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Anno IV - N° 2 - Maggio 2004

Lavori originali: “Il lavoro psicoanalitico con adolescenti nelle istituzioni”
Roma, 8-15-22 Maggio 2004




“Adolescenti e pronto soccorso”

Paola Carbone(1)



1.
C'è un mito sull'adolescenza che ha notevolmente condizionato il tipo di strutture destinate ad accoglierne i bisogni: il mito dell' "autoreferenzialità".
Con questo neologismo ci si riferisce all'aspettativa che gli adolescenti pongano autonomamente e nel posto giusto la loro richiesta di aiuto.
Negli ultimi decenni, da quando si è finalmente capito che gli adolescenti non erano dei bambini più grandi o degli adulti più piccoli, ma individui con delle caratteristiche proprie, molti sforzi sono stati fatti per adeguare le strutture di accoglimento alle caratteristiche dei clienti adolescenti, e - dato che il bisogno di verificare la propria autonomia è certamente un elemento peculiare dell'esperienza adolescenziale - sono stati giustamente progettati servizi ai quali i giovani potessero accedere da soli, senza il supporto affettivo, organizzativo ed economico dei genitori: servizi per gli adolescenti "autoreferenti".
Questo tipo di servizi, definiti a "porte aperte" (Novick, Walk, 1977) perché le barriere burocratiche (ticket, prenotazioni, appuntamenti.....) sono ridotte al minimo; rispondono quindi molto validamente ai bisogni di quell'adolescente "tipo" che vuole incontrare un adulto competente, ma intende anche affermare la propria autonomia dalle figure di riferimento che la famiglia o la scuola gli propone e gli impone e cioè gli insegnanti e i genitori.
Insomma: servizi a "porte aperte" per quei giovani che vogliono trovare da soli l'adulto con cui consultarsi, in un territorio neutrale e non troppo connotato dal braccio di ferro che caratterizza il rapporto con l'autorità scolastica e familiare. Purtroppo questi "adolescenti tipo" sono pochi.
Dico "purtroppo" perché un adolescente così dimostra di essere già a buon punto nel suo processo evolutivo, infatti da un lato è consapevole dei propri limiti e del bisogno di ricevere aiuto e dall'altro è consapevole delle proprie capacità e desideroso di sperimentarle autonomamente.
La maggioranza degli adolescenti problematici non è però così e, soprattutto i più giovani e i più disturbati, molto raramente riescono a rappresentarsi la loro sofferenza in modo sufficientemente chiaro da arrivare a chiedere, o a cercare autonomamente, un appropriato aiuto psicologico.
A tanti giovani in difficoltà il corto circuito degli agiti offre una transitoria via di fuga dall'angoscia e fare cose ad alto contenuto emozionale (azioni spericolate, sesso compulsivo, musica assordante...) promette una transitoria anestesia dalla sofferenza .
Un vecchio detto - non troppo saggio - recitava :"occhio non vede, cuore non duole"; la versione più aggiornata e più lucida, ben espressa da una adolescente durante un focus group (Carbone, 2003, cap.2) ripropone in termini attuali lo stesso meccanismo di negazione: "in discoteca puoi prendere pasticche oppure no, ma comunque sia, dopo che sei stato lì a ballare con la stessa musica per ore, esci che dei tuoi problemi non te ne frega proprio più niente".
Allora: benissimo che ci siano servizi accessibili agli adolescenti autoreferenti, è però necessario pensare anche ad altri luoghi: i luoghi in cui incontrare i ragazzi che non ci chiedono niente, non perché non abbiano bisogno di noi , ma perché non trovano "le parole per dirlo".

