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PSYCHOMEDIA
GRUPPALITÀ E CICLO VITALE
Infanzia



Relazioni fraterne
Uno sguardo sulla prima infanzia

di Ileana Taddei



Un ambiente non identico

Il fatto che il rapporto tra fratelli o sorelle inizi alla nascita e in genere termini solo con la morte lo rende unico tra i rapporti umani. Esso è unico anche per via della condivisione di un comune patrimonio genetico, di un comune milieu culturale e di esperienze precoci comuni all'interno della famiglia. Infine, essere fratello o sorella è un ruolo attribuito, non appreso, sicché si rimane fratelli o sorelle indipendentemente dalle circostanze.

I fratelli e le sorelle possono essere molto diversi. Essi hanno in comune, in media, "solo" il 50% dei geni; ma non tutte le differenze possono essere spiegate su questa base (1). Inoltre, è impossibile districare gli effetti del genoma da quelli dell'ambiente, e dagli effetti della correlazione tra genoma e ambiente: una delle ragioni per cui i fratelli e le sorelle di fatto "vivono" ambienti diversi è che possiedono geni diversi.

Secondo Scarr e Grajek (2), vi sono tre tipi di correlazione tra genoma e ambiente (siamo comunque nell'ambito delle probabilità, nulla è rigidamente determinato). La prima è una correlazione passiva: i genitori forniscono elementi sia genetici che ambientali per uno stesso "carattere"; se amano leggere, ad esempio, riempiranno la casa di libri e se i figli diventano buoni lettori ciò accade per motivi sia genetici che ambientali. La seconda è una correlazione di tipo evocativo: genotipi diversi (e dunque diversi fenotipi, dall'aspetto esteriore all'intelligenza) "evocano" risposte diverse da parte dell'ambiente fisico e sociale. La terza correlazione è attiva: ciascuno sceglie il contesto ambientale che reputa più compatibile e stimolante. La correlazione passiva riguarda più che altro gli anni dell'infanzia, mentre quella evocativa e quella attiva hanno un'importanza via via maggiore con il procedere dello sviluppo.

La letteratura recente è concorde nel ritenere che le differenze tra i fratelli derivino soprattutto da differenze "microambientali", che essi sperimentano all'interno di un medesimo "macroambiente". Tuttavia non esiste una teoria che, integrando i dati disponibili, sia in grado di spiegare compiutamente le modalità con cui ciò si verifica. E' comunque in atto un'importante torsione del punto di vista: rilevanti sembrano non tanto i fattori che i fratelli/sorelle condividono - ad esempio, la classe sociale, o la medesima coppia di genitori - quanto quelli che li differenziano, pur apparte-nendo essi allo stesso "macroambiente" (3).

Il punto cruciale è la distinzione tra ambiente al quale un soggetto è esposto e ambiente quale è percepito dal soggetto; inoltre, molti aspetti dell'ambiente sono, per lo stesso soggetto, più o meno rilevanti a seconda della fase di sviluppo. Dunque, i medesimi "ambienti" o contesti cui sono esposti i fratelli/sorelle possono avere per ciascuno di essi "significati" diversi. Si tratta del concetto di "ambiente non condiviso", che esprime le diverse modalità con cui un medesimo ambiente familiare può agire sulla crescita: si rivela dunque importante, come approccio allo studio dello sviluppo, individuare quali fattori ambientali rendono diversi uno dall'altro due bambini che crescono nella stessa famiglia; ed è questa una chiave per comprendere l'influenza ambientale sullo sviluppo di tutti i bambini, non solo dei fratelli (4).

Per molto tempo sono state studiate prevalentemente le variabili della "costellazione familiare": ordine di nascita dei fratelli/sorelle, età, intervallo di età, sesso; oggi queste variabili, di per sé, vengono ritenute di scarsa importanza. L'ordine di nascita, ad esempio, rende conto di non più del 4% della varianza per il quoziente intellettivo, e ancor meno per quanto riguarda misure di personalità (2).

