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A. M. P.
SEMINARI 2000 - 2001
Lucrezia Giordanelli

Sull'Agorafobia


Estratto da: Rivista di Psicoanalisi, Volume XXXVIII - 4 - Ottobre-Dicembre 1982
Edizioni Borla

English version: On Agoraphobia



In quella seduta il clima emotivo rischiava di divenire incandescente: fin dall'ingresso la paziente aveva cominciato a stuzzicarmi, a provocarmi, ad accusarmi di mie intenzioni inesistenti, e tutto ciò in assoluto contrasto con quanto detto e vissuto nelle sedute precedenti. Sentivo la rabbia crescere dentro di me, mi rendevo conto che avrei dovuto potermi controllare ma temevo di non riuscirci abbastanza, e alla fine, con tono di voce un po' alterato, le chiesi il perché di quell'attacco ingiustificato. Negando l'evidenza, disse che ero io che la stavo attaccando, come suo padre quella volta in cui la tensione era cresciuta talmente tra loro che lei svenne e a lui venne la febbre a 40 gradi. Da allora i sintomi agorafobici della paziente si attenuarono e in pochi mesi scomparvero, al punto che cominciò a viaggiare e andò a vivere da sola. Credo che in quel caso riuscimmo a raggiungere una comunanza emotiva destrutturante che si riferiva a livelli molto antichi e profondi, che avevano agito nella scena col padre, della cui morte la paziente si accusava, ripetendo emozioni precedentemente vissute.

La madre era percepita dalla paziente come asessuata, priva di comunicativa e piena di rabbia e di invidia, e l'ambivalenza e i desideri di morte nei suo confronti - come nei pazienti agorafobici della Deutsch - obbligavano la paziente a controllare le persone che le apparivano come sostituti materni.

Non so quale presentazione, estremamente primitiva, passasse tra me e la paziente, al di 1à dei contenuti, delle immagini e delle parole dette ed evocate; ma fu come se l'affetto, estremamente violento e destrutturante, si sganciasse dalla presentazione, e come se tutta una catena di presentazioni collegate e conseguenti cedesse e si sfaldasse. Era come se l'oggetto persecutorio e indispensabile uscisse da sé e si trovasse non più dentro, ma di fronte, e si potesse dialogare. In effetti, migliorò il rapporto tra noi e nel transfert io divenni un oggetto più narcisistico che anaclitico.

Ricordo un altro caso di agorafobia, in cui la malattia mortale della madre, che progressivamente si paralizzava finché solo gli occhi indicavano imperiosamente al paziente ciò che bisognava fare, fu vissuta da entrambi come il terrore della paralisi motoria ed emotiva, che sia io che lui vivevamo come minaccia e come proiezione di sé nell'altro. Anche in quel caso riuscimmo a condividere un'emozione primitiva e paralizzante, una necessità di controllo e una ribellione al controllo, che reciprocamente ci coinvolgeva. La madre era per il paziente impenetrabile, groviglio di passioni imprevedibili, in cui egli non poteva collocare le proprie tensioni, che fin dalla più tenera età aveva imparato a collocare in altri oggetti disponibili; i desideri di morte nei confronti della madre erano da sempre coscienti ed espressi; il padre era assente. Dopo la morte della madre il paziente riuscì a separarsi dalla moglie e a vivere da solo.
Lentamente nel transfert è riuscito a scambiare con me affetti e pensieri e ha potuto così anche accettare di muoversi più attivamente da solo e viaggiare.