1.1 Perché gli adolescenti vanno al Pronto Soccorso?
Anche se i profani della statistica sanitaria lo ignorano il Pronto Soccorso è uno dei servizi più utilizzati dai giovani (Rosso, Pezzoni, 1999; Knishkowy e coll., 1995; Nimnuan e coll., 2001; Amitai e coll., 1998; Amitai e coll., 1999; Walzer, Townsend, 1998; Bertolotti e coll., 2001; Pennacchi, Anticoli, 2002) e cioè proprio da quella fascia della popolazione che gode del miglior stato di salute e che -quindi- dovrebbe girare alla larga dall'ospedale.
In realtà l'alta affluenza è dovuta a due fenomeni accomunati dal fatto che il corpo è il protagonista - e la vittima - di tanti agiti adolescenziali.
1) Il primo fenomeno è l'elevata incidentalità giovanile e i traumi che ne conseguono.
Il problema degli incidenti in adolescenza è un problema gravissimo.
Prima di tutto è gravissimo per i numeri: si tratta di una vera ecatombe ed in Italia sono più di mille, ogni anno, i giovani che muoiono per incidenti stradali; un dato allarmante e che sottostima largamente il fenomeno (Taggi, Giustini, 2000). E' però gravissimo anche perché l'incidente è un dramma spogliato di senso; l'opinione corrente infatti lo considera una "disgrazia" o una "fatalità", o lo banalizza come una "ragazzata" (Carbone, 2003, cap.5).
A conferma di questa macchia cieca, non solo dei medici e dei genitori, ma anche di noi "psi", è interessante sottolineare come la letteratura specialistica continui ad ignorare il problema(2) e il micidiale intreccio di acting e incidenti.
Da anni mi batto, con gli strumenti non troppo ascoltati della ricerca e della clinica, perché il problema dei giovani e degli incidenti non venga ridotto ad un problema di Polizia Stradale e credo che non possiamo passare la delega ai Vigili o agli Istruttori di Scuola guida, e neppure ai medici che riparano le ferite del corpo.
Questi ragazzi che vanno al Pronto Soccorso per le lesioni conseguenti ai loro agiti trovano in generale una risposta medica competente e tecnicamente sofisticata, ma strettamente limitata al danno somatico.
L'intervento specialistico che consentirà ai più, in un certo numero di giorni, di recuperare l'integrità fisica è quindi tempestivo ed efficace, ma opera anche un'altra - meno auspicabile - magia, quella di trasformare i molti problemi esistenziali che hanno spinto il ragazzo a mettere a repentaglio la propria vita, in una ferita, una distorsione, una frattura, "guaribili in tot giorni".
E allora i ragazzi, non capiti, ritornano. Hanno nuovi incidenti e ci offrono nuove ferite, nuove distorsioni e nuove fratture per mettere sotto gli occhi degli adulti che non sanno comprendere , quei traumi che essi stessi non riescono a vedere. Nel corso della ricerca condotta in 5 ospedali romani tra il 2000 e il 2002 (Carbone, 2003, cap. 6) è emerso che più del 50% dei ragazzi ricoverati per incidente aveva avuto precedenti incidenti (alcuni erano al terzo e al quarto ricovero!).
Analogamente, su 152 ragazzi intervistati nell'ultimo anno al Pronto Soccorso del S. Eugenio, ben il 70% erano "alti utilizzatori del servizio"; ovvero, per dirla in termini meno aziendali e più sensati, erano ragazzi coinvolti in una spirale coattiva di agiti autolesivi.
2) La seconda ragione per cui il Pronto Soccorso è un servizio così frequentato dai giovani è che in quest'età, molto spesso, l'angoscia viene somatizzata (Beiter e coll., 1991; Campo, Fritsch, 1994; Fritz e coll. 1997).
La paura di non farcela, il senso di vuoto, la perdita delle antiche sicurezze e tanti altri affanni dell'umana esistenza affiorano nel vissuto degli adolescenti, ma in molti casi, stentano ad essere rappresentati e mentalizzati.
L'integrazione psicosomatica e la consapevolezza dei propri vissuti sono conquiste della maturità e le emozioni che non possono essere configurate nell'infinita gamma dei sentimenti, vengono spesso sperimentate solo nella loro componente somatica.
L'oscillare tra il timore e il desiderio, lo slancio della speranza e la caduta depressiva, la vertigine dell'infinito e la costruzione del limite sono il pulsare dell'esistenza. Ma questo pulsare, questa sistole e diastole del dinamismo vitale, se non è integrabile in rappresentazioni e incanalabile in adeguate azioni si richiude su di sè e trova forma solo in quell'insieme di disturbi, detti appunto somatoformi, perchè l'emozione, se non diviene sentimento, può solo essere percepita come un moto viscerale, cieco, doloroso e persecutorio.


