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A. M. P.
SEMINARI 1998 - '99
Paolo Roccato

Invidia e assetto mentale invidioso: un nuovo modello


 1 - Riassunto

L'emozione non è una carica energetica che si lega alla rappresentazione, non è un'entità psichica, ma è un processo psichico complesso, costituito da molte componenti, fra cui quelle: cognitive, conative e motivazionali, espressive, performative, elicitative, di consonanza, strutturanti il Sé e l'identità (personale, di coppia, di gruppo). Ed è un processo così rapido, che spesso è stato colto come un tutto unico non articolato, e le sue componenti sono state spesso tra loro confuse. Spingendo all'azione, le emozioni devono essere gestite. La capacità di gestione delle emozioni si struttura nei processi relazionali a partire dalle relazioni fondanti di base. L'invidia è quella particolare forma di dolore mentale che è connessa alla percezione della differenza con proprio svantaggio. La questione dell'invidia risiede principalmente nella gestione del dolore mentale invidioso. Molti sono i modi attraverso cui si può cercar di annullare, prevenire o lenire tale dolore, fra cui uno, il più appariscente, il più dannoso (e il più studiato), è quello di distruggere o danneggiare la cosa o la persona che lo suscita. Bambini e adulti che siano stati esposti in modo ripetitivo, rigido e traumatico al dolore mentale invidioso possono strutturare un particolare assetto mentale (quasi) permanente - l'assetto mentale invidioso - che ha la paradossale caratteristica di essere finalizzato a prevenire e combattere ogni situazione che potrebbe esporre al dolore mentale invidioso, ma che, di fatto, fa vivere il soggetto perennemente immerso nei sistemi intrapsichici e relazionali dell'invidia.
 

 2 - Premessa

Questo lavoro si compone di otto parti. Nella prima richiamerò succintamente la teoria psicoanalitica classica delle emozioni in generale e dell'invidia in particolare. Nella seconda presenterò sinteticamente i concetti fondamentali della moderna teoria integrata delle emozioni, alla luce della quale, dopo la brevissima terza parte in cui dirò qualcosa sui differenti tipi di dolore mentale, nella quarta parte illustrerò una nuova concezione dell'invidia intesa, appunto, come uno specifico dolore mentale. In entrambi i capitoli secondo e quarto cercherò di evidenziare sia l'importanza della gestione delle emozioni in generale e dell'invidia in particolare sia l'importanza, teorica ma anche pratica, di tenere concettualmente distinte le emozioni dalla gestione di esse. Nella quinta parte accennerò ai più rilevanti modi di gestione dell'invidia. Nella sesta introdurrò brevemente il concetto di "assetto mentale" in generale, per poi trattare brevemente nella settima parte lo specifico assetto mentale invidioso. Nell'ottava e ultima parte farò brevissimi accenni alle possibilità di terapia.
In questo lavoro non esaminerò né le specificità del declinarsi dell'invidia nei differenti tipi di relazione, né le differenti teorie sull'invidia nella storia del pensiero occidentale, né tratterò gli interessanti temi dei rapporti fra gelosia e invidia, fra invidia e narcisismo, fra invidia e colpa, fra invidia e desiderio, fra invidia e relazioni amorose, fra invidia e depressione, e neppure potrò accennare alle rilevanze dell'invidia nelle relazioni fra le generazioni e nella trasmissione transgenerazionale della patologia mentale, né dell'invidia in rapporto alla gestione dei doni, né dell'invidia nei gruppi, nelle organizzazioni, nelle associazioni e nelle comunità, ivi compresa quella particolarissima comunità che è la famiglia. Mi riservo di completare e integrare questo ampio percorso in altra più estesa e più documentata opera.
In un lavoro di queste limitate dimensioni, è inevitabile che la trattazione sia estremamente sintetica. Per questo motivo l'esposizione sarà prevalentemente di tipo assertivo, anche se cercherò di non mimetizzare i problemi e di essere sufficientemente discorsivo e chiaro. Mi auguro che l'inevitabile schematicità nulla tolga alla percezione della complessità e della problematicità del tema, o alla chiarezza e all'articolazione della trattazione.
 

 3 - Cenni sulla teoria psicoanalitica classica delle emozioni e dell'invidia

Nella teoria psicoanalitica classica dell'invidia, "invidia" e "distruttività" sono pressoché sinonimi, dato che l'invidia è ritenuta espressione della pulsione di morte. L'invidia è così concepita, in ultima analisi, come insensata, ereditaria, biologicamente fondata, sostanzialmente immodificabile (se non nel lunghissimo periodo) e solo parzialmente integrabile.
Come ogni emozione, nella teoria psicoanalitica classica l'invidia è riducibile ad un "quantum" di energia psichica, che acquista specificità e sensatezza dall'essere, o meno, legata a particolari rappresentazioni.
La teoria psicoanalitica classica delle emozioni si fonda sulla prospettiva "economica", che a propria volta è basata sulla teoria energetica della mente. La mente sarebbe mossa e sostenuta nella sua attività dalla spinta pulsionale, cioè dal bisogno di scaricare l'energia psichica prodotta e accumulata dall'organismo psicobiologico. Schematicamente, gli istinti sarebbero biologicamente determinati, speciespecifici, strutturati nella filogenesi ed acquisiti dal singolo soggetto per via ereditaria. Freud fu sempre vicino più al Lamarkismo che non al Darwinismo per quel che riguarda le sue concezioni sull'ereditarietà e sull'evoluzione della specie. Per lui, cioè, l'ereditarietà dei caratteri acquisiti era pensata come un fatto, e non come un'ipotesi. Gli istinti, allora, venivano da lui concepiti come quasi fissi, ma modificabili, anche se limitatamente e con estrema difficoltà, sia nell'individuo sia, attraverso di esso, nell'intera specie.
Le pulsioni, sempre per la psicoanalisi classica, sarebbero i rappresentanti psichici degli istinti, dove gli istinti sarebbero spinte biologiche e le pulsioni spinte psichiche.
L'emozione per Freud era, dunque, una carica energetica. A volte sembrerebbe che egli concepisse l'esistenza di cariche energetiche differenti fra di loro per spiegare i differenti tipi di emozione; mentre altre volte sembrerebbe che le differenze nella percezione delle differenti emozioni fosse per lui sostenuta essenzialmente dai legami che le singole cariche energetiche strutturavano con le rappresentazioni.
Comunque sia, per Freud e per la psicoanalisi classica l'emozione è una carica energetica di "energia psichica", prodotta e sostenuta direttamente dall'istinto, attiva nella mente attraverso la pulsione, che inesorabilmente fa pressione per arrivare alla scarica, e che si lega in vari modi con specifiche rappresentazioni psichiche.
Le questioni fondamentali riguardanti l'emozione, allora, erano quelle della possibilità di scarica energetica, della eventualità di inibizione della scarica, e della necessità di sospensione e di rinvio della scarica. Per questo erano importanti le possibilità di deviazione dalla scarica diretta, attraverso la creazione di vie collaterali, più o meno tortuose, nella creazione delle quali si trovavano in primo piano le vicissitudini dei legami che l'emozione poteva stabilire con le rappresentazioni psichiche.
Forse vale la pena ricordare per inciso che tutto ciò vale per il Freud teorico metapsicologico, perché per il Freud clinico le emozioni sono i vissuti personali e relazionali di esperienze concrete. Ma anche nei momenti di maggiore aderenza all'esperienza relazionale della clinica, Freud osservava i vissuti emotivi in filigrana, cercando di cogliere in essi le vicissitudini delle pulsioni. In fondo, per lui la terapia consisteva, sostanzialmente, nel riconoscimento delle specifiche basi pulsionali dei disturbi psichici e nella ricerca di vie adeguate per realizzare l'auspicato deflusso della cariche energetiche che erano rimaste intrappolate, "ingorgate" nella mente.
L'invidia non sembra avere per Freud un proprio particolare statuto autonomo. È il complesso ideoaffettivo dell'invidia del pene che per lui diventa rilevante, non già l'invidia di per se stessa.
È con Melanie Klein e la sua scuola che l'invidia assurge a pilastro della vita psichica, vero primo (o tutt'al più secondo) motore della mente. L'invidia venne concepita come diretta espressione della pulsione di morte, quando non come suo esatto sinonimo.
L'invidia sarebbe allora fondamentalmente distruttiva, quantitativamente e qualitativamente immutabile, acquisita dal soggetto per via ereditaria, differentemente posseduta dai differenti soggetti come una delle caratteristiche psicobiologiche di base. Essa può anche essere messa al servizio dell'Io e della pulsione libidica non solo perché, attraverso il senso di colpa per la distruzione fantasmatica dell'oggetto d'amore, può far maturare la posizione depressiva e il correlato senso di responsabilità e di amore maturo, ma anche perché può consentire di utilizzare la forza per l'esplicazione di sé nell'esistenza.
Per la teoria psicoanalitica classica kleiniana, la questione fondamentale relativa all'invidia è quella di poterne riconoscere la non onnipotenza, così da rendere sopportabile l'angoscia da essa generata e da poter integrare i costrutti su di essa basati con i costrutti basati sulla pulsione libidica. E la terapia consiste essenzialmente nel riconoscimento della pulsionalità distruttiva quale base dei disturbi psichici, i quali in definitiva sarebbero l'espressione dei tentativi della mente di farvi fronte.
 

 4 - Cenni su una teoria integrata delle emozioni

Conviene dire subito che l'energia psichica non esiste. Non è possibile, per esempio, né misurarla, né cogliere elementi biochimici o fisici che la producano, la conservino o la trasformino. Ne' le vicende riguardanti la produzione, il trasporto e il catabolismo dei mediatori chimici nel sistema nervoso centrale, periferico o autonomo hanno qualcosa a che fare con una "energia psichica".
Si tratta soltanto di una metafora, e come tale può piacere o non piacere, può essere ritenuta più, oppure meno, dotata di valore euristico, ma non può in alcun modo essere presa come un'entità realmente esistente. Non fa parte dell'arredo del mondo, direbbero alcuni filosofi contemporanei. Trattandosi di una metafora, può essere facilmente abbandonata non appena se ne avvertano i limiti e le pastoie sul piano euristico. È doveroso, peraltro, riconoscere che molto spesso coloro che utilizzavano (o continuano a utilizzare) il concetto di "energia psichica" hanno operato una vera e propria reificazione della metafora.
Credo, dunque, che si possa dire con chiarezza e con sufficiente tranquillità che la teoria psicoanalitica classica, che intendeva le emozioni come un quantum energetico di cui era possibile rinvenire origine e vicissitudini (origine pulsionale, legami con rappresentazioni, ingorghi, deflusso, scarica, spostamento, ecc.), al giorno d'oggi ha soltanto un valore storico.
Possiamo dire, invece, che l'emozione, lungi dall'essere un'entità, è un processo psichico assai complesso, di cui possono essere individuati molti aspetti e molte componenti (v., per esempio: Roccato, 1991). (1)
La teoria energetica delle emozioni (che sembrerebbe più adeguata a descrivere sistemi idraulici o elettrici che non quelli psichici e relazionali) comporta inevitabilmente un'estrema farraginosità nelle teorizzazioni ad essa subordinate, particolarmente in quelle necessarie per cogliere gli accadimenti relazionali all'interno degli aggregati umani, dalla minima alla massima estensione.
Ma, soprattutto, essa non spiega in modo soddisfacente né i portati cognitivi delle esperienze emotive, né le dinamiche interazionali degli accadimenti emozionali, né tanto meno il divenire e lo sviluppo delle emozioni e del sistema emotivo, riducendolo, in definitiva, alle vicissitudini delle connessioni fra emozione e rappresentazione.
Oltre tutto, se l'emozione fosse semplicemente una carica energetica, sarebbe assai difficile spiegare come le differenti emozioni si vengono a caratterizzare, differenziandosi specificamente tra di loro nell'ampia tavolozza piena di sfumature di cui disponiamo nelle esperienze reali di vita. È pur vero che come l'energia della Fisica si presenta differenziata in tipi caratteristici (energia elettrica, dinamica, nucleare, chimica...), si potrebbe ipotizzare un analogo differenziarsi delle emozioni in differenti forme di "energia psichica" (gioia, gratitudine, dolore depressivo, invidia, nostalgia, furore, ...); ma bisognerebbe ipotizzare delle differenziazioni nelle fonti di energia psichica, e poi spiegare le trasformazioni dell'una forma di energia nell'altra. Anche se geniale, sembra insufficiente la spiegazione che ricorre semplicemente ai legami con differenti rappresentazioni.
Invero, gli accadimenti emotivi sembrano avere una propria autonoma dignità e dei propri autonomi significati funzionali. È necessaria una teoria differente, meno improbabile, più esplicativa e che possa comprendere l'insieme dei fenomeni reali, soprattutto relazionali, esperibili e osservabili nel corso delle esperienze reali di vita.
L'emozione, dunque, non è "un'entità" psichica, non è "una cosa" all'interno della mente, non è "una carica energetica", ma è un processo psichico. Un processo psichico molto complesso ed estremamente rapido nel suo esplicarsi e realizzarsi, tanto da essere stato inteso molto spesso come un tutto unico misconosciuto nelle sue componenti, nelle sue molteplici rilevanze e nel suo divenire.
Ogni volta che si attiva un'emozione, si attivano, tra loro strettissimamente interconnessi, dei processi fra loro distinguibili che, nel loro insieme, costituiscono l'emozione stessa. Possiamo considerare tali sub-processi costituenti l'emozione come aspetti dell'emozione. Una prima grande suddivisione è fra gli aspetti somatici, quelli intrapsichici e quelli relazionali. I principali di essi sono:

 a - Aspetti somatici delle emozioni. Interessano soprattutto la sfera immuno-neuro-endocrina dell'organismo, e consistono principalmente in quelle che venivano chiamate "reazioni neurovegetative" del sistema nervoso autonomo. Forse non è il caso di illustrarli in dettaglio, in questo breve lavoro (fenomeni cardiocircolatori, dell'apparato pilifero e sudoriparo, della pupilla, della conducibilità elettrica della pelle, del respiro, gastroenterici, endocrini, ecc.). Si tratta, comunque, di fenomeni quasi sempre poco o addirittura a-specifici rispetto alle differenti emozioni.
Fra gli aspetti somatici rientrano anche quelli mimici (caratterizzati da una maggiore specificità rispetto alle differenti emozioni), alcuni dei quali sono specie specifici geneticamente determinati (vengono presentati anche dai ciechi), altri sono strutturati e trasmessi su base culturale. Gli aspetti mimici, però, appartengono anche a quelli relazionali ed espressivi, come è del resto, sia pure ad altri livelli di comunicazione, per la produzione di feromoni.
Può appartenere a un interesse storico ricordare che vi fu chi (James, per esempio), nell'intento di fondare un approccio scientifico empiricamente controllabile, ridusse l'emozione soltanto ai suoi aspetti somatici.

 b - Aspetti cognitivi (conoscitivi) delle emozioni. L'emozione, attraverso un sistema di circuiti neurologici primitivi, ci fa conoscere - immediatamente e direttamente - il significato vitale che una certa realtà, una certa situazione o una certa esperienza hanno per noi stessi: se si tratta di qualcosa di penoso, di piacevole, di desiderabile, di pericoloso, di temibile, e così via.
Vorrei sottolineare che l'emozione non segnala soltanto il valore edonico (di piacere o di dispiacere), ma designa anche il significato vitale (quanto si tratta di realizzazione e quanto di non realizzazione di aspetti di sé, per esempio) cosa che è assai più che non il puro e semplice piacere/dispiacere. È pure importante sottolineare che la cognizione che ci deriva dalle emozioni non riguarda mai la cosa, ma sempre la relazione della cosa con il soggetto e del soggetto con la cosa. Non la realtà di per se stessa, ma il rapporto che la realtà può strutturare con noi e che noi possiamo strutturare con la realtà in quel dato momento.
Per esempio: io cammino su un sentiero in montagna, e, a un certo punto, faccio un salto per aria e poi, soltanto dopo, mi accorgo che una vipera mi ha attraversato la strada. Cosa è successo? "È accaduto che mi sono spaventato", si potrebbe dire. E questo è vero. Ma è accaduto molto di più. Si è attivato in me un insieme di processi, che posso, almeno a posteriori, riconoscere e distinguere. Ho realizzato una prima cognizione immediata, che potremmo chiamare "cognizione emotiva", attraverso un sistema primitivo e rapidissimo (corrispondente ai sistemi neurologici sottocorticali archipalliali), che mi ha fatto cogliere il significato per me di quella realtà in cui mi ero imbattuto, mi ha fatto cogliere la relazione fra quella realtà e me, che in questo caso era "Attenzione! Pericolo!". E mi ha immediatamente portato ad un'azione, che non è un'azione purchessia, ma che è conseguente e adeguata alla cognizione stessa. Questi processi non sono collaterali, ma fanno parte di un tutt'uno. Non si presentano mai isolatamente, ma sempre tra di loro interconnessi. Sono sub-processi che fanno parte del processo globale dell'emozione in atto. In questo caso: dell'emozione "spavento". Solo in un secondo tempo, attraverso un altro, più evoluto sistema cognitivo, ho potuto strutturare un altro tipo di cognizione, più inerente alla cosa e alla situazione di per se stesse, considerate anche al di fuori del rapporto vivo con me: ho potuto conoscere che quella cosa, quella realtà per me potenzialmente pericolosa era una vipera. Solo a partire da questo punto mi diventa possibile integrare le due cognizioni, migliorando le possibilità di far fronte a quella specifica realtà con cui mi sono trovato in relazione. E poi, in tempi successivi, per conoscere ancora meglio come è fatta una vipera, per conoscerne, poniamo, anatomia fisiologia etologia ecc., sono questi ultimi i sistemi cognitivi che ho da utilizzare: i sistemi cognitivi connessi ai circuiti neurologici corticali neopalliali.
Il sistema cognitivo delle emozioni, dunque, ci fa conoscere della realtà soltanto ciò che è in relazione alla soggettività del soggetto. Esso è il sistema attraverso cui conosciamo le relazioni, soprattutto quelle interpersonali, per quel che di soggettivo per noi è in esse rilevante.
Il sistema cognitivo delle emozioni è la via regia per la conoscenza di sé e degli altri in quanto impegnati in interazioni e in relazioni. È il sistema che continuativamente, in modo incessante, conscio-preconscio ma soprattutto preconscio-inconscio, monitorizza la relazione in corso fra noi e l'ambiente, soprattutto umano, in cui ci troviamo inseriti e impegnati momento per momento.

 c - Aspetti conativi (motivazionali) dell'emozione. Come abbiamo visto nell'esempio dello spavento, l'emozione spinge immediatamente all'azione. Ma la spinta all'azione è talmente immediata e talmente cointessuta con gli aspetti cognitivi dell'emozione stessa, che talvolta le emozioni sono state viste in termini riduttivi come fossero pure e semplici spinte all'azione. Credo che nel misconoscimento di queste differenti componenti dell'emozione risieda una delle radici che hanno indotto Freud e i pionieri della psicoanalisi a intendere l'emozione come fosse una carica energetica da scaricare. Vale la pena ricordare che la spinta all'azione non è solo quella immediata: sono principalmente le emozioni quelle che spingono ad assumere un comportamento anche complesso, o a strutturare e a mantenere un progetto anche articolato. Vedremo come questo aspetto del processo emotivo esiga che le emozioni siano gestite. Anticipo questo concetto perché è fondamentale per lo sviluppo del mio pensiero in questo lavoro.

 d - Aspetti comunicativi dell'emozione. L'emozione, col suo realizzarsi e manifestarsi psicocorporeo, comunica immediatamente agli astanti non solo l'emozione stessa, ma anche l'essenza dei dati cognitivi e conativi in essa contenuti. Un'emozione la si vive. E, mentre la si vive, la si esprime. Ed esprimendola, la si comunica.
Prendiamo i cavalli, per esempio. I cavalli osservati liberi nella prateria sono molto interessanti, in quanto animali sociali molto emotivi. Hanno una vista molto particolare, dovuta al fatto che il loro cristallino è un grandangolo che dà loro la capacità di mettere a fuoco dal filo d'erba che è davanti al loro muso fino all'orizzonte estremo. E hanno le orecchie che si muovono. La testa può restare ferma e possono muovere le orecchie, non solo insieme, ma anche un orecchio solo per volta, cosi' come possono muovere un solo occhio. Quando sono in branco, a un osservatore superficiale sembrano ognuno per i fatti propri, o tutt'al più in relazioni ristrette secondo una certa prossemicità: qualcuno si struscia, qualcuno si annusa, si soffiano sul muso in segno di riconoscimento e di affetto, e così via. Ma tra di loro, fra tutti loro, anche fra i più lontani, è sempre attivo, momento per momento, il sistema di comunicazione emotiva. Se ad un certo momento si presenta, poniamo, un rumore improvviso, o il vento muove un pezzo di carta per terra, il cavallo che lo nota ha una reazione emotiva. Se l'impatto emotivo è piccolo, muove un orecchio solo in direzione dello stimolo che ha suscitato la risposta emotiva. E gli altri cavalli, pur continuando apparentemente a far la stessa cosa che stavano facendo, girano anch'essi un orecchio in quella stessa direzione. E magari guardano anche in quella direzione, muovendo anche solo un occhio. Questo girare l'orecchio o l'occhio è un tentativo di arricchire la percezione emotiva con altri tipi di cognizione. È una "ricognizione" per ottenere una "ri-cognizione" (una ulteriore cognizione) degli accadimenti attraverso l'impiego dei sistemi cognitivi neopalliali. Se invece l'impatto emotivo dell'evento è grande, il primo cavallo girerà entrambe le orecchie, e non solo un occhio, ma tutto il muso, e magari alzerà la testa e si disporrà alla fuga o all'attacco, e potrà fare una sgroppata o anche potrà partire al galoppo, con gesti accentuati e bene evidenti. Gli altri cavalli, indipendentemente dal fatto di aver potuto percepire direttamente lo stimolo che ha suscitato nel primo la risposta emotiva, avranno una manifestazione emotiva e una risposta comportamentale analoghe.
Fenomeni simili si vedono con grande evidenza nelle interazioni fra bambino e madre, per esempio, o nei gruppi, o nella folla. Ma sono presenti sempre, in ogni interazione umana.
Ognuno di noi ha sempre vigile e attivo il proprio apparato per il monitoraggio emotivo della relazione (monitoraggio soprattutto inconscio e preconscio, ma anche del tutto consapevole), per cui ogni emozione esperita dall'uno trova canali già pronti negli altri che con lui sono in relazione, così da garantire immediate consonanze, risonanze e complementarità emotive. Questa osservazione ci introduce agli ultimi quattro aspetti del processo emotivo che qui voglio ricordare.
È certamente più facile che questi processi emotivi interattivi si realizzino per le emozioni fondamentali semplici, quali, per esempio, la paura, il dolore mentale depressivo, l'angoscia, la rabbia, l'ilarità; e con maggiore difficoltà per le emozioni complesse e sfumate, quale potrebbe essere, tanto per fare un esempio, una nostalgia venata di sottile speranza, con timore e apprensione per l'incertezza del futuro. Perché la comunicazione si realizzi pienamente in questi casi, bisogna che i partner interazionali siano molto più in contatto nella relazione.