In altri casi di agorafobici da me trattati era evidente una incomunicabilità a livelli profondi, il che non impediva una buona e anche ottima possibilità di comunicazione a livelli più evoluti. Analisi, si poteva dire, abbastanza riuscite, se non si teneva conto di quello zoccolo duro, di quell'impossibilità del paziente di considerarsi veramente autonomo e differenziato.
L'agorafobia può associarsi alle strutture più varie, ai più vari quadri psico-patologici, ma c'è sempre un nucleo antico, incistato, difficile da raggiungere, da cui sembra derivare tutto un corollario sintomatologico, che dà all'agorafobia dignità di sindrome. Tale dignità le fu data, in psicoanalisi, soprattutto da Weiss (1966), che la studiò per cinquant'anni e che fu d'accordo con Federn nel collocare la causa dell'agorafobia in una compromissione della sensazione dell'io corporeo di fronte a un vasto spazio aperto. Sembra che gli autori seguenti abbiano collocato l'agorafobia in situazioni più generiche di angoscia fobica o di angoscia di separazione o di nevrosi simbiotica (Rhead 1969) o di fusionalità e ambivalenza. Tutto ciò può far parte del corredo sintomatologico dell'agorafobico, ma, come del resto diceva Weiss, è secondario al primitivo disturbo dell'io corporeo e può far parte di altri quadri morbosi in cui l'agorafobia non appare.

Per esempio la fusionalità, indagata recentemente da alcuni colleghi (Pallier, Tagliacozzo et al. 1990), è da essi collocata in una fase estremamente precoce dello sviluppo, precedente la posizione schizo-paranoide; per tali Autori una buona fusionalità è necessaria al rapporto primitivo madre-bambino, mentre una "cattiva" ricerca di fusionalità sarà alla base di "un'identificazione proiettiva violenta e possessiva tendente ad annullare la separatezza, L'individuazione e la separazione" (Tagliacozzo). Secondo Pallier con certi pazienti è necessario permettere un transfert adesivo che consenta una situazione di fusione con l'analista e il costituirsi di un fantasma di "estensione del sé".

Credo che sia possibile nella pratica clinica utilizzare diversi modelli, a volte complementarmente, se un certo paradigma ci sembra più adatto a risolvere determinati problemi, mentre altri paradigmi sono più utili ad altri problemi. Ciò corrisponde alla tesi modellista di M.Hesse (1966), secondo cui le varie teorie si possono trattare come modelli integrabili, trascurando le analogie negative, utilizzando le analogie positive e soprattutto sfruttando le analogie neutre (da verificare) per L'ampliamento delle teorie stesse. D'altra parte, secondo M. Black (1962), le teorie scientifiche subiscono continui slittamenti di significato, significato che è sempre metaforico.
Per M. Black l'incontro tra explanans - e cioè ciò che è noto e non problematico - ed explanandum - e cioè ciò che è ignoto e pertanto problematico - comporta la risignificazione di entrambi.

