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PSYCHOMEDIA
GRUPPALITÀ E CICLO VITALE
Terza Età



Pensionamento ed invecchiamento: Un binomio troppo stretto
Prove di rilettura critica

di Francesco Ardini



La vecchiaia viene dal di fuori
Manlio Sgarambo

Arrivati ai cinquanta o sessant’anni è ora di incominciare un altro tipo di terapia: la terapia delle idee
James Hillman


Le diverse culture tendono a dare significati diversi a fenomeni che, al contrario, sono comuni.
Per altro verso, un fenomeno sociale assume significati anche molto differenti secondo la fase storica cui si faccia riferimento o in ogni caso al suo cambiare con il passare del tempo.
Il pensionamento subisce ai nostri giorni una forte e contraddittoria vocazione. Da una parte rappresenta l’ingresso delle persone in un target preciso al quale si può fare facilmente riferimento per rendere il singolo, ad esempio, un potenziale acquirente funzionale ad una ottimizzazione dei costi delle politiche di marketing. Dall’altra si articola in una drastica mutazione (quasi sempre) dello status sociale e del ruolo (proposto, percepito, richiesto dalla singola persona che accede alla pensione). Questo fatto, questo evento, questo momento che è anche un rituale con molteplici prefigurazioni differenziate, rimane, però, molto più un fatto personale, privato, a limitata (e spesso quasi nulla) rilevanza sociale.

ALCUNI ELEMENTI DI FONDO

I dati dell’ISTAT degli anni dal 1998 al 2000 fanno registrare i seguenti valori di pensionamento

Anno p.pr. p.pu totale
1998 18.440 3.166 21.606
1999 18.409 3.180 21.589
2000 18.425 3.204 21.629


Leggenda :
p.pr = pensionamento da settore privato
p.pu = pensionamento da settore pubblico

Età % dei pensionati “privati”
Meno di 50 0.90
50 - 54 2.34
55 - 59 7.39
60 - 64 17.29


La percentuale dei pensionati di età non superiore ai 64 anni rappresentano il 27,92 del totale degli stessi.

Di contro, la speranza di vita media in Italia si situa sui 76 anni per gli uomini e 82 per le donne (1)
Questo dato rimette in discussione il teorema per il quale esisterebbe una connessione lineare tra il pensionamento e l’invecchiamento.
L’analisi del fenomeno dell’anziano, della sua stessa necessaria ridefinizione parrebbe confortata dalla presenza di questi ulteriori elementi.

“Se in Italia nel 1980 la percentuale di over 65 era del 13%, nel 2000 è stata del 18,1%, mentre tra 20 anni, secondo le convergenti ricerche dei principali analisti pubblici e privati, è prevista essere addirittura del 25%: un quarto della popolazione sarà “anziana” (anche se bisognerà rivedere il significato semantico di questo vocabolo). Del resto all’inizio del ’900 solo il 25% dei deceduti aveva più di 65 anni: oggi sono oltre l’80%.
Un ulteriore dato a supporto per comprendere i fenomeni in corso riguarda l’indice di vecchiaia, in altre parole il rapporto tra over 65 e giovani under 15: era il 61% nel 1980, oggi è circa il 130% (superando in alcune aree del Nord del Paese il 150%) ed è previsto sfiorare il 230% nel 2020.” (2)
“Le curve di sopravvivenza della popolazione tendono alla rettangolazione, cioè tendono ad una curva ideale che esprime il collasso del sistema biologico in tarda età" (3).
Questo elemento sottolinea come ormai il concetto di anzianità venga fortemente correlato alla mancanza di salute ovvero alla diminuzione della sua qualità.
Un’ulteriore conferma proviene dal CENSIS che, in una ricerca effettuata su un campione rappresentativo in collaborazione con la Società Format e presentata dal suo direttore Giuseppe Roma, rivela che “l’evento che rende anziani (per il 62,75%) è la perdita dell’autosufficienza, il diventare dipendenti, i problemi di salute che in generale, minacciano di più la propria identità e la propria immagine di sé” (4)

IL CONTESTO PROBLEMATICO

I problemi definitori sono, in qualche modo fondamentali, in quanto diventano il riferimento delle concettualizzazioni e della pratica verbale ed emotiva con cui i termini vengono declinati.
Appare difficile essere completamente d’accordo con la Joan Erikson: “Quanto è difficile riconoscere e avere l’esatta percezione dello stadio della vita in cui ci troviamo in un dato momento! Oggi è come ieri fino a quando non ti ritrovi in pensione e non fai un bilancio.” (5)
Se da una parte appare difficile riconoscere a quale stadio di vita il singolo si trovi, dall’altro corriamo il rischio di agire un appiattimento su una definizione non convincente e stereotipata di anzianità.
Come se una storicità non più attuale inibisse la costruzione di una termologia più adeguata rispetto ad un fenomeno in grande cambiamento.
Forse questo è solo un aspetto di un problema notevolmente più complesso.
Non si tratta solo di invecchiamento e del suo significato stereotipato. Si tratta invece di individuare una scienza dell’invecchiamento che ci permetta di entrare in relazione con le persone e con le loro fasi di vita, con i problemi del tempo, del cambiamento e della progettualità soggettiva e sociale.

L’invecchiamento viene incorporato nel concetto di “senilità” e quest’ultimo si coniuga direttamente al pensionamento

Tre le direzioni su cui si orienta la ricerca sulle forme di senilità:”
1. La senilità psicofisica con tutto il corredo di modificazione dell’aspetto e le relative ripercussioni psicologiche
2. La senilità sociale decisa dalla comunità con la cessazione dell’attività lavorativa
3. La senilità psichica determinata dal profilo caratteriale e dalla condizione di solitudine che accentua i tratti depressivi.
I risultati di queste tre fonti di informazione……dicono che nel breve volgere di pochi anni l’adulto si trova ad affrontare una fase di trasformazione molto rapida a cui spesso non è preparato.” (6)
Questa classificazione, forse, non contribuisce ad un chiarimento sul “peso” dei singoli fattori.
Infatti “una scienza dell’invecchiamento che si fondi sulla (sola) fisiologia del cambiamento, invece che sul significato (sociale), non è un interlocutrice adatta per la persona in fase di cambiamento.” (7)
In questo senso ci appare fondamentale il momento del pensionamento come elemento topico della vita del singolo.
Alcuni, infatti, sostengono che tra i fattori più significativi che determinano il fenomeno dell’invecchiamento emergono “la condizione di pensionato che elide quella rete di rapporti sociali in cui il soggetto aveva sviluppato la parte centrale della sua vita, la diminuzione del reddito, lo sfaldarsi del gruppo socio-affettivo, in cui aveva costruito i legami più intimi. (8)
Tenderemmo, in altri termini, a soffermarci sui problemi legati al pensionamento, intravedendo nello stesso un processo “poco” processato, un evento/fenomeno che, in alcune circostanze e per alcune persone diviene fondamentale per loro e per il futuro che li attende.
Ribadita la non connessione diretta tra invecchiamento e pensionamento ci rimane l’interrogativo su quali siano i possibili motivi per cui proprio il pensionamento venga vissuto tout court come invecchiamento. Hillman, ad esempio, ci propone un approccio che si articola sul funzionamento : “Forse, in alcune circostanze e per alcune persone, il pensionamento viene vissuto come disfunzionale in quanto non si riesce ad immaginare per sé alcuna funzione”. (9)
Ci sembra che se questa lettura possa aiutare la costruzione di un’impostazione diversa del binomio automatico pensionamento/invecchiamento per altro appare necessario porre un limite ad un funzionalismo totale ed individuare, invece la costruzione di una situazione che, permetta di distinguere e di articolare contenuti e modalità di una relazione che rimane difficile, complessa e “bisognosa” di approfondimento.

