: “Radici: percorso di andata e ritorno della cultura e delle tradizioni”.

Peppe Laudisa spiega quindi che questo progetto si è potuto sviluppare grazie all’associazione culturale “ Teatro Essere ” e alla sua compagnia teatrale che ha eseguito le pieces teatrali “ 4 giugno 1944, Roma libera” e “ Italia incantata ” e ad una serie di accordi e di collaborazioni con il Teatro “ Cervantes ” di Buenos Aires (il teatro più prestigioso di tutta l’Argentina) e l’Istituto di Cultura italiana di Buenos Aires e la federazione dei laziali d’Argentina Feder Lazio di Mar de Plata e con il Consolato Italiano di Rosario.

Costoro hanno sostenuto il progetto che è partito da Roma con 22 persone (tra attori, cantanti, musicisti e tecnici) per un tour di 22 giorni in Argentina. Un notevole peso economico e un impegno organizzativo non indifferente sostenuto in loco anche dalla collaborazione e dal calore dei ex emigranti ( i nostri nonni) che hanno reso l’avvenimento caldo ed emozionante a tutti i livelli.

P. Laudisa prosegue sottolineando che tutto si è svolto come pervaso da un’aurea che si potrebbe addirittura definire “ romantica ” dovuta fondamentalmente al fatto che molti degli interlocutori sono i discendenti di persone partite almeno tre generazioni fa che vivono e lavorano lì : non parlano l’italiano ma lo capiscono e lo ha testimoniato la valanga di applausi che ha travolto l’esibizione degli attori del “ Teatro Essere” che hanno recitato e cantato in italiano (con sottotitoli).

Solo il prologo è stato recitato in lingua spagnola (anzi argentina), da Peppe Laudisa ma si trattava di una piece scritta e messa in scena in modo molto particolare e originale, come verrà descritto più tardi. L’ iniziativa in Argentina si è integrata con l’incontro tra i rappresentanti del liceo G. Bruno di Roma con diverse scuole di Buenos Aires e di altre città dell’Argentina, aspetti sui quali interverranno più dettagliatamente la preside Prof. N. Clemente e il Prof. E. Palladini.

Le lavori teatrali proposti sono stati due: “ Roma libera 4 giugno 1944 ” e “ Italia incantata ”, ambedue scritte e dirette da T. Tosto, per complessive 14 repliche in 22 giorni. “Roma libera-4 giugno 1944” è stata scelta da uno degli sponsor, la ATLazio che sostiene la cultura e l’offerta turistica del Lazio all’estero promuovendo scambi culturali ed economici. La data del titolo segna la liberazione di Roma dai tedeschi nell’ultimo conflitto mondiale. Gli avvenimenti riportati partono dal 19 luglio del 1943 e ricordano quanto accaduto a Roma: le prime formazioni partigiane, via Rasella, il rastrellamento del ghetto, i bombardamenti, la gioia per l’arrivo dei liberatori.

Molti spettatori li conoscevano bene perché i loro nonni o genitori erano stati protagonisti di quella storia e si ricordavano bene che Roma è stata liberata dopo molti mesi di sofferenze e atrocità subite. L. Batassa evidenzia che, mentre assistevano allo spettacolo, molte di queste persone piangevano . P. Laudisa prosegue descrivendo il secondo spettacolo ” Italia Incantata” che è molto più leggero, usa altri strumenti per emozionare il pubblico e narrare e un altro pezzo della memoria : musica e canzoni, con un escursus che parte dal 1200 fino ai giorni nostri, fino a “ Volare ” di Modugno e ricorda che in molti hanno ritenuto che questa canzone dovesse diventare il nostro inno nazionale al posto di “ Fratelli d’Italia ”.