 e - Aspetti espressivi dell'emozione. Sono gli aspetti dei processi emotivi che manifestano agli astanti il vissuto in atto in chi sta vivendo quella data emozione. Possono bastare pochi accenni.
Già Darwin fece uno studio comparato sull'espressione delle emozioni nell'uomo e negli animali, divenuto un classico. I modi e le vie dell'espressione delle emozioni possono essere sia consapevoli e controllabili sia inconsapevoli e incontrollabili. Intervengono sia le modificazioni somatiche, grossolane, fini e finissime che vanno dalla mimica alle manifestazioni neurovegetative fino al livello biochimico dei feromoni; sia le gestualità culturali, anch'esse dalle più grossolanamente evidenti (come potrebbe essere, per esempio, il pianto rituale) alle più fini e quasi impercettibili (quali un lieve ammiccare o la velocità o la fissità di uno sguardo).
Fra le modalità attraverso cui si realizzano gli aspetti espressivi dei processi emotivi rientrano le componenti non verbali e paraverbali della comunicazione, oltre, ovviamente, alle componenti verbali. Alcuni aspetti dell'espressione delle emozioni sono innati e specie specifici, altri sono appresi, consolidati e trasmessi culturalmente nelle interazioni reali.

 f - Aspetti elicitativi dell'emozione. Sono gli aspetti comunicativi che suscitano negli astanti emozioni e risposte emotive, corrispondenti, complementari o simmetriche. Un bambino che piange, per esempio, tende a suscitare, di solito, compassione e tenera sollecitudine.

 g - Aspetti performativi dell'emozione. Sono gli aspetti comunicativi che suscitano negli astanti, risposte comportamentali o, comunque, delle azioni. Anche queste possono essere corrispondenti, complementari o simmetriche rispetto all'input relazionale emotivo. Un bambino che piange, per esempio, tende a suscitare, di solito, interventi di soccorso, di aiuto, di rassicurazione e di consolazione. Qualche infame geniale ingegnere ha utilizzato questo fatto, delicato e fondamentale nelle interazioni di aiuto fra umani, per congegnare un antifurto diabolico, che emette il suono corrispondente al pianto di un bambino disperato, per suscitare allarme, attivo interesse e immediato soccorso, anziché la solita sirena, che suscita fastidio e tutt'al più allarme guardingo per un pericolo che potrebbe colpire lo stesso soggetto percepente.

 h - Aspetti "di consonanza" dell'emozione, strutturanti l'identità (personale, di coppia, di gruppo, di genere, di comunità, di popolo, di nazione, di specie, di vivente) attraverso la costituzione di un comune sentire, che ha a che fare col "senso comune", base fondamentale del costituirsi, strutturarsi, consolidarsi e propagarsi fra le generazioni e fra i coevi di ogni cultura antropologicamente intesa. Questi aspetti sono fondamentali per la strutturazione del Sé, per la trasmissione della vita psichica e della patologia mentale fra le generazioni e per l'istituirsi e il dipanarsi di ogni tipo di psicoterapia, compresa la psicoanalisi.

 Tutti questi aspetti dei processi emotivi sono importanti, ma, per il tema che qui voglio trattare, il più importante di tutti forse è che l'emozione spinge all'azione. Il che comporta, ovviamente, che le emozioni devono essere gestite. La gestione delle emozioni viene continuamente appresa attraverso la sperimentazione di sé nel corso delle interazioni relazionali, a partire dalle relazioni fondanti di base, via via nel corso di tutta la propria esistenza.
 

 5 - Due parole sul dolore mentale

È sensato che esistano le psicoterapie solo per il fatto che:
- esiste il dolore mentale;
- esistono più modi di gestire il dolore mentale, alcuni più vantaggiosi, altri meno, altri che si rivelano ancora più dannosi del dolore mentale stesso;
- è possibile conoscere le basi psichiche e relazionali che sottendono l'adozione o la non adozione di determinati modi di gestire le emozioni;
- è possibile apprendere nuovi, differenti, più adeguati modi di gestire il dolore mentale ed è possibile integrare fra loro i differenti modi appresi.
È chiaro che il primo passo per apprendere dei modi di gestire il dolore mentale è quello di riconoscerlo di volta in volta, in ogni singola esperienza concreta di vita, nella sua specificità, nel suo significato, nella sua sensatezza, nei suoi antecedenti, nelle sue funzioni, nel suo divenire.
Come per tutte le emozioni, il riconoscimento originario di ogni specifico dolore mentale, cui ogni successivo riconoscimento farà necessariamente riferimento, può avvenire solo nel contesto interazionale di relazioni interpersonali, e avrà un'importanza fondamentale nella strutturazione del Sé del soggetto. Io chiamo relazioni fondanti di base le relazioni originarie in cui si realizzano questi processi strutturanti.
In una prospettiva psicoanalitica che superi il paradigma individualistico-pulsionale (secondo il quale la mente sarebbe attivata dalla endògena spinta pulsionale) e che si fondi su un paradigma adattativo-cognitivistico-relazionale (secondo il quale la mente si attiva per cercar di realizzare il massimo di benessere e il minimo di malessere all'interno delle relazioni reali con l'ambiente, umano e non, in cui il soggetto si trova a vivere), il dolore mentale può essere visto come un'emozione spiacevole che realizza la conoscenza emotiva di una realtà o comunque di una situazione (soprattutto relazionale) che ha danneggiato (nel passato), sta danneggiando (nel presente) o può danneggiare (nel futuro) il soggetto.
Vi sono molti tipi di dolore mentale, ciascuno dei quali ha caratteristiche proprie. Si tratta di particolari emozioni strutturanti la cognizione emotiva di specifiche esperienze vissute. Per fare alcuni esempi, tanto per chiarire cosa intendo dire partendo da questa prospettiva integrata adattativo-cognitivistico-relazionale, possiamo riconoscere e distinguere:

- Il dolore mentale depressivo, che è la specifica emozione corrispondente all'esperienza di perdita di qualche cosa di buono. Può trattarsi di una cosa materiale, di una persona cara, di una relazione, di una propria qualità o abilità, di uno status sociale, di una fantasia: di una qualunque realtà, sia interna sia esterna alla mente, sentita come buona. Quello che conta è che si tratti di qualche cosa che soggettivamente è sentito come perduto e che soggettivamente sia sentito come buono (o come anche buono). Non conta nulla quello che altri potrebbero ritenere sulla bontà o meno di ciò che viene perduto, o sulla realtà o meno della perdita effettiva: come per tutto ciò che riguarda il mondo delle emozioni, contano soltanto gli aspetti soggettivi e gli aspetti relazionali.
Quando si tratta di aspetti di sé perduti, l'emozione adeguata è quella del dolore depressivo narcisistico, che, fra tutti, è forse il più terribile; mentre quando ciò che è stato perduto è qualche cosa d'altro rispetto al Sé con cui si era in rapporto, l'emozione adeguata è quella del dolore depressivo relazionale (od oggettuale, se si vuole utilizzare questo tipo di espressione ormai entrata nell'uso, che però, in questo contesto di pensiero, potrebbe risultare fuorviante, dato che fa riferimento alle teorizzazioni pulsionali della mente e della relazione). Quasi mai quest'ultimo dolore mentale (quello depressivo relazionale) si presenta allo stato puro, giacché con la cosa perduta (poniamo: un amore) si percepiscono perduti anche quegli aspetti del Sé che erano in rapporto con quella cosa (poniamo: il se stesso innamorato).
- L'umiliazione, che è lo specifico dolore mentale connesso al percepirsi o all'essere percepito come privo di valore, spregevole, soprattutto per incapacità, ipotetica o reale. Si tratta di un'emozione che è molto connessa all'invidia, come avremo modo di vedere.
- La vergogna, che è lo specifico dolore mentale connesso alla percezione di non corrispondere alle aspettative, proprie o altrui.
- La colpa, che è lo specifico dolore mentale corrispondente alla percezione di proprie responsabilità nell'aver procurato un danno a sé o ad altri, o di aver trasgredito a un ordine.
- La paura, che è lo specifico dolore mentale corrispondente alla percezione di un pericolo.
- L'ansia, che è lo specifico dolore mentale connesso alla percezione di un pericolo non individuato o di un pericolo che non si sa come affrontare.
- L'angoscia, che è lo specifico dolore mentale corrispondente alla percezione di non avere via d'uscita da una situazione comunque dolorosa o pericolosa.
- La B, che è lo specifico dolore mentale connesso alla percezione della perdita della speranza, in una prospettiva temporale inversa rispetto a quella, per esempio, della colpa: proiettata dal presente verso il futuro la disperazione, dal passato verso il presente (e poi, per estensione, verso il futuro) la colpa.
- e così via, per molti altri tipi di dolore mentale.
Detto fra parentesi, nella Dichiarazione dei Diritti dell'Uomo viene considerata come diritto inalienabile anche la libertà da alcuni tipi di dolore mentale, quali la libertà dalla paura. E questa è una grande cosa nel processo di civilizzazione dell'umanità.
Ogni specifico tipo di dolore mentale ha una specifica funzione, che è legata alla necessità che sia segnalato all'organismo psicobiologico che qualche cosa di dannoso è, in quel dato momento, rilevante. La spiacevolezza e la caratteristica del funzionamento del processo emotivo di spingere all'azione garantiscono che la realtà (o la situazione relazionale) dannosa non sia trascurata. Questo modo di funzionare della nostra mente ha un grande valore adattativo.
I vari, differenti tipi di dolore mentale, inoltre, nelle loro specifiche forme, impressi in modo indelebile nella memoria emotiva, funzioneranno da segnale allorché l'organismo psicobiologico percepisce il profilarsi di un'esperienza analoga a quella che in quelle specifiche occasioni ha suscitato quello specifico dolore mentale. Anche qui il valore adattativo di questo funzionamento della mente è chiaro: il soggetto può disporre di modi preventivi, oltre che successivi, di gestione delle emozioni dolorose. Forse è il caso di sottolineare che, in questa concezione, non solo l'angoscia (come ben colto da Freud), ma ogni tipo di emozione può assumere funzioni di segnale.
La nostra mente, bisogna aggiungere, è "fabbricata" così: allorché un'esperienza (per essere più rigorosi: un episodio di vita) contiene contemporaneamente aspetti dolorosi e aspetti piacevoli, noi percepiamo prima quelli dolorosi o comunque spiacevoli, e poi, dopo, eventualmente, anche quelli piacevoli. Se la minestra scotta, prima sentiamo che scotta, e solo in seguito, eventualmente, sentiamo se è buona. Il valore adattativo di questo fondamentale modo di funzionare della nostra mente appare subito evidente, ed è quello di proteggerci dai possibili danni cui la pura e semplice ricerca del piacere potrebbe esporci.
Tuttavia, è proprio su questi medesimi fondamentali modi di funzionare che possono strutturarsi anche modi eccessivi o eccessivamente rigidi di proteggersi dal dolore mentale, o di cercare di prevenirlo, magari a scapito della realizzazione e dell'espansione di aspetti vitali del Sé. Tutta la patologia mentale non organica può essere vista anche come strutturata su non adeguate declinazioni e articolazioni di questi ambiti del funzionamento della mente, connessi con la gestione delle emozioni in generale e del dolore mentale in particolare.
Di ogni esperienza di dolore mentale, come del resto di ogni esperienza emotiva anche non dolorosa, è possibile cogliere (e per una sufficiente sanità mentale è necessario saper cogliere) l'intonazione emotiva dell'esperienza in atto, il contenuto cognitivo che la percezione emotiva apporta, la struttura relazionale che comporta quella specifica esperienza emotiva, le specifiche modalità di gestione messe in atto, nonché le possibili più vantaggiose modalità di gestione che sono a disposizione per essere usate o in alternativa a quelle adottate o con esse integrate.
Tutto ciò conduce a cogliere la sensatezza del vissuto reale momento per momento; a valorizzarne i significati adattativi (che, ricordiamolo, sono anche e soprattutto creativi); a cercare e a trovare, se necessario e se possibile, modi più adeguati di affrontare l'esperienza reale nel vivo della propria esistenza: a percepire e a realizzare sé nel miglior modo possibile, o, il che è lo stesso, nel meno peggior modo possibile.
Io ritengo che in questi processi di apprendimento della gestione delle emozioni consista il nocciolo degli accadimenti terapeutici in ogni tipo di psicoterapia (compresa la psicoanalisi), qualunque sia ciò che lo psicoterapeuta (o lo psicoanalista) ritenga di fare, qualunque sia la teoria cui ritiene di aderire e qualunque sia la teoria della tecnica cui ritiene di fare riferimento e qualunque sia la tecnica che ritiene di stare adottando.
Forse vale la pena notare, di passaggio, che questo modo di vedere può dar ragione anche del fatto che psicoterapie differentissime, basate su teorie della mente (e su conseguenti teorie della tecnica) fra loro assolutamente incomparabili, possono dare analoghi buoni risultati. Se le cose stanno così come a me sembra che stiano, tutto, allora, dipenderà dai modi di gestione delle emozioni che il terapeuta ha strutturato nella propria mente nel corso della propria esistenza e che quindi ha a disposizione e che, di fatto, in modo inconsapevole, rende disponibili al paziente per il suo apprendimento relazionale conscio preconscio e inconscio attraverso il modularsi delle interazioni relazionali (oltre, beninteso, che dalle sue capacità di sintonia con le emozioni del paziente, da quella che potremmo chiamare la sua "intonatura emozionale").
 