PENSIONAMENTO COME CAMBIAMENTO

Il nostro obiettivo consiste nel mostrare le caratteristiche di un processo “l’andare in pensione” i cui contenuti sono complessi ed articolati e, non essendo sufficientemente trattati, sono molto diversi dall’invecchiamento in quanto tale.
La parola chiave del nostro percorso è: chiarimento. (10)
Proprio la mancanza di una separazione (separatezza) tra i due termini e la presenza invasiva e quasi totalizzante di uno stereotipo fortemente presente nella cultura (pensionamento = invecchiamento), rendono necessaria un’articolazione dei due termini e la ricerca di elementi che permettano, veicolino e certifichino le differenze.
Una delle componenti determinanti il permanere di una sorta di analogia concettuale e dei comportamenti attesi, va ricercata nella difficoltà/incapacità in cui quasi tutte le persone si trovano quando inizia quel processo il cui risultato finale si chiama pensionamento,
Questo processo “il pensionamento” inteso come idea, fantasia, prefigurazione prima, e come atto nel momento del passaggio “dal mondo del lavoro” al “mondo del non lavoro” non viene, tendenzialmente, né analizzato, né esaminato, né approfondito.
Manca un tassello centrale.
Non è data la possibilità (salvo le nobili eccezioni che però rimangono tali) di collocare questo cambiamento, che rappresenta uno dei passaggi più importanti nella vita di una persona, dentro un contenitore che ne permetta un’elaborazione.
Cambiamento che consenta alle persone di rintracciare, ovvero di costruire un senso rispetto al nuovo e al diverso che si trovano ad affrontare.
Spesso il pensionamento è percepito con una chiave predeterminata.
La presenza di un “falso sé” trova nella risposta sociale stereotipata (negativa o positiva), alimento nella confusione e difficoltà ulteriori nella necessaria costruzione di una diversa mappa di sé e della realtà. Può accadere, infatti, che, accanto all’approccio di coloro i quali si ritrovano terrorizzati da un’idea nefasta e fortemente depressiva (pensionamento = morte), si generi in altri, invece, un approccio “chimera” non meno pericoloso (pensionamento = vacanza). Questo determina nel tempo una pesantissima disillusione cui si collega un sentimento di frustrazione difficilmente gestibile.
L’elemento da cui si può partire per tentare di chiarire il contenuto più profondo che presiede al pensionamento, come processo e come atto, va ricercato in un suo carattere specifico e dominante: "il cambiamento" .
Ricordando che: “Il cambiamento implica, inevitabilmente un’incursione in regioni sconosciute e l’impegno ad affrontare le conseguenze di eventi imprevedibili. Inesorabilmente questa situazione comporta dubbi, sentimenti d’ansia e depressione, provocando la tendenza ad aggrapparsi alle cose note e familiari per evitare le nuove”. E ancora: “ Il cambiamento implica, inevitabilmente un’incursione nell’ignoto; significa impegnarsi in vicende future non prevedibili e affrontarne le conseguenze. Ciò provoca inesorabilmente sentimenti d’ansia e di depressione, stimola la tendenza ad aggrapparsi a ciò che è noto e familiare, di modo che l’individuo è portato a soccombere alla compulsione a ripetere, onde evitare novità.” Ma soprattutto che : “Se in occasione di ciascun cambiamento non può essere elaborato un lutto, ciò sarà causa, assieme all’angoscia, di resistenza al cambiamento stesso” (11)

UN MODELLO PER UNA NUOVA DEFINIZIONE

Proviamo a schematizzare, rispetto al cambiamento, gli elementi presenti:


Figura 1. Modello degli elementi costitutivi del processo di pensionamento

Il modello sopra indicato intende proporsi come risposta all’immagine stereotipate del pensionamento. Infatti il pensionamento, generalmente non viene percepito come fenomeno in sé, ma decodificato (con una semplificazione annullante) come sinonimo di invecchiamento e addirittura come suo indicatore.
E allora proprio perché, “ si dovrebbe essere sempre un po’ improbabili.” come ci dice Oscar Wilde, occorre formulare un tentativo per definire diversamente il fenomeno del pensionamento.
Al binomio pensionamento = invecchiamento dobbiamo sostituire un binomio più complesso, ma forse maggiormente esplicativo ed operativamente maneggiabile: pensionamento = cambiamento.
Ma se da una parte dobbiamo ricordare : “l’esistenza di un individuo umano dipende sempre ed in ogni momento da tre processi fondamentali che si possono considerare complementari l’uno all’altro. In qualsiasi ordine c’è sempre e prima di tutto un processo biologico, di organizzazione gerarchica dei sistemi organici che costituiscono il corpo (soma); c’è poi un processo psichico che organizza l’esperienza individuale attraverso la sintesi dell’ io (psiche); e c’è infine un processo di natura comunitaria dipendente dall’organizzazione culturale entro la quale si realizza l’interdipendenza degli individui (ethos).” (12) Dall’altra parte non dobbiamo dimenticare che al centro della persona c’è l’identità o meglio il “ sentimento d’identità che consiste nella nozione di esser separato e distinto dagli altri” (13)

IL PUNTO DI ROTTURA: ALTERAZIONE DEL SENTIMENTO DI IDENTITÀ

Il sentimento di identità non è statico, ma si propone “ come risultato di un processo di interazione di tre rapporti o canali:
A. RAPPORTO DI INTEGRAZIONE SPAZIALE comprende la relazione delle varie parti del Sé tra loro, ivi compreso il Sé corporeo: esso serve a mantenere la coesione tra le varie parti suddette e permettere la comparazione e la distinzione del Sé nei confronti degli oggetti; tende alla differenziazione tra il Sé e il non Sé.
B. RAPPORTO DI INTEGRAZIONE TEMPORALE riguarda la relazione tra le varie rappresentazioni del Sé nel tempo: esso, stabilendo una continuità tra esse, fornisce la base del sentimento di essere se stessi.
C. RAPPORTO DI INTEGRAZIONE SOCIALE si riferisce, appunto, alla connotazione sociale dell’identità e consiste nel rapporto tra aspetti del Sé e aspetti degli oggetti quali si stabiliscono attraverso i meccanismi di identificazione proiettiva o introiettiva.” (14)
Per altro “il sentimento di identità esprime a livello preconscio e conscio una serie di fantasie inconsce che, una volta integrate costituiscono quella che potremo chiamare <<fantasia inconscia del Sé>>. In altre parole il sentimento d’identità contiene una parte cosciente ed una inconscia (15)
Nella sua non staticità il sentimento d’identità, in quanto risultante dal processo di integrazione dei tre rapporti - integrazione spaziale del Sé, integrazione temporale e sociale -
attraversa varie crisi durante la sua evoluzione (come avviene) nel processo analitico.
Le varie crisi che si verificano durante il processo analitico, corrispondono a crisi che compaioniono a cominciare dai primi periodi dello sviluppo normale. “A partire dalla prima separazione madre-figlio alla nascita, seguita da uno stato confusionale e da un periodo schizoparanoide che si risolve in una prima posizione depressiva, questi cicli si ripetono durante tutta la vita. (16)

Il modello sopra indicato intende proporsi come risposta all’immagine stereotipate del pensionamento. Infatti il pensionamento, generalmente non viene percepito come fenomeno in sé, ma decodificato (con una semplificazione annullante) come sinonimo di invecchiamento e addirittura come suo indicatore.
E allora proprio perché, “ si dovrebbe essere sempre un po’ improbabili.” come ci dice Oscar Wilde, occorre formulare un tentativo per definire diversamente il fenomeno del pensionamento.
Al binomio pensionamento = invecchiamento dobbiamo sostituire un binomio più complesso, ma forse maggiormente esplicativo ed operativamente maneggiabile: pensionamento = cambiamento.
Ma se da una parte dobbiamo ricordare : “l’esistenza di un individuo umano dipende sempre ed in ogni momento da tre processi fondamentali che si possono considerare complementari l’uno all’altro. In qualsiasi ordine c’è sempre e prima di tutto un processo biologico, di organizzazione gerarchica dei sistemi organici che costituiscono il corpo (soma); c’è poi un processo psichico che organizza l’esperienza individuale attraverso la sintesi dell’ io (psiche); e c’è infine un processo di natura comunitaria dipendente dall’organizzazione culturale entro la quale si realizza l’interdipendenza degli individui (ethos).” Dall’altra parte non dobbiamo dimenticare che al centro della persona c’è l’identità o meglio il “ sentimento d’identità che consiste nella nozione di esser separato e distinto dagli altri”

IL PUNTO DI ROTTURA: ALTERAZIONE DEL SENTIMENTO DI IDENTITÀ

Il sentimento di identità non è statico, ma si propone “ come risultato di un processo di interazione di tre rapporti o canali:
A. RAPPORTO DI INTEGRAZIONE SPAZIALE comprende la relazione delle varie parti del Sé tra loro, ivi compreso il Sé corporeo: esso serve a mantenere la coesione tra le varie parti suddette e permettere la comparazione e la distinzione del Sé nei confronti degli oggetti; tende alla differenziazione tra il Sé e il non Sé.
B. RAPPORTO DI INTEGRAZIONE TEMPORALE riguarda la relazione tra le varie rappresentazioni del Sé nel tempo: esso, stabilendo una continuità tra esse, fornisce la base del sentimento di essere se stessi.
C. RAPPORTO DI INTEGRAZIONE SOCIALE si riferisce, appunto, alla connotazione sociale dell’identità e consiste nel rapporto tra aspetti del Sé e aspetti degli oggetti quali si stabiliscono attraverso i meccanismi di identificazione proiettiva o introiettiva.”
Per altro “il sentimento di identità esprime a livello preconscio e conscio una serie di fantasie inconsce che, una volta integrate costituiscono quella che potremo chiamare <<fantasia inconscia del Sé>>. In altre parole il sentimento d’identità contiene una parte cosciente ed una inconscia
Nella sua non staticità il sentimento d’identità, in quanto risultante dal processo di integrazione dei tre rapporti - integrazione spaziale del Sé, integrazione temporale e sociale -
attraversa varie crisi durante la sua evoluzione (come avviene) nel processo analitico.
Le varie crisi che si verificano durante il processo analitico, corrispondono a crisi che compaioniono a cominciare dai primi periodi dello sviluppo normale. “A partire dalla prima separazione madre-figlio alla nascita, seguita da uno stato confusionale e da un periodo schizoparanoide che si risolve in una prima posizione depressiva, questi cicli si ripetono durante tutta la vita.