Fu proprio un caso di agorafobia che mi permise, nel 1980, di convalidare un modello che avevo sviluppato con C. Gragnani all'interno di un gruppo di ricerca con A.M. Muratori, E. Cargnelutti e A. Cerletti. Partendo da un modello di base strutturalistico-operazionale, condiviso da tutti i partecipanti al gruppo, io e C. Gragnani, rifacendoci alla metapsicologia freudiana, utilizzammo insieme i modelli economico, sistemico e informazionale, giungendo all'ipotesi che la relazione analitica si fondi nel continuo spazio-temporale, in cui non esistono qualità precise e quindi non esistono differenze, per interrompere tale continuo e creare una nuova dimensione, che è una struttura-funzione, che evolverà a partire dai due componenti della coppia analitica e precisamente dal loro punto-momento d'incontro.
Si ha quindi un sistema (di cui analista e analizzando sono sotto-sistemi) che si autoregola, attraverso L'istituzione di vincoli, che gli permettono di differenziarsi dall'ambiente esterno ad esso, ambiente rappresentato da tutto ciò che non è l'area comune al sistema. Tale ambiente è però la riserva da cui il sistema attinge, la sede delle fonti di approvvigionamento del sistema analitico. Se distinguiamo il concetto di comunicazione - intesa come il mettere in comune secondo lo stato più probabile, in una condizione di scarsa organizzazione, tendente all'immobilità (fusione, simbiosi)- dall'informazione, in cui l'accrescimento dei vincoli comporta una condizione di maggior organizzazione e di attività discriminativa e selettiva (Muratori 1981), dobbiamo considerare questi livelli (di comunicazione e di informazione) come contemporaneamente presenti nella situazione analitica e responsabili di continui processi di strutturazione e destrutturazione.
Secondo il mio modello, il passaggio di informazione è legato a processi di confine, che assimilo a quelli che si verificano in una membrana semi-permeabile, in cui i due versanti della superficie polarizzata rappresentano i poli tra i quali, stabilendosi una differenza di potenziale avviene il passaggio di materia-energia sotto forma di informazione. Il verificarsi di un'inversione della polarizzazione potrà determinare un continuo processo di strutturazione e destrutturazione.
Come possiamo ipotizzare che ciò si verifichi nei processi primitivi di formazione della struttura psichica, in analogia con quanto Freud affermava relativamente alla pulsione, parimenti possiamo ipotizzare che avvenga nello scambio bi-direzionale tra analizzando e analista, dove l'informazione sfocia nell'interpretazione. Freud, infatti, considerava la pulsione come forza d'urto costante, con conseguente necessità di controcariche che bilanciassero le cariche libere, innalzando la soglia di scarica. Questo è a mio parere il primitivo confine (tra i sistemi delle cariche e quelli delle controcariche), dove il superamento della soglia determina la depolarizzazione e il passaggio di informazione. Il confine e ciò che permette ogni processo di interazione tra parti, sia all'interno della struttura psichica sia nei rapporti di questa con L'esterno. Il confine e la frontiera tra sistemi diversi in avvicinamento ed assolve al compito sia di delimitare sia di fondare e costituire i sistemi stessi, ai quali garantisce i processi di scambio.

Possiamo concepire i processi di confine come eventi organizzatori, nel senso della strutturazione dei sistemi, per esempio nella primitiva organizzazione psichica non solo dell'io ma anche dell'es, con costituzione del rimosso secondario. Ciò può avvenire per la presenza di codici, che si istituiscono fin dal primo solco, in cui secondo Freud si incidono le tracce mnestiche. Queste vengono intese come il luogo in cui, attraverso lo stabilirsi di un'identità di percezione, si avrà L'incisione delle primitive esperienze, le cui successive trascrizioni nel preconscio condurranno all'organizzazione del ricordo e della memoria (Freud 1895).

Il confine è dunque sede di codici, intesi come "meccanismi che permettono la trasformazione tra due sistemi, legati ad un'ipotesi comunicativa, ma non per questo garanti del passaggio di informazione, bensì della coerenza strutturale" (Eco 1980). Tali codici, organizzatori delle rappresentazioni ideo-affettive, possono mediare non solo la comunicazione, ma anche la non-comunicazione. Mentre il sistema secondario assume quote energetiche del sistema primario, scarica in esso prodotti di rifiuto (il rimosso secondario).
Queste scorie andranno ad alimentare le risorse energetiche dell'inconscio con le loro cariche che, anche se legate, sono potenzialmente riattualizzabili per la tendenza del rimosso a ridivenire cosciente e quindi tendente alla comunicazione, a volte senza mai riuscirci. cosi che ogni comunicazione è sottesa sempre da un fiume sotterraneo di non-comunicato. Il messaggio dell'emittente verrà decodificato dal ricevente e ciò comporterà un cambiamento in entrambi, in una continua azione di feed-back, per cui i significati verranno continuamente risignificati, divenendo variabili dipendenti dal contesto. Ma la struttura per mantenersi dovrà resistere, e nuove contro-cariche si mobiliteranno per opporsi alla destrutturazione, in quanto ogni codice teme L'avvento di elementi a lui estranei, che vede come un pericolo di "catastrofe". Tale opposizione potrà non essere radicale quando la struttura potrà accogliere nuovi vincoli relativi all'altro codice, ma compatibili con il proprio, che le permetteranno di trasformarsi mantenendo però la propria coerenza strutturale.