 6 - L'invidia come specifico dolore mentale

L'invidia è la "bestia nera" degli psicoanalisti (e degli analizzandi e di noi esseri umani tutti, del resto). È un elemento importante dell'esistenza che può seriamente ostacolare il benessere personale e relazionale degli individui, delle coppie, dei gruppi e di ogni aggregazione umana. Le teorizzazioni correnti sull'invidia, però, appaiono molto farraginose e poco convincenti.
Se noi pensiamo l'invidia come una particolare forma di dolore mentale, tutto si chiarisce, senza bisogno di teorizzare improbabili diavolerie inaccettabili in quanto infalsificabili. Possiamo, così, formulare la seguente definizione.
L'invidia è lo specifico dolore mentale, la specifica emozione dolorosa che è adeguato alla percezione che noi non siamo o non abbiamo qualche cosa di buono, ammirato, desiderabile o desiderato che altre persone sono o hanno.

 L'invidia è il dolore della percezione
delle differenze con proprio svantaggio.

 Se questo, come sembra, è vero, la questione dell'invidia risiede allora nella gestione di essa.
Questa definizione di invidia e questa distinzione fra invidia e gestione dell'invidia sono il centro del mio pensiero in materia.
Sono state equivocate molte cose sull'invidia, perché si è confusa l'invidia con la gestione dell'invidia, con i tentativi, cioè, di annullare, attutire o evitare questo specifico dolore mentale. Sono le caratteristiche del processo emotivo, che presenta aspetti tra loro così interconnessi, così "appiccicati" da apparire all'osservazione immediata indistinguibili, quelle che hanno favorito questa confusione.
Si tratta di un dolore mentale atroce, come si può desumere non solo dall'esperienza personale diretta, ma anche dalla constatazione di quanto potenti e sistematici siano i modi di gestione che vengono generalmente attivati nel tentativo di annullarlo o di prevenirlo.
Ma perché è così atroce il dolore mentale "invidia"?
A me pare che si possano individuare due ordini di spiegazione, non tra di loro in alternativa, ma che possono coesistere: l'uno, speciespecifico, che riguarda tutti noi esseri umani e che venne selezionato dai processi filogenetici nell'evoluzione della specie, e di cui possiamo forse solo fantasticare, non essendo possibile una verifica ma, eventualmente, solo una smentita; l'altro, ben verificabile in osservazioni longitudinali non solo retrospettive ma anche prospettive, che riguarda soltanto alcuni individui che, nelle relazioni fondanti di base, si sono trovati costretti a vivere in modo traumatico ripetitivamente e rigidamente delle esperienze interazionali specifiche di dolore invidioso e di umiliazione terribilmente angoscianti che segnarono indelebilmente i processi ontogenetici della strutturazione del loro Sé. Cercherò di chiarirli entrambi.
In ogni caso, l'entità del dolore mentale è connessa all'entità del danno o del rischio colti attraverso il sistema cognitivo emotivo: un dolore atroce ci segnala l'avvenuta percezione di qualche cosa di estremamente dannoso e pericoloso, che non può in nessun modo venire trascurato.
Come per ogni cosa fondamentale della mente, per comprendere appieno quello che è in gioco conviene rifarsi alla situazione evolutiva infantile.
Il cucciolo dell'uomo è un essere incompiuto: lasciato solo, inesorabilmente muore, perché non ha sufficienti risorse per la propria sopravvivenza, pur presentando molteplici competenze, fra cui quelle di riuscire a suscitare, nelle interazioni con l'ambiente umano circostante, atteggiamenti che producono e gli forniscono quelle che per lui diventano risorse esterne a disposizione. Nell'essere umano - che è, quindi, un essere radicalmente relazionale - si sono selezionati, nel corso dell'evoluzione biologica, dei sistemi neurologici, mentali, relazionali, sociali e culturali che tendono a proteggerlo dal trovarsi del tutto alla deriva nell'esistenza fino a morire. Uno di questi sistemi, (uno: ce ne sono molti, anche più attivi, anche più belli, anche più piacevoli), uno di questi sistemi è quello che attiva il processo emotivo "invidia".
In una situazione di limitatezza delle risorse qual è quella del paleolitico-neolitico cui la selezione naturale della specie ci ha adattati (dal neolitico in poi, infatti, la selezione naturale non ha avuto modo di incidere gran che, trattandosi di 120 - 160 generazioni soltanto), bisogna essere ben in grado di accaparrarsi le risorse disponibili, riuscendo a non avere la peggio nella competizione. Un bambino reale, se non riesce ad acquisire e a strutturare risorse, non sopravvive: letteralmente muore. Ed è appropriato il suo sentirsi impotente e incapace. Non può correre il rischio di rimanere privo di risorse proprie (quello che è), né privo di risorse umane o materiali nell'ambiente intorno a sé (quello che ha). Se io bambino percepisco che io non ho quello che altri hanno, o che io non sono quello che altri sono, percepisco me come sull'orlo di un baratro, come su un piano inclinato che mi precipita inesorabilmente nella desolazione. Se gli altri hanno risorse, possono andare avanti; ma se io non ho risorse, rischio di rimanere indietro e dunque di non poter sopravvivere. Se gli altri sono in grado di procurarsi le risorse disponibili e io no, io rischio di rimanerne in breve tempo del tutto privo. Non posso permettermi il lusso di tollerare una condizione di svantaggio così pericolosa. Devo poter accorgermi di ogni situazione di svantaggio e devo poter provvedere in tutti i modi: ne va della mia sopravvivenza.
Il segnale emotivo che mi spinge a provvedere urgentemente di fronte al profilarsi di tanto pericolo deve essere, quindi, forte e chiaro; e il disturbo (il dolore) che tale segnale deve dare alla quiete della mia mente deve essere tanto grande e tenace da impedirmi di correre il rischio di trascurarlo. È difficile, infatti, che uno svantaggio mi dia dei guai seri immediatamente. È più frequente che i guai si determinino in tempi successivi. Proprio perché si tratta di un rischio che può essere subdolo, immediatamente inapparente nei suoi effetti dannosi successivi, il segnale deve essere molto accentuato. Se trascuro la percezione dello svantaggio, rischio di trovarmi piano piano, impercettibilmente, quasi senza accorgermene, ad avere accumulato tanto svantaggio da non avere più la possibilità di sopravvivere o di reggere la competizione. È per questi motivi che nel corso della selezione naturale la capacità di produrre questo segnale è stata "premiata" rispetto all'incapacità o alla scarsa capacità.
Potremmo dire le stesse cose in modo forse più rigoroso, affermando che la funzione di questo specifico dolore mentale è quella di segnalare che si è realizzata o che si va profilando una situazione di svantaggio, che, se trascurata, può condurre alla desolazione e alla non sopravvivenza (viene alla mente l'espressione poetica del Vangelo, quando parla dell'"abominio della desolazione").
L'altra radice dell'atrocità del dolore mentale invidioso è quella legata alla storia personale del soggetto, e riguarda bambini ed ex-bambini che, senza riconoscimento e senza risonanze emotive, hanno dovuto patire l'umiliazione di percepire se stessi del tutto impotenti di fronte al sottrarsi beffardo di una persona che per loro costituiva l'oggetto d'amore non solo bramato, ma soprattutto ammirato. Bambini che non furono riconosciuti in questa loro specifica sofferenza, ma che spesso, anzi, vennero crudelmente derisi per essa, e che quindi non poterono renderla pensabile. Ed è la non pensabilità quella che rende traumatica un'esperienza.
Forse è possibile distinguere un dolore invidioso narcisistico quando sono in gioco qualità, risorse e caratteristiche del Sé, e un dolore invidioso relazionale quando in gioco sono cose, persone, situazioni, relazioni possedute. Ma la distinzione sembra avere scarsa rilevanza, dato che sempre il dolore invidioso relazionale riguarda anche il Sé, perché se si invidia la differenza con svantaggio sulla cosa, si invidia contemporaneamente, e forse più, la differenza con svantaggio sulla persona che ha la capacità o la possibilità o il privilegio o, comunque, la ventura di possederla.
 

 7 - Differenti modi di gestire il dolore mentale invidioso

La trattazione esauriente di questo argomento richiederebbe molto più spazio di quel che qui non sia sensato. Per quanto riguarda il dolore mentale invidioso, in effetti, tutto si gioca nei differenti modi in cui si cerca di gestirlo.
Vi sono molti modi per gestire il dolore dell'invidia, fra cui i più rilevanti sembrano essere raggruppabili nei seguenti quattro insiemi.

 a - Modi miranti ad annullare il dolore mentale invidioso.

Fra essi, il più evidente e il più riconosciuto è distruggere la cosa buona o chi a quella tende o quella ottiene.
Un esempio potrebbe essere dato dalla Strega che cerca di uccidere Biancaneve al fine di annullare, appunto, il dolore per la differenza (di bellezza) con svantaggio per lei stessa.