2. PREVENZIONE AL PRONTO SOCCORSO(3)

Riassumendo: i tantissimi adolescenti che tendono ad agire o a somatizzare consultano raramente psicologi o psichiatri, ma vanno spesso (alcuni regolarmente!) al Pronto Soccorso.
Pensiamo che proprio lì dovremmo essere presenti per accoglierli e dare significato alla loro domanda.

2.1 Una ricerca intervento al Pronto Soccorso
Da due anni (dal 2002) abbiamo costituito una piccola postazione al Pronto Soccorso dell'Ospedale S. Eugenio di Roma(4); si tratta di uno sportello a cui - con la preziosa collaborazione del Personale Sanitario - vengono indirizzati tutti i giovani tra i 14 e i 24 anni che giungono al Pronto Soccorso.
L'obiettivo della nostra presenza al Pronto Soccorso è duplice:
1) Capire meglio e di più (al di là delle categorie epidemiologiche) quali sono le ragioni che spingono un giovane al Pronto Soccorso; per questo abbiamo organizzato una parte del colloquio clinico in forma strutturata (intervista semistrutturata) ed abbiamo anche utilizzato un questionario diagnostico autosomministrato (SCL-90-R).
Il colloquio clinico è lo strumento che meglio consente di cogliere le suggestioni e l'originalità di ogni storia, ma la parte strutturata dell'intervista e il questionario diagnostico permettono di raccogliere quei dati indispensabili per dialogare con le altre istituzioni.
Essere lì, al P.S., significa però, soprattutto, fornire ai ragazzi l'opportunità di esprimersi e - a partire dal motivo che li ha condotti lì- riflettere su di sé e fare un punto sulla propria vita.
Si tratta di offrire loro un'occasione di elaborare ciò che è accaduto: un modo di pensare "altro" che si realizza grazie all'ascolto di un altro.
Gli adolescenti quindi non ci parlano solo dell'incidente; ci parlano di loro, della loro vita, delle loro ansie, un po'meno delle loro gioie, e noi non siamo lì solo per raccogliere dati, ma soprattutto per ascoltare ed aiutarli a dare voce a sofferenze sequestrate nel corpo.

2.2 Quale setting?
Le nostre giornate (o nottate!) al Pronto Soccorso trascorrono nel seguente modo: la prima tappa è il "Triage" dove prendiamo nota degli adolescenti in attesa della visita.. Al momento del loro turno, e con l'accordo dei Sanitari, li seguiamo nella medicheria e assistiamo, tenendoci un po' in disparte, alla visita. Finita la visita è lo stesso medico (e/o l'infermiere) che ci presenta e propone il colloquio con noi come una prassi del Pronto Soccorso.
Una volta giunti nella stanza per il colloquio ci presentiamo al giovane e lo informiamo più dettagliatamente del senso della nostra ricerca.
Trattandosi di un'esperienza pilota, non ci siamo potuti avvalere dell'esperienza di altri clinici circa il modo migliore per condurre un colloquio "psi" in un reparto d'emergenza: all'inizio ci siamo poste numerosi quesiti circa il momento migliore in cui proporre il colloquio agli adolescenti (prima o dopo la visita medica?), circa la sequenza di somministrazione dei due strumenti (prima questionario e poi intervista o viceversa?) e la tipologia del setting .
Abbiamo, così, svolto i primi colloqui sperimentando le diverse possibilità e abbiamo utilizzato il gruppo di supervisione per confrontare le diverse esperienze e mettere a fuoco i pro e i contro.
Ci siamo subito accorti che il colloquio prima della visita medica non funzionava. Pensavamo che sarebbe stato ben accetto durante la lunga attesa in sala d'aspetto, ma i ragazzi hanno molta resistenza sia a compilare il questionario, sia a farsi coinvolgere nel colloquio perché tutti concentrati nell'attesa del "verdetto" medico.
Abbiamo quindi convenuto che il tempo dell'attesa ( le ore trascorse in sala d'aspetto) non era utilizzabile e che era molto meglio proporre i colloqui dopo la visita medica. Questo consentiva di entrare in contatto con il ragazzo nella sala visita e il colloquio proposto - a quel punto - si collocava in maggiore continuità con gli eventi che lo avevano condotto in quel luogo e si articolava meglio con l'intervento sanitario propriamente detto. Inoltre, collocandosi in un tempo specifico e aggiuntivo non rischiava di essere percepito come un "riempitivo".

