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A.R.I.R.I.




Lorenzo Giusti

La psicoanalisi pratica




Relazione tenuta al Corso Avanzato di Psicoterapia Psicoanalitica, Lecce 4 Ottobre - 29 Novembre 2008


Il merito di O. Renik e' di essere riuscito a scrivere in maniera  chiara quello che di solito succede nella pratica della psicoanalisi.
Partiamo dalla concezione classica dello psicoanalista, del lettino, della durata delle sedute, ecc., sino ad arrivare ai tempi nostri ed in cento anni abbiamo avuto una rivoluzione che da molti e' stata vissuta e rappresentata come una involuzione della psicoanalisi.
Il tentativo dei "nuovi" analisti e' quello di cercare di captare i principi teorici fondamentali della psicoanalisi "classica" e di  adattarla a quella che e' la realta' odierna.
Per cui quello che si faceva una volta, oggi non si puo' piu' fare.
Perche' la societa' e' cambiata, e le patologie pure; e cambiando le patologie, cambiano le terapie; cambiando le terapie  e' inutile continuare a sforzarsi di adattare dei principi teorici "fissi"ad una nuova modalita' di essere psicoanalisti.
Gli sforzi ultimi della medicina vanno nella direzione di salvare certi principi, se poi c'e' qualcosa che non conferma il principio, non si puo' cambiare il principio ma si cerca di cambiare i risultati.
Se io riesco a far sparire le allucinazioni ad una paziente senza farmaci, siccome questo non e' concettualmente  possibile, allora cambia, non era una allucinazione, ma un'allucinosi.
E questo e' quello che Renik sta cercando di mettere per iscritto; nel fare questo ovviamente riporta anche  contraddizioni.
Per esempio: c'e' la paziente che a fine seduta mentre lui la sta accompagnando alla porta, si ferma e dice "vorrei abbracciarla".
E lui dice "no, questo non e' possibile, ne riparliamo la prossima volta". Questa mossa  rende la  paziente  frustrata e aggressiva e lui a cercare di dare spiegazioni tutte accettabili e condivisibili, ma nessuna certamente e' la spiegazione. Mentre le leggevo, mi sono venute in mente le stesse spiegazioni che  Freud cercava di dare per salvare il principio del "sogno soddisfacimento del desiderio" e quando poi doveva spiegare il sogno d'angoscia, appunto si doveva arrampicare sugli specchi.

L'insegnamento che dobbiamo trarre da questo orientamento, e' che non ci sono principi assoluti.
Per esempio: lui parla del successo terapeutico con un paziente che ha visto una sola volta.
C'e' una cosa interessante, ossia che dice  chiaramente che la prima cosa da fare quando il paziente si presenta nello studio, e' quella di chiedere che cosa vuole esattamente da noi.
Perche' molto spesso i pazienti chiedono soltanto di avere l'abolizione del sintomo.
Cioe', se ti dice "ho il lavoro che fa schifo, una moglie che e' una poco di buono, ho le crisi di panico∑"
E tu chiedi "cosa vuole fare ?"
Lui  risponde " non voglio avere le crisi di panico"
In verita' vale sempre l'assunto che se io ho le crisi di panico, e' per  motivi che non conosco, perche' se i motivi sono palesi, non viene l'attacco di panico.
Se muore il cane, non e' quello il motivo della crisi, puo' essere tutt'al piu' la causa scatenante.
Se un paziente ha un attacco di panico, puo' anche cognitivamente conoscere il motivo, razionalmente, pero'. Lo sa soltanto da un punto di vista cognitivo, e ci sono comunque  delle emozioni associate che non riesci a tollerare o che non riesci a riconoscere e comunque l'attacco di panico c'e' lo stesso.
Da che cosa e' causato allora?
Dobbiamo  sempre andare indietro.
Non esiste che uno di noi  o un paziente dice "io sto male per questo fatto che mi e' capitato ieri".
Il fatto che e' accaduto ieri, e' la ripetizione di un trascorso, di un trauma passato, che non e' passato, ma continuamente riattualizzato.  
Significa non riuscire ad uscire da una situazione che si ripete sempre, di una sorta di coazione a ripetere, di una tendenza a ficcarsi nei pasticci.
Allora non e' vero che il paziente guarisce se la moglie sparisce, e cosi' i figli, il capoufficio ecc. perche' lui subito dopo di rimettera' nei pasticci.
Il trattamento consistera' nel fargli vedere che lui ha questa tendenza e a smussare la tendenza, in maniera che gradatamente lui possa liberarsene ed evitare di ritrovarsi nella stessa situazione. Ovviamente non basta dire queste cose al paziente, ma occorre un lungo lavoro di preparazione al fine di fargli acquisire gli strumenti psicologici adeguati a vedere.