Questa piece teatrale inizia con la prima canzone scritta in forma di filastrocca , italiana – napoletana che è arrivata a noi: “ Iesce ‘u Sole”, prosegue con una serie di quadri musicali tra cui un concerto a quattro mani per pianoforte con musiche di Donizzetti, Rossini, Puccini e Verdi, con la voce di un tenore e di una cantante di musica leggera. L’autore che firma il lavoro teatrale è partito da un incipit di un gruppo di naufraghi su una zattera nella tempesta.. . (naturalmente il riferimento è alla “ La tempesta” di Shakespeare . I naufraghi sbarcano su un’isola deserta piena di misteri: l’isola del tesoro, l’isola che non c’è, l’isola dei ricordi, vedono da lontano un lumicino e due strane persone che si avvicinano raccogliendo oggetti …. la spiaggia è piena di oggetti perduti.

Le due persone (gli attori recitano in argentino) sono due spiriti della memoria dell’isola, sono due burattinai (n.d.t los dos titeres) e insegneranno ai naufraghi a narrare la loro storia, la storia dell’Italia incantata come fanno loro, con le storie dell’isola, attraverso i burattini. Baires e Lucia,questo è il nome dei due burattinai ( interpretati da P. L audisa e L. Batassa) fanno dono dei loro burattini ai naufraghi e con l’aiuto di una originale scenografia. Mentre la storia va avanti, i naufraghi /attori scompaiono e vanno dietro 4 baracche di burattini che stanno in scena e ricompaiono come burattini: gli attori non ci sono più, ci sono i burattini. Nel corso della commedia tra parti recitate e parti cantate, mano a mano che raccontano gli episodi che vanno dal Risorgimento a Garibaldi, all’unità d’Italia fino ad Aldo Moro e alle brigate rosse, gli attori entreranno ed usciranno dall’immaginario del teatro vestiti come i burattini.

I relatori Peppe Laudisa e Lucia Batassa presentano quindi la recitazione di una parte del prologo :

scena : una musica commenta la tempesta,tuoni lampi in fondo al palco un praticabile sul quale si agiteranno e correranno attori-naufraghi. sul fondo (dietro il praticabile-zattera) si intravede come un grande lenzuolo o una grande vela gli attori tirando le corde sollevano in alto il gran lenzuolo. poi si girano verso terra…… :

SA - Una luce…una luce… una luce…

LU - Dove, dove, dove? stupido visionario

SA - Là, là, là verso l’altura… verso l’altura… vedi?

GR - Un uomo, un uomo viene… viene un uomo!

FL - Una lanterna, una lanterna porta … una lanterna

SU - ma dove, dove, dove? nulla vedo...

GR - Eccolo! Via! lasciamo questa zattera, lasciamo

SA - Via, via, via… fosse pure l’ignoto almeno è luce

FL - Ormai la meta è persa, e l’alba non arriva

LU - Eccolo, sì lo vedo, e viene verso noi

T - Calma, silenzio, calma non cantate d’angoscia antiche nenie non sbarchiamo d’un popolo il dolore quello che s’è perduto troveremo…

Scena: luce si avvicina – si intravede un uomo con una lanterna in mano, lo seguono una donna, e una sorta di Caliban (servo di scena, zanni) trascinano un carretto sul quale sono disposti alcuni burattini

FL – il mondo è tutto un naufragio

GR - Signore, signore

LU - Non capisce…

SU - monsieur, sir, herr ,senor,

BAIRES – que pasa ?

GR - senor che c’è sulla spiaggia?

BAIRES - quiereis saber que pasa?

BAT - Volete sapere che c’è?

T – aoh, questa parla come noi…

SA – Ah, per questo anch’io…qualche parola della loro lingua…

SU – allora dai, cerca di farti capire

SA - Se puede mirar?...

LU - dacci un po’ de luce…

SA - piden un poco de luz y… quieren saber que hay en la playa

BAIRES – cosa traidas desde algùn lugar ....llegadas por el mar y dejadas aqui,tal vez perdidas por un barco

BAT- Cose arrivate chissà da dove… portate dal mare e lasciate, forse perse da una nave…

BAIRES - que ha dicho?

SA - que todo el mundo ha naufragado

BAIRES – Aqui en esta isla el mar juega con los recuerdos, los trae quizas de donde y los deja aqui ....esperando el sol .....

BAT - in attesa del Sole… …

GR – Ma voi che fate in questo posto?

