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C.P.A.T. --> HOME PAGE --> N. 49/2008

QUADERNI DI PSICOLOGIA,
ANALISI TRANSAZIONALE
E SCIENZE UMANE

Dal n° 49 - 2008


Disabilità, trauma familiare e resilienza
Il peso della normalità per fratelli e sorelle delle persone disabili


Andrea Dondi (1)




Riassunto
La situazione evolutiva dei fratelli e sorelle (sibling) dei bambini disabili, pur non essendo fisiologicamente critica, richiede una attenzione preventiva al fine di scongiurare possibili conseguenze negative di stampo psicologico-relazionale. Infatti se è vero che con un adeguato supporto i fratelli sviluppano una buona capacità di resilienza, altrettanto significativi risultano alcuni fattori di rischio che possono determinare un esito traumatico. Uno di questi fattori viene situato in una condizione particolare dei genitori che viene definita "lutto senza fine". L'autore esamina come le conseguenze di questo lutto possono incidere sulle strategie di sopravvivenza di fratelli e sorelle dei bambini disabili e come poterli aiutare a far fronte a queste difficoltà.

Abstract
DISABILTY, FAMILY TRAUMA AND RESILIENCE.
THE BURDEN OF NORMALITY FOR SIBLINGS OF DISABLED PEOPLE.
Siblings growth, although not physiologically critical, needs a preventive care in order to avoid negative psychological and relational consequences. If it's true that siblings with a fair and effective support become very resilient, a few risk factors are equally meaningful which could lead to a traumatic outcome. One of those factors in situated in a parental special condition called "nonfinite loss". The author considers how the results of this loss could affect siblings survival strategies and how helping siblings to cope with these difficulties

Uno sguardo a tutta la famiglia: disabilità e contesto familiare

Quando i miei 7 figli erano molto piccoli, facevo un gioco con loro. Davo loro in mano un bastoncino, uno a ciascuno, e chiedevo loro di spezzarlo. Non era certo un'impresa difficile. Poi, dicevo di legarli in un mazzetto e di cercare di romperlo, ma non ci riuscivano. Allora io gli dicevo: vedete quel mazzetto? Quella è la famiglia.
(Dal film Una Storia Vera di David Linch, 1999)

Da tempo, soprattutto in ambito anglosassone, l'approccio alla persona disabile, inteso in termini riabilitativi e assistenziali, si sta modificando in favore di una visione più globale, che ritiene che tali questioni debbano avere come interlocutori tutti i membri della famiglia in cui la persona disabile vive. A partire dagli studi di Farber (cit. in Zanobini M., Manetti M., Usai, 2002) alla fine degli anni cinquanta, si è sviluppato un filone di interesse scientifico per lo studio della famiglia del disabile che è proseguito parallelamente alla de-istituzionalizzazione degli interventi assistenziali rivolti al disabile stesso; la famiglia è gradualmente tornata protagonista della gestione del minore disabile e da parte della comunità scientifica è cresciuto l'interesse per una valutazione dell'impatto della disabilità sul sistema familiare.
Come spesso accade, questo cambiamento ha anche una matrice culturale, che in ambito psicologico risiede nel ritenere lo sviluppo dell'individuo come strettamente dipendente dal contesto affettivo di appartenenza. Alcune teorie psicologiche a partire dagli anni sessanta hanno sottolineato la funzione fondamentale della relazione madre bambino nel favorire lo sviluppo sano del neonato. La teoria dell'attaccamento (Bowlby, 1969) ha fornito ampi argomenti a sostegno dell'importanza della qualità delle relazioni primarie nello sviluppo psicologico degli individui, sottolineando la precocità con cui alcuni assetti psicologici si formano a partire dallo stile relazionale delle figure di accudimento. Non meno importante è stato il contributo della teoria sistemica che ha introdotto, parlando di "paziente designato", il concetto di interdipendenza del sintomo, che rappresenta, incarnato nel singolo, il disagio della famiglia nella sua globalità (Bertrando, Toffanetti, 2000).
La famiglia quindi, costituisce l'humus psicologico, il fertilizzante dell'identità, ciò che concorre alla varianza caratteriale, oppure alle possibili derive patologiche. Come vedremo più avanti, la stessa dialettica trauma-resilienza, cioè il fatto che le persone reagiscono ad un medesimo evento traumatico in modi molto diversi, trova origine negli stili di attaccamento di ognuno.
Nel caso delle persone disabili dalla nascita, ci troviamo di fronte ad una situazione particolare: la condizione di sofferenza non emerge in tempi dilatati, non ha momenti di gestazione o di latenza. La disabilità prorompe, improvvisa e spesso inaspettata, un evento traumatico che segna un'esistenza e ne condiziona inevitabilmente altre. Le difficoltà, la sofferenza non vengono rimandate all'adolescenza o all'età adulta, momenti in cui può esplodere il frutto di un'accudimento "insufficientemente buono", ma sono lì da vedere, anzi da percepire, fin da subito, fino dalla consegna della diagnosi.
Molto sforzo è stato fatto per leggere l'intervento riabilitativo rivolto al minore disabile in funzione anche dell'equilibrio di energie psicologiche del contesto familiare in cui è inserito. In questa visione tutti i componenti della famiglia, genitori, fratelli, e nel caso la famiglia allargata, diventano co-protagonisti di scelte, decisioni, valutazioni che riguardano il bambino disabile e che di conseguenza, riguardano tutti i membri della famiglia.
Personalmente credo che il fatto di occuparsi della famiglia nel suo complesso costituisca la migliore possibilità di assistere il nuovo nato e di permettergli di crescere in un contesto familiare supportivo, e contemporaneamente sia la migliore possibilità di ridurre il rischio per gli altri componenti della famiglia, in particolare i genitori ed i fratelli o sorelle, di sviluppare stress cronico o difficoltà emotive anche gravi.
Questa visione è in aperta antitesi al concetto di "famiglia disabile", patologica per definizione o bisognosa per forza, che ha mosso per molto tempo le strategie di intervento a favore dei disabili da parte di molti servizi e operatori, un atteggiamento che ha significato a mio avviso una aperta svalutazione del patrimonio di esperienza e di risorse che la famiglia porta con sé. Nella Family Centered Care (FCC Cura Centrata sulla Famiglia) la presa in carico di tutti i membri della famiglia ha una valenza innanzitutto preventiva, volta a monitorare nel tempo il bilanciamento tra le risorse disponibili e le difficoltà che possono intervenire.
Lo sforzo maggiore in questa direzione è stato compiuto in alcuni paesi anglosassoni (vedi Rosembaum e altri, 1998), nei quali si è cercato di applicare il principio della Family Centered Care ai servizi che si occupano dei minori disabili, nel qual caso si parla di Family Centered Service (FCS Servizio Centrato sulla Famiglia,).
Gli FCS seguono un insieme di valori, attitudini ed approcci che riguardano i servizi che si occupano dei bambini disabili e delle loro famiglie. I capisaldi degli FCS sono ad esempio:

- il riconoscimento che ogni famiglia è unica;
- il fatto che la famiglia è una costante nella vita del bambino (disabile);
- il fatto che i membri della famiglia sono i veri esperti delle risorse e delle difficoltà del bambino (disabile);
- lo spirito che anima gli FCS favorisce la collaborazione tra la famiglia ed il servizio stesso nella individuazione delle migliori strategie di assistenza per il bambino;
- negli FCS sono tenute in considerazione le risorse e i punti deboli di tutti i membri della famiglia.