GLI ELEMENTI IN GIOCO

Il pensionamento costituisce una alterazione dell’identità delle persone. Questa alterazione viene determinata da una serie di altre modifiche del

Ruolo
Status
L’identità soggettiva, condizionata fortemente dai cambiamenti intervenuti sul sé, sul ruolo e sullo status, entra in relazione con la
Personalità
del singolo generando risposte diverse a seconda dei singoli profili.
La situazione che si viene a creare a valle di questo nuovo rapporto tra le variabili sopra citate, necessita di una elaborazione che si proponga come risposta possibile ai disagi, alle incertezze, alle paure/desideri che la nuova situazione ha molto spesso determinato.
Ma la costruzione di una elaborazione positiva della situazione creatasi appare problematica, anche sulla base della comparsa di tre fattori quasi sempre presenti sulla scena del cambiamento attivato nel processo di pensionamento:
Impossibilità della Reiterazione
Difficoltà della Socializzazione
Difficoltà della Riprogettazione
Sull’insieme di questi aspetti ci soffermeremo più avanti cercando di ragionare sulle caratteristiche e di approfondirne i contenuti.
Se da un lato possiamo essere d’accordo con De Bono quando asserisce che: “la valutazione positiva non nasce dalla percezione di un vantaggio, ma la precede” , per altro verso potremmo, per iniziare ad approfondire la specificità del pensionamento, parafrasarlo nei seguenti termini: la valutazione negativa non nasce dalla percezione degli svantaggi, ma li precede. (17)
Il pensionamento rappresenta un cambiamento, un passaggio storico sostanziale e in ogni caso diverso dagli altre modificazioni che le persone si trovano a dover affrontare nell’arco della propria esistenza. La sua specificità consiste nel caratterizzarsi come processo/evento che non può essere declinato come CAMBIAMENTO ma necessita di una dizione diversa.
Possiamo, in questo senso, riferirci a CAMBIAMENTI (ovviamente oltrepassando il semplicistico trasporto di un termine dal singolare al plurale) come modalità che rappresentano l’elevato livello di complessità intrinseco, la presenza di un fattore tempo, che agisce su vari livelli. E, non ultimo, il numero di variabili che entrano in gioco e la possibilità che proprio un trattamento diverso delle stesse variabili, dia risultati completamente diversi.
Nei confronti del pensionamento registriamo una definizione comune che però ci appare insufficiente:
DEFINIZIONE (A)
per pensionamento si intende quella situazione per cui una persona dalla condizione di dipendente di una realtà organizzativa/produttiva che, attraverso il suo lavoro cresce (e per questo egli viene retribuito), passa ad altra condizione, uscendo dal ruolo di dipendente continuando ad essere “retribuito”, ma da un’organizzazione sociale che ha gestito e capitalizzato i suoi versamenti.
Appare opportuno proporre un’altra definizione che, assuma come utile la precedente, ma ne descriva in modo più compiuto le caratteristiche specifiche.
DEFINIZIONE (B)
Per pensionamento s’intende un fenomeno costituito da tre parti
1. PROCESSO che precede il momento del PASSAGGIO IN QUIESCENZA
2. EVENTO-QUIESCENZA
3. PROCESSO che si attiva a valle dell’EVENTO-QUIESCENZA

Emerge la necessità di osservare da vicino le tre parti proposte.

PROCESSO che precede il momento del PASSAGGIO IN QUIESCENZA

Il periodo che precede “l’andare” in pensione ha una durata temporale tendenziale di alcuni anni (in genere da un minimo di 2/3 ad un massimo di 5) e dipende da vari fattori: i livelli di certezza/incertezza rispetto all’attendibilità della presunta data di passaggio, il profilo di personalità del singolo, la soggettiva modalità di approccio a ciò che non si conosce. In ogni caso, questa fase si caratterizza come processo proprio in funzione degli elementi che lo costituiscono e della copresenza, anche contraddittoria, di speranze e paure, di proiezioni e di identificazioni, di progettualità tendenziale e di assenza di prospettive. Insieme a tutto ciò matura un sentimento complesso che definiremmo “interrogativo”: a fronte dell’aumento dei quesiti, anche tra loro contraddittori, diviene sempre più difficile ed incerta la possibilità di formulare ipotesi attendibili e, quindi, di individuare risposte convincenti.
Dentro questo primo processo si attiva una dinamica che può mettere in crisi l’identità del soggetto. “L’identità <propria> di una persona - secondo Laing - non può mai prescindere completamente dall’identità altrui; la sua identità, in una certa misura, dipende dall’identità che gli altri gli attribuiscono, nonché dalle identità che egli attribuisce agli altri, e in definitiva dalla o dalle identità che egli suppone gli siano attribuite.” (18)
Nella fase precedente al pensionamento si determina una situazione che inizia ad intaccare i riferimenti che permettevano normalmente la strutturazione ed il mantenimento della propria identità. Le fantasie sul significato del processo in atto (neppure chiaro in quanto a contenuti e modalità attuative), la dimensione del tempo, l’idea di avvenire che si slega dalla realtà sociale attuale di riferimento, determinano alcuni effetti nocivi. Occorre, inoltre, registrare lo spostamento fantasmagorico da una dimensione conosciuta, fatta di ritmi noti, riti affermati, consuetudini radicate, alla dimensione dell’ignoto. Tutto ciò alimenta una indeterminatezza che non può non determinare una ricaduta sulla identità soggettiva. Infatti “di fronte al cambiamento l’individuo reagisce non solo con l’angoscia per la nuova situazione (anche quando la stessa non si sia ancora determinata ma semplicemente collegata ad una ipotesi non eludibile), ma anche con sentimenti depressivi, dato che cambiare (pensare al cambiamento che verrà) significa perdere precedenti rapporti o situazioni (lutto per l’oggetto) e anche perdere aspetti del proprio Sé (lutto per il Sé) ”. (19)
Uno degli aspetti che maggiormente alimentano una difficoltà nel mantenimento di un equilibrio dell’identità soggettiva, va ricercato ed individuato nell’attivazione di quei meccanismi che determinano la rottura del rapporto con “l’altro da sé”.
Viene meno, infatti, la dimensione specchio che caratterizza (va) la relazione sociale stabile. Quella specifica relazione per cui “l’altro” (“l’altro da sé”) rappresenta la conferma di chi io sia (processo identificativo di ritorno).
In questo senso, la persona in procinto di accedere alla pensione diviene “altro” rispetto a chi rimane.
Chi rimane nell’organizzazione non vede più nel pensionando “se stesso”, ma “un altro da sé” non contenuto nella sua persona. La distanza da “lui” risulta, per altro, in qualche modo inaccettabile man mano che se ne avvicina il distacco. L’effetto specchio decade. Chi rimane non si “vede” in chi va via. Chi va via non riesce più a vedersi attraverso chi resta.
Non vengono più riflessi, su colui che si appresta al pensionamento, il senso del Sé, alcuni aspetti della propria identità, la propria immagine.
Vengono meno, con la perdita secca della figura riflessa, gli elementi che rendono possibili le operazioni di riconoscimento e di autoriconoscimento.
Nel futuro pensionato inizia a registrarsi una “perdita” non secondaria della sua immagine, e con essa parte del Sé e della propria identità.
Una dimensione di “perdita ” che potremmo definire preventiva, anticipatoria rispetto ad una posizione sociale non ancora acquisita e predittiva rispetto ad una serie di difficoltà che potrà incontrare con il passaggio effettivo al pensionamento.
Nella fase che precede il pensionamento effettivo e che abbiamo definito processo, spesso si vivono sentimenti diversi e anche opposti.