BAT – Troviamo e poi rappresentiamo

LU – ma dove? per chi? In un’isola deserta

BAIRES – Dònde ? por quièn ? en una isla desierta sempre llega alguien que se ha perdido y entoces nostros organizamos un perqueno teatro y con los titeres rapresentamos lo que el publico naufrago nos cruenta. Despues todo el mundose lleva sus cosas y nostros nos quedamos a qui, en espera de la seguiente balsa … todo vuelve a empezar….

T – tutto finisce per ricominciare…

BAIRES – y ustedes de donde vienen ?

FL – Italia…ha presente l’Italia? Uno stivale e intorno il mare

BAIRES – Ah italia ...., el abuelo de mi abuelo, quien sabe,quizas fuera italiano ... cantava

SA - Dice che il nonno del nonno, chissà, forse era italiano... cantava...

BAIRES – Italia es una canciòn que nunca se acaba ....

SU – Rieccoci, dovunque vai siamo una canzonetta…pizza e mandolino ma le canzoni … rappresentano la dignità di un popolo, il sottofondo del suo vissuto quotidiano

BAIRES – La banda sonora de su vida diaria

SA – (rivolto a BAT) Capisce? entiendes

BAIRES – Qualche parola ! Algunas parlabras tienen un sonido familiar

GR - La storia della canzone in un paese come l’Italia, è il racconto dei luoghi dove è stata cantata di chi l'ha cantata, e di chi l'ha ascoltata.

FL - È storia degli amori, delle guerre, dei diseredati che l’hanno data al vento per contrastare rabbia e stanchezza, degli emigranti che l'hanno esportata, canticchiata, fischiata in ogni angolo del mondo. Capisce?

BAIRES – Claro que lo entiendo. Si pèro para mi que la he escuchado en las istorias y para ti que la has perdido, esa italia rapresentada en las canciones, donde està, como es ? Es la mujer encantadora, ascinante y misteriosa que se esconde tras la sonrisa de la eterna, incomparabile Mona Lisa ?

LU – Forse sì:?

BAIRES - ? Es un tìtere, con su cara ?

BAT - oppure una donna che gioca tra le maschere di un antico Carnevale?

BAIRES – Que imagen mas poètica : una mujer que juga entre las màscaras de un antiguo carnaval !

FL - E’ terra, neve lieve, mare spumeggiante, tramonti infuocati ! … ma dov’è, com’è?

BAIRES – Senore, donde està la verdad SENORES, ?

GR – Dove sta la verità? Nel vento…

BAIRES - En el viento ....

GR.- Le note sono sette, per sette, per sette all’infinito: sette per sette…

BAIRES – Capaz que estè aqu+ en cada una de las cosas que elmar, maestro de nuestra vida, nos ha decado !

SU – il vecchio ha ragione, forse la verità è qui…come se i ricordi per rimanere vivi dovessero incontrare altri ricordi…canzoni altre canzoni; per capire il c’era una volta per capire il c’è oggi e il ci sarà domani…(esce)

BAIRES – Cantar – encontrar ...y luego regresar al mar para recuperar la tierra perdida.

T – Sì: ri – trovare … e poi tornare al mare a rincontrar la terra… che abbiamo perduto…giù… lasciamo questo legno… è tempo di cercare… è tempo di cantare…” Qui comincia la storia della canzone italiana.

Al termine della rappresentazione, Peppe Laudisa e Lucia Batassa si augurano di essere riusciti a far passare il senso delle parole e del messaggio che questa piece teatrale ha voluto dare. Questa è stata la loro fatica a Buenos Aires, a Rosario e a Mar della Plata. P.Laudisa conclude ricordando che il progetto “ radici ” è nato molti anni fa : è stato portato due anni fa a Washington; l’anno scorso in Camerun, paese africano dove hanno avuto un’ esperienza molto forte relativa alle condizioni sanitarie della mortalità per AIDS e per la situazione culturale ed economica che sono strazianti. Quest’anno in Argentina e forse l’anno prossimo in Brasile. P. Laudisa dà quindi la parola alla Prof.ssa Clemente, preside del liceo G. Bruno e al Prof. Palladini.