Vediamo ora quali sono i principi ispiratori degli FCS a quali premesse fanno riferimento.
Prima premessa: i genitori conoscono il loro bambino meglio di chiunque altro.
Principi guida: i genitori possono essere coinvolti nelle prese di decisione; i genitori dovrebbero avere la responsabilità ultima nella cura dei propri figli.

Seconda premessa: le famiglie sono differenti e uniche.
Principi guida: ogni membro della famiglia dovrebbe essere rispettato (oltre che in termini di dignità anche come titolare di pensiero ed esperienza propri) e preso in considerazione

Terza premessa: il benessere ed il miglior "funzionamento" possibile del bambino disabile può essere ottenuto in un contesto familiare e sociale supportante; il bambino disabile risente del livello di stress dei membri della sua famiglia.
Principi guida: dovrebbero essere tenuti in considerazione i bisogni di tutti i componenti della famiglia; il coinvolgimento di tutti i membri della famiglia dovrebbe essere incoraggiato ed adeguatamente supportato.

Gran parte di questi principi non costituiscono una novità assoluta e sono effettivamente applicati da operatori competenti e servizi efficaci; il salto di qualità dipende dal livello di istituzionalizzazione dell'approccio FCC, poiché ad esempio non esiste al momento la possibilità nei servizi di prendere in carico, in maniera formale, i fratelli o sorelle o i genitori dei bambini disabili.
Inoltre, la filosofia della FCC e degli FCS, per quanto condivisibile, necessita di un retroterra culturale solido per potersi trasformare in una vera e propria prassi. Troppo spesso ancora oggi notiamo che "i tecnici" guardano con sospetto alla possibilità di condividere decisioni di ordine riabilitativo con i membri della famiglia del bambino, per via del fatto che questi ultimi sono dotati di un sapere spontaneo e non professionalizzato. A loro volta i genitori spesso vivono le indicazioni provenienti dai tecnici come eccessivamente prescrittive e poco rispettose dell'assetto e delle necessità della famiglia in generale. Ognuno legittimamente interpreta il proprio ruolo. Una interessante esperienza canadese (King e altri, 1999) ci insegna che la disponibilità al confronto ed alla collaborazione tra tecnici e famiglia consente di superare alcune possibili rigidità difensive con esiti indubbiamente favorevoli per il bambino disabile e per tutti gli altri soggetti coinvolti nella sua gestione, sia in termini di raggiungimento degli obbiettivi terapeutici che di contenimento dello stress psicologico.
Un simile atteggiamento si avvicina a quello che in Analisi Transazionale viene definito "atteggiamento contrattuale", che non si esaurisce nel gesto tecnico di costruzione di un obbiettivo condiviso, ma consente il riconoscimento reciproco delle persone e crea l'occasione di un incontro autentico:

[]vivere questo atteggiamento di okness significa essere in una relazione con l'altro che è comunicazione profonda con ciò che l'altro è e come si manifesta, presenza nel qui e ora del mondo relazionale che si costruisce insieme e, in definitiva, visione dei significati reciproci della relazione e non lettura o spiegazione o interpretazione di uno sull'altro. (Rotondo, 1986)

Per intraprendere la strada della FCC, penso sarebbe fondamentale uno sforzo culturale collettivo ed un lavoro su base istituzionale in favore di una educazione alla valorizzazione di tutte le risorse (assistenziali ed affettive) presenti nella vita del minore disabile, nel rispetto dei ruoli e delle competenze di ognuno. Una strada forse tortuosa e tuttavia a mio avviso possibile.
nel solco di questa filosofia, con uno sguardo a tutta la famiglia, che si muove il presente lavoro: esplorare la realtà psicologica dei fratelli e sorelle dei bambini disabili (siblings) analizzandola come risultante di molteplici fattori, sia disposizionali che ambientali, che concorrono a definirne la forma con un'attenzione particolare alla qualità della relazione con i genitori.

Perché occuparsi dei siblings?

La relazione fraterna

Nessuno conosce la tua vita meglio di un fratello che ha quasi la tua età. Sa chi sei e cosa sei meglio di chiunque altro. Mio fratello ed io ci siamo detti delle cose imperdonabili l'ultima volta che ci siamo visti e sto cercando di buttarmele alle spalle, e questo viaggio è duro da mandare giù per il mio orgoglio, ma spero di non arrivare tardi. Un fratello è un fratello.
(Dal film Una Storia Vera di David Linch, 1999)

La maggior parte delle persone cresce con un fratello o una sorella; approssimativamente 80% dei bambini disabili ha un fratello o una sorella. La relazione fraterna è prima di tutto una relazione familiare ed implica la condivisione genetica e la non elettività del legame. Lo studio scientifico della relazione fraterna non ha una lunga tradizione. L'interesse sistematico per l'argomento viene fatto risalire da alcuni studiosi agli anni 60 (Valtolina, 2004 - Dunn, 1993). Una caratteristica tipica del legame fraterno è la sua estrema ambivalenza: presenta infatti caratteristiche opposte, quali reciprocità ed asimmetria, condivisione e complementarietà, rivalità ed alleanza, invidia ed amore profondo.
La rivalità è la dimensione più studiata storicamente; a tale proposito intense esperienze emotive di gelosia ed invidia si presentano frequentemente e vengono spesso confuse o ritenute molto simili.
In realtà la gelosia è una forte risposta alla minaccia di perdere la persona amata per l'intrusione di un terzo individuo (rivale) tipico dei contesti triangolari e spesso nel caso dei fratelli riguarda la contesa dell'amore materno.
L'invidia è un sentimento ancora più intenso, nato dalla percezione di essere inferiori, fomenta il desiderio di impossessarsi di una condizione di vita migliore, impedendo agli altri di fare lo stesso; l'invidia può subentrare tra due individui.
L'osservazione del rapporto tra fratelli ha messo in evidenza il ricorrere di un andamento che alterna momenti di grande vicinanza a momenti di relativo distacco:

Le ricerche a metà degli anni 80 hanno mostrato che il legame resta vivo con fasi alterne per tutta la vita anche se si può parlare di distanziamento maggiore nel periodo di vita adulta con i matrimoni, gli impegni lavorativi e le responsabilità genitoriali di ciascuno, mentre riprende l'intensità dell'infanzia (e, infatti si tratta si un distacco "revocabile") sia in caso di eventi particolarmente critici (malattie, lutti, problemi finanziari o affettivi) sia nell'età anziana. (Valtolina, 2004).