Nella relazione analitica il non-comunicato è dunque ciò che fonda e determina ogni comunicazione-informazione, mentre se ne distingue, permettendo alla relazione di strutturarsi, a tutti i livelli, secondo le modalità più convenienti per i sotto-sistemi del sistema analitico.
Il confine diventa così lo spazio virtuale che, potendosi spostare ai vari livelli ed includere contenuti volta a volta diversi, si pone come luogo dell'interpretazione, quando le strutture dell'analizzando e dell'analista possono accettare nuovi vincoli compatibili col proprio codice.
Nella relazione analitica a volte il confine si costituisce come muro, come barriera resistenziale che stimola il sistema alla chiusura, favorendo L'isolamento di parti scisse, senza peraltro riuscire ad impedire le invasioni. A volte, il confine si scava come fossato in cui scorre un magma di fusione non verticalizzabile, fusione riconoscibile come esasperazione della comunicazione, in cui naufraga ogni possibilità di informazione. Altre volte il confine si pone come luogo d'incontro e come momento creatore di nuovi significati e di significative differenze, cerniera mobile e articolata tra non-comunicazione e comunicazione: proprio perché al confine possiamo ipotizzare il costituirsi di un terzo sottosistema, in aggiunta a quello dell'analista e dell'analizzando, sottosistema da considerare fisso rispetto agli altri due in movimento, indispensabile come riferimento al fine di delimitare, raccogliere e conservare i vissuti, trasformandoli in informazione. Tale sistema va accumulando informazioni fino ad un livello ottimale, raggiunto il quale diviene esponente di tutto il sistema relazionale, rivoluzionandolo, introducendo l'asimmetria, portando senso e significato mediante L'informazione, permettendo L'accettazione delle reciproche differenze e L'individuazione-separazione. Il confine diventa dunque sistema intersistemico e, pur essendo generato dall'incontro dei due sistemi, informandoli li forma.

Ritornando alla patologia agorafobica, mi sembra che, a prescindere dai modelli adottati, sia opinione diffusa in psicoanalisi che essa ha a che fare con il costituirsi delle frontiere corporee e mentali dell'io, cioè con livelli molto vicini al biologico.
Questa è L'opinione anche di Battistini e Petronio (1991), che sottolineano le angosce di perdita dell'io e dell'oggetto, la difficoltà di stabilire un confine tra il dentro e il fuori, L'aspetto scoptofilico, la presenza del sentimento di vergogna (che sarebbe del tutto caratteristico della sindrome), insieme al ruolo di monarca e di schiavo assunto dal paziente, nonché L'atteggiamento fobico e/o persecutorio nei confronti del mondo esterno da parte di uno o di entrambi i genitori. Queste osservazioni cliniche compaiono anche nella mia esperienza, in base alla quale parlerei, più che di agorafobia, di fobia del proprio corpo, vissuto come spazio non delimitabile rispetto allo spazio esterno. Le inibizioni motorie, le misurazioni dello spazio percorribile, i tragitti permessi e quelli preclusi possono leggersi come percorsi pulsionali inibiti o possibili, mentre L'accettazione di un proprio contenitore (casa, automobile o posto in cui stare), L'insofferenza di esso e la claustrofobia come tentativi di delimitazione e di controllo del proprio spazio corporeo, nel tentativo di stabilire la grandezza ottimale per contenere le pulsioni e di stabilire anche i percorsi ottimali di queste nell'ambito di tale grandezza.
Tale spazio interno dovrebbe poter contenere anche pulsioni esterne a sé compatibili, ma questo presupporrebbe L'esistenza di un'organizzazione acquisita e stabile, che L'agorafobico non sente di possedere.
II non-sé sembra essere rappresentato come una piazza aperta e illimitata con molteplici crocevia ove si intrecciano valenze multiple e non saturabili. La dipendenza dell'agorafobico non è L'assoggettamento all'altro in quanto tale, poiché L'altro è negato e inglobato massicciamente, reso indistinguibile da sé, mero allargamento della rappresentazione del proprio spazio vitale.
Le pulsioni del partner sono strenuamente combattute, se non coincidono con le proprie; molto spesso il partner viene ad essere annullato nella sua personalità e svuotato al punto di non essere più fruibile; lo spazio dell'altro coincide col proprio e allora la dipendenza si allarga ad altre persone. come se il proprio confine fosse spostato, non per intrecciarsi col confine dell'altro e stabilire processi di scambio (Giordanelli 1981), ma per appropriarsi di un territorio che lo arricchisca e lo garantisca da possibili invasioni.
I disturbi di tipo ipocondriaco, che appaiono di tanto in tanto, sembrano essere manifestazioni di alterazioni dello schema corporeo, cortocircuitati dall'intreccio pulsionale, e spesso dotati di un grande valore simbolico: una macchiolina, un foruncolo, un'imperfezione corporea mai notata prima, o soltanto l'idea di una possibile malattia, sono pretesto per una crisi d'angoscia, in cui sono interpretati come segni di una minaccia vitale; poi il sintomo si svuota di significato e tutto passa senza lasciar traccia. Tali sintomi appaiono in genere come equivalenti di deliri, anche per la loro comparsa improvvisa, che appare come un'intuizione delirante, in modo da far sospettare come psicotici pazienti che non si possono considerare tali.
A differenza dei sintomi ipocondriaci, non si riscontra né la persecutorietà degli organi vissuti come oggetti interni persecutori, né la povertà di simbolizzazione tipica dell'ipocondriaco. Il paziente agorafobico è pronto ad accettare il simbolo, ad elaborare ed anche a superare i disturbi in conseguenza dell'interpretazione .