La Prof.ssa Clemente spiega come la loro scuola da molti anni sia impegnata sul confronto tra cultura e tradizione. Proprio per questo sta lavorando da tempo su temi che coinvolgono i paesi con cui si confronta. Per quanto riguarda le Americhe, entrambe sono state oggetto della migrazione. Il tema della migrazione è stato affrontato con un liceo di Washington e per il Sud-America con alcune scuole di Buenos Aires. Per quanto riguarda Washington e uno scambio con Pittisburg, hanno lavorato sulla migrazione. Considerando che l’America è un paese di accoglienza, hanno visto cosa accade in un paese ad alto flusso migratorio nella sua organizzazione sociale e nei suoi movimenti civili; dall’altra parte la migrazione dal punto di vista dell’Italia come paese d’emigrazione, a fronte dell’Argentina, e paese d’immigrazione ora che l’Italia è diventata a sua volta paese d ‘immigrazione. Vedere quale è stato l’impatto nell’ Argentina come elemento di confronto con quello che accade oggi e che vede ad esempio nelle scuole un’ alta percentuale d’immigrati.

Per quanto riguarda il Camerun si sono confrontati sul tema della migrazione soprattutto attraverso un confronto degli stili di vita. E’ stato un lavoro di contenuti che si è tradotto poi in esperienza teatrale. Anche in Camerun il confronto sugli stili di vita ha avuto un momento fondamentale nell’esperienza teatrale. Da tempo la scuola lavora sull’identità culturale nei paesi in cui la migrazione è una loro componente forte. Dà la parola al Prof. Palladini che ha lavorato sulla emigrazione italiana.