Di fronte al pensionamento, ad una data che nei fatti cambia radicalmente la vita di una persona, la stessa si trova a non avere alcuno spazio decisorio e a ritrovarsi a subire una data, i suoi significati, senza poter essere, spesso, in alcun modo soggetto di negoziazione. Questo appare un elemento paradossale e paralizzante. La vita, le relazioni sociali, l’essere insieme con gli altri ci rimanda dall’infanzia in poi, alla contrattazione, alla negoziazione. Al fatto – ed appare anche una necessità - che nella vita si debba ricercare uno spazio tra la dimensione soggettiva (con il pericolo di deviazione egoiche o con una gestione non accettabile del narcisismo del quale siamo tutti in modo diverso forniti), e i processi di oggettivazione che, anche sulla base delle regole sociali impongono a tutti una distanza. Quella separatezza che rendendoci oggetti, da una parte ci aliena ma dall’altra consente le mediazioni sociali che le singole soggettività (spesso eccessivamente individualiste) non permetterebbero. L’andare in pensione può rappresentare la perdita secca della stessa capacità di negoziazione individuale e sociale e può essere vissuta come rappresentativa della perdita di Sé individuale e sociale.
Non a caso la stessa decisione “burocratica” dell’essere inviato in pensione non tiene in molti casi in alcuna considerazione i desiderata della persona.
Parrebbe comprensibile e giustificata, un’attesa del singolo (almeno sotto il profilo negoziale) basata sulla possibilità di esercitare un (forse anche limitato) influenzamento rispetto alla determinazione dell’evento pensionamento, ovvero alla modalità di avvicinamento allo stesso.
Tutto ciò non appare quasi mai possibile e la stessa impossibilità diviene matrice di non pochi effetti secondari.
Un altro aspetto i cui contenuti possono attivare le difficoltà del pensionamento come processo, possono essere intraviste in quella che potremmo definire la nascita e lo svilupparsi di una “ comunicazione perversa”.
In modo particolare nell’anno che precede il pensionamento, matura una relazione sociale molto diversa da quella che si attivava in passato. Caratteristiche e qualità della stessa variazione appaiono più evidenti nella realtà lavorativa a cui appartiene il pensionando. Analizzandone gli stili di comunicazione appare abbastanza chiaro come la stessa sia improntata al “fraintendimento”. Come se si costruisse, quasi esclusivamente, sul feed-back negativo.
Questa modalità di comunicazione si struttura su codici interpretativi che vengono alterati a fronte di una significativa variazione della collocazione sociale (e quindi di lettura della realtà) intervenuta tra gli interlocutori . Quando il pensionando entra in comunicazione con un suo compagno di lavoro si riferisce a lui presupponendo implicitamente che questi sia omologo a sé. Il che non risponde, in alcun modo, ai sentimenti dell’altro. Infatti, il collega non solo non accede alla pensione ma, al contrario, ha un’attesa di permanenza nel lavoro di molti anni. Tutto ciò potrà alimentare nei confronti dell’interlocutore fantasie e letture “positive” e/o “negative”, le quali risulteranno comunque assolutamente distoniche con i vissuti reali e/o emotivi del pensionando. Il compagno di lavoro si trova, quindi, ad ascoltare “l’altro” pensandolo come non più “intrinseco” alla sua situazione e lo colloca dentro una decodifica che (difensivamente) lo differenzia fortemente. Questa dinamica difensiva può giungere ad “escludere l’altro” dal proprio “campo”.
La rottura si costituisce perché “la nostra immagine non è possibile senza le immagini degli altri. Io e Tu non sono possibili senza l’altro […]L’ambiente esterno, così come può provvedere alle condizioni necessarie per lo sviluppo e consolidamento del sentimento di identità (rapporto di integrazione sociale), può anche perturbarlo e annullarlo sino a limiti insospettabili.” (20)
Il passaggio al pensionamento (nelle sua fase di avvicinamento allo stesso) si amplifica parallelamente a quella che E. Jacques definisce la “crisi della media età”. Questa consiste nella necessità che il singolo affronti e faccia propria la tendenza verso un declino, verso un nuovo ciclo dell’esistenza ed in ultima analisi entri in relazione con il fattore maggiormente rimosso: la morte e la sua ineluttabilità. Le modalità operative attraverso cui si articola il fenomeno risentono fortemente delle caratteristiche delle singole psicologie. Infatti, se la dimensione fisiologica non regge all’urto della crisi, possono insorgere e svilupparsi forme patologiche, forse anche non completamente nuove, ma con aspetti di complessità assolutamente specifici.

Questa crisi, o meglio la sua insorgenza, appare legata ad un rito specifico che ne veicola le caratteristiche e ne sviluppa i contenuti.
Questo rito è costituito dal “bilancio della propria esistenza”.
Il bilancio è condizionato fortemente dalle peculiarità fisiche e psichiche dell’individuo e dal clima sociale in cui esso nasce e si struttura. Il suo significato, inoltre, può variare anche sulla base degli effetti scaturiti dai bilanci che precedentemente il soggetto ha attivato. Tutto ciò condizionerà il bilancio stesso ma la maggiore veridicità, ovvero la tendenziale falsificazione dei risultati,dipenderanno, in larga misura, dalla capacità di controllo di queste variabili da parte del soggetto .
Si tenga conto che lo stesso “bilancio della propria esistenza” risente fortemente delle ipotesi, delle costruzioni, delle “fantasticherie” (consapevoli e non consapevoli) sul “dopo” e specificamente sul “dopo bilancio”.
Quando le persone entrano nel processo che le porterà in pensione si trovano ad innescare una valutazione complessiva del proprio operato, complessificata però da difficoltà aggiuntive (tutti i bilanci sono operazioni difficili, onerose e delicate). Queste possono determinare un effetto negativo sia sulla sua realizzazione, sia rispetto ad un possibile uso “perverso” dei risultati scaturiti.
L’atmosfera nella quale si costruisce questo bilancio non può non risentire di alcuni elementi di rottura che incombono sul soggetto e sulla sua identità.
La possibile frattura con la realtà si consumerà attraverso:
1. L’allontanamento dal posto di lavoro come luogo costitutivo la quotidianità
2. Con esso la perdita secca di molti fattori che generavano nel singolo sicurezza e ritualità (pur nella copresenza di elementi acuti di conflitto)
3. La privazione di quella rete sociale che ogni giorno contribuiva a dare significato a sé e permetteva un rispecchiamento fondamentale per l’attivazione dell’equilibrio soggettivo
4. L’azzeramento della dimensione di negoziazione sociale che si attiva nell’espulsione del singolo rispetto a modalità e tempi del pensionamento determinati da norme e loro applicazioni (queste rendono la persona esclusivamente oggetto del passaggio alla quiescenza)
5. L’indeterminatezza del senso del “dopo”, tutto racchiuso all’interno di posizionamenti che possono assestarsi tra il senso di morte, la sua insostenibilità, e la speranza onnipotente del benessere permanente

Questa la cornice alla stesura di un bilancio che da una parte possiamo vedere come atto liberamente scelto, ma che per altro verso ci appare come “atto dovuto” ed in qualche modo “automatico” (il che non significa che sia totalmente cosciente, ma non per questo meno vero e comunque generatore di effetti) .
Le considerazioni precedenti ci fanno supporre che non pochi bilanci si potranno rivelare tendenzialmente falsi e comunque caratterizzati da una notevole dose di perversione intrinseca.
Sembrerebbe corretto ipotizzare che spesso i soggetti si sentiranno fatalmente a ridosso di una valutazione polare, senza che la stessa corrisponda “realmente” ai successi e ai fallimenti ottenuti.
Compare un rischio elevato determinato proprio dalla presenza di condizioni che “spostano” in modo rilevantissimo la lettura dei trascorsi soggettivi.
Quindi nella stessa ricostruzione delle esperienze precedentemente attivate, si possono creare distorsioni, rimozioni, falsificazioni con l’obiettivo inconsapevole di “adeguarsi” ai sentimenti riguardanti il proprio presente, ovvero il proprio futuro.
Questa operazione può svilupparsi o in linea con gli stessi impulsi presenti o per “negarli”.
Ma il bilancio, costruito con le modalità sopra esposte, diverrà parte fondamentale della stessa modalità con cui le persone si avvicineranno alla pensione.
Passiamo ad analizzare, nel passaggio al pensionamento, le componenti che influenzano in modo determinante la percezione di sé e della propria identità. Nell’ordine avevamo proposto due aspetti di perdita e tre elementi di difficoltà.
Da una parte compare la “perdita” del “ruolo” e una alterazione significativa dello “status”, dall’altra registriamo le difficoltà di reiterazione, di socializzazione e di riprogettazione.

RUOLO

Per ruolo(i) intendiamo l’insieme delle attività che una persona svolge nella sua vita attraverso le quali si rappresenta socialmente. Questo determina un’attesa di risposta, di conferma e di validazione. E proprio il “ritorno” degli altri, la risposta collettiva, la retroazione sociale, si configurano come conferme del soggetto costituendosi come elementi basilari del Sé e della propria identità, in ultima analisi del proprio equilibrio.
Se è condivisibile che ogni persona svolga molti ruoli ed anche contemporaneamente, è altrettanto evidente che non tutti i ruoli abbiano la stessa preminenza. Il ruolo collegato al lavoro, all’attività produttiva nella quale il soggetto è inserito, alle funzioni che il singolo ricopre nell’organizzazione, rappresentano un elemento di assoluta strategicità.
La quantità di tempo trascorso rispetto alle ore/giorno vissute, la qualità delle energie impegnate, il livello di interazione sociale agito, il tasso di pensabilità attivato, rendono il ruolo ricoperto nel lavoro un elemento e un valore che non può, una volta abbandonato, non provocare effetti anche devastanti. Infatti: “alcune persone, quando vengono separate dal loro ruolo, per esempio la perdita del lavoro in seguito a licenziamento o pensionamento, vanno incontro a breakdown mentali o fisici, a gravi regressioni e perfino alla morte.” (21)

STATUS

Con questo termine intendiamo non solo la radice latina con cui si indicava la condizione giuridica di un soggetto, ma anche l’uso che nella sociologia e, per derivato, nella psicologia il termine ha assunto: la “posizione sociale” da un lato e il “prestigio” dall’altro.
La “posizione sociale”, ovvero il sistema di relazioni a cui sono connessi determinati diritti (spazi) e doveri (vincoli) che hanno una oggettivazione nel compenso, espresso attraverso qualche forma di ricchezza, di reddito, di potere, di autorità.
Per “prestigio”, invece , intendiamo “quella valutazione di cui è oggetto una persona sulla base di certe sue caratteristiche che possono derivare o da suoi sforzi personali, come la capacità professionale o da aspetti connessi alla nascita”.(22)
Possiamo fare nostra anche la terza definizione di L. Gallino che propone lo “status” come “complesso pluridimensionale di risorse sociali, di cose positivamente valutate o ambite in una società [….] che sono attribuite o che comunque afferiscono ad una posizione ossia a chi la occupa”. Illuminante lo stimolo di L. Gallino nel suo indicare lo “status” come “aspetto allocativo” di una posizione sociale.
Le tre dimensioni con le quali abbiamo avvicinato il termine “status” propongono con immediatezza le difficoltà che possono scaturire dalla sua scomparsa e dalla perdita di quel “posizionamento sociale” direttamente correlato al ruolo precedentemente agito. Il ruolo riverbera lo splendore dello “status” e lo status decade immediatamente con la perdita del ruolo.
Perché si possano creare le condizioni di un nuovo e diverso “status” occorre prendere le distanze dalla condizione precedente evitando lo slittamento automatico nel luogo comune pensione = vecchiaia. Questo binomio può generare uno “status fantasma” che agisce come rinforzo rispetto a “orrori” preesistenti.
Infatti: “la nostra cultura produce rappresentazioni negative della vecchiaia (e del cambiamento), che si uniscono alle angosce personali, le alimentano e ne sono alimentate, portando alla rimozione (in parte, non a caso, coatta) del problema”. (23)

REITERAZIONE

Per reiterazione intendiamo quel processo per cui il soggetto può tornare all’oggetto per riviverlo e modificarne il senso. Nel caso dell’allontanamento dal luogo di lavoro, proiettivamente percepito come parte consistente di sé, questa possibilità appare fortemente compromessa. L’entità dalla quale si è stati allontanati, come effetto diretto ed immediato del pensionamento, diviene spazio impraticabile, luogo legato ad una memoria tendenzialmente statica, valore che appare intrattabile, troppo carico di storia e di alterazioni sedimentate. La possibilità di attivare dinamiche di reiterazione viene nei fatti inibita dall’assenza del soggetto dai luoghi nel quale lo stesso possa “ricostruire” la propria esperienza e dalla mancanza di quelle relazioni che potrebbero permettere e validare le necessarie riletture.