2.3 Presentazione e discussione dei dati
I dati emersi dall'intervista semi-strutturata sono puramente descrittivi; sulla base delle affermazioni dei ragazzi è stato possibile individuare alcune categorie di risposta che consentono una lettura più immediata delle caratteristiche generali del nostro campione.
Per quanto riguarda, invece, il questionario psicodiagnostico (SCL- 90-R), dopo aver attribuito ad ognuno dei soggetti i dodici punteggi previsti dallo stesso, sono stati calcolati i punteggi medi e le relative deviazioni standard. Questi punteggi sono stati poi confrontati con un campione di controllo costituito da 208 adolescenti di età compresa tra i 14 e i 24 anni, appartenenti ad una popolazione scolastica e/o lavorativa, e non utenti del Pronto Soccorso. Allo scopo di rilevare le differenze tra il gruppo di ricerca e il gruppo di controllo (opportunamente selezionato), abbiamo effettuato tre confronti tramite l'analisi della varianza univariata. 4
Questo paragrafo darà più rilievo agli aspetti qualitativi dell'incontro che a quelli quantitativi: pensiamo infatti che i dati siano importanti, ma le parole degli adolescenti possono aiutarci ad interrogarci sulle diverse sfumature psicologiche e/o psicopatologiche che li caratterizzano.
Nel presentare i dati inseriremo alcune storie di adolescenti, con la speranza che servano a fornire un'idea più completa e diretta sia dell'esperienza che stiamo vivendo, sia dei ragazzi stessi, con i loro volti, le loro voci e le loro storie.
a) Ci sembra opportuno partire dalla attribuzione del codice di accesso al "Triage" al momento in cui l'adolescente arriva al Pronto Soccorso. Il codice attribuito è in netta prevalenza (95%) quello verde (casi con urgenza differibile); questo dato ci dice che la maggior parte del nostro campione non è costituito dagli utenti per i quali è stato creato il servizio di P. S.: i nostri ragazzi sono cioè utenti che presentano i loro bisogni in un luogo che purtroppo non può dar loro una risposta adeguata.
b) Emerge una differenza tra i maschi (59% del campione) e le femmine (41% del campione).
Più della metà (66%) dei maschi accedono al P. S. in seguito ad incidenti.
Silvio è uno di questi ragazzi che con molto distacco e con il sorriso sulle labbra ci racconta dei suoi numerosi incidenti: "sono un tipo un pò troppo vivace e irrequieto, non ci posso fare niente, sono sempre stato così da quando sono bambino. Da dove devo cominciare? Guarda che la lista è lunga! Una volta mi sono rotto i legamenti giocando a pallone, un'altra volta ho fatto lo scemo con il motorino e sono scivolato sull'asfalto bagnato rompendomi il braccio....sono troppe, non me le ricordo tutte!". Silvio è un ragazzo di 24 anni e viene al Pronto Soccorso per una policontusione a seguito di un incidente stradale. Per la prima volta nella sua vita trova il coraggio di raccontarsi e come un fiume in piena ci investe con la sua vita narrandoci di avvenimenti socialmente inaccettabili: nell'ultimo anno ha iniziato ad assumere e spacciare cocaina e a rubare. Per Silvio è importante possedere molti soldi, la ricchezza economica equivale, per lui, alla libertà e all'autonomia. Sfida il dolore e il rischio al punto da assumere delle condotte autolesionistiche (racconta con compiacimento che si fa mordere dai piranha del suo acquario, si spenge le sigarette sulle mani e in preda all'ira sferra colpi sulle porte).
E' difficile riassumere la sua storia, ma quello che, qui, vogliamo evidenziare è come dietro ad un "semplice incidente" possa celarsi un vissuto tanto problematico e una storia che solo uno "sguardo" attento può cogliere.