Diversi sono i sintomi che insorgono nell'attacco del panico, quando il paziente si trova solo, ed è allora che la tachicardia, le extrasistoli, la sudorazione, le vertigini e i più vari disturbi di tipo neurovegetativo sono espressione di un'angoscia di morte che si placa solo in presenza di un'altra persona che sia in grado di rassicurarlo. come se L'altro permettesse di allargare il proprio spazio vitale, come uno spostamento di confine per cui le pulsioni che si affastellano e si intrecciano disordinatamente minacciando L'esplosione e la destrutturazione potessero incanalarsi secondo circuiti normali. Allora, il timore dell'infarto o dell'ictus scompare, anche se L'oggetto d'amore che rassicura è spesso inadeguato e, come dicono i pazienti stessi, nulla potrebbe fare per dare aiuto.

La non-accettazione del proprio corpo è una caratteristica comune a tutti i pazienti agorafobici che ho avuto: una paziente parlava di un disagio che la segnava dalla nascita e che appariva in un sogno come il segno di un forcipe; un altro paziente diceva di sentirsi segmentato e che non aveva la percezione del proprio corpo come unità; sia quest'ultimo che un altro paziente si appropriavano con lo sguardo e con il contatto del corpo altrui idealizzato per tentare di dare forma al proprio, sentito sempre come informe e inadeguato. In tutti i miei pazienti agorafobici ho notato L'impossibilità di vivere il proprio corpo come "ben fatto", e nello stesso tempo il desiderio di esibirlo come manifestazione megalomanica del proprio sé. A ciò è spesso collegato il sentimento di vergogna, oltre che alla tendenza ad occupare spazi non propri. Aspetti megalomanici sono spesso presenti, come espressione di un ipotetico limite tendente all'infinito del proprio spazio somato-psichico, e anche aspetti perversi, come conseguenza di un intreccio pulsionale con percorsi aberranti in circuiti compressi e pertanto distorti.