Esistono molti aspetti delle relazioni dei fratelli che li distinguono da quelle dei genitori, nonni, zii o zie, per cui si può parlare di una specificità relazionale; alcune tra queste sono:
- le relazioni tra fratelli, a partire dall'infanzia fino all'età adulta, saranno tendenzialmente più lunghe di qualsiasi altra relazione all'interno della famiglia (Cicirelli, 1995).
- dalla nascita fino agli anni del completo sviluppo, l'identità di un bambino è modellata anche intorno alle interazioni giornaliere con i fratelli
- il rapporto "intrinsecamente paradossale" per via della co-presenza di amicizia ed ostilità profonde

Fratelli e disabilità
La particolarità della condizione di sibling, è costituita dal fatto che la sua crescita e lo sviluppo della identità si compiono confrontandosi continuamente con la presenza di un fratello o una sorella disabile, e, aggiungo, con genitori che si trovano a gestire un trauma.
Alcuni elementi tipici della relazione fraterna come la reciprocità o l'ordine di genitura vengono potenzialmente condizionati dalla natura della disabilità del fratello; ad esempio, la presenza di un disturbo autistico non consente un rapporto di comunicazione biunivoco tra fratelli, oppure un forte ritardo psico-motorio potrebbe determinare un innaturale sorpasso generazionale, portando nel tempo il fratello minore sibling a diventare a tutti gli effetti, fisicamente e/o psicologicamente, il fratello maggiore.
La condizione di un fratello che cresce in una famiglia con un bambino disabile, quindi, deve essere compresa in base alla sua fase di sviluppo fisico, mentale ed emotivo.
I siblings si apprestano ad affrontare alcune sfide aggiuntive rispetto a quelle fisiologiche che segnano i passaggi di sviluppo della crescita di un bambino che ha fratelli o sorelle. Il superamento o la disfatta nei confronti di queste sfide può condurre a scenari molto diversi all'interno di un continuum, ai cui poli estremi troviamo da una parte condizioni traumatiche e dall'altra parte benessere e particolari capacità adattive altrimenti note come resilienza (per una rassegna sulla resilienza vedi Cyrulnik, 2002)

Segnali positivi
L'esperienza ha dimostrato che il fatto che i siblings possano contare su un contesto supportante, che tenga conto dei loro bisogni e sia fonte di permessi evolutivi, crea la premessa perché diventino più resilienti di altri bambini, e siano in grado di affrontare sfide e difficoltà della vita con competenze e spirito rafforzati.

I fattori responsabili di attivare e sostenere processi di resilienza, soprattutto in adolescenza, convergono in quattro componenti fondamentali:
1) una relazione significativa con una figura adulta, non necessariamente un familiare;
2) la disponibilità di una rete di supporto sociale e affettiva adeguata;
3) il senso di continuità nelle esperienze di vita;
4) la percezione del proprio valore personale.
L'educazione alla resilienza comporta il potenziamento di competenze emozionali e relazionali e costituisce pertanto uno strumento primario di prevenzione del disagio psicopatologico e sociale, la cui utilità si estende dagli interventi educativi ai trattamenti psicoterapeutici. Il concetto di resilienza è stato proposto allo scopo di spiegare e comprendere quali variabili, interne e esterne all'individuo, permettono alle persone di padroneggiare con successo le situazioni di crisi. (Grittani, 2007)
Crescere con un fratello disabile è di per sé un banco di prova, e se viene affrontato in maniera adeguata all'età ed alle capacità dei siblings, diventa un terreno molto fertile all'incremento di abilità sociali e relazionali, come ad esempio l'empatia, o al rafforzamento di competenze e strategie per la gestione degli eventi stressanti della vita.
In molti casi, sia per motivi ideologici che affettivi, i siblings si dimostrano più tolleranti di altri bambini e con livello di sensibilità alla sofferenza dell'Altro maggiore. Le sollecitazioni emotive derivanti dalla condivisione del quotidiano con un fratello disabile spingono i siblings a sviluppare l'introspezione ed lo scandaglio dei propri movimenti interni, spesso intensi e contrastanti. La presenza poi di persone disposte all'ascolto consente di mettere in atto un altro tutore della resilienza: il racconto. In un primo momento esso sarà interiore, cioè si tratterà di una narrazione a se stessi dell'accaduto, del suo significato e della sua collocazione all'interno della propria esistenza. In seguito, individuato un ambito protetto ed accogliente, il racconto potrà divenire condivisione e scambio del proprio mondo emotivo, che potrà offrire spunti di aggiustamento della visione di sé, degli altri, del mondo.
La maturità che deriva da una esperienza forte spesso costituisce una "marcia in più" che porta i siblings ad essere un passo più avanti dei loro coetanei in termini di interessi e di responsabilità, con il rischio di "non ritrovarsi" con i pari età e di cercare la compagnia di persone più grandi o con trascorsi simili ai propri. In modo particolare, un valido fattore di resilienza è la socializzazione: quanto più numerose saranno le persone sulle quali poter contare, tanto più elevate saranno le possibilità di successo.
Inoltre è assai frequente riscontrare nei siblings tratti desiderabili come affidabilità e responsabilità che, se applicati con il giusto grado di moderazione, ne fanno persone estrememante valide sul piano sia personale che professionale, qualcuno su cui è possibile contare in termini di amicizia e di collaborazione.
Infine, una nota statistica segnala che un considerevole numero di siblings sceglie di dedicarsi nella vita alle professioni di aiuto in vari campi, dimostrando una propensione all'utilizzo della relazione come strumento di benessere, utilizzando il bagaglio di esperienza e di consapevolezza derivato dalla propria storia personale e mettendolo al servizio di una professione in cui diventa possibile allargare proprio il raggio di azione all'ambito extra familiare. In questo senso possiamo rintracciare un altro fattore di resilienza: la creatività. Il suo risveglio viene innescato da una mancanza: per evitare la sofferenza ad essa associata, è necessario riempire tale spazio con un oggetto, che assumerà, successivamente, il valore di simbolo. Un esempio significativo di tale condizione è rappresentato dalla malattia, nel nostro caso del fratello disabile: la compensazione dello stato di mancanza insito in essa si può raggiungere, ad esempio, tramite un compito sociale, che conferisce un senso di utilità e di responsabilità e che permette di sentirsi valorizzati e di riscattarsi.

