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A. M. P.
SEMINARI 1997 - '98
Maria Antonia Ferrante

La Funzione simbolica nell’uomo preistorico


Da circa una cinquantina di anni l’affascinante campo dei segni linguistici, dei simboli, delle metafore, di quel sistema di codici con il quale gli uomini comunicano, sta interessando sempre più alacremente gli studiosi di discipline attinenti all’ambito della linguistica, della semiologia della psicolinguistica, della sociologia e dell’archeologia.

“L’uomo è per eccellenza animale simbolizzante anche perché il carattere stesso della funzione simbolica implica l’impossibilità di accontentarsi del senso proprio delle cose e delle persone e perciò la capacità di aggiungere loro il sovrappiù di altri sensi che le trasfigurano” (Alleau 1983)

Il primo significato greco del termine symbolon, segno, è topologico. Sumbola era una località posta al confine fra la Laconia e il territorio di Tegeo dove confluivano (sumballein) parecchi corsi d’acqua. Il verbo sumballein indica movimento e spostamento (Alleau, 1983). Nell’ambito della lingua tecnica della navigazione, sumbola si riferisce la parte centrale del pennone, mentre sumbolaia graphos è detto il notaio preposto a stipulare contratti fra due o più parsone.
Ancora più incisive, nel senso del legare sono i termini sunalagma e sunteke. symbolon denomina la metà di un oggetto che riacquistava identità qualora si fosse ricongiunto alla sua metà mancante.

“In tutti questi casi, il senso concreto, naturale e dinamico del termine è abbastanza evidente. Si tratta di evocare un movimento che riunisce, che accomuna degli elementi precedentemente separati gli uni dagli altri e designarne i risultati” (Alleau 1983, p. 18)

Ma quando l’uomo è stato in grado di esercitare l’attività simbolica? Quando ha utilizzato i simboli per comunicare ad un livello di pensiero superiore con i propri simili, per rappresentarsi il mondo alla luce dell’intelligenza sempre più viva? La risposta è ardua, ma non impossibile. I reperti archeologici della Preistoria non sono parole scritte decifrabili, ma pur tuttavia possiedono, sia pure in certi limiti, una pregnanza accreditabile. I paleontologi, i paletnologi, gli studiosi di discipline attinenti all’archeologia non sempre sono d’accordo circa le scoperte e la loro interpretazione. Per quanto riguarda, ad esempio, il culto dei crani di orso da parte dei cacciatori del Paleolitico Inferiore, le opinioni sono controverse. Secondo alcuni tale culto sarebbe stato sacrificale per cui è da supporre che gli ominidi di questo periodo avessero già l’idea di un Dio del mondo. Più realisticamente, secondo altri, è probabile che i paleolitici assegnassero al cranio dell’orso un valore magico, forse anche religioso, ma soprattutto utilitaristico (Alleau, 1983). Kurt Lindner afferma che il culto dei crani dell’orso è la più arcaica rappresentazione mitico-religiosa del mondo da parte dell’uomo.
Il lavoro interdisciplinare, indispensabile per uno studio il più possibile accurato in archeologia, ha chiamato in causa cultori di diverse discipline per rintracciare le prime manifestazioni dell’attività simbolica dei paleolitici. La Preistoria si è protratta per milioni di anni e pertanto ogni data relativa a questo periodo è sempre, in un certo qual modo, discutibile. Tuttavia, per comodità di ricerca, il Paleolitico Inferiore si fa risalire, per quanto concerne l’Europa, a circa due milioni di anni fa, con notevoli margini di differenza da sito a sito.
Risale a 200 mila anni fa il frammento di una costola di bovide sul quale sono incisi segni che non tutti gli studiosi assegnano in maniera assoluta alla mano dell’uomo. Si deve giungere al Paleolitico Medio, compreso fra i 100 mila e i 40 mila anni fa, per riconoscere, senza alcun dubbio, l’intenzionalità di alcuni comportamenti simbolici umani. Durante questo periodo vive l’uomo di Neanderthal, dalla valle di Neanderthal fra Dusseldorf e Elberfeld in Germania, ultimo della specie di paleantropi i quali, sembra accertato, seppellivano i loro morti dopo averli ricoperti di ocra rossa, ossido di ferro e manganese misto a grasso. La posizione fetale del defunto, un braccio posto sotto il capo e l’altro disteso a toccare oggetti di corredo, non dovrebbero lasciare dubbi sul significato del seppellimento, significato che sottende già la capacità umana di guardare oltre il mondo finito.
In questo periodo l’uomo ha già raggiunto la posizione eretta, la mano è libera e sicura e il linguaggio, sia pure nella ancora povertà dei vocaboli, permette di comunicare con i propri simili. Lo studio delle inserzioni muscolari-facciali, della posizione della mandibola e del foro occipitale nei fossili neanderthaliani supporta la ipotesi che questa specie già comunicasse usando la parola. Secondo il Leroi-Gourhan (1977), la parola nasce con la nascita dell’utensile e l’utensile nasce con il simbolo.