Il Prof. Palladini, in base all’ indagine di uno storico americano, evidenzia che in Argentina è stato calcolato ci siano 24/ 26 milioni di discendenti d’italiani, pari al 50 % della popolazione italiana. Questo dà il segno di un processo migratorio che si è svolto dagli anni 70 dell’800 con una interruzione dall’inizio degli anni 30 fino al termine della seconda guerra mondiale e poi con una ripresa successiva. In questo viaggio in Argentina hanno incontrato scuole italiane, cioè dove si insegna l’italiano. Molte di queste scuole erano private o parificate ma alcune erano ancora la diretta discendenza dell’associazionismo italiano dei migranti di fine 800. Fa presente che intorno ai primi anni del ‘900 a Buenos Aires c’era un ospedale italiano, due grosse associazioni culturali e politiche, i giornali italiani e un rilevante numero di scuole italiane. La storia argentina è stata travagliata dalla fine dell’800 quindi non è facile trovare una linea di continuità, ma le associazioni italiane di migranti hanno realizzato in Argentina proprio la continuità del tessuto sociale e questa è una caratteristica della migrazione italiana in Argentina. A differenza di quella degli Stati Uniti, in Argentina l’integrazione tra migranti e società argentina è stata molto più rapida e profonda fin dalla organizzazione delle case che non hanno mai rappresentato la civica , cioè la cittadella chiusa e autosufficiente. Le case popolari erano tra le altre in uno scambio continuo e forte a tal punto che in Argentina si è formato un ceto medio, quello che ha poi costituito parte importante della società che governa (basti pensare al cognome italiano di tanti dittatori argentini). Il Prof. Palladini, in riferimento al progetto radici, si è chiesto cosa sia l’Italia per queste giovani generazioni di ragazzi, che sono argentini perché hanno vissuto e si sono integrati nella società argentina e hanno nella loro genealogia qualche antenato, nonno o bisnonno italiano, lì imigrato. Hanno incontrato degli studenti di una scuola pubblica della periferia di Buenos Aires, città che ha circa 13 milioni di abitanti : la sola provincia è grande quanto Italia, Belgio e Lussemburgo insieme. Parlare della provincia di Buenos Aires significa rivolgere la propria attenzione ad una grande dimensione spaziale : enormi spazi vuoti e bidonville che arrivano quasi fino al centro della città. Agli studenti hanno presentato una conferenza sul processo della migrazione italiana dal punto di vista italiano con impatto non semplice con alcuni anziani migrati, o comunque con migranti che, quando avevano 2-3 anni, hanno raggiunto l’Argentina negli anni 50(ultima ondata di migrazione). Si è presentato lo stereotipo dell’Italia come “ Italia della memoria ”: quella del ritorno. I ragazzi tra i 17- 18 anni, pur non disdicendo quella Italia da cartolina che avevano in mente gli anziani e che non poteva essere messa in discussione, erano invece interessati e mostravano curiosità per l’Italia attuale veicolata da internet e parte del mondo globale. Questo è un altro elemento. Oggi ci confrontiamo da una parte col problema della migrazione, quindi con le differenze spaziali e culturali e dall’altra con la globalizzazione e con le sue contraddizioni interne: l’ottica cambia e ci fa rimettere in discussione il discorso delle radici e della memoria. Sottolinea di essere andato in Argentina proprio per approfondire la tematica delle radici. Per gli italiani che sono andati lì, la migrazione non è stata una fuga, se non in pochi casi, ma parte di un progetto di vita, come ci dice la letteratura storica che studia queste tematiche. La migrazione che c’è stata in Italia inizialmente era stagionale, più vicino o più lontano, e già dal ‘700 anche oltre oceano, ma è stata sempre pensata come tappa di un percorso per tornare. Sappiamo che oltre il 50% degli emigranti sono tornati e questo è stato possibile fino agli anni 20, poi la crisi del 29 è stata traumatica per questi processi. Fino agli anni 20 si andava in Argentina poi si ritornava e questo è stato il vero veicolo della contaminazione culturale tra Sud-America, Nord America ed Italia. In quei tempi “ l’americano” che tornava in Italia al paese portava la novità : la contaminazione culturale avveniva qui e non là. Chi tornava costruiva case diverse rispetto a quelle del paese, tornavano con la macchina e provocavano un cambiamento clamoroso in paesi dove le macchine non circolavano. Era una tappa per un progetto. Molti di quelli rientrati non sono potuti più uscire: negli anni 20 si è interrotto il flusso e la migrazione è diventata stanziale, si è fatta definitiva. Per la chiusura dei flussi di migrazione, i permessi di entrata negli Stati Uniti da 500 mila sono arrivati a 7 mila. Al blocco di quei processi di migrazione degli anni 20 fece seguito la crisi del 29 e l’avvento del fascismo in Italia: da quel momento in poi la migrazione è stata proprio una scelta di vita.

Il legame con il paese di origine si è rotto e, anche quando la migrazione ha ripreso negli anni 50, si è trattato di migrazione definitiva: fenomeno nel quale si può inserire l’elemento “ fuga”. Forse per queste generazioni si può parlare della fantasia del ritorno, ma solo come elaborazione culturale. Trasmettere e mantenere un legame con le dinamiche interne a quelle comunità italiane necessita sempre più di strumenti di interpretazione, d’integrazione e di rafforzamento per evitare che l’italiano resti solo “ una curiosità ”. L’ aumento d’interesse per l’italiano e per l’Italia ha dato l’impressione che abbiano svolto certamente un lavoro utile. Nel libro sull’uomo nomade Attavì dice che la vera radice dell’uomo è il nomadismo e che quindi è possibile vedere anche i processi di migrazione come un recupero profondo del nomadismo, che diventa tragedia solo in determinate circostanze economiche e socio-politiche. La radice non è negativa e spiega anche il nostro bisogno di muoverci e viaggiare richiama radici culturali profonde. Il Prof. Palladini considera che “ Italia “ non è tanto memoria, quanto processo di costruzione della memoria nel momento in cui questi italiani, con una memoria molto connotata, si confrontano con la loro vita e il tessuto sociale argentino: con il loro voler essere nell’Argentina di oggi. “ Italia “ è un misto di oggettività e di costruzione di un processo della memoria che a volte è interessante, altre volte è ridicolo con i suoi stereotipi. Comunque l’interesse è stato notevole e i contatti sempre positivi. L’esperienza ha dato loro molti spunti per capire il dramma dell’esser diventati un paese d’immigrazione.

