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I.S.A.P. - Istituto di Studi Avanzati in Psicoanalisi
Qualche osservazione per il dibattito

Associazione Lusso, Roma Cristiana Cimino



IL SOGGETTO CONTEMPORANEO E LA SUA FOLLIA. RIFLESSIONI SULLA CLINICA CONTEMPORANEA
Roma, 26 novembre 2010

SABBATINI

1) Sabbatini ci ricorda che il soggetto di cui si occupa la psicoanalisi è il soggetto dell’inconscio, e che tale soggetto nasce nel campo dell’Altro. La sua natura sociale, radicalizzata in Lacan, è un presupposto già in Freud. L’inconscio non è dunque quel contenitore immoto e caotico concepito da certa psicoanalisi, ma è suscettibile di cambiamenti e capace di determinare le modifiche del soggetto che rileviamo nella clinica e non solo. Allora mi chiedo: dove si colloca il limite tra una teoria strutturale del soggetto e le visioni “culturaliste” o sociologizzanti della psicoanalisi? In che misura e in che forma il soggetto dell’inconscio è irriducibile alla prospettiva culturalista?

2) Nella nevrosi il sintomo è metafora del soggetto e messaggio da decifrare (rivolto all’Altro), nella contemporaneità il sintomo non è più messaggio la cui parola deve essere “semplicemente” liberata ma un modo per imbrigliare il godimento. Ma il corpo delle isteriche non era forse un corpo di godimento? E le cosiddette nevrosi (i quadri clinici che tutt’ora possono essere ricondotti al modello freudiano) non ci danno il loro bel da fare con l’insistenza e la ripetitività del sintomo? Non troviamo in essi lo stesso godimento insistente e ripetitivo, demoniaco? Insomma, sono cambiati i sintomi o il nostro modo di vederli? Sono in crisi i contenuti del nostro apparato concettuale o l’apparato stesso? Si può forse dire (e gli sforzi dell’ultimo Lacan lo testimoniano) che la nostra attenzione è meno concentrata sul linguaggio e più su ciò che chiamiamo reale, in questo caso il reale della clinica.

3) L’amore per il padre e il suo sforzo per salvarlo è il peccato originale della psicoanalisi, il peccato originale del desiderio di Freud, dice Sabbatini. Vorrei ricordare che nel saggio sul Mosè Freud, da ateo hassid (devoto) rivendica per la prima volta (a un pubblico che non fosse quello dei fratelli dell’Associazione Ebraica) fieramente l'appartenenza alla razza ebraica e legge l'odio per l'ebreo come il ritorno del rimosso: la religione cristiana ha trasformato una religione del padre in religione del figlio, si è compiuto un altro assassinio, un'altra rimozione si è messa sulle tracce di quella originaria. Gli ebrei sono dunque la cattiva coscienza del cristianesimo. Freud si spinge fino a dichiarare l’ebraismo l'unica vera religione (monoteista) che custodisca la verità. Parla dei cristiani più recenti (i più antisemiti) come di "battezzati male", rancorosi per aver dovuto rinunciare al paganesimo e all'idolatria, dunque sostanzialmente pagani. E comunque considera il cristianesimo un passo indietro. L'uccisione di Mosè (straniero) ricalca quella del padre dell'orda come pure quella di Gesù che poi, da figlio, si mette al posto del padre ed è il caporione (parole di Freud) dell'orda assassina. Naturalmente in quel momento (la macchina della Shoa aveva iniziato a funzionare) ciò che stava a cuore a Freud era preservare l’identità (e la sopravvivenza) ebraica e l’affermazione della “vera religione” come religione del padre, in pagine che trasudano tensione amorosa per quella religione da "fossili" (ibid.). La domanda che ci interessa, adesso, dal mio punto di vista è questa: non ci troveremo, nella prospettiva lacaniana che Sabbatini ci ricorda, di fronte ad un’altra ripetizione, ad un’altra variante dell’orda?

4) Nel ricordarci il rischio che, nell’ambito del transfert, il malinteso (previsto) ripeta l’incontro con il trauma del linguaggio, Sabbatini ci ricorda pure tutti i limiti dell’interpretazione. Questo ci ripropone la spinosa questione dei limiti della parola nella cura, di come, per dirla con Winnicott, lasciarsi usare dai pazienti Di nuovo l’accento è posto su altro che non il linguaggio sia dal punto di vista dell’apparato di cui l’analista si deve dotare, che della prospettiva da cui guardiamo le cose.