Segnali di preavviso
importante tenere presente che il trauma dei siblings si differenzia sostanzialmente dal trauma ed esempio dei genitori: può essere definito come un potenziale trauma in divenire, che segue l'andamento degli snodi evolutivi che sottendono alle fasi di crescita di ogni bambino o bambina, e che viene molto influenzato dai messaggi e le informazioni provenienti dal contesto.
Uno degli autori che più si sta occupando della questione dei fratelli è l'australiana Kate Strohm che ho il piacere di conoscere personalmente e con cui ho collaborato alla realizzazione di un seminario da lei tenuto in Italia su questo argomento (Strohm 2006). Kate è essa stessa una sibling oltre che counsellor, educatrice e giornalista; il suo libro in cui racconta anche frammenti di storie di siblings, inizia con queste parole:

Quando ero bambina facevo spesso un sogno in cui sedevo su una piattaforma di cemento nel mezzo di un oceano in tempesta. La piattaforma arrivava a toccare il fondo dell'oceano, come un grande pilone, ma aveva un'area molto piccola. Non avevo molto spazio per muovermi. Molti anni dopo il sogno tornò a farmi visita, e questa volta il suo messaggio appariva più chiaro. In quel momento stavo esplorando da vicino la mia esperienza di essere sorella di una persona disabile e stavo iniziando a dipanare una notevole varietà di sentimenti confusi. Sebbene fossero passati più di trenta anni da quando il sogno costituiva una presenza costante nelle mie immaginazioni notturne, era suonato subito familiare. Sembrava voler dire che sebbene io abbia avuto un forte senso di appartanenza da bambina, con profondi legami di affetto nei confronti della mia famiglia, mi ero anche sentita molto sola e impaurita. (Strohm, 2002)
In questo sogno è racchiuso molto del vissuto prototipico del sibling, dove si mescolano sentimenti confusi e situazioni contradditorie, legami profondi e sensazioni di solitudine e paura. L'incertezza e l'indefinitezza dell'ambito relazionale-affettivo sono fattori di rischio per i siblings, e potrebbero portare alla genesi di difficoltà anche molto serie nella vita adulta.
Nel caso di Kate Strohm si può notare come i segnali di disagio presenti nel sogno siano stati accolti ed ascoltati solo molto tempo dopo. Eppure Kate aveva cominciato a stare male seriamente durante l'adolescenza, con problemi di insonnia e con la comparsa di forti insicurezze, come ad esempio il panico di parlare in pubblico.

I miei genitori mi portarono alcune volte da uno psicologo, altre da un ipnoterapista, e anche da uno psichiatra. Tutti dissero che non avevo niente. Uno dei dottori mi diede del Valium per aiutarmi a dormire. Ho provato anche la terapia desensibilizzante, in cui dovevo provare a leggere davanti a un numero di persone sempre crescente, ma non ebbe alcun effetto. Nessuno pensò mai di esplorare la mia situazione familiare. (Strohm, 2002)

La ricorrente invisibilità delle difficoltà dei siblings ci sollecita ad andare oltre le apparenze di "eccessiva" normalità, allenandoci nel cogliere preventivamente alcuni segnali di disagio. Le scarse amicizie, una grande timidezza possono ad esempio essere segnali di una chiusura relazionale. Al contrario l'insorgere di comportamenti provocatori potrebbe indicare la messa in atto di un richiamo di attenzione o l'espressione indiretta di emozioni forti o contrastanti. Altri segnali sono ancora più difficili da notare per via della loro desiderabilità sociale. Il sibling "bravo bambino" verrà molto rinforzato nel suo (iper)adattamento, ed anche il sibling "perfezionista" con un ottimo profitto scolastico ed un curriculum sportivo perfetto sarà incoraggiato a mantenere quei livelli di performance. Alcuni siblings poi scelgono alcuni canali più primitivi di comunicazione ricorrendo a veri e propri sintomi fisici, apparentemente inspiegabili, come dolori di stomaco, disturbi del sonno, enuresi, ansia. Le difficoltà scolastiche, infine, che apparentemente possono derivare da un mancanza di motivazione, sono spesso dovute al senso di colpa del sibling, "colpevole" di volere superare in abilità e conoscenza il fratello maggiore disabile.
Tengo a precisare che prestare attenzione ad alcuni segnali e porci domande sulla situazione dei fratelli, non significa cercare a tutti costi il risvolto patologico di alcuni passaggi pur fisiologici della crescita dei siblings; se mai si tratta di monitorare una condizione di crescita delicata e cercare di fare prevenzione attraverso il mantenimento di uno spazio relazionale di ascolto e confronto.

Il trauma dei genitori e il lutto senza fine

Solo l'immaginazione può farci sentire il dolore di un altro.
Rousseau.

I genitori a cui viene comunicata la diagnosi di disabilità del figlio sono sottoposti ad uno stress di tipo traumatico, e in alcuni casi sviluppano una vero e proprio disturbo post traumatico da stress con la presenza di:

sintomi intrusivi, di evitamento e di iperattivazione che si riscontrano nel periodo successivo alla comunicazione della diagnosi tipici del PTSD. (Giannantonio, 2005)

La diagnosi di disabilità nel bambino alla nascita è la completa antitesi di quello che ci si aspetterebbe; i genitori non concepiscono la prospettiva di una tragedia che accade nel momento in cui dovrebbe esserci il festeggiamento della nascita. Le diagnosi sono per di più dei traumi "in se stesse". La conseguenza è riassumibile in un completo sovvertimento dell'ordine naturale delle cose e dall'infrangersi delle aspettative di vita per come le avevano immaginate e desiderate. Con scarse e non adeguate difese, l'esperienza psicologica per molti genitori incontra, come detto, i criteri della "perdita traumatica", cioè, il fatto che un individuo si confronti con una situazione che è completamente nuova, inaspettata, per la quale né uno né l'altra ha sviluppato strategie di fronteggiamento.
Avere un figlio disabile tuttavia non rappresenta necessariamente un "destino luttuoso", poiché tante sono le testimonianze di famiglie con un bambino disabile che hanno riscoperto valori ed equilibri affettivi a cui non sarebbero più disposte a rinunciare. Kenzaburo Oe (1995), premio Nobel per la letteratura, in un libro in cui racconta la propria esperienza di vita con il figlio disabile, così si esprime al riguardo:

Venticinque anni fa, il mio primo figlio nacque con una malformazione cerebrale, e naturalmente questo per me fu un colpo durissimo. Tuttavia, devo riconoscere che il tema principale attorno al quale ha ruotato tutta la mia attività di scrittore è stato proprio il modo in cui la mia famiglia ha impostato la convivenza con questo membro diverso'. Anzi devo ammettere che ciò che penso della società e del mondo, e addirittura di ciò che li trascende, si basa sulla mia vita con lui. (Oe, 1995)

Per molte famiglie, arrivare a ritagliarsi momenti di serenità ed una prospettiva di vita soddisfacente comporta grandissime fatiche e quasi inevitabilmente necessita dell'apporto di una rete di sostegno esterna che può essere costituita da operatori, associazioni, volontari, amici e parenti.
Quando questo non è possibile viene a configurarsi una situazione molto delicata, analizzata attentamente da Elizabeth Bruce (2001) nel suo testo Nonfinite loss and grief. A psychoeducational approach, in cui sostiene che per i genitori lavorare sul trauma rappresenta un obbiettivo psicologico complesso in una situazione che ha le caratteristiche della perdita traumatica, ed è ancora più difficile quando
- il trauma è continuo
- l'individuo è l'unico a sperimentare il trauma
- l'individuo è isolato
- la perdita non è socialmente riconosciuta.

La perdurante assenza di validazione per l'intensità, la grandezza e la implacabilità di questo trauma rimane una difficoltà centrale per gli individui. La legittimazione dal contesto sociale, dei pari e dei genitori, è un bisogno che dura tutta la vita. In molte occasioni nella perdita traumatica sperimentata dai genitori di bambini con una disabilità, il livello di legittimazione crolla a livelli molto più bassi di quanto le persone necessitano. Di colpo, una perdita individuale e un lutto vengono disinvestiti dalla collettività, e le possibilità di un alleggerimento emotivo vengono meno. Tristemente, in queste situazioni, gli individui possono essere forzati a colludere con la situazione, il che vuol dire, in assenza di validazione dei loro sentimenti, che a loro volta tendono a disinvestirli. In questo modo inizia una marcata discrepanza tra il sé sociale ed il sé privato. (Bruce, Schultz, 2001)

Il fattore sociale della validazione del trauma ricopre una importanza cruciale nella possibilità per i genitori di elaborarlo emotivamente; la pressione delle richieste di adeguatezza nella gestione pratica della disabilità, contrastano con la necessità individuale, ma anche di coppia o familiare, di attraversare le normali fasi del lutto. Senza dimenticare che l'elaborazione del lutto è un "atto sociale", che non può prescindere dalla presenza di un contesto affettivo che lo permette.
Sotto questo peso emotivo, c'è raramente tempo per elaborare quello che è avvenuto, i bisogni del bambino si accumulano, i fratelli e la famiglia sono lì ad aspettare. Un risultato è che la grandezza della perdita per come è e per come evolve non può mai essere adeguatamente elaborata; intrappolata dentro di sé, mantiene un effetto traumatico, mentre allo stesso tempo, con tutta probabilità, la condizione del bambino è fonte di un ulteriore trauma.
Infatti, cosa significa che il trauma "è continuo"? Si parla di "lutto senza fine" quando, in contrasto con le fisiologiche aspettative genitoriali, il trauma si rinnova ogniqualvolta il figlio disabile fallisce nell'adempimento di quei passaggi evolutivi che segnano in maniera speciale l'immaginario dei genitori, poiché forniscono un senso di evoluzione e di continiutà alla vita: il gattonare, la deambulazione, la comunicazione verbale, la socializzazione, la pubertà, il grado di autonomia ritenuto accettabile, i risultati riabilitativi, la vita di coppia, il mantenimento di una attività lavorativa, solo per citarne alcuni. Il mancato successo in questi snodi significativi, richiama e rinnova il vissuto traumatico che non ha mai avuto occasione di essere compiutamente elaborato per via anche di "complessi movimenti protettivi"; i genitori spesso si sforzano di proteggere se stessi e il bambino disabile dal fare i conti direttamente con gli effetti della perdita. il tentativo di difesa o le strategie di adattamento che danno la misura chiara della profondità della perdita.
I sentimenti non espressi hanno una energia di per se stessi; per di più richiedono altra energia per essere controllati. Quanto una persona può ignorare il materiale traumatico senza che questo abbia un effetto deleterio su se stesso e gli altri? Sicuramente il fatto di stipare materiale ad elevata intensità emotiva porta effetti significativi. I genitori hanno meno risorse a disposizione per gestire situazioni ed informazioni complesse. Comporta un approccio meno riflessivo alla maggior parte delle situazioni e decisioni, e c'è un aumento nelle possibilità di reagire in modo sproporzionato.
In un'ottica squisitamente psicologica che fa riferimento all'Analisi Transazionale, la minore competenza "riflessiva" dei genitori ricorda il modello utilizzato dalla Stuthridge per descrivere gli esiti del trauma infantile nella vita adulta. Si può pensare che anche un trauma vissuto nella vita adulta possa riattivare alcuni pattern di attaccamento disfunzionale che fanno parte dell'esperienza molto precoce del genitore e che appartengono alle

[] nostre primissime storie che sono senza parole, e derivano dalle transazioni non verbali tra il bambino ed il caregiver; fanno affidamento sui suoni, il toccarsi, e i movimenti interiorizzati come stati dell'Io diade P0/C0. questa esperienza è integrata in una narrazione presimbolica da un precoce stato dell'io Adulto (A0) che si basa sui sistemi di memoria implicita. Il termine presimbolico (subsymbolic) fa riferimento a modelli di organizzazione affettivi e somatici (Cornell, 2003). La memoria implicita rimane al di fuori della consapevolezza. (Stuthridge, 2006)

In questo caso diventa possibile che il genitore del bambino disabile rimanga prigioniero di un proprio dialogo interno a cui non è dato avere accesso in termini di narrazione verbale, e quindi di A2, per via della appartenenza di questo dialogo alla memoria implicita, all'ambito presimbolico. Il fatto che il genitore sia ostaggio di un trauma che richiama sue antiche mancanze del periodo preverbale, spiegherebbe due fattori presenti nel lutto senza fine: la ridotta competenza narrativa di A2 (spesso i genitori non sanno dare parole al proprio dolore); e, secondo, il fatto che con il figlio disabile si instauri una tipologia di relazione identificabile in una simbiosi di secondo grado, che garantisce attraverso un legame dipendente il soddisfacimento di bisogni arcaici del genitore e contemporaneamente condiziona fortemente le future prospettive di autonomia del figlio.