Al di là della percezione soggettiva, vi sono variabili che i fratelli/sorelle possono "obiettivamente" non condividere. Ad esempio, il tipo di rapporto dei genitori con ciascun figlio/a può essere diverso, in relazione a caratteristiche di ciascun figlio/a (ad esempio il sesso), ma anche altri fattori (come la gestione dei conflitti di coppia). Altre variabili possono riguardare la struttura familiare. L'ordine di nascita può avere effetti "indiretti": il comportamento di cura è più frequente tra i primogeniti/e che tra i secondogeniti/e, i primogeniti/e tendono a dominare i secondogeniti/e, etc. - i due tipi di contesto esperienziale sono evidentemente diversi.

Inoltre, le diverse influenze dell'ambiente familiare sui fratelli possono entrare in azione precocemente, e mantenersi o avere effetti nel tempo. Bennett, ad esempio, riporta una "sequenza" di esperienze diverse il cui esito è quello di proteggere alcuni, ma non tutti i fratelli dall'alcoolismo, quando uno o entrambi i genitori sono alcoolizzati (5). Sequenze protettive di questo tipo potrebbero avere un ruolo anche per quanto riguarda altri comportamenti patologici.

Nasce un fratello, nasce una sorella

Gli effetti della nascita di un fratello o di una sorella sono stati oggetto di una serie di studi, condotti su famiglie con due figli e basati su registrazioni ef-fettuate osservando i bambini/e nel loro ambiente quotidiano (e utilizzando questionari più o meno strutturati per le loro madri) prima e dopo l'evento nascita. Obiettivi, valutare:

1) le reazioni del primogenito/a;
2) il ruolo di una serie di variabili, quali: età del primogenito/a e differenza di età rispetto al fratello/sorella (che negli studi è di 1 anno e mezzo - 5 anni), sesso;
3) le interazioni madre-bambini/e. Numerose altre variabili sono comunque in gioco, spesso difficilmente controllabili: la personalità dei bambini/e o il rapporto con i coetanei, il rapporto tra i genitori, la storia della famiglia e la sua "ecologia".

Questi studi consentono una serie di notazioni generali (6,7). Viene innanzitutto smentita l'opinione secondo la quale l'elemento centrale dello sviluppo emotivo e sociale dei bambini/e nei primi tre anni sia il rapporto con la madre (o con i genitori), solo rispetto al quale (cioè alla luce della competizione) andrebbe visto il rapporto fraterno; mentre empatia, sentimenti di amicizia e di solidarietà presupporrebbero la capacità di comprendere i sentimenti, le intenzioni e i desideri degli altri, capacità che sarebbero ignote ai bambini piccoli.

Invece:
1) I bambini/e sono estremamente interessati ai fratelli/sorelle, come risulta dalla frequenza delle interazioni, dalla prontezza con cui rispondono alle variazioni del comportamento del fratello/sorella, dalla reattività alle interazioni tra il fratello/sorella e i genitori.
2) Sono spesso ambivalenti nei confronti del fratello/sorella: se in alcuni casi si osservano prevalentemente comportamenti aggressivi e in altri prevalentemente comportamenti amichevoli, in molti casi vi sono entrambi i tipi di comportamento; inoltre, i bambini/e che hanno più spesso reazioni amichevoli e solidali non sono necessariamente quelli che litigano di meno.
3) E' sorprendente la ricchezza della gamma di differenze individuali nella frequenza e nel tipo di comportamenti che i bambini/e hanno nei confronti dei fratelli/sorelle. La frequenza delle interazioni è chiaramente superiore a quella registrabile in laboratorio, e così pure la capacità di comprensione e di comunicazione; questo vale per tutti i tipi di "diade" fraterna, indipendentemente dal sesso e dalla differenza di età.
4) Possono esserci differenze tra i fratelli/sorelle nel modo in cui si reagisce uno all'altro: ad esempio, una reazione ostile può seguire un approccio amichevole. Questa assenza di mutualità può essere importante per lo sviluppo di differenze nella personalità.
5) La relazione fraterna, così come viene osservata già nel primo anno dalla nascita del secondogenito/a, tende a conservare nel tempo le sue caratteristiche (ad esempio, l'amichevolezza).