Consideriamo ora la correlazione  tra acting out ed enactment.
L'enactment si riferisce al fatto che innanzi tutto la dinamica e' sempre bidirezionale, non e' o solo il terapeuta o solo il paziente, e questo serve per il superamento dell'idea che il controtransfert e' solo nostro e/o che solo il paziente sviluppa il transfert.
C'e' "qualcosa" di piu' che avviene ad un livello subliminare che mette in moto una serie di risposte di identificazione contro le identificazioni proiettive ed e' come se, stando insieme, io invito te a muoverti in un certo modo, per cui si instaura un gioco circolare di operazioni di cui spesso non si e' consapevoli.
La consapevolezza l'abbiamo soltanto in situazioni particolari di blocco del paziente, quando siamo in difficolta' vuol dire che c'e' qualcosa che e' accaduto e non ce ne siamo accorti. E' il famoso "corpo estraneo" di Morgenthaler che si insinua nella relazione tra noi e il paziente, per danneggiare e distruggere la relazione stessa.
Io infatti sottolinei il fatto che per acting intendiamo qualcosa che sta al posto di qualcos'altro.
Di qualcosa che non ha un valore direttamente comunicativo ma che viene agito inconsapevolmente.
Quando si manifesta la situazione transferale per eccellenza, in particolare con i pazienti piu' disturbati, e dove si riproducono dei  transfert particolari, io arrivavo li' e non capivo quello che accadeva; a volte andavo nel pallone , perche' in realta' quello e' un momento fondamentale del trasfert ed e' una cosa facile da leggere, ma molto difficile da vivere e superare analizzando. Quindi, in pratica, bisogna fare in modo che accadano le cose.
Io porto la differenza tra  quello che vedevo prima e quello che vedo adesso.
Prima noi non avevamo altre strade: esisteva la teoria psicoanalitica e noi ci dovevamo comportare in base alle regole di  questa teoria.
Se c'erano degli acting in o acting out voleva  dire che tu non eri capace o abbastanza bravo da contenere il movimento transferale in un ambito di setting standardizzato.
Tant'e' che quando mi confrontavo con i colleghi piu' e dicevo loro quello che mi accadeva , mi rispondevano che a loro non era mai successo, e pensavo di essere io l'incapace.

Adesso e' diverso. Viene un paziente, fa una cosa differente; mentre prima doveva stare seduto e se non stava seduto era un problema mio, ora invece si alza, va a fumare fuori, oppure c'e' stata una paziente che ho trattato per tre anni, ed e' rimasta in piedi per un ano intero.
E quindi lascio che accadano le cose.
Per esempio un paziente che tira calci contro tutto quello che ha davanti, io lascio che cio' accada, senza avere paura.
Mentre prima per far si' che l'analista fosse un bravo conduttore, ossia che conduceva bene, tutto doveva avvenire in un certo modo.
La psicoanalisi teorica e' costringere il paziente a seguire la teoria. La psicoanalisi pratica e' permettere al paziente a seguire la sua pratica di vita.
La scoperta piu' straordinaria e' stato il constatare che puo' accadere di tutto in seduta, ma poi i pazienti si alzano e se ne vanno tranquilli.
Una volta mi ricordo che, per la mia rigidita' estrema, un paziente mi ha chiesto di poter usare il telefono, perche' voleva  chiamare qualcuno che lo venisse a prendere, ed io sono andato in crisi perche' secondo me stava facendo un agito.
Questo da' la misura della paura che io avevo, andavo in supervisione, il paziente  aveva sviluppato un transfert erotizzato, e secondo me era per colpa mia , per come ero vestito, perche' mi e' stato detto che dovevo indossare un saio.
Sto affermando che praticamente funziona anche lasciare agire il paziente, anzi lo ritengo obbligatorio per certe patologie serie.
Mi viene in mente che se un paziente vien da me, comunque sta vivendo ed agendo la sua follia.
Il fatto che secondo me  la agisca in una situazione comunque tutelata, ha un effetto terapeutico alla stessa maniera della verbalizzazione della follia? No, io dico che in una prima fase, e non so quanto tempo questa possa durare, il paziente si esprime con i fatti, dopo, quando inizia per esempio a sognare o ad associare spontaneamente, quando cioe' il terreno e' ben concimato, allora e' possibile procedere con la chiarificazioni dei suoi agiti e dei suoi comportamenti. E quando la sua struttura mentale avra' imparato a mentalizzare i conflitti, quando la struttura mentale avra' preso il dominio sugli altri apparati, solo allora il paziente comincia a guarire veramente.  

Per come la vedo io, se noi riusciamo a concentrare il massimo dell'intensita' emotiva e farli anche agire dentro la seduta, stiamo facendo un buon lavoro.
Il paziente fuori deve funzionare al meglio e deve venire dentro in seduta e  sentire che  puo' essere per come e' veramente.
La deduzione poi viene naturalmente una volta che tu  cominci a leggere quello che sta accadendo e lui trova uno spazio per poterlo esprimere in modo diverso.
Quindi quello che accade in seduta non e' preoccupante, l'importante e' che capiamo che cosa sta accadendo, e' questa la cosa difficile all'inizio.
Oggi noi siamo inseriti in un contesto sociale nel quale tutto e' immediato .
Un paziente viene che sta male e vuole stare bene nel piu' breve tempo possibile. Per questioni di sofferenza, tempo, soldi ecc. Allora noi prima curiamo il paziente, soprattutto costruendo una cornice (come dice Resnik) alla sua follia, tenendo ben presente che e' il paziente, non noi a decidere il tipo e la forma della cornice. Il che vuol dire non adattare il paziente ad una cornice precostituita, cioe' ad un setting rigido.
Per esempio,  nel discorso  dell'abbraccio della paziente, io mi sarei fatto prima abbracciare e poi , ma soltanto se la paziente la volta successiva avesse detto qualcosa in riferimento all'abbraccio, avrei tentato un approccio chiarificatore ed eventualmente interpretativo. Ma se la paziente non dice niente, a me non interessa, aspetto. E poi, se se fosse trattato di un paziente maschio, che sarebbe accaduto, forse che allora l'abbraccio consentito?.
Perche' se quello e' un problema, il problema sta dentro il nostro rapporto, viene fuori dopo, quando decide il paziente; cioe' quando il rapporto con il terapeuta e' piu' consolidato, la paziente ha una capacita' di recepire  i nostri movimenti interpretativi, non prima.

 

 


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