Fratelli e sorelle al bivio: elementi di copione
Uno dei fattori predisponenti e facilitanti la resilienza, come abbiamo visto è la presenza di un contesto supportante e relazioni di attaccamento significative e positive. Quando i genitori attraversano un lutto senza fine non sono emotivamente disponibili a sostenere il ruolo di figura di attaccamento per tutti i figli. Accade così che inconsapevolmente operino una sorta di "selezione", che ripartisce le attenzioni e le cure in maniera sbilanciata a favore del bambino disabile.
Per comprendere quali ripercussioni possono verificarsi per il sibling, in termini di traumatizzazione, in questo capitolo analizzo alcune situazioni offerte da Elizabeth Bruce (Bruce, Schultz, 2001) facendo riferimento al concetto di copione in Analisi Transazionale. Berne afferma:

Il copione è un piano di vita che continua a svilupparsi, dopo essere stato strutturato nella prima infanzia, sotto l'influenza dei genitori; è quella forza psicologica che spinge ogni individuo verso il suo "destino", sia che lo combatta, sia che sostenga trattarsi del frutto di una sua scelta. (Berne,1972)

Berne con queste parole si riferisce, secondo Rotondo (2001), a un vero e proprio sistema di attaccamento che il bambino si costruisce a partire dalle prime significative interazioni con il suo ambiente; un modello di attaccamento alla cui costruzione il bambino partecipa in modo attivo, decisionale, ed in cui può essere riconosciuta una influenza fondamentale dei messaggi genitoriali ripetitivi. Vediamo alcuni possibili scenari relativi a stili di attaccamento tipici della condizione di sibling, nei quali si possono rintracciare alcuni elementi costitutivi del copione di vita secondo Berne.
Per semplicità negli esempi seguenti, presi da Bruce e Schultz (2001), Max è il fratello disabile.


Il genitore incantato e la perdita di attenzione

Dietro a Max, nell'angolo, c'è la sorellina che sta impilando alcuni blocchi: «Guarda Mamma». La madre non la sente. Lei dice, gridando un po': «Guarda cosa ho fatto». La madre gira lentamente la testa: «Si, è veramente carino». Ma la sua faccia non cambia ­ non c'è entusiasmo. La bambina sente la madre lontana? Forse. La piccola cambia il suo gioco, e inizia a picchiare alcuni blocchi insieme. Superando il suo rumore, la madre le lancia uno sguardo e dice: «Puoi smetterla cara, per favore?». La bambina allora va con passo malfermo verso Max; accovacciandosi su di lui, gli strizza le guance. Il fratello inizia a sorridere. Anche la madre sorride: «Questa è una brava bambina: guarda quanto piace a Max. Lui sorride sempre per te».

Un sibling ha grande difficoltà nel "rompere" le preoccupazioni ansiose che i genitori naturalmente hanno nei confronti della disabilità del loro figlio.
Per qualunque ragione (per es. comportamentale, di stress acuto, regimi alimentari e di sviluppo), le necessità di protezione e genitorialità di un bambino con bisogni speciali forza i genitori a rimanere in stati di vigilanza intensificati. Se a questo si aggiunge il permanere di una ridotta disponibilità emotiva alla relazione dovuta al permanere del lutto senza fine, possiamo comprendere come sia difficile per un sibling riuscire ad ottenere la razione di riconoscimenti indispensabili alla propria sopravvivenza emotiva.
In questo ambiente, accade più di frequente che i genitori rinforzino i comportamenti dei fratelli che non richiedono risposte o attenzioni emotivamente laboriose, con un atteggiamento che veicola messaggi ingiuntivi come non esistere o non esistere con i tuoi bisogni. Il fratello che intuitivamente, con l'aiuto del suo Piccolo Professore, svanisce sullo sfondo, iperadattandosi, diventa il protettore del bambino disabile, colui che aiuta, oppure colui che si sforza per ridurre le fatiche dei genitori e per cui riceverà la regolare approvazione della propria mamma o papà. In questo ultimo aspetto può essere rintracciata una componente controingiuntiva di invito esplicito alla compiacenza "questa è una brava bambina" unita ad una richiesta relativa all'essere forte, tenere duro e non cedere ai propri bisogni. Un sibling che esperisce ripetutamente questi messaggi può decidere che nella sua vita lo spazio per sé sarà vincolato ai bisogni ed alla soddisfazione del fratello disabile e che darsi da fare per gli altri è forse l'unico modo per ricevere gratificazioni ed attenzioni.

La maschera della competenza: la perdita di aspettative appropriate all'età
I genitori in generale, sottostimano il ruolo dell'ansia nello sviluppo dell'infanzia. Cruciali per la comprensione degli esseri umani sono due paure di base: la paura della vita e la paura della morte. Per i bambini questo si traduce nella ansietà che circonda. Il fratello di Max sta sperimentando una versione di questo sentimento:

notte, ora ha nove anni. Max ha un fratello più piccolo di 5 anni. La sua stanza da letto è in fondo alla fine del corridoio. Il fratello di Max si è risvegliato da un brutto sogno e inizia a piangere. Max viene svegliato ed inizia a sua volta a piangere. Un genitore risponde velocemente. Entrambi i bambini piangono nel letto nelle rispettive stanze. Quello di cinque anni aspetta con pazienza mentre Max viene assistito per primo. Improvvisamente arrivano delle telefonate urgenti, viene fatta una valigia, la mamma è pronta per partire, il papà ha le chiavi in mano e grida: «Non ti preoccupare. Mamy e Papy ci sono, cerca di tornare a dormire. Saremo indietro presto».

Inavvertitamente i normali bisogni psicologici di protezione dalle paure dello sviluppo, dall'impotenza e dalla fragilità sono trascurate dai genitori traumatizzati. Non fare i conti con una normale o ragionevole ansietà determina una sorta di indebolimento: i bambini cominciano a pensare che "dovrebbero essere in grado di" fare una determinata cosa, dopo tutto sembra che gli altri se lo aspettino. Il messaggio genitoriale svaluta, sopravvalutandola, la condizione di bambino del sibling con messaggi come non essere un bambino, non essere te stesso, non avere l'età che hai. I siblings possono portare avanti questo falso Sé questa "maschera di competenze", sforzandosi, e cercando di crescere in fretta. Sotto la corazza esteriore, spesso visibile nel sibling adolescente "adultizzato", lo sviluppo emotivo è stato forzato, le aspettative e le domande hanno sempre superato le abilità e le risorse del bambino. Il risultato è che il sibling non ha sviluppato una sensazione di competenza "testata sul campo" e potrebbe sviluppare un copione che è una variante del copione Sisifo di cui ci parla Berne (1972), in cui la persona si impegna ad ottenere risultati superiori alle proprie effettive possibilità o diversi dai propri interessi, fallendo inesorabilmente.