Fa seguito alla relazione il dialogo tra i partecipanti ® :

Prof. Pisani si congratula con i relatori, ma in particolare con gli attori che spesso conoscono i problemi dell’umanità e li portano sulla scena. La rappresentazione di Edipo presenta attori che narrano e un coro che, pur affascinato, protesta perché è tradito un segreto sebbene ampiamente conosciuto. Batassa e Laudisa hanno toccato l’importante tema della perdita dell’identità personale che ha a che fare con l’identità familiare e questa con quella sociale e culturale in cui ciascuno è immerso: sono come tessere di un mosaico che si vanno ad incastrare. Ricorda un seminario (*note di redazione) di molti anni addietro di psicoanalisti argentini trattarono i problemi dell’immigrazione al contrario, cioè sudamericani che arrivavano in Italia con grosse angosce. Il tema della discussione era la fragilità di queste persone che noi chiamiamo personalità borderline,cioè persone che non hanno il senso della coerenza della propria identità. Si stava chiedendo se queste persone avessero da una parte la nostalgia dell’identità perduta e dall’altra parte l’incapacità d’integrare parti nuove e parti vecchie che andrebbero valorizzate. Il Prof. Pisani pensa che la psicopatologia della migrazione abbia a che fare con l’ angoscia relativa alla perdita della propria identità e alla difficoltà di costruirne una nuova. Il lavoro gruppoanalitico consiste proprio nel riconoscimento di parti personali espresse dagli altri è quindi “ acchiappare parti del Sè ed impadronirsene” e quindi anche nel far proprie parti nuove che sono comunque espresse dagli altri. Questa integrazione tra parti vecchie e nuove, soprattutto quando positive e valide, è a base del processo di maturazione della propria identità. E’ una cosa difficilissima e presenta aspetti drammatici già in situazione protetta di gruppo terapeutico, figuriamoci perciò cosa accade nelle persone che sono abbandonate a loro stesse. Si riferisce a quanto detto dal Prof. Palladini sui vecchi italiani emigrati che hanno nostalgia di quello che hanno lasciato, anche se non tornerebbero . Lui stesso è lucano, ma con tutta la sua lucanità non tornerebbe mai al suo paese di origine. Quindi sentimentalmente coesiste la nostalgia del passato e il rifiuto del passato.

Dr.ssa G. Sgattoni chiede da cosa dipende il fenomeno osservato in America del nord dove l’italiano emigrato ha bisogno di creare dei propri gruppi attraverso i quali mantenere le tradizioni e la cultura del paese d’origine a confronto con l’assenza di questa dimensione in Argentina.

Prof.ssa Clemente risponde che il popolo argentino è italiano, ma parla spagnolo: essendo una popolazione mista a prevalenza italiana non c’è stato bisogno dei gruppi.

Dr.ssa G. Sgattoni chiede se questa diversità è avvenuta nel tempo oppure se le masse migratorie prevalentemente italiche sono state così massicce da colonizzare la terra argentina.