“l’uno e l’altro, linguaggio e utensile non sono dissociabili nella struttura sociale dell’umanità. Il progresso tecnico è collegato al progresso dei simboli tecnici del linguaggio” (Leroi-Gourhan, 1977, p. 136)

Le prime espressioni linguistiche sono arcaiche come i primi utensili, sono espressioni concrete. Tuttavia, per poter scheggiare un ciottolo, il neanderthaliano ricorse ad una serie di operazioni le quali, partendo dal concreto, dal pezzo di materia grezza, lo guidarono verso riflessioni sempre più articolate, fino ad ottenere l’utensile pronto per l’uso. I movimenti delle mani implicavano la presenza di operazioni mentali astratte. Durante il Paleolitico Superiore, dai 40 mila ai 10 mila anni orsono, l’uomo ha piena coscienza di sé; è capace di immaginare, concettualizzare e simbolizzare. Risalgono a questo periodo le pitture parietali di almeno 120 grotte, alcune delle quali appellate “santuari del Paleolitico”. Le più famose, la grotta di Altamira, di Lescaux, di Gargas, sono localizzate nell’area franco-cantabrica, anche se simili grotte non mancano in altre zone europee ed extraeuropee. In Italia è famosa, per i dipinti in ocra, grotta Paglicci nel Gargano.
I dipinti di Altamira, in Spagna, si sviluppano per 14 metri all’interno delle parti più recondite della grotta, dove è difficilissimo accedere. Gli animali, soprattutto bisonti, in grandezza naturale, sono in atteggiamento di fuga o in stato di riposo, ad essi spesso è abbinato il cavallo (il che fa supporre che la coppia di questi animali possa, simbolicamente, riferirsi ad un binomio, forse alla femminilità ed alla mascolinità). Si ipotizza che durante questo periodo la visione del mondo dei primitivi, supponesse l’esistenza di entità opposte: cielo-terra, luce-tenebre, vita-morte.
La disposizione scenica dei dipinti di Altamira è solo apparentemente caotica e senza senso. Come affermano coloro che si sono interessati di questi dipinti, la sequenza ritmica delle immagini indica una narrazione, esse parlano non di eventi reali, anche se gli animali sono riprodotti in maniera veristica, ma di eventi simbolici, probabilmente della forza della fecondazione, delle pratiche iniziatiche, di episodi di caccia ritratti nella profondità della grotta dove forse ci si poteva recare muniti di fiaccole di fibre vegetali e grasso di animali, per dei riti la cui vera natura, purtroppo, non conosceremo mai. Emmanuel Anati (1988) si è particolarmente interessato, fra l’altro, alle incisioni rupestri della Val Camonica. A suo avviso le immagini rappresentate possono dividersi in pittogrammi, ideogrammi e psicogrammi. I pittogrammi rappresenterebbero immagini della realtà accompagnati spesso da ideogrammi, didascalie e pittogrammi con i quali vanno letti e tradotti. Gli psicogrammi sarebbero espressioni grafiche di sensazioni, di forti emozioni rese con maggiore astrazione dei pittogrammi e degli ideogrammi. Non si discosta da tali ipotesi il Leroi-Gourhan (1977) secondo il quale gli ideogrammi sarebbero simboli il cui significato si incentra sulla figura principale dell’insieme. L’aggruppamento di grafemi e il loro ritmo sarebbero delle frasi che sottendono una ideologia cosmica.