SOCIALIZZAZIONE

Il passaggio da una vita regolata sul ritmo, su “l’orologio” del lavoro, ad una nuova forma di vita che non ha più al centro l’attività produttiva, rappresenta tendenzialmente la possibilità di trovarsi a stretto contatto con un trauma, con una perdita fortissima. Questo cambiamento può essere assimilato nei suoi effetti a quello provocato dall’alterazione del fuso orario al termine di un viaggio in aereo, quando ci troviamo a vivere uno stato di malessere che necessita della componente “tempo” per riacquisire il naturale ritmo biologico. Ma nel caso del pensionamento non si tratta di darsi il tempo di riacquisire una situazione precedente, ma di darsi il tempo e gli strumenti per andare in un altro luogo con altre cose, per costruire un equilibrio completamente “diverso”.
Quasi mai la presenza di un’attività (lavorativa) nuova del soggetto è rimandabile alla forza, alla determinazione e all’energia attivata dal singolo nella precedente occupazione. Prima il lavoro si costituiva come luogo dei valori del soggetto, delle sue “abitudini” che, proprio nel lavoro, trovavano un elemento centrale, un asse, la base stessa di un sostegno di sé, di un appoggio gruppale, di una motivazione esistenziale, di una giustificazione sociale. Questo il contesto nel quale si formava, con il contributo centrale degli altri, la dimensione sociale del singolo.
Con il pensionamento si viene tendenzialmente espulsi da quel gruppo che costituisce parte essenziale della propria identità, luogo centrale della relazione, il quale fa del soggetto un elemento singolo, irripetibile e, contemporaneamente, un componente.
La dinamica di gruppo sviluppatasi nel mondo del lavoro con le sue specificità istituzionali, relazionali, amicali, va in crisi e si lacera.
Il gruppo di riferimento del pensionando, tende ad espellerlo. Egli rappresenta, inconsapevolmente, una mina vagante rispetto al gruppo costituitosi nel “campo” lavorativo e, comunque rispetto alla sua integrità. E’ un’entità “diversa”, potenzialmente disgregatrice in quanto rompe, con la sua “uscita”, il senso di appartenenza degli altri e prefigura un “mondo altro” al quale tutti saranno chiamati ma che, come tale, costituirà la temuta fine del gruppo stesso ed il crollo del suo significato.
Si generano, nei suoi confronti, sentimenti differenziati di forte valenza che oscillano dall’invidia alla compassione. Invidia da una parte per un presunto futuro benessere del pensionando, contrapposto alla durezza del dover ancora soggettivamente soggiacere alla legge del lavoro e alle sue regole coercitive. Compassione dall’altra parte per una persona che, uscendo dal processo produttivo, rischia di non trovarsi più e di perdersi come soggetto e come potenziale. Emozioni di questo secondo tipo possono venire associate alla morte dell’altro. E quindi alla propria.
Anche per questi motivi si determina, intorno a chi va in pensione, apparentemente, molto rumore, ed una chiassosa frenesia ( feste di commiato, il regalo di fine carriera, i discorsi per la cerimonia, ecc.) ma anche, e soprattutto, un assordante silenzio.
Ma, “il silenzio, come sappiamo, è complice del male.” (24)
Un'altra dimensione di difficoltà nella quale si trova il futuro pensionato, rispetto alla socializzazione, consiste nel tendenziale rifiuto della sua persona da parte di coloro che pensionati sono già. In quanto non “appartenente”, egli costituisce ricordo doloroso di un tempo passato. Questa la tenaglia al centro della quale si può venire a trovare il pensionando: rifiutato dai compagni di lavoro attuali e interdetto alla relazione con i suoi futuri omologhi.
Inaccettato dai primi, ed ancora inaccettabile per i secondi.
RIPROGETTAZIONE

Progettare significa cambiare qualcosa, (accettare di poter cambiare, accettare di dover cambiare e i due elementi potere/dovere ci portano in campi tra loro non poco diversi) ovvero costruire un’ipotesi, sviluppare una strategia, individuare delle alternative, valutare le risorse ed i vincoli. In altri termini per progettare sono necessarie delle condizioni di base di carattere multiplo (psicologico, di equilibrio, di metodo) spesso assenti in contesti caratterizzati da crisi e difficoltà legate al passaggio alla pensione.
La ri-progettazione si configura come una progettazione ad alto rischio aggiunto.
Rappresenta un passaggio che oggettivamente si complessifica dovendosi attivare in un contesto che necessita di una preventiva rivisitazione di quanto precedentemente progettato nei vari risultati ottenuti o falliti. Si rende quindi necessaria una “distanza”, per poter pensare al passato senza che questo neghi il futuro, e una “dissociazione” dal futuro per non rimuovere il presente.
La fase di passaggio dal lavoro al pensionamento si rivela come una difficoltà che non aiuta l’attivazione di progetti, ovvero la rivisitazione dei progetti precedenti e la costruzione di nuovi. Per altro, intorno al pensionamento, circolano molte “favole progettuali” in verità spesso banali, stereotipate e scarsamente autentiche. Si passa dal tipico “adesso leggerò tutti i libri che non ho letto” al rituale “andrò a visitare le località che prima non ho potuto visitare” ed ancora “finalmente potrò dedicarmi al mio hobby preferito”. Queste dizioni rivelano un limite strutturale. Infatti la dimensione di progetto, individuabile dietro le parole proposte, appare fortemente condizionata dal rapporto del singolo con il proprio passato. Passato che si mostra non sufficientemente elaborato, e come tale, capace di annebbiare il futuro e renderlo un’appendice di quel tempo trascorso senza che (il futuro) acquisisca la sua specificità e la sua forza.
Proporre una riprogettazione in un contesto di cambiamento così complesso e saturo di contenuti multipli e contraddittori, di emozioni profonde soventemente non riconosciute, di fantasie disarticolate e di segno opposto, significa dover veleggiare in acque tempestose e sconosciute.
Per poter riprogettare appare necessario, preventivamente, che le persone trovino lo spazio, le energie e la disponibilità che consenta loro di attivarsi in un utile e necessario lavoro su di sé, quale “movimento”, appunto, preventivo, per poter guardare il futuro con occhi diversi.
Non si tratta di negare il passato, evidentemente, ma di costruire un rapporto con il proprio vissuto che superi la dimensione meccanica di “peso trascinato” e assuma, nel superamento dinamico del rischio “rimpianto”, una specificità propria, capace di permettere la costruzione di idee nuove, con un basso coefficiente di replicazione.
Riprogettare significa avventurarsi verso la libertà che diventa, dunque, “la capacità che ciascuno sviluppa dentro di sé, aiutato dagli altri, di rendere coscienti le sorgenti del desiderio e perciò dell’ansietà. [Infatti] la quintessenza della libertà è la presa di coscienza.” (25)