Età e sesso non influiscono sulla quantità totale delle interazioni, ma sono in rapporto con alcune differenze.
Sono i fratelli/sorelle maggiori a iniziare più spesso le interazioni sia di tipo agonistico che di tipo prosociale; comunque, i fratelli/sorelle minori hanno spesso un ruolo importante nel mantenimento dell'interazione, nella misura in cui rispondono positivamente a un comportamento prosociale o si sottomettono a un comportamento aggressivo. Inoltre, nelle diadi di sesso diverso, i minori rispondono positivamente ai comportamenti prosociali più spesso dei maggiori.
Sono soprattutto, ma non esclusivamente, i minori a mostrare comporta-menti imitativi; l'imitazione riguarda il gioco e, meno spesso, comportamenti potenzialmente collegati con l'acquisizione di nuove abilità.

Il sesso non predice in alcun modo le modalità di relazione; tuttavia comportamenti prosociali vengono mostrati più spesso dalle sorelle maggiori rispetto ai fratelli maggiori. Questi dati sono in accordo con dati analoghi sui primati (8), tra i quali il comportamento di accudimento è tipico delle femmine. Inoltre, i bambini/e possono accettare aiuto più volentieri da una sorella maggiore piuttosto che da un fratello maggiore (9) e nelle interazioni tra coetanei le bambine mostrano più spesso comportamenti di cooperazione e di cura (10). Infine, i primogeniti maschi usano più spesso tecniche di "potere" per influenzare i fratelli/sorelle, mentre le primogenite ricorrono più spesso alle spiegazioni e al rispetto dei "turni" (11).
Per i comportamenti imitativi, però, non ci sono differenze: le sorelle maggiori non vengono imitate più spesso dei fratelli maggiori.

La differenza di età non influenza l'interesse positivo per il fratello/sorella, né l'incidenza di reazioni negative, né la qualità del rapporto negli anni successivi, secondo alcuni autori (7,12); può facilitare, quanto più è grande, l'accettazione da parte dei secondogeniti/e dei comportamenti direttivi o di aiuto dei primogeniti/e, secondo altri (13). Controversi anche i dati riguardo al rapporto tra differenza di età e frequenza di comportamenti imitativi.

A distanza di 14-20 mesi, si osserva un aumento notevole dei comporta-menti prosociali, evidente soprattutto da parte dei secondogeniti/e; nelle diadi di sesso diverso aumentano anche i comportamenti agonistici. Tra questi ultimi, solo quelli di tipo verbale continuano a essere iniziati più spesso dai primogeniti/e. La differenza di età permane una variabile non significativa e può scomparire l'importanza del fattore sesso: non più differenze tra maschi e femmine per quanto riguarda l'inizio di interazioni "positive".
L'imitazione è frequente. Se nei primi tempi il/la maggiore imita il minore per "comunicare", dopo un anno è il minore a imitare il maggiore, più che il contrario. Nel gioco, il minore si porta a un livello di "maturità" superiore a quello in cui si trova quando gioca da solo o senza aver imitato un comportamento del fratello/ sorella. L'imitazione riguarda precocemente molti comportamenti che attirano l'attenzione degli adulti, anche se in termini di disapprovazione: anche così si impara cos'è la trasgressione di una norma sociale. Tramite l'imitazione del fratello o sorella viene facilitata l'acquisizione non solo di schemi motori o comportamentali, ma anche delle regole cognitive che dirigono questi schemi; ciò si verifica fin dai primi mesi di vita (14).