"Sono Cattiva?" La mancanza di convalida delle emozioni

La sorella di Max ha dieci anni quando incontra un counsellor scolastico. Ha imparato a nascondere i suoi cattivi sentimenti riguardo Max. Sua mamma non desidera ascoltarli. La sorella di Max a volte ha provato repulsione per i suoi scatti, per la sua saliva. Ha nascosto il fatto di lavarsi le mani ansiosamente ogni volta che toccava i suoi germi. Si era sentita in colpa per la propria gelosia nei suoi confronti, perché avrebbe dovuto sentirsi gelosa? Perché doveva desiderare un disagio così strano una malattia così strana? E poi aveva desiderato la morte di Max, il giorno successivo ad un viaggio di emergenza d'urgenza all'ospedale in cui "forse avrebbe potuto morire". Come poteva trovare sollievo da questi pensieri ansiosi? Chi mai avrebbe potuto pensare che lei fosse una brava bambina? La sorella di Max nascondeva ed evitava ansiosamente la parte "cattiva" di se stessa.

Uno dei fattori che favoriscono un sano attaccamento e la costruzione di una identità integrata è riconducibile al permesso di esprimere i propri sentimenti e le proprie emozioni. Per molti siblings può essere difficile riuscire ad esprimere legittimamente i sentimenti negativi che provano nei confronti del proprio fratello disabile. Come nel caso della sorella di Max, la gelosia non riconosciuta può portare a sentimenti di irritazione, come accadrebbe in ogni relazione fraterna. Una maniera comune di fare fronte ad una emozione come la rabbia può essere di esprimerla diventando disobbediente o facendo i capricci, cosa che può includere un aumento delle manifestazioni aggressive nei confronti dei fratelli o delle sorelle. Nella famiglie con più di due bambini che sono relativamente vicini di età, uno di loro può anche spostare la propria rabbia nei confronti degli altri fratelli (non disabili).
In alcune famiglie, tali emotività sono completamente proibite e risultano accettabili solo commenti positivi sul bambino. Come conseguenza, i siblings potrebbero interpretare i propri sentimenti di rabbia e risentimento come la prova che sono cattivi. Coloro che si sentono arrabbiati nei confronti dei loro fratelli disabili, possono così provare profonda vergogna o sensi di colpa. Le espressioni inibite di rancore possono condurre nei siblings all'introiezione di sentimenti negativi, che determina l'evitamento della fonte della rabbia (il fratello/sorella disabile) ed in taluni casi l'insorgere di quadri depressivi mascherati. La sorella di Max sembra infatti che abbia fatto proprio il messaggio non sentire, ed in particolare, non fidarti dei tuoi sentimenti (negativi). Molti siblings tentano di proteggere anche i genitori dai propri sentimenti negativi. Alcuni pensano che le espressioni di rabbia e frustrazione riguardo alle loro esperienze possano essere ingiuste, viste le difficoltà che i loro genitori affrontano nella vita di tutti i giorni. Esprimere queste emozioni potrebbe inoltre mettere a rischio l'immagine che cercano di presentare ai genitori, quella di bambini felici ed autonomi; in questo caso è presente una spinta ad essere perfetti, sempre disponibili, senza lati oscuri. Quando la famiglia è la risorsa principale di autostima ed identità, il rischio potrebbe essere troppo grande.
Gli esempi illustrati aiutano ad individuare alcune tra le problematiche più ricorrenti tra i siblings.
Un ultimo aspetto che mi sento di sottolineare è costituito dalla mancanza di informazioni corrette sulla disabilità dei fratelli. In molte occasioni i siblings vengono tenuti all'oscuro delle caratteristiche della disabilità dei fratelli; l'intento protettivo dei genitori di ridurre l'impatto della disabilità sulla vita dei figli sani (il pregiudizio è: "meno ne sanno e meglio è") si rivela un vero boomerang, che si ritorce sul senso di competenza e di fiducia del sibling, costretto a riempire le proprie lacune di informazioni con il bagaglio a propria disposizione, spesso non sufficiente, che gli consente comunque di compensare il bisogno di fornire un senso alla realtà che lo circonda:

Una ragazzina si sentiva responsabile del fatto che il fratello aveva avuto il suo primo attacco epilettico. Lui poco prima di stare male aveva giocato con il cappellino di lei sotto il tavolo da pranzo e lei pensava che era stato quello a causare l'attacco. Da quel momento non gli aveva più permesso di giocare con qualcosa di suo. (Strohm, 2006)

fondamentale dare spiegazioni semplici e vere riguardanti la disabilità o la malattia, utilizzando un linguaggio che sia appropriato all'età. preferibile che queste spiegazioni siano ripetute più volte nel tempo e che possano anche arrivare su iniziativa del genitore. Fornire informazioni corrette e comprensibili ai siblings significa riconoscere e valorizzare la loro competenza nell' utilizzo dell'esame di realtà, un permesso usare il pensiero per affrontare le vicende a volte complesse della vita e consente di mantenere un locus of control bilanciato (Powell, 1993). Ad esempio, un sibling sarà sicuramente a proprio agio nel suo contesto di relazioni sociali avendo a disposizione alcune risposte realistiche alle domande più frequenti e potenzialmente imbarazzanti che gli vengono rivolte dai coetanei sulla disabilità del fratello o sorella. Alcune di queste risposte possono essere confezionate su misura dal sibling, in base al suo livello di comprensione della disabilità, con la supervisione del papà o della mamma.