EVENTO-QUIESCENZA

Il giorno fissato, “il grande giorno” giunge repentino e lentissimo.
Avviene molto spesso che gli ultimi giorni di permanenza sul luogo di lavoro subiscano una forte scansione numerica. Si sente dire: “ fra un anno sono fuori, 365 giorni ancora e poi mi distacco” oppure “ mancano 125 giorni” e “tra 90 giorni vado in pensione” ma anche “ devo restare 37 giorni e poi via!”. Nei giorni che precedono l’evento si ascoltano riferimenti del tipo “il 30 giugno finisco” o anche “il primo luglio sono in pensione”.
Questo parlare/parlarsi del distacco, questo proporre una distanza da inserire tra un oggi forse problematico e un domani assolutamente oscuro, questo diversificarsi dell’identità attuale rispetto a quella che ci denoterà “dopo”, rappresentano, spesso, un tentativo di evidenziare il passaggio agognato da una parte, e dall’altra, una manovra volta ad occultare il cambiamento incombente. L’obiettivo più profondo parrebbe consistere, in definitiva, nell’attivazione di una forma di sublimazione che, agìta attraverso un dichiarato enfatico, utilizza poi queste forme e queste modalità per mascherare l’incertezza, il timore e l’ansia che spesso si cumulano prima del pensionamento. L’ipotesi di una presenza di meccanismi di sublimazione appare rafforzata dalla capacità di trascinamento costituita dai riti di uscita/espulsione. Quei riti, spesso promossi dallo stesso soggetto in uscita per motivi di rispetto della norma o come ultima (e qualificante) riprova di appartenenza, diventano gli strumenti che accompagnano l’individuo al di fuori di quella realtà lavorativa. Quella che per lungo periodo ha costituito la sua “bussola” personale e sociale, il suo punto di riferimento, la sua “chiave” della realtà.
Feste, pranzi, rinfreschi, cocktail, brindisi, discorsi, regali, testimonianze, poesie, la consegna di oggetti che testimoniano il passaggio, sorprese: all’interno di questi momenti si sviluppano rituali che comportano solide promesse rispetto al futuro, commossi rimpianti per il vuoto lasciato nell’organizzazione, sentiti ringraziamenti per l’imperituro impegno profuso, profondi riconoscimenti per la dedizione testimoniata nel tempo unitamente al “rimarrà esempio per tutti noi”.
Per altro verso si osservano colleghi che durante le celebrazioni appaiono maggiormente interessati all’individuazione di colui che potrà essere collocato nel posto reso vagante dal pensionando. Non manca altresì, chi manifesta il suo piacere perché “un nemico” si allontana dal territorio (che d’ora in poi non sarà più comune), o chi infine indirizza nei confronti dell’uscente elogi che vogliono significare, invece, denigrazione.
Dentro la preparazione prima, e durante i citati riti, si sviluppano dinamiche articolate e multiformi. I soggetti coinvolti scambiano un inquietante mix di sentimenti e di emozioni, di proiezioni e di attribuzioni. Questa modalità interattiva costituisce per l’attore principale una progressiva esposizione a tensioni diverse e spesso tra loro polari. Il risultato emotivo del pensionando comporta il dover rispondere all’insieme degli stimoli presenti, con il rischio devastante di ritrovarsi ulteriormente lacerato in una situazione che necessiterebbe, invece, di forza ed integrità per poter “guardare” il mondo dentro di sé ed intorno.




PROCESSO CHE SI ATTIVA A VALLE DELL’EVENTO-QUIESCENZA

A valle dei riti di passaggio e delle varie manifestazioni che rappresentano la condizione precedente, il neo-pensionato tende ad affrontare la nuova fase come se l’adattamento alla mutata situazione avvenisse in modo automatico. Tutto questo, però, in alcuni casi, viene vissuto in una condizione generale di tendenziale disturbo, causato da una estraneità provocata dalla rottura degli equilibri quotidiani che erano precedentemente scanditi dal tempo di lavoro e dai ritmi che lo stesso determinava. Quindi diviene operante una difficoltà costituita dalla indeterminatezza dei confini ecologici, da una dilatazione anomala del tempo/giornata, da un senso di minor energia, dalla ricerca di un equilibrio che si vorrebbe immediato e che per ragioni strutturali necessita, invece, di spazio e, paradossalmente, di tempo ed energia.
Accanto a questi elementi iniziali si registra, nel volgere di un numero limitato di settimane, tutta la dimensione potentissima dell’esclusione, dell’espulsione, della non appartenenza.
Un forte indicatore che rappresenta le caratteristiche e l’estensione del “fenomeno allontanamento” è rappresentato dalla modificazione radicale delle dinamiche di comunicazione. Infatti, il neo pensionato si trova a “dover” registrare una caduta tendenziale di quantità e qualità dei contatti con quelli che ormai sono definibili, prevalentemente, come “ex colleghi”. Si registra spesso una diminuzione della comunicazione talmente estesa da provocare nel soggetto una reazione di tipo dissociativo, come se si trovasse a transitare da una dimensione sociale attraverso cui si riconosceva, a un nuovo stato costituito da diversa struttura, di cui però, non sono chiari i confini.
Si assiste, da una parte, ad un fenomeno di espansione abnorme della solitudine intesa come dinamica non scelta (ma subita), dall’altra, alla trasformazione/perdita di una parte consistente della socializzazione. La socializzazione che, rappresentando uno dei fattori fondamentali di equilibrio della personalità, diviene fonte di difficoltà significativa nel momento in cui la sua portata viene limitata o da fattori soggettivi, ovvero da dimensioni ambientali. La patologia principale del pensionamento si annida nell’idea che del fenomeno ci siamo costruiti e che gli altri, in qualche modo, hanno contribuito a strutturare.

INTERVENTO/RISPOSTA ALLA DEPERSONALIZZAZIONE INDOTTA DAL PENSIONAMENTO

Le modalità con cui le persone reagiscono al pensionamento sono molto diverse.
Vorremmo, quindi, sintetizzare una linea d’azione, un’ipotesi, una strategia che si ponga l’obiettivo di “ ricondurre sintomi insensati alle loro origini ricche di senso, richiamandoli a ragioni più profonde”. Sempre con Hillman” Stiamo cercando una casa ai fatti che ci succedono. I sintomi fanno più male quando non sanno quale sia il loro luogo di appartenenza.” (26)
Ovvero, per dirla con i termini di una mia amica scrittrice, aiutare le persone a rispondere al pressante quesito: “ Come devo organizzarmi le emozioni (?)” (27)
Questo contributo intende soffermarsi prevalentemente intorno a quelle realtà costituite da persone che esprimono elementi di disagio, difficoltà, ostacolo rispetto alle nuove caratteristiche di vita che il pensionamento provoca. Per ricercarne, insieme a loro, motivi, elementi e meccanismi ed ipotizzare forme di intervento che permettano la trattabilità delle componenti che generano tali onerosità.
Si può condividere il paradigma per cui le difficoltà che i soggetti esprimono, altro non siano che il risultato, l’indicatore, il sintomo di un “problema” che non ha trovato luoghi, tecniche e modalità per essere trattato. O forse sarebbe più corretto fare riferimento alla presenza di problemi, variamente articolati nella tipologia e nel tempo, che si sono condensati in malessere.
Questo malessere trova, tra l’altro, un sostegno nella sua fase iniziale attraverso la presenza rinforzante di una serie di fantasie. “ La base inconscia di tali fantasie - non a caso - è connessa col problema dell’identità e con un profondo timore del cambiamento… in queste crisi, quello che deve essere affrontato è in essenza il problema della elaborazione patologica del lutto per il Sé ” (28). In questo contesto ci pare opportuno chiarire che il riferimento alle fantasie non rimanda tanto alla attività immaginativa, quanto al concetto di fantasma unitamente a quell’articolazione del pensiero più vicina al “sogno diurno”, detta fantasticheria.

Una modalità abbastanza evidente e maggiormente diffusa, possiamo intravederla in quel sentimento omnivoro e avvolgente da cui spesso sono accompagnate le persone negli anni del pensionamento: la “rassegnazione”. Attraverso questa la persona comunica una forma di disagio che rappresenta in sé una “risposta” del soggetto alle difficoltà incontrate.
“RASSEGNAZIONE: il termine deriva dal latino ed assume il significato di: re-signare << dissuggellare, svelare >> oltre che << restituire un incarico >> , e signum con cui si intende << segno, marchio, sigillo >>. Forse, allora, bisognerebbe intendere la rassegnazione come ri-significazione, un ripensare al significato della nostra posizione, una re-visione dell’idea di incarico”. (29)

I sentimenti che spesso accompagnano le persone nella fase di transitamento prima, e di permanenza poi, nella condizione di pensionato, possono essere proposti in mix diversi i cui contenuti di base potrebbero contenere singolarmente o congiuntamente elementi quali:
Aggressività, Agitazione, Angoscia, Ansia, Colpa, Colite, Depersonalizzazione, Depressione, Inadeguatezza, Indeterminatezza, Indolenza, Insicurezza, Inutilità, Paura, Pessimismo, Sbandamento, Sfiducia, Silenzio, Terrore, Tremolio, ecc.
E ancora meccanismi di difesa: Diniego, Drammatizzazioni, Idealizzazioni, Identificazioni, Intellettualizzazioni, Negazioni, Proiezioni, Regressioni, Rimozioni, ecc.
Ma anche difficoltà a stabilire relazioni, fatica nel mantenerle, impedimento ad individuare concordanze, freno nella ricerca di connessioni.