Per quanto riguarda le interazioni con la madre, le variabili sesso, età e differenza di età non sembrano essere rilevanti. C'è chi osserva, però, che le madri tendono a essere più costanti nei loro comportamenti positivi se i figli sono dello stesso sesso, e ipotizza che per le diadi di sesso diverso un com-portamento differente della madre possa portare a una maggiore rivalità (7).
Viene anche notata una maggiore frequenza di interazioni "negative" in presenza della madre piuttosto che in sua assenza da parte sia dei primogeniti/e che dei secondogeniti/e. Ciò in accordo con dati secondo i quali tra coetanei l'aggressività nel gioco diminuisce in assenza di un adulto, verosimilmente per una maggiore esigenza di autocontrollo da parte dei bambini/e (15).

I genitori sono spesso più tolleranti e rilassati, più flessibili, con i figli/figlie successivi al primo. I secondogeniti/e vanno a letto ad orari meno rigidi, hanno più spesso abitudini come quella di succhiare il pollice o di avere oggetti transizionali, sono meno sottoposti a pressioni riguardo a preferenze alimentari e all'addestramento al controllo degli sfinteri. Questa situazione può esacerbare sentimenti di gelosia (12).
Nelle famiglie in cui i genitori hanno un rapporto particolarmente stretto e intenso con la primogenita prima della nascita di un secondo figlio, può accadere che la primogenita in seguito abbia verso il nuovo venuto, soprattutto se è un maschio, un atteggiamento ostile. Il dato è stato interpre-tato sia come effetto della gelosia, sia come la controparte di una situazione in cui la primogenita ha invece un rapporto relativamente distaccato con la madre e di conseguenza sviluppa un rapporto stretto con il fratello. Si può anche ipotizzare che la perdita di un rapporto esclusivo con la madre abbia una rilevanza diversa per le bambine rispetto ai bambini. Nancy Chodorow ritiene che per le bambine identità e autostima dipendano dall'identificazione con la madre, mentre per i bambini, all'opposto, il senso di sé è legato al senso di una differenza dalla madre (16).

Un aspetto ulteriore del rapporto tra relazioni fraterne e relazioni genitori-figli/figlie è suggerito dagli studi sulla sicurezza dell'attaccamento. In caso di attaccamento sicuro alla figura della madre, infatti, i primogeniti/e tendono a reagire meno negativamente quando la madre dirige la propria attenzione al secondogenito/a e a comportarsi nei confronti di quest'ultimo/a in modo più "positivo", ad esempio con comportamenti di accudimento. Le diadi in cui entrambi i bambini/e mostrano un attaccamento sicuro sono quelle in cui è più probabile che si sviluppi una relazione fraterna non antagonistica, mentre nel caso opposto è vero il contrario; il sesso è una variabile ininfluente (17). I fratelli/sorelle a volte non "concordano" per i livello di sicurezza dell'attaccamento, il che conferma l'esistenza di differenze nel modo in cui si possono sperimentare le cure materne.
L'importanza della qualità dell'attaccamento nel caso dei fratelli o sorelle conferma quanto è stato osservato a proposito del rapporto tra attaccamento sicuro e competenza sociale nelle relazioni dei bambini/e con i coetanei e con gli adulti (18).

Un "setting" appropriato

Sporadici sono ancora gli studi sulle prime fasi dello sviluppo della capacità dei bambini e delle bambine di giocare con ruoli e regole sociali; questa capacità, comunque, sembra svilupparsi all'interno della famiglia nel corso del secondo anno di vita.
Le competenze linguistiche e relazionali che costituiscono l'"intelligenza sociale" muovono non da una motivazione puramente cognitiva, ma sono invece permeate da una forte carica emotiva. A due, tre anni un bambino/a deve avere un motivo forte per impegnarsi in qualcosa e per imparare, deve essere emotivamente coinvolto per applicarsi alla soluzione di un problema. E i bambini hanno forti motivazioni a partecipare alla vita familiare (19).