STOPPA

1) Non è in virtù di un automatismo che un soggetto è introdotto in un mondo di simboli, che le generazioni si susseguono ed ogni soggetto entra a far parte della storia ma è per una sorta di “lotta privata” o almeno anche privata, comunque unica. Stoppa sottolinea l’unicità e l’aspetto contingente di questa operazione sia per quanto riguarda l’Altro materno che quello paterno, nulla è garantito, E’ un’operazione faticosa ma è anche una risorsa che ogni volta è in grado di fornire quell’”ossigenazione” di cui parla Stoppa del sistema simbolico. Come a dire che quella libbra di carne, quella rinuncia al pezzo di carne strappato a noi stessi per entrare a far parte come soggetti nel sistema simbolico, ne fa parte, lo rende vivo. La restituzione simbolica, dice Stoppa, svela il reale in gioco, i corpi e le presenze viventi implicate, “quella parte di noi stessi, della nostra carne, che resta presa dentro la macchina formale”, ma senza la quale “il formalismo logico non sarebbe assolutamente niente”. Nuovamente l’accento è posto sul versante del reale, qui sul versante della carnalità del corpo.

2) C’è bisogno non tanto di un Padre normativo quanto di un padre reale con tutta la sua umanità, dice Stoppa, che è anche insufficienza, e cita Iacob. Ricordiamo tutti l’episodio del cappello che Jones cita nella biografia di Freud, che evidentemente riporta ad una interrogazione sull’origine non solo in senso transgenerazionale, ma che riguarda qualcosa che ha mosso Freud per tutta la vita, l’interrogazione sulla sua stessa origine ebraica. Sappiamo, se pensiamo alla lettura freudiana dell’episodio dell’Acropoli quanto questo padre gli abbia dato da fare, quali possono essere le implicazioni problematiche di un padre da superare o già superato, per di più percepito o fantasticato così insufficiente, così reale.

Non il padre normativo e nemmeno il padre di Totem e Tabù, dunque, ma quello al servizio dell’istituzione familiare. Mi chiedo se questo aspetto del padre e dell’istituzione non sia in fondo l’altra faccia del sacro, quello inteso come sacrificio inteso nel senso di Agamben, quello legato alla violenza insita nel diritto, per gli analisti il gesto sacro che inaugura la civiltà, come siamo abituati a pensarla, insomma il padre di Totem e Tabù e anche quello dell’Uomo Mosè, la sua faccia ripulita e presentabile. E il sacro in fondo non è proprio questo, l’edificazione di un’istituzione su una base di violenza ineliminabile?

3) “La dimensione immaginaria e simbolica del corpo, nella fase dello specchio dell’individuo moderno, nel tempo del discorso del capitalista, corre il rischio di fissarsi e appiattirsi pericolosamente su un piano che non apre al sentimento della vita ma alla nuda vita e che fissa l'identità del soggetto tutt'al più come consumatore”.

Mi chiedo se sia possibile pensare alla nuda vita in altri termini, ossia come qualcosa che non è né bios né zoe, né vita sociale né biologica ma una condizione di esposizione totale di se, una animalità nell’uomo come corpo nudo e reale, come corpo morente (J. Derrida 2003). Se sia possibile, insomma, uscire una volta per tutte da una lettura antropocentrica e arbitraria del darwinismo, (e antropocentrica in generale) che vede l’evoluzione come una progressiva emancipazione dalla condizione animale e dunque prospetta i pericoli di una regressione, di un “imbestialimento” dell' uomo ridotto a nuda vita. Mi sembra che, piuttosto, la scommessa sia quella di fare della nuda vita del “semplicemente vivente” materia politica, etica, psichica, operazione che inverta una tendenza, in modo che la nuda vita non sia solo il mezzo di cui l’umano si serve per esercitare il proprio potere, il segno di una violenza (Cimino 2011a). Come afferma Agamben, bisogna costruire un bios di zoe, e questo è urgente. Ci sono, tra i viventi umani, soggetti più orientati ad essere esposti nella loro vita nuda, ad esempio molti pazienti cosiddetti gravi (Cimino 2011b).

 

Bibliografia

Agamben, G. ( 1995) Homo Sacer, Torino, Einaudi, 2005.

Cimino, C. (2011a):

- “Fronteggiare l’estremo. La nuda vita tra psicosi e disturbo borderline”, in Rivista di Psicoanalisi, n. I.

- (2011b) “Muoversi sul confine. Note sulla nuda vita tra umano e animale”, relazione letta al’Istituto Freudiano di Roma in occasione della conferenza “Il soggetto contemporaneo e la salute mentale”, 27 maggio 2011.

Derrida, J. (2003) L’animale che dunque sono, Milano, Jaca Book, 2009.

Freud S.:

- (1934-38) L’uomo Mosè e la religione monoteista, OSF XI, Torino, Bollati Boringhieri.

- (1936) “Un disturbo della memoria sull’Acropoli. Lettera aperta a Romain Rolland”, OSF XI, Torino, Bollati Boringhieri.


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