          "Specchio, specchio delle mie brame,
          chi è la più bella del reame?".
          "O mia regina, tu sei bella, ma in mia fe',
          al di là dei monti e dei piani
          presso i Sette Nani,
          Biancaneve è più bella di te".
Il dolore per la constatazione del confronto con proprio svantaggio è così grande che la Strega non può tollerarlo, tanto che, per cercare di annullarlo, cerca addirittura di uccidere la rivale, nel tentativo di eliminarne la fonte. Sembra chiaro che in questa storia la cosa che fa scattare sia il dolore per il confronto con svantaggio sia modalità di gestione così estreme è ben più rilevante che non la pura e semplice bellezza: la Strega, la sua sofferenza e i suoi modi di gestirla qui simbolizzano l'invidia delle madri verso la prorompente sessualità delle figlie.
Un metodo sostanzialmente analogo è quello che mira a danneggiare la cosa o la persona che suscita il dolore mentale invidioso. Il danneggiamento può essere diretto sulle qualità della cosa o della persona invidiate, o indiretto, su altre qualità. In questo caso il soggetto cerca di realizzare una sorta di riequilibrazione fra vantaggi e svantaggi agendo sui beni posseduti, cercando di diminuirne nel rivale, anziché di acquisirne lui. L'ho collocato a questo punto della mia trattazione perché è sempre un metodo distruttivo, anche se dovrebbe essere posto nell'insieme dei modi volti ad attenuare, anziché ad annullare, il dolore mentale invidioso.
Vale la pena sottolineare che, in questa concezione, non si tratta di una distruttività primaria, endogena, di origine pulsionale; ma neppure di una distruttività reattiva da frustrazione o da carenza. Si tratta, in effetti, di uno dei modi a disposizione del soggetto per cercare di annullare la fonte di uno specifico dolore mentale.
E così la rabbia e il furore, anche al di fuori del contesto della gestione del dolore invidioso, sono modi tesi a cercare di annullare qualche cosa che viene percepito come dannoso, doloroso o pericoloso. Si tratta di risorse a disposizione del soggetto. Risorse spesso non innocue per il soggetto medesimo, ma pericolose anche per lui, dato che talvolta possono arrecargli più danno che beneficio.
In effetti, quattro sono i modi fondamentali a disposizione dell'individuo psicobiologico per affrontare una minaccia (cioè una possibile fonte di distruzione o di dolore): aggredire, cercando di distruggere la fonte della minaccia; scappare, cercando di sfuggire alla minaccia; immobilizzarsi, nel tentativo di passare inosservato attraverso il mimetismo o la non sollecitazione della curiosità e della attività della fonte della minaccia; venire a patti con la fonte della minaccia, creando parziali alleanze, parziali reciproche minacce e parziali reciproci controlli.
Come già accennato, questo particolare modo (distruttivo) di gestire l'invidia è stato scambiato per l'invidia stessa, misconoscendone così la sensatezza e il valore adattativo. Distruttività e invidia, invece, non sono la stessa cosa, ma la prima è subordinata alla seconda, essendone uno dei molti modi di gestione.
Una variazione - più mentale e meno agita nel mondo esterno - di gestione dell'invidia al fine di annullarla è quella di disprezzare (cioè togliere valore a) la cosa buona o chi ad essa tende o quella ottiene. Si tratta anche in questo caso di un modo distruttivo, che può molto danneggiare anche lo stesso soggetto, togliendo alimento alle necessarie tensioni mentali verso le aspirazioni cui egli potrebbe mirare per la realizzazione e l'espansione di sé.
Ma vi sono altri modi che tendono ad annullare il dolore invidioso, quali il cercare di acquisire la cosa buona, la qualità, lo status, o il cercare di divenire la cosa buona. In questo ambito si situa l'emulazione, col suo misto di imitazione e di competizione, che molti Autori, a partire da Aristotele (Retorica, II, 11), collegano con l'invidia, o per includervela o per differenziarla.
Questi sono modi costruttivi, anziché distruttivi, di cercar di annullare il dolore mentale invidioso, che si distinguono talmente dai precedenti da indurre molti a ipotizzare l'esistenza di due tipi di invidia, l'una "maligna" e l'altra "benigna", già a partire dal grande Esiodo, che, nella notte dei tempi, ebbe a dire: "Ci sono due invidie: un'invidia buona, che è posta alle radici della terra, e spinge il contadino ozioso ad arare bene e a ben seminare il campo e a costruirsi una buona casa per avere lo stesso benessere che il vicino si è procurato, e spinge il vasaio a gareggiare col vasaio, e l'artigiano con l'artigiano, e il mendicante a gareggiare col mendicante, e il poeta con il poeta. E un'invidia cattiva che fa prosperare la guerra funesta e la lotta, la sciagurata" (Le opere e i giorni, 11-26).
Questi modi costruttivi tendono a strutturare un adattamento molto più realizzativo e molto più creativo di quelli distruttivi, giacché tendono a realizzare esattamente e compiutamente le specifiche finalità adattative cui il processo emotivo "invidia" tende, che sono quelle di evitare o di trovarsi senza risorse o di soccombere nella competizione per procurarsele. Non si limitano, cioè, a un puro e semplice tentativo di annullare il dolore mentale attraverso delle scorciatoie, ma lo fanno nel modo più adeguato, attraverso acquisizioni costruttive, rispondendo così alle specifiche motivazioni dell'attivazione del dolore medesimo.
Nel caso della Strega di Biancaneve, le cose sarebbero andate diversamente se, invece di cercar di uccidere la rivale, si fosse iscritta, poniamo, a un corso di fitness o si fosse fatta fare il lifting in un istituto di bellezza.
Fra i tentativi di acquisire la cosa buona, ve n'è uno particolarmente scaltro, che consiste nel derubare il rivale, prendendo addirittura tre piccioni con una fava: acquisire la cosa buona, toglierla a lui, e vendicarsi del dolore patito, ribaltando immediatamente la situazione. È, però, difficile da integrare con le esigenze sociali che tendono a far instaurare relazioni di reciprocità: se tutti rubano a tutti, non si va molto lontano.
Non molto differente è attribuirsi il merito del bene altrui: del successo dei figli, per esempio, o degli allievi, o dei propri pazienti...

 b - Modi miranti ad attenuare il dolore mentale invidioso.

Questi modi hanno un grande valore adattativo, giacché non si prefiggono scopi sovente irraggiungibili quali quello di annullare completamente il dolore mentale, ma mirano a mete possibili. Il soggetto accetta di patire una certa quota ineliminabile di dolore mentale, pur cercando di attenuarla o di compensarla.
Tra questi, importanti sono tutti i tentativi di consolarsi, riconoscendo, per esempio, quella differenza con nostro svantaggio che ci fa soffrire, ma cercando di controbilanciarla, ricordando anche altre differenze con nostro vantaggio. Là dove non posso fare gran che per migliorarmi o per migliorare la mia condizione, accetto di soffrire il dolore del confronto con svantaggio; ma là dove, invece, posso acquisire o potenziare o far valere i miei vantaggi, cerco di pervenire alle realizzazioni possibili, traendone, oltre che specifici vantaggi, anche consolazione per quegli ambiti dell'esistenza in cui mi è inevitabile dovermi rassegnare.
Altri modi tesi ad attenuare il dolore mentale invidioso sono quelli che mirano a minimizzare l'impatto, dando meno importanza alla cosa (che è ben differente dal disprezzo e dalla svalutazione), o distraendosi, o - modalità particolarmente pericolosa e altamente dannosa - strutturando una maniacalità. A dire il vero, la maniacalità e l'eccitazione maniacale aspirerebbero ad annullare il dolore mentale invidioso, rendendo il soggetto sordo e cieco ad esso attraverso lo stordimento eccitatorio. L'ho collocata qui perché non interviene né nella distruzione delle risorse altrui né nell'acquisizione di risorse per se stesso: lascia le cose come stanno, compreso il dolore invidioso, e se ne scappa via nell'illusione onnipotente del carnevale.
Vale la pena sottolineare che, in questa teorizzazione, la maniacalità non è soltanto un modo per cercare di attutire o annullare il dolore mentale depressivo (il dolore, cioè, per la perdita di qualcosa di buono), ma lo è anche per cercar di annullare o attutire il dolore mentale invidioso (il dolore, cioè, per la differenza con svantaggio). Voglio dire che, in questa concezione, "mania" non è antinomico solo di "depressione", ma lo è anche di "invidia".

 c - Modi miranti a prevenire il dolore mentale invidioso.