Prof. Palladini, in base alle letture fatte, risponde che in America del Nord è la richiesta, che precostituisce una rete di supporto. Questa questione della rete di supporto è vecchia, la migrazione originariamente veniva decisa in famiglia con il supporto del vicinato e praticamente si inviava qualcuno in avanscoperta che stabiliva i contatti e poi chiamava gli altri. La rete di supporto si rafforzava nel tempo con la nascita di trattorie, di negozi per mantenere il collegamento con la madre patria sempre nell’ipotesi di una permanenza non definitiva. Altro punto è che la richiesta in America del Nord di manodopera generica di servizio non comportava l’assegnazione di terreno e mai gli americani hanno consentito la proprietà di un acro di terra ad un italiano, Per questa ragione l’immigrazione italiana in America del Nord è rimasti urbanizzata il quartiere a confrontarsi con altri e diversi gruppi d’immigrati: irlandesi, polacchi e poi portoricani e altri dell’America del sud. Da questo processo nascono le differenze, perché la società americana detta yenchi è fondamentalmente meno permeabile a differenza della società argentina , che accoglie e dà la terra, perché ne dispone in abbondanza in relazione alla scarsa popolazione che ancora oggi è appena intorno ai 50 milioni. Un altro aspetto da valutare è il diverso flusso culturare dall’Italia verso l’America: italiani meridionali verso America del Nord, italiani settentrionali verso America Latina : veneta, lombarda, ligure. Questa diversità poggia anche su un fattore temporale della migrazione dalla italia meridionale che comincia più tardi sulla scena alla fine dell’8oo, dopo le rivolte contadine dei fasci siciliani, come fuga dalle campagne, e poi continua nel 900 durante l’età giolittiana. La migrazione argentina invece precede e inizia dai centri di migrazione settentrionali con un successivo incremento anche per ragioni politiche e di opportunità. Il settentrione d’Italia ha avuto in assoluto più migranti di tutte le regioni italiane dal Veneto, Lombardia, Valli Alpine e Liguria, che rappresentano il punto d’irradiazione. È molto importante definire il concetto di “cultura di provenienza” perché per noi è semplice darci una definizione regionale “sono lucano” dice Pisani, ma diversità di percezione e commistione e contaminazione non devono essere ignorate. Per esempio un’ interessante ricerca sulla cucina tradizionale italiana dimostra che non è originaria, ma nasce proprio dopo la migrazione, quando cioè gli italiani cominciano a mangiare. Prima nella loro dieta non c’era carne o pesce, non c’era grano: la stessa pastasciutta nel napoletano era di fatto il piatto della festa. Solo quando gli italiani migrano trovano a destinazione cibo a buon mercato e quando tornano lo portano in Italia dove nei paesi di origine si mescola la tradizione dei sapori con la possibilità di prepararli.

Prof. Pisani ribadisce che non sempre si torna e che queste persone vivono il dramma di color che son sospesi, cioè non hanno riconosciuto e valorizzato quello di prima e non hanno integrato il dopo in una nuova struttura identitaria, perchè è un processo veramente difficile.

Prof.ssa Clemente evidenzia che tanti italiani in Argentina a distanza di molti anni, anche 50, rivendicavano il loro essere italiani, mentre ha osservato in una diversa esperienza negli Stati Uniti dove alcuni studenti italiani andati a Washington solo dopo alcuni mesi già si sentivano cittadini americani: bisogna fare i conti con questi aspetti.

Prof. Pisani evidenzia forse un diverso approccio dei giovani.

Prof. Palladini aggiunge che quando parlava della cucina italiana e della tradizione culinaria si riferiva a prima del 1920.

Dr. V. Lusetti sottolinea un apparente paradosso là dove sembra esserci maggior integrazione e meno ostilità verso gli emigranti si reclama l’identità italiana. Questo paradosso è apparente poiché si scioglie alla luce di una considerazione, cioè l’ arrivare in un contesto culturale superiore-inferiore rispetto a quello di provenienza. Emigrare dal sud Italia per entrare in un contesto anglosassone culturalmente rigido è molto faticoso mentre l’Argentina è un contesto culturale più vitale.

Prof. Palladini precisa, riferendosi ad un’indagine americana su quale cultura prevalente si riconoscessero circa 60 milioni di italiani dei quali 25-26 milioni in Argentina, che sia nel nord che nel sud America una grande maggioranza di persone si sente italiana, ma che questo non è in conflitto col senso di appartenenza americana o argentina. Appartenenza alla cultura d’origine, da cui la nostalgia, ma anche appartenenza alla cultura reale in cui vivono e quindi sono autenticamente argentini o americani. Questo è stato tra l’altro uno degli aspetti che il fascismo non aveva previsto nella seoconda guerra mondiale, quando gli italo- americani non si sono opposti alla guerra e hanno preparato lo sbarco in Italia, orgogliosi di essere sì italiani da una parte, ma sostanzialmente americani dall’altra.