In analisi i risultati mi sembrano essere inversamente proporzionali alla distanza che si stabilisce tra paziente e analista; quanto più il rapporto è tendenzialmente fusionale, tanto più e possibile raggiungere un'identità di coppia definita e rassicurante, dove i circuiti pulsionali possono essere tenuti sotto controllo e gradualmente differenziati.
Se, come Freud indica in Analisi terminabile e interminabile (1937), la riuscita dell'analisi dipende dall'influenza di traumi, dalla forza costituzionale delle pulsioni e dall'alterazione dell'io, il trauma può essere risolto, ma è necessario che l'io riesca ad imbrigliare le pulsioni. L'analisi fa sì che L'io faccia una revisione delle rimozioni: alcune vengono demolite, altre confermate ma ristrutturate con materiale più solido; quindi l'analisi permetterebbe una rettifica dell'originario processo di rimozione, rettifica che metterebbe fine "allo strapotere del fattore quantitativo". Si tratterebbe quindi di permettere alle forze pulsionali, costituzionalmente forti in questi pazienti, di integrarsi con quelle dell'analista, permettendo così al paziente di vivere un'esperienza correttiva rispetto a quella vissuta con i genitori.
Si tratterebbe anche di permettere la riparazione del danno dell'io, danno vissuto come biologico: esso quindi abbisogna di interventi percepiti come concretamente ristrutturanti. Solo un io forte può gestire forti pulsioni e l'analista, che offre il proprio io come ausiliario, non deve farsi fagocitare. un difficile confine quello tra l'io del paziente e L'io dell'analista, confine che tende a coincidere nei momenti di fusione, ma che è pronto a spostarsi e a differenziarsi quando i conflitti esigono un potere di gestione e di regolamentazione dell'interno rispetto all'esterno.

Negli episodi che ho citato all'inizio, i pazienti riuscirono a comunicarmi quelle sensazioni di rabbia impotente e di paralisi emotiva e motoria che erano Una riedizione dei vissuti primitivi nel rapporto con le imagines genitoriali. Nel primo caso si poté accettare una parziale identificazione con il padre, precedentemente rifiutato perché violento, ma comunque vitale; nel secondo caso si poté rifiutare L'identificazione con la madre, la cui morte fu poi percepita come liberazione. In tutti e due i casi L'io poté fare un'azione di prova utilizzando L'io dell'analista come ampliamento del proprio campo di forze. I limiti di questo furono poi determinati insieme, senza inutili restrizioni, né espansioni megalomaniche, né abusive occupazioni di spazi non propri. Tale delimitazione si compiva dall'interno, come rapporto tra le forze pulsionali e le esigenze della realtà esterna, esigenze identificate soprattutto come forze con cui era possibile trattare, accettando quelle compatibili con le proprie e rifiutando quelle incompatibili. Questo lavoro, dapprima svolto tra analista e analizzando da una parte e mondo esterno dall'altra, poté gradualmente avvenire anche tra analizzando e analista percepito come altro da sé, cioè come entità fornita di sue proprie pulsioni. Fu però necessaria la fase preliminare di fusione e poi L'azione di prova che accertasse la capacità dell'analista di reggere l'impeto delle forze pulsionali del paziente e di sopravvivere.

Secondo quanto detto sopra, nel primo caso clamorosamente, nel secondo in modo più lento e graduale si verificò il passaggio da una condizione di fusionalità, con prevalenza della comunicazione sull'informazione, ad una condizione di individuazione, con una risignificazione sia dell'esperienza infantile sia di quella analitica.
Con entrambi i pazienti, giungemmo ad un punto di saturazione emozionale, evidentemente relativa ai vissuti personali intrecciati nella relazione, che determinò un superamento di soglia e un cambiamento del sistema relazionale.
I vissuti personali, relativi alla propria identità e alla propria storia, rappresentano altrettante variabili nel sistema analista-analizzando e tali variabili sono funzioni del sistema, che si autoregola gestendo gli stimoli esterni - cioè gli stimoli ambientali o quelli percepiti come tali - in ragione degli stimoli interni, i quali determinano uno spettro di trasformazioni possibili. Il sistema rifiuta gli stimoli esterni a sé incompatibili, sceglie quelli compatibili e dà loro significato. I movimenti interni al sistema, come quelli di unione e di separazione tra parti o sotto-sistemi, possono essere percepiti dall'analista e dall'analizzando solo in quanto osservatori esterni, poiché L'esperienza, anche nel momento in cui e vissuta, è già interpretata e trasformata dal pensiero cosciente (Vergine 1981).