La memoria emotiva è fortissima, ed è utilizzata anche a scopi preventivi, allorché si tratti di evitare le situazioni che potrebbero suscitare uno specifico dolore mentale già conosciuto in esperienze precedenti.
Una delle radici della coazione a ripetere sta qui, in questa utilizzazione della memoria emotiva a scopi preventivi, e non in una pretesa "pulsione di morte". I processi emotivi, in effetti, tendono ad essere molto sbrigativi e radicali nel loro versante di spinta all'azione. E la memoria emotiva tende ad essere memoria "da elefante", pressoché indelebile.
Lo evitare, dunque, è il principale dei modi preventivi. Evitare situazioni che esporrebbero al rischio di vivere quello specifico dolore mentale. Evitamento, quindi, di incontri e di esperienze, soprattutto relazionali; ma anche inibizione di proprie capacità, ed evitamento di acquisire proprie abilità o posti o ruoli di prestigio.
Sono metodi altamente danneggianti il soggetto, perché di fatto tendono ad impoverire l'esistenza, a "potare" massicciamente, per così dire, il Sé, fino a farne una sorta di grottesco disarmonico bonsai.
Molti pazienti dall'esistenza flebile, misera, depauperata che vengono presi per depressi cronici, e che vengono curati in terapie senza fine magari anche con psicofarmaci antidepressivi, a ben guardare sono persone che hanno trovato in questo evitare situazioni vitali il modo prevalente di prevenire il dolore mentale invidioso. Perché possano uscire dalla loro miserevole situazione, prima di tutto devono riconoscere che il loro problema centrale è l'invidia, per poi trovare altri modi per gestirla, che siano almeno altrettanto efficaci, ma molto meno danneggianti. La depressione che pur è riscontrabile in loro è conseguenza e non causa dell'impoverimento antiinvidioso della loro esistenza.
Ma altri modi preventivi possono essere strutturati, quali l'indifferenza del cinico: tolgo valore a tutto, magari accampando motivazioni filosofiche etiche o estetiche, ma sostanzialmente per togliere valore a ciò che mi fa soffrire. Questo atteggiamento è parente (anche se formalmente ne è l'opposto) del "colpirne uno per educarne cento" delle Brigate Rosse di infausta memoria: ne colpisco cento per esser sicuro di colpirne uno. Forse non serve ricordare che basta lasciare sufficiente spazio, perché la pretesa "indifferenza" si sveli ben presto di tutt'altra natura, più una coperta che cela passioni violente che non un effettivo disinteresse.
Simile a questo, ma ancora più danneggiante, è l'anestesia emotiva, l'apatia: non sento niente per non sentire quello che mi farebbe troppo soffrire. Anche qui non ci vuole poi molto perché il marchingegno mostri la corda.
Per recuperare la vitalità a partire da questa "indifferenza" e da questa "anestesia emotiva" i pazienti devono percepire in modo particolarmente chiaro e rassicurante una genuina pìetas verso l'atrocità del loro dolore negli atteggiamenti empatici del terapeuta, e un genuino riconoscimento della sensatezza di quel dolore. Soltanto in tempi successivi potranno disporsi ad esplorare la possibilità di adottare differenti, più adeguati modi di gestione dell'invidia. Ogni forzatura, di qualunque tipo, comprese quelle legate ad interpretazioni dure intorno all'istinto di morte, con estrema facilità favorirà la strutturazione di un Falso-Sé, almeno per quelle aree intorno alle quali si è andata strutturando quella interazione pseudo-terapeutica. Il paziente, come quel bambino incompreso che egli fu proprio su questo specifico tema, non potrà fare altro che (nuovamente) aderire al diniego che gli viene imposto (allora dai genitori, ora dal terapeuta), adottando per imitazione i medesimi atteggiamenti (pseudo)adulti alienanti.
Vi sono poi atteggiamenti preventivi nei confronti dell'invidia che possono rimanere episodici oppure divenire tratti caratteriali molto strutturati, quali l'avarizia, secondo la quale "Quello che ho non lo mollo", e l'ingordigia, per cui cerco di avere il massimo a qualunque costo, perché posso rimanere privo da un momento all'altro. In Veneto esiste un ammiccante proverbio che dice: "Fin che ce n'è, viva Noè. Quando non ce n'è più, viva Gesù", ossia: fin tanto che c'è abbondanza, godiamocela, fino a ubriacarcene. Quando l'abbondanza è finita e c'è ristrettezza di risorse, diamoci alla penitenza e alla religione.
Paperon de' Paperoni cerca di prevenire non la povertà direttamente, ma il dolore mentale dell'invidia. La cosa che più lo mette in crisi, in effetti, è la possibilità che il suo rivale Rockerduck possa sopravanzarlo nella ricchezza e nel successo. E la stessa Banda Bassotti cerca di derubarlo non per arricchirsi, ma per mettersi a fare come lui i tuffi nelle monete d'oro e ad essere come lui. Si tratta di universi invidiosi.
Conviene sottolineare che l'ingordigia per le teorie psicoanalitiche classiche era figlia diretta della pulsione di morte, mentre in questa teorizzazione non è un tentativo di distruggere l'oggetto buono, di svuotare, danneggiandolo, il seno; ma è, né più né meno, che uno dei molti modi per cercare di prevenire l'affacciarsi del dolore mentale invidioso, prendendo più che si può. Questa, almeno, è una delle molte possibili radici dell'ingordigia (fra le quali ricordiamo, a titolo di esempio, il bisogno di consolarsi, nonché quello di rappresentare, di "mettere in scena" il conflitto fra dipendenza ed emancipazione).
Un modo talvolta più costruttivo di prevenire il dolore mentale invidioso è quello di eccellere in modo assoluto in una cosa o in alcune poche cose, come l'adolescente che va male a scuola, viene sgridato da tutti, non ha la ragazza, non ha una lira, non sa come prospettarsi il futuro, ma ha fatto il record al gioco elettronico. In questo contesto sovente si collocano le idee prevalenti, gli hobbies, o le super specializzazioni ("Non me ne va bene una, ma in roccia vado sul 'sei più' da primo di cordata"). Questo modo, mentre cerca di prevenire l'invidia, consente ad un tempo un certo grado di consolazione e di realizzazione di sé.
Particolarmente danneggianti, invece, sono i modi preventivi che tendono al "tanto peggio, tanto meglio", quale quello di eccellere nella sfiga: "Non riesco in nulla, ma sfigato perso come me non c'è nessuno. Sono irrecuperabile, e metto in scacco chiunque si accosti per aiutarmi", o anche: "Sfigato perso come sono, non ho neanche più nulla cui aspirare, per cui non soffrirò più di invidia in nessuna situazione"). Si tratta del recupero di una pretesa onnipotenza al negativo, in qualche modo rassicurante. Parimenti dannoso è il disprezzare tutto e tutti ("Nulla mi potrà far soffrire, perché nulla ha valore") o, peggio, il distruggere tutto e tutti, magari diventando leader di una banda di teppisti o di un gruppo militarizzato ("Se distruggo tutto ciò che di buono esiste, sarò assolutamente e definitivamente protetto dal dolore mentale dell'invidia").
Vi sono, inoltre, modi preventivi parziali, che non tendono tanto, come i precedenti, a evitare nel modo più assoluto e totale l'impatto con il dolore mentale invidioso, ma che cercano di prefigurare situazioni in cui tale impatto sia attutito. Generalmente sono meno dannosi per il soggetto, perché lasciano qualche spiraglio alle esperienze vitali e alle realizzazioni di sé.
Fra questi ricordiamo il preventivo controbilanciare il dolore, valorizzando sistematicamente ciò che si ha o che si è. A questo scopo, spesso viene utilizzata l'esibizione indifferenziata nelle relazioni. Persone che vengono definite "narcisiste" sovente stanno adottando questi tipi di gestione preventiva del dolore mentale invidioso, e come tali dovranno essere riconosciute e trattate nella psicoterapia. Il danno che avranno, di solito, è quello di risultare terribilmente noiose proprio in quel loro voler essere a tutti i costi interessanti.
Vi è, inoltre, la possibilità di cercar di attutire (anziché annullare) la percezione dello specifico dolore mentale, magari attraverso una specie di ottundimento, per cui la mente "gira" al minimo, senza infamia e senza lode, senza gioia e senza dolore, in una specie di grigiore emotivo. L'uso di droghe inibenti può avere anche questa come finalità, mentre quello di droghe eccitanti tende ad instaurare varie forme di maniacalità.
Importanti conseguenze relazionali hanno i modi che strutturano una relazione adesiva con la persona ammirata, fonte altrimenti di dolore invidioso. "Nulla avrò da invidiare, se siamo un tutt'uno, se costituiamo un unico ovale perfetto". La relazione adesiva può essere realizzata o nella concretezza della vita quotidiana (come può avvenire, per esempio, nelle relazioni d'amore narcisistico, particolarmente frequenti fra omosessuali, o nelle relazioni fra maestro e discepolo improntate al narcisismo), oppure anche solo nel mondo fantasmatico, attraverso l'identificazione adesiva, che è una forma particolarmente tenace di identificazione.
Una delle molte forme di follia a due ha questo tipo di psicodinamica e di dinamica interazionale: entrambi i partner sono Sole e Pianeta l'uno per l'altro, entrambi cercano di evitare il rischio di accedere al dolore invidioso suscitato dal confronto col partner. Nessuno dei due deve realizzare sé indipendentemente dall'altro, emancipandosene. Tutto, al di là d'ogni apparenza, deve rimanere immobile. I movimenti devono essere simultanei, cioè inavvertibili all'interno della relazione.
La mistica dell'orgasmo simultaneo, così fuorviante e un tempo così diffusa, secondo cui la maturità sessuale della relazione si realizzerebbe solo allorché i partner hanno l'orgasmo nel medesimo istante, ha come principale scopo non la realizzazione del piacere, ma quella di prevenire sentimenti di invidia.
È la staticità sostanziale perseguita da questi modi preventivi di proteggersi dal dolore invidioso quella che dà all'esperienza un senso di morte, non già una pretesa "pulsione di morte" che ne stia alla radice. A questi modi fanno prevalentemente ricorso i membri di molte famiglie psicotiche, nelle quali la relazionalità è cristallizzata intorno a un tema unico o prevalente, quale, per fare un esempio estremamente frequente, un'interminabile non-elaborazione di lutto: nessuno può accedere di nuovo alla vita non solo perché tutti devono rimanere legati e pietrificati, come il gruppo marmoreo del Laocoonte, a formare un unico immutabile monumento funebre, ma soprattutto perché al dolore depressivo per la perdita s'aggiungerebbe l'ulteriore dolore mentale invidioso per il confronto. "Che nessuno osi!".
Da ultimo, fra tutti i modi di prevenire l'invidia, è da ricordare anche l'affaccendarsi, l'occuparsi compulsivo di qualche cosa o di ogni cosa, l'occupare sé senza sosta, nel tentativo di non far posto a niente altro. Tenere la mente perennemente impegnata, così da, per così dire, distrarla preventivamente dall'eventuale impatto col dolore mentale invidioso.
Questi modi preventivi introducono al tema dell'assetto mentale invidioso. Ma prima conviene ricordare un altro insieme di modi per gestire il dolore mentale dell'invidia, fra tutti forse il più importante e, purtroppo, spesso il più misconosciuto perfino da numerosi psicoterapeuti. Con gravi danni per i loro pazienti.

 d - Modi consistenti, semplicemente, nel riconoscere e vivere il dolore mentale invidioso.

Al di là di tutti questi modi più, o meno, clamorosi, vi è un modo sommesso, consapevole, totalmente mentale di gestire il dolore invidioso, che è quello di - semplicemente - viverselo. Riconoscere che, in quella situazione lì che si sta vivendo, si hanno tutte le buone ragioni per essere invidiosi; e tenersi l'invidia, senza necessariamente fare sfracelli nel tentativo di annullarla e senza darsi ad azioni frenetiche per attenuarla.
Questi modi si collocano nell'insieme più vasto del riconoscere e accettare le modulazioni dei vari aspetti del Sé, tollerandone le espressioni e i vissuti. Comportano una pìetas verso se stessi, un riconoscimento amorevole, un accoglimento del Sé sofferente e un riconoscimento delle ragioni dell'emozione dolorosa in atto. Un riconoscimento, cioè, del fatto che si ha proprio ragione a vivere quell'emozione lì in quel momento. A me piace un'immagine che mi ha portato una volta un paziente: è come un prendersi in braccio, un "auto-prendersi in braccio". Ci vorrebbe la genialità di Picasso per disegnare questa immagine...
Si tratta di un insieme di modi di gestire il dolore particolarmente maturo, che esige a monte un grande lavorio di integrazione, e che si colloca in prospettive mentali di saggezza, favorendo, a propria volta, successive integrazioni. In tutte le culture, infatti, la saggezza è connessa alla capacità di riconoscere e tollerare il dolore (mentale e non) inevitabile, al fine di realizzare il massimo del piacere possibile con il minimo di interferenze.
Conviene sottolineare bene che questi modi derivano da una buona strutturazione e integrazione del Sé, ma a propria volta promuovono strutturazione e integrazione del Sé.
Vale la pena segnalare che questi modi possono, sì, presentarsi, ma senza essere genuini. Possono, cioè, mascherare (e svelare ad un tempo) una pseudosaggezza, allorché sono imitativi e non derivanti da reale maturazione e da reali integrazioni. In tal caso farebbero parte dei modi che tendono ad attutire il dolore mentale attraverso una sua mistificazione o attraverso un far finta di niente.
 