Ci troveremo quindi, a lavorare sui sentimenti e sui meccanismi, sulle emozioni che diventano per le persone gabbie, sulle difficoltà che possono rendere fortemente penosa questa fase dell’esistenza.
Potremo scoprirci a contatto con persone che manifestano livelli diversi di difficoltà, ma, come sostenuto da Arlow e Brenner in una relazione al Congresso internazionale di Roma (1969), con una possibile presenza di un “continuum” fra nevrosi e psicosi. A loro avviso - infatti – “nevrosi e psicosi potrebbero essere spiegate da un’unica teoria, quella della seconda topica di Inibizione, sintomo e angoscia (1925) schematizzabile nella successione conflitto-angoscia-difesa-sintomo”. (30)
Sarà quindi necessario, in questa azione di sostegno delle persone, fare riferimento alla strumentazione della pratica professionale analitica. Saranno privilegiati, quindi, l’insieme dei meccanismi classici, le risposte, le dinamiche attraverso cui si possono “leggere” i segni del disagio interno. La costruzione di questo intervento prevede la creazione di un gruppo con le singole soggettività dei suoi partecipanti e la presenza di un formatore. Questo “luogo”, questo “setting” dovrebbe porre le basi per una rilettura del processo di pensionamento, permettendo il trattamento dei contenuti consapevoli e inconsapevoli per giungere, poi, ad una rielaborazione del malessere accumulato nel processo di cambiamento.
Al centro le storie di vita, le fantasie, i fantasmi, le libere associazioni, i sogni sognati.
Come dire: segnali, spie, indizi, ma anche “cadiamo a pezzi per separarci, e anche per riunirci. L’importante è ciò che facciamo dei brandelli e dei cocci.” (31)
Ma anche lo scambio di frammenti di vita, di paure, di speranze.
Tutto ciò nella consapevolezza che questo lavoro non può non comportare la presenza di un quantum di dolore. Sarà allora un esperienza anche densa, probabilmente importante, forse anche divertente, ricordando però che “ è il dolore ad aprire la porta verso gli altri” (32) .
Il Gruppo come “gruppo di lavoro” (33) con l’obiettivo di formare (a partire dal problema comune, il pensionamento) un’entità che nelle sue articolazioni e diversità costituisca una essenza nuova dalla quale tutti possano trarre giovamento, il singoli per sé e il gruppo nel suo insieme. Il Gruppo consente quelle “trasformazioni che determinati membri del gruppo non riescono a compiere [individualmente] e che invece possono essere svolte [dall’analista, da un membro del gruppo] proprio come la madre riesce a disintossicare lo spazio interno del bambino grazie alla sua funzione di mantenimento e di trasformazione” (34)
Nel lavoro svolto dal Gruppo è possibile entrare in risonanza, metabolizzare gli stati d’animo di un altro partecipante e questo diviene un elemento della presa di coscienza di Sé. Si sviluppa, in questo contesto, quel fenomeno denominato “effetto-specchio”, la cui modalità può essere sintetizzata nei seguenti termini: “un individuo vede se stesso – spesso la parte rimossa di se stesso – riflesso nell’interazione degli altri membri del gruppo. Li vede reagire nello stesso modo in cui reagisce lui stesso o in contrasto con il suo comportamento. Impara, così, a conoscere se stesso attraverso l’azione che esercita sugli altri e attraverso l’immagine che essi si fanno di lui”. (35)


Inizia con il pensionamento, ovvero è associato al pensionamento, una fenomenologia che comprende perdita, inibizione, indecisione. “


A. La perdita, o almeno la compromissione dell’iniziativa, della capacità di prendere l’iniziativa [genera] la fatica di realizzare le cose che prima non erano di nessun peso

B. L’ inibizione, alla quale in particolare è legata l’esperienza soggettiva di fatica e di scacco nella realizzazione personale e sociale, si costituisce come una modalità di vivere inconciliabile è […] con l’immagine che la società richiede a ciascuno di noi; e la coscienza di questo crudele fallimento sul piano della responsabilità e della iniziativa, dilata (amplifica) immediatamente i confini della sofferenza e della inadeguatezza che sono presenti in ogni depressione e che i modelli sociali dominanti rendono, appunto, ancora più dolorose e talora insanabili.

C. L’alta (inesausta) efficienza e la capacità di decisioni e di iniziative pragmatiche, che la società richiede a ciascuno di noi (pensionati), non sono conciliabili, e abbiano anzi una funzione patogena, con la in-decisione, con la responsabilità vissuta come peso non di rado intollerabile e con la fatica di essere se stessi” (36).

Hilman ci propone sapientemente un quesito: “Da dove prendono, queste persone, la loro intelligenza, la loro vitalità, il loro carattere unico? ” e risponde “Lo prendono (anche) dai loro problemi, dalla loro fragilità.” Ma quando le persone si avvitano in difficoltà che non permettono di essere elaborate, ovvero non sono in condizione di accettare la propria fragilità, allora la vitalità e l’intelligenza possono venir meno.
Ma tutto ciò può forse essere affrontato mettendo le persone nella condizione di elaborare il proprio stato. E questa non si configura come una salvezza che viene dall’esterno, ma come una strumentazione che, una volta attivata, può generare risultati proprio perché permette ai soggetti di calarsi in una situazione “vincente” sul meccanismo di invalidazione che i più agiscono sulla identificazione di cosa sia il pensionamento, cosa i pensionati.
“Gli individui o le istituzioni non devono aspettarsi salvezze, suggerisce David Gutmann, ma cercare tragitti nei quali riconoscersi e riconoscere i loro problemi. Da un’azienda in crisi ad una nazione, ad un individuo, il cammino sta nella ricerca della trasformazione, che significa farsi carico delle necessità di intraprendere strade che liberino dalla prigione della mente. E qui il suggerimento è quello di darsi la forza di elaborare qualsiasi lutto e, grazie a questo, mettersi in cammino verso la trasformazione.” (38)
Tutto ciò permette la costruzione di un’ipotesi, che poi diviene un progetto e, in ultimo, una proposta operativa metodologicamente strutturata. L’ipotesi stessa necessita di una idea nuova e diversa, tuttavia “un’idea che non sia pericolosa non merita affatto di essere chiamata un’idea.” (39)


Riteniamo che si debbano costruire le condizioni che permettano la “lettura” delle proprie esperienze consapevoli o non, e ciò potrà essere veicolato da un approccio professionale nei confronti delle persone, in linea con l’orientamento proposto da Hilman: “L’occhio addestrato alle immagini va dritto all’essenziale. Nella nostra cultura iperpsicologizzante, i test psicologici sostituiscono questo occhio stagionato e ne impediscono lo sviluppo. Invece di guardare, somministriamo test; invece di usare la visione immaginativa, leggiamo rapporti; invece di colloqui, inventari di personalità; invece di racconti, punteggi ai test. La psicologia parte dal presupposto che si possa cogliere il carattere sondando motivazioni, reazioni, scelte e proiezioni. Per valutare l’anima usa concetti e numeri, invece di affidarsi all’occhio anomalo di un osservatore allenato.” (40)
Le persone devono trovare il modo di adattarsi al cambiamento avvenuto.

Ma il concetto di adattamento necessita di uno spostamento da una dimensione eminentemente statica ad una assolutamente dinamica . “Adattamento significa non rimanere legati ad un metodo fisso, ma mutare in relazione degli eventi, operando com’è conveniente” (41)
Occorre, quindi, attivare una: ‘Trasformazione’ che permetta “prima di tutto la trasformazione delle proiezioni. Riconoscere le proprie proiezioni e accettare di riappropriarsene segnala un’istituzione (una persona) in trasformazione, un’istituzione (una persona) che ha scelto di vivere e non di sopravvivere.” (42)
Nel caso di mancata attivazione di meccanismi di trasformazione si può generare “un affievolirsi del desiderio di apprendere” e ciò conduce a “sviluppare una specie di guscio intorno a quel miserando bagaglio di conoscenza” e quindi “ a nutrire un’avversione, che può diventare anche odio, per tutto ciò che [i soggetti] non conoscono”.(43)

LA TRIADE DEPRESSIONE, COMPASSIONE, DELUSIONE

Uno degli aspetti più complessi e di maggiore frequenza tra le persone in fase di pensionamento o già pensionate, è rappresentato dall’insorgenza e dallo sviluppo della depressione che si articola su binari quali il tempo, la motivazione, il cambiamento. Infatti potremmo definire la depressione “come patologia del tempo (in essa si è senza futuro, senza avvenire) e come patologia della motivazione (in essa si è senza energia e ogni movimento è rallentato, nella inerzia e nel silenzio della parola).”(44) D’altra parte il contenuto della depressione sarà uno degli elementi centrali nella elaborazione del distacco in quanto “la depressione affiorerà non come patologia del malessere, ma come patologia del cambiamento.” (45)
In questo contesto problematico occorre non dimenticare la presenza di una risposta sociale all’insorgere della depressione, falsamente attivata a sostegno di coloro che giungono ad un’età critica: la compassione. Infatti “la compassione è il più crudele fra tutti i sentimenti: corrompe, fiacca e avvilisce la mente”.(46)
Occorre, inoltre, combattere “la delusione” perché diviene meccanica e dinamica dell’interpretazione del mondo e di Sé. La persona, infatti, nel processo che attiva con l’invecchiamento al di là che lo stesso sia “reale” (psicofisico) o “indotto” (psicologico-sociale) “costruisce il suo mondo a partire dalla delusione. Non si tratta della delusione come stato d’animo. No: la delusione si è fatta corpo. In base alla delusione egli costruisce il suo mondo” (47)
Ricordandoci allora che“… il nostro cervello si sviluppa per tutta la vita, perché per tutta la vita noi siamo in grado di imparare cose nuove” (48) appare, allora, utile e necessario costruire una solida situazione che non induca la possibilità di:

“Smettere di fare
Smettere di farsi domande
Smettere di ridere di gusto
Smettere di dire la verità” (49)