Quando L'analista è chiamato a vivere esperienze cosi profonde e primitive, come quelle relative alla fusionalità, può dire ben poco del proprio vissuto indissolubilmente legato a quello dell'altro o a ciò che l'altro rappresenta per lui. Solo nel momento della separazione può tentare di recuperare la propria identità e i propri confini, ben sapendo che comunque anche in lui sono avvenute trasformazioni.
Le due funzioni, di osservatore interno e osservatore esterno al sistema, sono irriducibili l'una all'altra, e possono essere considerate complementari ai fini della conoscenza. L'osservatore esterno al sistema - analista o analizzando che sia - teorizza utilizzando modelli e valuta il cambiamento sulla base di parametri codificati; i significati che ne derivano sono il frutto di informazioni selettive, che scartano altre informazioni che sono considerate soltanto come rumori, quindi fattori di disturbo e di disordine nel sistema.
Per l'osservatore interno al sistema - che è poi il sistema stesso proprio questi fattori invece possono essere, soprattutto attraverso la ripetizione e la ridondanza (quasi L'eco della coazione a ripetere), responsabili del cambiamento, quale atto creativo del sistema. Esso si verifica quando L'elemento perturbante riesce (come nella fluttuazione gigante di Prigogine (1972)) a imporsi al sistema stesso. Allora vincoli fino a quel momento tenacemente chiusi possono aprirsi e altri formarsi, generando una nuova struttura, che comporta eventi che fino a quel momento non potevano verificarsi.

Negli episodi citati, gli eventi vissuti e ricordati nell'esperienza analitica, sembrano potersi considerare come catalizzatori del cambiamento, che si manifestò con il verificarsi di una serie di eventi, precedentemente ritenuti impossibili. La costellazione sintomatologica, quale catena di significanti a punto di partenza corporeo, che utilizzava simboli di un particolare linguaggio, sembrava mutare per un cambiamento di codice, anche se il vecchio codice si dimenticava lentamente, come una lingua che gradualmente si abbandona per praticarne un'altra, ma che seguita ad operare attraverso particolari costruzioni semantiche e sintattiche.

Questo è quanto si verifica non solo nei casi di agorafobia, ma in ogni analisi riuscita e il "mestiere impossibile" dell'analista mi sembra essere quello che permetta di comprendere e di parlare linguaggi diversi, che sono espressione di una pressoché infinita potenzialità di lingue che estraiamo da noi stessi attraverso la comunicazione con l'altro.


SOMMARIO

L'A. riconduce L'agorafobia ad una compromissione molto primitiva della sensazione dell'io corporeo, con difficoltà di stabilire un confine tra sé e non-sé e di delimitare lo spazio interno in rapporto alla forza costituzionale delle pulsioni. Seguendo un modello strutturalistico e sistemico, 1'A. ipotizza che L'agorafobico tenda a spostare il proprio confine a spese del mondo esterno, sentito come infinito e incontrollabile, fagocitando i partners e appropriandosi del loro spazio. In analisi 1'A. suggerisce di offrirsi dapprima al paziente come io ausiliario e di permettere la fusione; successivamente pub avvenire la differenziazione della coppia analitica dall'ambiente esterno e infine la differenziazione del paziente dall'analista e L'acquisizione dell'autonomia da parte del paziente.



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Lucrezia Giordanelli
Via Sallustiana, 4
00187 ROMA


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