 8 - Gli assetti mentali

Se un marziano si trovasse improvvisamente paracadutato in un maneggio, e osservasse la posizione di un cavaliere in sella, probabilmente potrebbe pensare di trovarsi di fronte a un'inspiegabile bizzarria. Gli ci vorrebbero molta paziente osservazione e l'acquisizione di molta conoscenza sul funzionamento psicobiologico del cavallo e di quello del cavaliere, per riuscire a cogliere la sensatezza di quei modi di stare e di muoversi, all'apparenza così innaturali. Sarà solo dopo aver colto la sensatezza di ogni elemento in gioco in relazione alle motivazioni e agli scopi che egli potrà concludere di trovarsi di fronte ad un particolare assetto, che potremmo definire assetto equestre.
Per comprendere la struttura, la dinamica, le funzioni e quindi gli scopi dell'assetto equestre, per coglierne, cioè, la sensatezza, è necessario immaginare il cavallo come fosse dentro un corridoio largo quanto il suo corpo. Se il corridoio gira a destra, il cavallo girerà a destra, e viceversa se gira a sinistra; se il corridoio scende, il cavallo scenderà, e se il corridoio sale, il cavallo si appresterà a salire o si fermerà. Il cavaliere, allora, dovrà porsi ben in arcione, con il cavallo ben inserito in tutta l'inforcatura delle gambe e con le gambe ben aderenti al costato del cavallo, i piedi bene in appoggio sulle staffe, i talloni bassi e le ginocchia morbide lievemente discoste, il proprio baricentro in asse col baricentro del quadrupede, le spalle ben larghe ma non rigide, la schiena eretta ma flessibile, il capo dritto e mobile, lo sguardo avanti ben oltre la testa del cavallo, basse le mani quasi a sfiorare il pelo, morbide le braccia, soprattutto al polso, chiuse le mani sulle briglie ma non serrate, calmo il respiro, rilassata la muscolatura. In questa posizione, ogni variazione anche appena percettibile nella posizione del baricentro del cavaliere verrà avvertita in modo chiaro e univoco dal cavallo.
Se il cavaliere, per esempio, sposta anche appena il busto in avanti, il cavallo tenderà a ristabilire il proprio equilibrio, e comincerà ad avanzare. E basterà che il cavaliere, mantenendo rigorosamente l'assetto equestre, sposti un po' in dietro il busto con entrambe le spalle ben larghe, perché il cavallo si fermi. E se, una volta partito, il cavaliere porrà, ben aderente al costato del cavallo, la gamba sinistra, poniamo, un po' più avanti e quella destra, sempre ben aderente al costato, un po' più indietro, e girerà il capo a destra, il cavallo girerà a destra, senza bisogno di venire strapazzato con strattoni delle briglie o con calciate degli speroni. Se il cavallo è particolarmente sensibile e il cavaliere sufficientemente esperto, spesso può bastare che questi giri anche solo lo sguardo dal lato verso cui intende girare: se l'assetto equestre è corretto, sono sufficienti quei minimi irrigidimenti e rilassamenti muscolari laterali e controlaterali indotti dal volgere lo sguardo perché il cavallo risponda, cercando di realizzare uno stato di equilibrio. Per aiutare il movimento, il cavaliere potrà, mantenendo sempre ben aperte le spalle e morbide le braccia, stringere appena un poco il pugno destro, lasciando inalterata la presa del sinistro, così da trasmettere quel minimo di irrigidimento del braccio che favorirà il volgere del capo del cavallo da quella stessa parte.
Bisogna che sia ben chiaro che ogni minimo dettaglio morfologico e funzionale dell'assetto equestre ha un senso in quanto è legato alla specifica anatomia e allo specifico funzionamento psicobiologico del cavallo e del cavaliere, ed è finalizzato ad un preciso, specifico scopo.
Durante l'apprendimento, sia il cavaliere sia il cavallo dovranno porre un'attenzione molto esplicita e consapevole all'assunzione e al mantenimento dell'assetto equestre, ma verrà per entrambi il momento in cui l'assetto verrà assunto e mantenuto in un modo che potrebbe apparire automatico, "ovvio" e quasi inconsapevole.
Si potrebbero dire cose analoghe per l'assetto violinistico, o per l'assetto sciatorio, o per l'assetto arrampicatorio, o per quello natatorio, tanto per fare qualche esempio.
Ogni assetto è caratterizzato da una particolare specifica struttura morfologica e da un particolare specifico insieme di funzioni tra loro appositamente coordinate e integrate per il conseguimento di uno scopo specifico e determinato. Struttura, funzioni e scopo non sono casuali, ma sono intimamente connessi all'anatomia, alla fisiologia e alla psicologia dei soggetti psicobiologici impegnati in quel particolare assetto.
Lo stesso vale anche per gli assetti mentali. La mente piò organizzarsi in certi modi per uno scopo.
Può organizzarsi nell'assetto mentale psicoanalitico, per esempio, che è fondato sull'"attenzione ugualmente sospesa" di Freud (di solito inadeguatamente tradotta con "attenzione fluttuante") o (per coloro cui piace questa espressione, fra i quali io non mi annovero) sul porsi "senza memoria e senza desiderio" di Bion, per quanto riguarda il versante dell'analista; e sulle "libere associazioni" per quello del paziente. Scopo dell'assetto mentale psicoanalitico è favorire l'emergere, all'interno della relazione, dei molteplici aspetti del Sé del paziente; entrare in sintonia con le espressioni emotive, con le esperienze, col vissuto di essi, al fine di una loro migliore conoscenza e integrazione.
 

 8/A - Nuvole, oggetti interni, molteplici aspetti del Sé e assetti mentali

Prima di procedere, conviene ricordare l'esperienza della nuvola.
Mi trovavo con degli amici su un sentiero, magnificamente panoramico, nel gruppo delle Aiguilles Rouges (le Guglie Rosse), in Francia, nella valle di Chamonix, dall'altra parte rispetto al massiccio del Monte Bianco. Si vedevano in sequenza i glaciali Monte Bianco, Mont Maudit (Monte Maledetto), Mont Blanc de Tacul, le granitiche Guglie di Chamonix... Uno spettacolo. Arrivati a un certo punto, proprio di fronte allo sbocco della Mer de Glace (Mare di ghiaccio: una vallata ghiacciata a forma di "esse", contornata da massicce montagne, magnifiche guglie e incredibili pinnacoli), avrebbe dovuto comparire in lontananza la caratteristica guglia del Dente del Gigante, ma una nuvola ci ostruiva la visuale. Come mi piace fare, ai miei amici indicavo tutte le cime e cimette visibili, che ben conosco e amo. Per vedere il Dente del Gigante nascosto dalla nuvola dissi loro che sarebbe bastato aspettare un momentino: la nuvola correva velocissima da destra verso sinistra sospinta dal vento intenso, e ben presto se ne sarebbe andata. Ci sedemmo un po', mangiammo e bevemmo qualcosina, chiacchierando. Dopo un quarto d'ora, e dopo quasi mezz'ora, la nuvola era ancora lì, e andava velocissima da destra verso sinistra. Prima di ripartire, guardai nuovamente verso il Dente del Gigante, ma la nuvola era ancora lì. Continuava a correre velocissima come prima da destra verso sinistra, ma era sempre lì, sempre ferma a intralciare la visuale. Guardai meglio, e notai che la nuvola si andava continuamente formando a destra, veniva spinta dal vento velocissimo verso sinistra, dove ad un certo punto si scioglieva nell'aria azzurrina.
Si trattava dell'espressione locale di certe condizioni di pressione, umidità e temperatura.
Allora si pone un problema: c'era quella nuvola? Per certi versi, sì. Era anche visibile. La nuvola c'era, effettivamente, ad un'osservazione superficiale. Ma per certi altri versi, no, non c'era, essendo solo l'espressione di un insieme di funzioni. E si muoveva quella nuvola? Per certi versi, sì, si muoveva velocissima da destra verso sinistra; ma per altri versi, no: stava sempre lì a impedire la visuale.
A un'osservazione più attenta, si poteva constatare che quella nuvola non era un'entità, ma era - semplicemente - uno stato dell'aria. Era la risultante della combinazione locale di ben determinate funzioni meteorologiche (funzione temperatura, funzione pressione, funzione umidità) in un dato momento e in un dato luogo. Così poteva apparire (ed essere) contemporaneamente in pieno movimento ed essere (e apparire) del tutto ferma. Quello che variava nel tempo e nello spazio era il rapporto, era la combinazione fra differenti specifiche funzioni.
La stessa cosa accade nella mente.
Detto en passant, io credo che in modo analogo siano da pensare gli "oggetti interni" : la mamma invidiosa, la mamma cattiva, la mamma padrona, la mamma affettuosa, il padre severo, il padre crudele, il padre incoraggiante... E così anche le "strutture" della mente: il Super-Io, l'Es... ci sono o non ci sono? Come la nuvola: sono degli stati funzionali della mente, stati "locali" della mente, determinati dalla risultante, dal rapporto di certe specifiche funzioni in un determinato momento e in una determinata area dell'esperienza. Funzioni attivate e coordinate per un preciso scopo.
Sono motivazioni pratiche riassuntive quelle che ce li fanno nominare come fossero "personaggi" che popolano la mente, tanto quanto è pratico riassuntivo parlare di "nuvola". Ma se il discorso vuol farsi più rigoroso e se la conoscenza e la prassi vogliono limitare certe possibilità di errore, allora si deve abbandonare il pensiero immaginifico, per quanto pratico e riassuntivo, per strutturare un pensiero funzionale, magari meno suggestivo ma certamente più corretto.
Lo stesso dicasi per i vari, differenti aspetti del Sé di un soggetto: al pari degli "oggetti interni", essi sono stati strutturati dalla mente sulla base di precise esperienze reali, soprattutto relazionali e soprattutto (ma non soltanto) nelle relazioni fondanti di base, e rimangono, per così dire, più facilmente "suscitabili" di altre nuove combinazioni funzionali, e si presenteranno e si ripresenteranno nelle differenti specifiche situazioni concrete di vita che avranno analogie con quelle in cui vennero un tempo strutturati. è questa la base del transfert e della coazione a ripetere.
Bisogna sottolineare, però, che la praticità delle metafore immaginifiche dei "personaggi interni" per indicare gli "oggetti interni" e i differenti aspetti del Sé può indurre in grossolani errori allorché ci si occupa della trasmissione della vita psichica in generale e della patologia mentale in particolare fra le generazioni. Potrebbe venire da pensare, infatti, che i "personaggi interni" possano essere, per così dire, quasi travasati dentro la mente del soggetto da parte delle persone che con lui furono in rapporto, secondo una concezione passiva della mente e della strutturazione del Sé. Nulla di più falso: il Sé, in tutti i suoi molteplici e contraddittori aspetti, è tutto strutturato attivamente dal soggetto, pur sulla base degli spazi interazionali che si vengono strutturando nelle relazioni reali, a partire dalle relazioni fondanti di base. Ma questo discorso ci porterebbe lontano, e dobbiamo lasciarlo, anche se è affascinante e importante. Potrà essere oggetto di un altro lavoro.
La morfologia ha senso se rapportata alla funzione. La morfologia senza funzione è cieca e stupida. Per comprendere gli accadimenti vitali, soprattutto nel loro divenire storico, è indispensabile raccordare morfologia e funzione.
Come gli "oggetti interni" della mente non sono entità, non sono cose, ma sono stati funzionali della mente, così, ad un altro livello, le emozioni non sono cariche energetiche, non sono entità, non sono cose. Sono processi, che determinano stati funzionali della mente. Specifici processi tendono a strutturare specifici stati funzionali della mente. Specifiche emozioni tendono a strutturare specifici assetti mentali.
I quali assetti mentali non sono morfologie vuote, non sono cose: sono insiemi funzionali integrati, sono il risultato delle varie funzioni della mente, concordanti tra di loro per il raggiungimento di uno scopo.
Per farla breve: per ogni emozione fondamentale (e qui parliamo delle emozioni dolorose, ma si potrebbe allo stesso titolo parlare di ogni emozione, anche di quelle piacevoli) per ogni emozione c'è la possibilità che si strutturi un corrispondente assetto mentale particolare. Possiamo, così, individuare, per esempio, un assetto mentale depressivo, un assetto mentale invidioso, un assetto mentale di allarme, e così via. Ognuno di questi assetti mentali è determinato dalla specifica integrazione delle funzioni della mente che vengono a coordinarsi allo scopo di gestire quella specifica emozione.
Ogni assetto mentale, allora, può essere descritto e studiato sia in termini, per così dire, "morfologici" sia in termini "funzionali", ma ancora più vantaggiosamente nei termini integrati "morfologico-funzionali". La descrizione puramente morfologica rischia, infatti, come per la nuvola, di vedere un'antinomia (la nuvola che si muove velocissima ma che sta sempre ferma) là dove lo studio funzionale chiarisce invece la sensatezza degli accadimenti apparentemente "impossibili". Ma lo studio puramente funzionale, a propria volta, rischia di far perdere di vista gli aspetti vitali dell'esperienza in atto (non importava nulla quale valore avessero pressione, temperatura e umidità: quello che era rilevante in quella situazione concreta di vita era il fatto che una nuvola impediva di vedere il panorama). Se io colgo nuvola, temperatura, pressione e umidità in un tutt'uno integrato, posso averne una visione sufficientemente precisa, sensata, articolata e viva.
 

 9 - L'assetto mentale invidioso.