Quali strategie?
La prima frase con cui sono solito iniziare un seminario sui siblings recita più o meno così: «essere fratello o sorella di una persona disabile non è di per sé una patologia». In una occasione, una sorella alla fine della giornata mi avvicinò per ringraziarmi di avere esordito con quelle parole. Fu solo allora che compresi la reale portata di quella frase, in sé quasi tautologica, poiché indica il complesso rapporto dei siblings con la "normalità". Per molti siblings potere affermare pienamente, a voce alta, la propria normalità è una vera conquista. Il titolo di quel seminario era Dare voce ai siblings e partiva dall'idea che i fratelli e le sorelle dei bambini disabili sono spesso troppo poco ascoltati.
Ecco perché occuparsi dei siblings. Occuparsi dei siblings significa in prima istanza porsi verso di loro in una condizione di ascolto e sentire quello che hanno da dirci. Significa altresì, credo sia emerso chiaramente, occuparsi di tutta la famiglia, dei genitori e del fratello o la sorella disabile, attraverso una presa in carico preventiva e attenta a tutte le dinamiche della famiglia.
Come può questo discorso tradursi in strategie di intervento praticabili ed efficaci? Innanzitutto partendo dal presupposto che il sostegno alla famiglia richiede il concorso di una rete di soggetti che collaborano insieme. Parlando dei siblings, mi sembra opportuno sottolineare la necessità di un confronto e di un monitoraggio delle agenzie che a vario titolo sono vicine ai ragazzi e le ragazze che crescono con un fratello disabile: la scuola, l'associazionismo e gli operatori dei servizi, anche se non hanno titolo per una presa in carico ufficiale. Tutti possono essere dei validi interlocutori per i genitori, ad esempio nell'individuare segnali di disagio che potrebbero essere visibili in alcuni contesti e non in altri.
Nelle fasi iniziali immediatamente successive alla diagnosi perinatale l'unica vera forma di sostegno per tutta la famiglia si concretizza nel sostegno ai genitori ed alla genitorialità, oltre ovviamente alla costante di cure di ordine medico e riabilitativo da riservare al bimbo disabile. Gli interventi precoci abbracciano metodologie diverse sia di consulenza psicologica che di affiancamento concreto: penso ad esempio a colloqui sia individuali che di coppia, l'introduzione graduale a gruppi di auto aiuto o la conoscenza di Associazioni di genitori; ed anche visite domiciliari, baby sitting, accompagnamento a visite specialistiche, momenti dedicati alla ricerca di informazioni, aiuto concreto nel disbrigo di pratiche burocratiche, ecc.
Salvo eccezioni che richiedono interventi anticipati, non si è soliti proporre attività preventive ai siblings prima dei 7-8 anni. Di solito si ritiene che un certo grado di attenzione ed il sostegno ai genitori sia sufficiente.
A partire da questa età in poi diventa rilevante costruire attività dedicate in modo specifico ai fratelli; tali attività possono essere di tipo semplicemente ludico e di ritrovo, per arrivare a proposte miste, in cui affiancare momenti di gioco ad altri di riflessione e confronto. Anche se capita di fare dei colloqui individuali con i siblings, nella grande maggioranza dei casi viene privilegiato un approccio di gruppo. Debra Lobato nota:

Quando guardano indietro alle loro vite di bambini, i fratelli adulti spesso riferiscono che sarebbe stato utile incontrare altri fratelli quando erano più giovani. Gruppi di fratelli organizzati forniscono proprio quel tipo d'aiuto. (Lobato, 1990)

Don Meyer (Meyer, Vadasy, 1994) ha messo a punto un programma, ormai conosciuto in molti paesi, dal nome Sibshop (risultato della fusione delle parole sibling e workshop) che è stato studiato per fornire ai siblings momenti di svago, opportunità di incontro con altri siblings, condivisione di esperienze, individuazione, attraverso il confronto, di strategie per la gestione di alcune difficoltà tipiche dei fratelli. Questi workshop durano circa mezza giornata hanno un conduttore e diversi facilitatori che aiutano la gestione del gruppo e sono dedicati ai siblings di età compresa tra gli 8 e i 12 anni, periodo in cui i ragazzi hanno competenze sufficienti per stare in gruppo, eseguire compiti e giochi che richiedono discrete capacità di lettura e comprensione, e periodo in cui il confronto con i pari età inizia a sollevare interrogativi e dubbi riguardanti la disabilità del fratello.
Kate Strohm ha pensato invece ad un programma più articolato, rivolto sempre alla fascia di età tra gli 8 e i 12 anni, suddiviso in sei incontri di due ore ciascuno una volta al mese con due conduttori più alcuni facilitatori a seconda del numero dei partecipanti (Strohm, 2005). Alcuni tra gli scopi del programma sono:

- Fornire un'esperienza divertente.
- Fornire ai fratelli l'opportunità di incontrare altri fratelli e di imparare che non sono soli nella loro esperienza.
- Aiutare i fratelli a sviluppare una migliore comprensione dei bisogni speciali dei loro fratelli/sorelle, così come di altri bisogni speciali.
- Rafforzare la comunicazione tra i fratelli e le loro famiglie e i loro amici.
- Aiutare i fratelli a sentire che sono speciali e valorizzati non solo nelle loro famiglie ma anche nella comunità.
- Assistere i fratelli nell'identificare i sentimenti positivi e quelli negativi di essere un fratello di qualcuno che ha una disabilità.
- Procurare un' opportunità per i fratelli di condividere i propri sentimenti con altri che possono capire, in un contesto protetto.
- Assistere i fratelli nello sviluppo di abilità attive di adattamento per gestire le sfide che possono dovere affrontare come ad esempio la derisione, sentirsi ignorati o imbarazzati. (Strohm, 2005)

L'utilità di questi programmi è ormai comprovata da una lunga esperienza sul campo, anche in situazioni molto diverse culturalmente. L'idea di fondo consiste nel ritenere possibile il ridimensionamento della traumatizzazione del sibling con una attività di prevenzione secondaria. La creazione di occasioni correttive in contesti protetti permette al sibling, in una condizione identitaria ancora fluida e malleabile, di sciogliere alcuni nodi irrisolti e/o di rafforzare alcune abilità sociali utili nel proseguo dello sviluppo.
Tali occasioni rimangono comunque importanti anche in altre fasce di età, come l'adolescenza o l'età adulta. In questi casi si tratta più spesso di gruppi di auto aiuto ed in questo caso, diversamente dai gruppi per i più piccoli, possiamo contare anche in Italia su esperienze significative. Per i più grandi che hanno dimestichezza con il computer e internet sono attive anche alcune mailing list molto utili per entrare in contatto con altri siblings.

Per concludere, vorrei affidarmi alle parole che ci ha regalato un padre dopo evere partecipato al seminario con Kate Strohm (Strohm, 2006), perché credo rappresentino, per tutti, una nota di speranza.

Sostenere i fratelli
Ogni volta Vi ho scritto nel cielo
con spruzzi di mare,
dove danza quell'onda
lì è ancora il mio cuore,
dove è brezza sull'acqua
lì voglio cantare.

Penso al mondo talvolta:
un oceano infinito di flutti
e di barche già pronte a salpare.
Voglio un giorno anche Voi,
su una tavola che imita il vento,
vedervi remare, le vele spiegare,
oltre banchi di ghiaccio
approdare,
e trovare
la terra promessa baciata dal sole
con in tasca i sorrisi
che la vita, un fratello e sorella,
han saputo donare.


Bibliografia

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Note:
Andrea Dondi, psicologo, psicoterapeuta, analista transazionale certificato CTA, EATA (European Association for Transactional Analysis). Collabora con il Centro di Psicologia e Analisi Transazionale di Milano.
e-mail: dondiandrea@tiscali.it



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