Gli autori che hanno osservato i bambini hanno notato spesso in età precoce i primi segnali della sensibilità verso i bisogni e le emozioni altrui. Nel secondo anno i bambini passano da una "risonanza affettiva" - come la definisce Stern (20) - nei confronti del turbamento e del divertimento degli altri, alla capacità di capire i sentimenti degli altri. Un bambino o una bambina di due anni sono capaci di sentire il dolore di un altro; di mettersi nei suoi panni, di identificarsi con la sua tristezza o con la sua paura; e di cercare di confortarlo, di aiutarlo o addirittura di vendicarlo. Anche all'interno di una diversa tradizione intellettuale, ad esempio quella sociologica, lo sviluppo dell'autoconsapevolezza viene collegato alla comprensione degli altri: acquisire il senso di sé significa acquisire la capacità di vedersi dal punto di vista di un altro, il sé è il prodotto dello scambio sociale (21).

L'interpretazione della reazione di turbamento di un bambino o di una bambina di fronte alla sofferenza del fratello o sorella dipende in larga misura dalla teoria cui si fa riferimento. Questa reazione è probabilmente complessa. Judy Dunn nota come i bambini/e che si mostrano turbati quando i fratelli o le sorelle minori piangono non sono, nella maggior parte dei casi, quelli che in altre occasioni si dimostrano più affettuosi; piuttosto, sono quelli che più facilmente si agitano e si preoccupano (19). Le modalità ambigue e complesse con cui i bambini/e reagiscono alla sofferenza di altri bambini/e sono state sottolineate anche dalla Mahler (22).
All'inizio del secondo anno i bambini/e sono interessati alla sofferenza dei fratelli o sorelle e della madre. Dalla seconda metà del secondo anno sono in grado di fare sforzi empatici per consolare fratelli, sorelle e genitori. Nel terzo anno, reagiscono non solo alle manifestazioni esplicite di un'emozione, ma anche agli stati di tristezza o di bisogno (19).

Precocemente i bambini sono in grado di cooperare con i fratelli e sorelle nel gioco: sono sensibili agli stati d'animo dell'altro, ne condividono il senso dell'assurdo e dell'inaspettato, imparano a "negoziare" e ad agire in modo coordinato.
Il gioco di finzione in comune con un fratello o sorella più grandi compare già a 18 mesi. Esso corrisponde a un balzo intellettuale in un universo, condiviso, di ruoli inventati, basato su una vera e propria struttura metaforica, ma in cui è anche possibile esplorare ruoli e regole sociali.
Le regole sociali, infatti, non sono solo fonte di colpa o paura: ben presto i bambini ne fanno una fonte di divertimento. Come giocano con le regole del linguaggio non appena se ne sono impadroniti, così si divertono a scherzare su ciò che è atteso e ammesso o invece disapprovato, non appena cominciano a capire le regole del comportamento (19).
Il divertimento stesso è una faccenda altamente sociale. Condividere uno scherzo significa aspettarsi che anche l'altro capterà la distorsione di una certa situazione; significa anche sapere che vi è una regola comune, ma che in comune può essere violata. Lo humour gioca un ruolo notevole negli incontri quotidiani con fratelli, sorelle e genitori; ci si diverte soprattutto per i comportamenti proibiti, per il successo in qualcosa, per i giochi verbali. Questa atmosfera rende più facile la proposta di innovazioni, esperimenti e verifiche, ma anche il chiarimento di categorie sociali: reale-irreale, amico-fratello/sorella. Infine, condividere il senso e il piacere dell'assurdo è un passo importante verso l'intimità.

I bambini/e mostrano sensibilità nei confronti degli obiettivi e delle intenzioni degli altri nel secondo anno, nell'ambito di comportamenti di aiuto e cooperazione e di quelli agonistici; nel terzo anno mostrano questa sensibilità anche nei giochi, nei racconti e nelle domande che riguardano gli altri.
Dai due anni e mezzo ai tre, mostrano una conoscenza pratica, nell'ambito degli scambi con fratelli, sorelle e genitori, della nozione di responsabilità, delle "giustificazioni" accettabili, della diversa applicazione delle regole ai diversi membri della famiglia. Cominciano a fare commenti in termini morali.