Bisogna, in altri termini, con un apposito intervento, mantenere ed implementare la possibilità che le persone possano continuare a pensare perché “la festa del pensare si celebra, invero, ogni volta che qualcuno, rompendo la schiavitù quotidiana, si sbarazza delle sue catene e va incontro alla vita….E i pensieri li vediamo flessuosi, quasi come giunchi, e ci pare impossibile che il pensare possa anche essere odio e rabbia”. (50)
Occorre creare quindi le condizioni per cui il singolo giunga a formulare un pensiero nei seguenti termini: “Quando pensi di correre il rischio che una persona ti possa nuocere, evita di attribuirle istantaneamente la colpa, ma domandati innanzitutto da quanto tempo eri alla ricerca di un simile individuo.”(51) Ovvero, “convertire ad una pienezza di senso gli eventi accidentali, offrendo un’idea di fondo capace di elevare dalla loro letteralità i fatti grezzi.” (52)


In definitiva possiamo fare nostro il titolo di un noto libro di Arrigo Levi e condividere il fatto che la vecchiaia può attendere in quanto, se da un lato non può essere negata la portata generale del fenomeno, dall’altro va colta nella sua articolazione soggettivata sul singolo, la vecchiaia infatti appare fortemente orientata da una significativa impronta sai individuale che sociale.
Vorremmo in definitiva ribadire, con la determinazione che può essere la risultante delle tesi espresse, le nostre convinzioni intorno al binomio pensionamento/ invecchiamento. I due termini non sono un binomio e proporli come sinonimi rappresenta una ulteriore forzatura che non risponde a dati di realtà.
Se vengono riproposti in quei termini, ciò dipende anche dalla presenza di qualche rigidità sociale e culturale.
Rispetto alla difficoltà che questo cambiamento induce nelle persone, riconoscendone tutto il peso e la “verità”, siamo in grado di indicare la necessità di un intervento mirato che ponga i singoli nella condizione di poter guardare, leggere le caratteristiche e i contenuti del disagio, e contenerne, quindi, gli effetti negativi.

Dobbiamo quindi, da un lato lavorare all’approfondimento dei problemi legati al passaggio per meglio conoscerlo, in quanto: “conoscere, è anticipare non percepire.” (53) Dall’altro, parrebbe opportuno creare un network che permetta una socializzazione delle esperienze operative attraverso il quale aumentare la circolazione delle idee rispetto ad un tema che riveste un’importanza fondamentale nella vita delle persone.
I criteri di individuazione e lettura del fenomeno “invecchiamento” insieme ai contenuti del passaggio dal lavoro alla pensione, non possono essere solo evocati con un approccio meccanico e demonizzante. Per altro non sono accettabili schemi di lettura che tenderebbero semplicisticamente a relegarli nell’ambito di tesi quasi esclusivamente commerciali. Occorre uno sforzo che permetta una diversa lettura sociale, individuale e culturale di questi temi.
In definitiva appare fondamentale la costruzione e l’attivazione di un approccio operativo che generi una prevenzione possibile rispetto ai problemi emergenti e che, sfuggendo alle ipotesi onnipotenti, attivi strumenti e metodiche scientifiche (ma di policroma sensibilità relazionale) che consentano il miglioramento della qualità della vita dei singoli (pre-pensionati, pensionandi e pensionati) e del loro ambiente sociale.


Bibliografia di riferimento


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Note:


1) Istituto Geografico De Agostani, Calendario Atlante De Agostini 2002, Istituto Geografico De Agostini, Novara, 2001
2) G.P.Leoni, L’industria farmaceutica per la terza età, Atti della conferenza “Salute e terza età”, Roma, 16 e 17 ottobre 2001
3) C. Vergani, Invecchiamento biologico e qualità della vita dell’anziano, Atti della conferenza “Salute e terza età”, Roma, 16 e 17 ottobre 2001
4) G. Roma, Edonismo e vitalità dei “nuovi” anziani, Atti della conferenza “Salute e terza età”, Roma, 16 e 17 ottobre 2001
5) J. Erikson, Prefazione alla seconda edizione in E.H. Erikson, I cicli della vita, Armando Editore, Roma, 1999, pag. 10
6) U. Galimberti, Enciclopedia di psicologia, Garzanti, Torino, 1999, pag. 839. Alla voce “psicologia dell’invecchiamento” [adattata]
7)J. Hillman, La forza del carattere, Adelphi, Milano, 2000, pag. 100. [adattata]
8) U. Galimberti ibiden
9) ibidem, pag. 54
10)A. Ehrenberg, La fatica di essere se stessi, Einaudi,Torino,1999, pag. 14
11)L.e R.Grinberg, Identità e cambiamento, Armando Editore, Roma, 1992, pagg. 10, 93, 96
12) E.H. Erikson, I cicli della vita, Armando Editore, Roma, 1999, pag. 13
13) L.e R.Grinberg, Identità e cambiamento, Armando Editore, Roma, 1992, pag. 13
14) ibidem, pag 9
15)ibidem, pag 13
16) ibidem, pag 25 [il corsivo è mio]
17)E. De Bono., Sei cappelli per pensare, BUR Rizzoli, Milano, ©1997 pag. 111
18)citato da L.e R. Grinberg, Identità e cambiamento, Armando Editore, Roma, 1992, pag. 88
19)L.e R. Grinberg, Identità e cambiamento, Armando Editore, Roma, 1992, pag. 93 [Il contenuto proposto nelle parentesi in corsivo è mio]
20)L. e R. Grinberg, Identità e cambiamento, Armando Editore, Roma, 1992, pag. 49 e 136
21) L. e R. Grinberg, Identità e cambiamento, Armando Editore, Roma, 1992, pag. 36
22) U. Galimberti , Enciclopedia di psicologia, Garzanti, Torino, 1999, pag. 1005
23)A. Spagnoli, “…e divento sempre più vecchio”, Bollati Boringhieri Editore, Torino, 1995, pag. 77, [adattata]

24) U. Galimberti, Il pericolo del silenzio in “la Repubblica”, 30 settembre 2000, pag. 15
25) D. Gutmann, O. Iaruzzi, la Trasformazione, Edizioni Sottotraccia, Salerno, 1999, pag. 104
26) James Hillman, La forza del carattere, Adelphi, Milano, 2000, pag. 189, [adattata]
27) C. Sereni, Passami il sale, Rizzoli, Milano, 2002, pag. 80, [adattata]
28) L. e R. Grinberg, Identità e cambiamento, Armando Editore, Roma, 1992, pag. 72
29) J. Hillman, La forza del carattere, Adelphi, Milano, 2000, pag. 54
30) A. A. Semi (a cura di), Trattato di psicanalisi, vol. I, Teoria e Tecnica, Raffaello Cortina Editore, Milano, 1988,
pag. 625
31) James Hillman, La forza del carattere Adelphi, Milano, 2000, pag. 156 e 176
32) N. Aspesi, Quando Moretti fa piangere, in “la Repubblica” 8 marzo 2001
33) Neri C., Gruppo, Borla, Roma, 1995, pag. 203
34) R. Kaès, Il gruppo come apparato di trasformazione in “Gruppo e Funzione Analitica”, VIII, 1, pagg. 9-18
35) S. H. Fuolkes, Psicoterapia e analisi di gruppo, Boringhieri, Torino, 1967, pag. 121
36) E. Borgna, prefazione in Alain Ehrenberg, La fatica di essere se stessi, Einaudi, Torino, 1999, pag. XIX e XX
37) J. Hillman, La forza del carattere, Adelphi, Milano, 2000, pag. 157 [adattata]
38) E. Resta, “Parole che restano”, intervento in D. Gutmann, O. Iaruzzi, la Trasformazione,
Edizioni Sottotraccia, Salerno,1999, pag 25
39) O. Wilde, Aforismi,(Il critico come artista) Arnaldo Mondadori Editore, Milano,1986, pag. 81
40) J. Hillman, La forza del carattere, Adelphi, Milano, 2000, pag. 91
41) Zhang Yu in Sun Tzu, L’arte della guerra, Ubaldini Editore, Roma, 1990, pag.124
42) D. Gutmann, O. Iaruzzi, la Trasformazione, Edizioni Sottotraccia, Salerno, 1999, pag. 69
43) G. Lapassade, Il mito dell’adulto, tr. it. Guaraldi, Rimini. 1971 pag: 13-27 in D. Demetrio,
Elogio dell’immaturità Raffaello Cortina Editore, Milano, 1998, pag. 44, [adattata]
44) E. Borgna, prefazione in A. Ehrenberg, La fatica di essere se stessi, Einaudi, Torino, 1999, pag. XIX
45) A. Ehrenberg, La fatica di essere se stessi, Einaudi, Torino, 1999, pag. 14
46) A. Schnitzler, La trasparenza impossibile, Passagli Editori, Firenze, 2000, pag. 24
47) M. Sgarambo, Trattato dell’età, Adelphi, Milano, 1999, pag. 115-116
48) E. Boncinelli, A caccia di geni, Di Renzo, Roma, 1996, pag. 64
49) M. Sgarambo, Ibidem, pag. 115-116
50) M. Sgarambo, Trattato dell’età, Adelphi, Milano, 1999, pag. 99
51) A. Schnitzler, La trasparenza impossibile, Passagli Editori, Firenze, 2000, pag. 24
52) J. Hillman, La forza del carattere, Adelphi, Milano, 2000, pag. 189
53) M. Sgarambo, Trattato dell’età, Adelphi, Milano, 1999, pag. 104
54) Istituto Geografico De Agostani, Calendario Atlante De Agostini 2002, Istituto Geografico De Agostini, Novara, 2001
55) G.P.Leoni, L’industria farmaceutica per la terza età, Atti della conferenza “Salute e terza età”, Roma, 16 e 17 ottobre 2001


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