Bambini traumatizzati da esperienze che hanno comportato una data emozione possono strutturare dei modi sistematici per prevenirla. È come se si dicessero: "Mai più. Mai più. A qualunque costo, mai più". La loro mente strutturerà un assetto mentale di base specifico. Si tratterà di un'organizzazione mentale prevalente, che verrà attivata immediatamente ad ogni comparire di situazioni che possono far prevedere la possibilità del profilarsi di esperienze analogamente dolorose e traumatizzanti.
Vale la pena ricordare che traumatica è un'esperienza che è, sì, vissuta, ma, per qualunque motivo, è non pensabile. La strutturazione dell'assetto mentale specifico per le emozioni connesse ad esperienze traumatiche, allora, non potrà realizzarsi se non in modo quasi del tutto inconsapevole. Come sempre, anche per la traumaticità di un'esperienza, quello che conta è che sia soggettivamente traumatica, soggettivamente non pensabile in quel preciso episodio di vita e negli episodi di vita storicamente susseguenti.
L'assetto mentale specifico, atto cioè a gestire una specifica emozione, si struttura di volta in volta, all'occorrenza. Usualmente si tratta di una struttura mobile, che si forma nel momento in cui viene attivato il processo emotivo in questione e che si dissolve non appena è terminata la situazione che ne aveva resa necessaria la strutturazione. Solo in casi particolari, nei quali si verificarono esperienze particolarmente rilevanti e particolarmente traumatiche, un particolare assetto mentale si stabilizza come stato (quasi) permanente della mente, diventando una delle componenti morfologicofunzionali specifiche della struttura caratteriale.
L'assetto mentale invidioso nella sua versione (quasi) permanente può essere incontrato quando un bambino ha patito in modo terribilmente traumatico situazioni che hanno suscitato in lui il dolore mentale dell'invidia senza che fosse disponibile qualcuno che lo aiutasse a strutturare dei modi adeguati di riconoscerlo, di gestirlo e di viverselo. Sarà un bambino sensibilizzato all'invidia. Può succedere per qualunque altra emozione dolorosa o per qualunque altra situazione esperienziale dolorosa. Sarà sensibilizzato, e cercherà di reagire violentemente al presentarsi del dolore mentale invidioso, e cercherà di prevenire a tutti i costi il suo insorgere per qualunque motivo e in qualsiasi situazione. E allora sarà molto probabile che quel bambino lì, e poi, dopo, quell'ex-bambino lì, una volta cresciuto, sia particolarmente attento e vigilante a cogliere ogni elemento della propria esperienza o del mondo intorno a sé che gli segnala l'avvicinarsi di una situazione che potrebbe esporlo a quell'atroce dolore mentale.
Sarà un bambino tormentato dal confronto, sarà sempre lì a confrontarsi: "Lui sì, e io no. Non è giusto!". Sarà sempre tutto preso a misurasi, a cogliere anche le minime sfumature di svantaggio in ogni possibile confronto. E di ogni esperienza di vita vivrà, prima di ogni altra cosa e sopra ogni altra cosa, gli aspetti di confronto e di vantaggio/svantaggio presenti in essa, fino a non vedere che quelli. E così in ogni situazione vedrà immancabilmente quello che manca piuttosto che quello che c'è. Sarà un bambino, e poi un ex-bambino, un adulto, che, paradossalmente, vivrà sempre, perennemente, ogni momento, immerso nell'invidia, costretto, per così dire, a nuotare dentro l'invidia, per poterla prevenire.
Questo è il paradosso dell'assetto mentale (quasi) permanente, che, strutturato proprio per poter proteggere il soggetto dall'emozione dolorosa, di fatto lo costringe a viverci costantemente dentro e a selezionare e a "privilegiare" di ogni esperienza gli aspetti che possono suscitare quel temuto specifico dolore mentale.
E questa è la principale rilevanza intrapsichica dell'assetto mentale (quasi) permanente in generale e di quello invidioso in particolare. Ma vi sono evidenti implicanze relazionali che qui citeremo soltanto: rilevanze nella coppia, per esempio, nella quale ogni possibilità di godere, anche sessualmente, è sistematicamente danneggiata dalla competitività e dalla rivendicatività; nei gruppi e nelle comunità, nei quali il perseguimento del fine è sistematicamente ostacolato dai confronti, dalla competitività e dalla competizione.
Un tema rilevante è quello dei rapporti fra invidia e gelosia. Qui basti ricordare che quasi sempre chi si sente, si dichiara o è percepito come "geloso" è, soprattutto, invidioso del partner: non può tollerare che se la goda, mentre lui no. Ma la questione è molto più complessa e merita specifici approfondimenti.
 

 10 - Terapia.

Esiste una terapia per l'invidia?
Si può guarire dalle emozioni? No. Come non si può guarire dal colore. Io apro gli occhi e vedo giallo, rosso, marroncino e verde... Posso guarire dal verde? Sarebbe insensato proporsi di far guarire uno dal verde. E così è insensato vagheggiare di guarire qualcuno dall'invidia.
Posso acquisire maggiori capacità di cogliere i colori, di cogliere le emozioni che realmente vivo. Posso acquisire maggiori capacità di gestirle, per viverle, non mai per annullarle o disfarmene. Né in me, né negli altri. Posso favorire integrazioni, posso riconoscere le differenze fra la situazione attuale e quelle più o meno antiche in cui sono stato traumatizzato. Posso apprendere più modi, differenziati, flessibili di gestire quell'emozione. Ma non posso annullare o prevenire nessuna emozione. Questa è precisamente l'illusione perseguita da chi struttura un assetto mentale (quasi) permanente.
E da un assetto mentale invidioso si può guarire? E come? Si può guarire da una nuvola? Basta il vento? Cioè: basta che intervenga qualcosa di esterno? No, non basta. Chi è in assetto mentale invidioso coglie dell'intervento esterno solo gli aspetti che possono suscitare invidia o che con l'invidia possono risuonare. È sordo e cieco ad ogni altro aspetto. L'intervento esterno rischia di far aumentare, anziché lenire, il dolore mentale invidioso.
Una nuvola può dissolversi se si modifica l'equilibrio fra le varie funzioni che ne hanno determinato la formazione. E solo dopo che si è dissolta diventa possibile vedere il panorama che sta al di là di essa. Perché ciò avvenga, è necessaria la strutturazione di differenti integrazioni, cosa che accade usualmente per ogni assetto mentale transitoriamente strutturato.
Ma come si può uscire da un assetto mentale (quasi) permanente, irrigidito, quale può essere con estrema facilità quello invidioso? Quali sono i modi attraverso cui diventa possibile, per così dire, "cambiare musica" all'interno della mente e della relazione?
Prima di tutto l'assetto mentale deve essere riconosciuto come tale dal soggetto e - possibilmente prima - dal terapeuta.
Le persone cui si dice, spesso in tono di rimprovero con rabbia e con disprezzo: "Tu sei invidioso!" sono dei poveracci che - invano - fanno di tutto per cercar di evitare l'invidia, ma vengono continuamente misconosciuti circa il significato dei loro sforzi e del loro dolore. Hanno bisogno, prima di tutto, di sentirsi riconosciuti nel significato (attuale e storico) dei loro sforzi disperati, cosa che non accade quasi mai, e che perfino l'analista, soprattutto se kleiniano, potrà non essere in grado di fare. Hanno assoluto bisogno di sentirsi dire, prima o poi, qualcosa del tipo: "Tu sei uno che non sa tollerare l'invidia, e che cerca di evitarla a tutti i costi e in ogni occasione, perché sei stato traumatizzato da esperienze per te allora insostenibili di invidia. Per questo ne sei ossessionato. Devi imparare a vivere la tua invidia, a riconoscerla come umana, come sensata, come legittima, come realmente dolorosa, ma anche come vivibile. Devi poter accorgerti di essere attrezzato per vivere la tua vita, che comporta anche questo tipo di dolore mentale". Ma per poter sensatamente sentirsi dire, o per potersi dire per proprio conto una cosa simile in un modo che non rimanga posticcio, spesso i pazienti hanno bisogno del lavorio di lunghi anni di analisi.
Per uscire da un assetto mentale invidioso, soprattutto se (quasi) permanente, dunque, credo che le vie siano poche: una, la prima, la più importante è riconoscere le emozioni e i sentimenti. Si tratta di favorire il cogliere, il capire, il conoscere l'emozione che si sta vivendo: "È invidia, la riconosco". Poi vi è il poter sperimentare esperienze di invidia in impatti non troppo terribili, non troppo allaganti, ma sopportabili, come infinite volte può accadere nel corso dell'analisi, con le vacanze e i successi e gli insuccessi del terapeuta e del paziente. Queste possono essere preziose occasioni anche per poter sperimentare un sentimento di invidia riconosciuto, condiviso, pensabile e pensato, compiendo così quell'opera assidua di bonifica che era mancata all'epoca delle esperienze traumatizzanti (cioè: non pensate, perché allora erano non pensabili). Poter constatare che si può provare invidia, la si può riconoscere, la si può pensare, se ne può parlare e che (alla lettera) nessuno ne muore può essere un'esperienza realmente rifondante.
Quindi: percezione dell'invidia, esposizione all'invidia in modo graduale e protetto, riconoscimento dell'invidia come specifico dolore mentale e condivisione di tale riconoscimento, riconoscimento dell'assetto mentale invidioso, riconoscimento della sensatezza di esso e degli eventuali legami con esperienze traumatizzanti, accettazione dell'invidia come una delle possibili esperienze della vita, e apprendimento di molteplici, differenziate modalità di gestione dell'invidia, a partire dalla consapevolizzazione dei modi che sono già stati appresi e che di fatto vengono adottati momento per momento.
Guai se si assume un atteggiamento di favorire (o di invitare, o di imporre) al paziente, agli altri o a sé di evitare l'invidia: è proprio quello l'atteggiamento di base che tende a far strutturare l'assetto mentale invidioso (quasi) permanente.
Un'ultima parola per ricordare che anche essere oggetto di invidia, suscitatori di quello specifico dolore mentale negli altri, può essere un'esperienza insostenibile e traumatizzante.
È proprio per cercare di far fronte all'insostenibilità del fatto di essere oggetto di invidia che Biancaneve si rifugia presso i Sette Nani (presso dei bambini, cioè, che - tragicamente - sono divenuti vecchi senza passare attraverso la pubertà, l'adolescenza e l'età adulta e che hanno, quindi, escluso dal loro mondo la sessualità se non nella forma invidiosa, molto regredita, poco piacevole e per nulla feconda, di appropriazione dei tesori racchiusi nelle viscere della madre terra) e poi sviene, e rimane - autistica - come morta, con l'Io paralizzato e i vari aspetti del Sé (i Sette Nani, appunto) disperati e del tutto impotenti. Dopo tanto sfacelo, non ci sarebbe poi molto da stupirsi se Biancaneve sviluppasse un assetto mentale invidioso (quasi) permanente per poter proteggersi in modo assoluto dalla comparsa all'orizzonte anche della pur minima sfumatura di invidia, propria o altrui. E sarebbe grave l'errore dello psicoterapeuta o dell'analista che glie lo interpretasse solo come proiezione dell'invidia sulla madre-matrigna, senza riconoscere il senso degli specifici accadimenti relazionali fondanti: il dolore mentale invidioso della madre-matrigna e i suoi terribili tentativi di annullarlo eliminando la vitalità e la vita stessa della figliastra-figlia.
Ma questo discorso introduce alle intricate questioni del ruolo dell'invidia nella trasmissione della patologia mentale fra le generazioni, e noi, invece, dobbiamo fermarci qui.

 1 Roccato P., "Aspetti cognitivi e relazionali dell'emozione", in Gli affetti nella psicoanalisi, a cura di G. Hautmann e A. Vergine, Borla, Roma 1991, pagg. 187-190.


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