Di forte significato simbolico durante il Paleolitico Medio e Superiore e ancora nel Neolitico, è investita l’immagine della donna che si ritrova dipinta, graffita o confezionata in pietra, in terracotta o in osso. La femminilità è sottolineata dalla forte accentuazione di alcune parti del corpo: le cosce, il seno, il ventre e il segno che indica la vulva. Queste immagini o statuine, dette “Veneri steatopigie” per la voluminosità del corpo, si sono trovate un po’ dovunque, a testimonianza di credenze condivise da gruppi umani dislocati a notevole distanza. Chi e che cosa rappresentavano tali Veneri? Per alcuni studiosi, esse rappresenterebbero il corpo femminile nella sua funzione più precipua: la maternità. Per altri sarebbero immagini della Dea Madre, la Terra che dà la vita e nutre. Durante tutto il Neolitico, soprattutto in quello Medio, il simbolismo grafico si esprime attraverso l’astrattismo, segno della capacità umana di comunicare tramite segni convenzionali sofisticati. La figura umana nella grotta detta dei Cervi, presso di Poro Badisco (Lecce), è resa tramite una serie di diverse combinazioni di tratti sempre più stilizzati, geometrici, con prevalenza delle forme spiraliche. L’archeologo Paolo Graziosi (1973) deduce che i segni di Porto Badisco rappresentano l’uomo e la donna sia isolatamente che in gruppo. L’accentuazione dei tratti sessuali, inoltre, fa supporre che la grotta servisse per le pratiche iniziatiche, o comunque di ordine sacro-rituale, dei gruppi stanziati nelle sue vicinanze.
Appartengono al Mesolitico (età che succede al Neolitico) del Sahara centrale, le rappresentazioni rinvenute sulle pareti di una grotta. Le figure sono state chiamate “teste rotonde” per lo strano cappello che ne ricopre il capo. Il corpo, nudo, è ricoperto di tratti fungiformi ed è in atteggiamento di danza. (Sansoni, 1996). Probabilmente tali immagini esprimono uno stato di trance, indotto da allucinogeni, relativo ad un rituale.

“Quindi, se l’arte è intimamente legata alla Religione, ciò dipende dal fatto che l’espressione grafica restituisce al linguaggio la dimensione dell’inesprimibile, la possibilità di moltiplicare le dimensioni dell’evento in simboli visivi immediatamente accessibili. Il nesso fondamentale tra arte e Religione è emotivo, ma non in modo vago, è strettamente legato alla conquista di un modo di espressione che fissa la vera posizione dell’uomo in un cosmo in cui egli si colloca come centro e che non tenta ancora di esplorare mediante un ragionamento in cui le lettere fanno del pensiero una linea penetrante di lunga portata sottile come un filo” (Leroi-Gourhan, 1977, p. 233).


1) Alleau R., 1983, Le scienze dei simboli, Firenze, Sansoni.
2) Anati E., 1988, Origini dell’arte e della concettualità, Milano, Jaca Book.
3) Leroi-Gourhan A., 1977, Il gesto e la parola, Torino, Einaudi.
4) Sansoni U., 1996, L’arte parietale del Sahara Centrale nel Mesolitico ceramico: il mondo delle “Teste rotonde”. Nuove acquisizioni e sintesi culturale, in “The Prehistory of Africa”, XIII Congresso Internazionale delle Scienze Preistoriche e Protostoriche, (1996) Forlì.


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