Nel corso del terzo anno, cominciano a parlare dei propri stati mentali e di quelli degli altri: il conoscere, il ricordare, il dimenticare. Curiosità e teorie sulla realtà sociale diventano più articolate. La comprensione delle regole sociali è tanto più accurata quanto più le regole riguardano persone familiari, in particolare le più "simili": fratelli o sorelle.

E' probabile che il senso della propria efficacia, di "essere una causa", provenga in larga misura dal riuscire a risolvere questioni "sociali": ottenere attenzione o cooperazione, affrontare disaccordi, capire le intenzioni altrui. Sempre nel terzo anno si possono esprimere vergogna, imbarazzo e altri commenti autovalutativi. Spesso ci si paragona agli altri, soprattutto nell'ambito familiare (19).

Infine, la distinzione tra ciò che viene appreso nell'interazione con gli adulti e ciò che viene appreso nell'interazione con altri bambini è un tema centrale dell'opera di Piaget. La "moralità di costrizione" - quella imposta dai genitori - è assai più "limitata" della "moralità di cooperazione", a cui si arriva quando si comprende che la cooperazione è utile in vista di obiettivi comuni e che le regole sociali servono a coordinare le azioni. Importanti sono non tanto gli scambi in cui l'influenza sociale viene imposta ai bambini/e, quanto quelli in cui essi si sforzano di capire e negoziare, soprattutto se ciò si verifica in contesti emotivamente importanti (23).

Qualcosa di più

Come fratelli e sorelle, i bambini "osservati" (per usare un'espressione di Stern) - che non coincidono necessariamente con i bambini "clinici" - possono dunque mostrare uno per l'altro/a un'empatia speciale; soprattutto se la differenza di età è piccola, possono condividere una simile organizzazione psichica; assai più che con gli adulti, possono "sintonizzarsi" per quanto riguarda manifestazioni pulsionali e fluttuazioni tra progresso e regressione. Tra loro possono sperimentare un'ampia gamma di modalità relazionali, articolandole in modi assai diversi rispetto a quelli offerti solo dall'iden-tificazione con gli adulti. Possono farsi l'un l'altro da modello; possono indurre l'uno nell'altro processi di differenziazione. Possono infine, proprio grazie allo status di fratelli o sorelle, dimostrarsi capaci di stabilire precocemen-te relazioni significative.
Fin dalla prima infanzia, la relazione fraterna appare dunque come qualcosa di più di un semplice riflesso del rapporto con i genitori: essa può avere caratteristiche uniche e speciali.


Bibliografia

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3) D. Daniels. Differential experiences of children in the same family as predictors of adolescent sibling personality differences. J Pers Soc Psychol, 51:339-346, 1987.
4) J. Dunn, R. Plomin, 1990. Tr. it. Vite separate, Giunti, 1997.
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18) P.J. LaFreniere, L.A. Sroufe. Profiles of peer competence in the preschool: interrelations between measures, influence of social ecology and relation to attachment history. Dev Psychol, 21:56-69, 1985.
19) J. Dunn, 1988. Tr. it. La nascita della competenza sociale. Raffaello Cortina, 1990.
20) D.N. Stern, 1985. Tr. it. Il mondo interpersonale del bambino. Bollati Boringhieri, 1987.
21) G.H. Mead, 1934. Tr. it. Mente, Sé e società. Giunti Barbera, 1966.
22) M.S. Mahler, F. Pine, A. Bergman, 1975. Tr. it. La nascita psicologica del bambino. Bollati Boringhieri, 1978.
23) J. Piaget, 1932. Tr. it. Il giudizio morale del fanciullo. Giunti Barbera, 1972.


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