Prof.ssa Clemente conferma, sulla base di un progetto lavoro con un liceo di Washington sulla nascita della Costituzione italiana e americana che i ragazzi d’origine italiana sentono di appartenere alla Costituzione americana e il senso di appartenenza passa attraverso il rispetto delle leggi americane. Sono nati e vivono all’interno della Costituzione americana. Dr. Lusetti osserva come, rispetto all’Unità d’Italia e al movimento risorgimentale, ci sia stata poi stata una massiccia migrazione prevalentemente dal Nord anzichè dal Sud.

Dr.ssa Di Gennaro riconosce che a fronte di persone perfettamente integrate mantenendo identità italiana, ci sono anche tante persone che non sono riuscite a fare questo adattamento. Un fenomeno di facile osservazione in Italia oggi rispetto ai nostri immigrati stranieri. Noi culturalmente, psicologicamente, socialmente dovremmo essere capaci d’integrarli e invece questo non succede. E’ ciò che si sta verificando in Italia dove gli interventi sono quelli di primo livello, cioè individuazione del problema senza però arrivare mai alla sua soluzione. Quanto presentato dai relatori, che hanno studiato paesi dove la migrazione è avvenuta da tanti anni, propone poi un confronto tra gli aspetti di folclore che ha assunto la cultura degli italiani migrati in Argentina e la vitalità della cultura cinese della grande comunità di Chinatown.

Prof. Palladini evidenzia che loro hanno visto anche in Argentina processi analoghi d’emarginazione non tanto verso gli italiani emigrati da tempo, più o meno integrati, più o meno appartenenti allo stato di fatto costitutivo della realtà argentina, quanto nei confronti dei peruviani e boliviani, che sono emarginati, trattati allo stesso modo di come noi trattiamo i migranti in Italia. Parlando con gli argentini, dicevano che quelli erano i veri problemi del loro paese. C’è quindi un aspetto contraddittorio della globalizzazione. In Cile ha visto la stessa cosa. La società cilena è tranquilla dal punto di vista delle relazioni sociali , eppure ci sono queste sacche di minoranze boliviane e soprattutto peruviane. Poi gli hanno spiegato che il motivo di questa emarginazione era collegato al fatto che prima il Perù dominava. A lui comunque piacerebbe mettere sotto la lente d’ingrandimento il processo d’integrazione come processo di arrivo. Noi misuriamo tutto su questa parola“integrare”. Probabilmente questo termine ha dei limiti invalicabili e forse dovremmo iniziare ad accompagnare il processo d’integrazione con visioni più aperte, più relative, meno integraliste. E’ una questione aperta anche se, da un punto di vista pratico, è difficile non pensare ad integrare.

Prof.ssa Clemente differenzia il concetto d’integrazione da quello di omologazione. Integrare vuol dire fare un nuovo intero considerando però le diverse novità che entrano a farne parte.

L. Batassa pensa all’integrazione dei disabili in ambito scolastico dove si pensa che per integrare una persona arrivata in una classe si debba farla diventare come gli altri. Non è così. La classe è costituita da un certo numero di persone che formano l’intero e quando arriva un’altra persona il suo intero sarà diverso. Bisogna allora capire di quale intero voglio parlare e se voglio accogliere le diverse realtà. Se parliamo d’integrazione come forma d’ omologazione e di annullamento delle differenze non teniamo più conto del rispetto delle differenze che è insito nel concetto d’integrazione. Questo vale anche per gli alunni stranieri.

Note di redazione :

(*) BaigueraN., Del Guerra R., Garcia R. “Psicologia e psicopatologia dell’emigrazione” da pag. 17 a pag.36 in Seminari di Neuropsichiatria e Psicoterapia Dipartimento di Scienze Neurologiche Università di Roma “La Sapienza” organizzati da R.A.Pisani a cura di S.Goretti, ed. EUR, 1997 Roma

® : registrazione della lettura presentata così come il dialogo nel dibattito a seguire la registrazione vocale degli interventi dei partecipanti rivista dalla redazione

Antonella Giordani agior@inwind.it e Anna Maria Meoni agupart@hotmail.com


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