c) Più della metà delle ragazze (52%) accedono al Pronto Soccorso, invece, per sintomi senza causa somatica, ovvero sintomi di varia natura (mal di testa, dolori addominali,...), che non corrispondono a una causa organica identificabile; nel formulare questa diagnosi il medico per lo più propone ulteriori accertamenti anche se sospetta un'origine psicologica del disturbo.
Sara è una ragazza di 19 anni che arriva al Pronto Soccorso per dei forti dolori addominali, dalla visita non viene riscontrato nulla. Nel corso del colloquio ci spiega che le capita spesso di star male e esclama: "Vengo spesso qui per dei mal di pancia, a volte ho mal di testa, una volta per dei dolori al polso, ho girato tutti i medici possibili e non hanno trovato nulla, mi hanno detto che somatizzo". Parlando della sua vita esprime mille dubbi sul futuro, ci confida della separazione dei suoi genitori e che il giorno seguente avrebbe dovuto raggiungere il padre il quale vive in un'altra città con una nuova compagna e aggiunge: "Mi sa che non ci vado, se mi sento male lì come faccio? E poi non voglio lasciare il mio ragazzo che non può seguirmi perchè mio padre non vuole".
Pensiamo che Sara abbia difficoltà ad affrontare l'incontro con il padre ma le manchi il coraggio di dirlo a se stessa: forse affida al corpo il compito di esprimere il proprio rifiuto.
d) Dei "nostri" ragazzi intervistati, ben il 76% ha riferito di aver avuto precedenti esperienze di accesso al Pronto Soccorso, esperienze tra l'altro molto spesso numerose e recenti.
A testimonianza di questo Alessandro, un ragazzo di 23 anni, figlio unico e con dei rapporti difficili con il padre, ci dice: "Se inserisci il mio nome al computer ne escono di cose! Nell'ultimo anno sono venuto due volte al Pronto Soccorso a causa di due incidenti con la moto e mi sono rotto i legamenti...un conto totale?...Almeno quindici volte, sempre a causa di incidenti con la moto...molti se la cercano, forse anch'io perché faccio cose per cui la probabilità di farsi male cresce, mi piacciono le emozioni forti e le provo solo facendo attività rischiose".
Anche Giovanni è un frequentatore assiduo del Pronto Soccorso, è un giovane di 24 anni che con preoccupante disinvoltura ci elenca le sue "ferite di battaglia":" Una volta mi sono rotto la caviglia cadendo dagli sci, un'altra volta mi sono fratturato il braccio cadendo dal motorino, mi sono fatto male ad un occhio cadendo dallo snowboard, poi ho sbattuto la testa cadendo dalla bicicletta. Ci sono anche altri episodi, ma non me li ricordo tutti, sono talmente tanti! Sono sempre stato un tipo vivace, ho fatto una vita un po' spericolata".
Carla, una ragazza di 21 anni, invece, arriva al Pronto Soccorso in seguito a perdita di coscienza, e questa non è la prima volta che le capita, come lei stessa ci dice:"E' la settima volta che vengo qui a causa di questi svenimenti, non riesco a capire perché, visto che i medici non trovano niente...".
La ripetitività nella richiesta di consulti ci ha fatto riflettere sul fatto che questi ragazzi rappresentano una categoria di "alti utilizzatori" del Servizio d'emergenza. Questo dato, associato a quello, sopracitato, relativo alla predominanza di "codici verdi", ci consente però di evidenziare come questi ragazzi facciano un uso inappropriato del Servizio stesso: un servizio nato per rispondere con la massima prontezza ad improvvise crisi e rotture degli equilibri biologici fondamentali su cui posa la nostra salute. Ma il problema non è neppure che questi giovani si rechino spesso al P.S.. Il problema è che continuano a tornare perchè non riescono a trovare una risposta adeguata. Il Servizio d'emergenza - colludendo con le dinamiche psicologiche dei giovani - sposta continuamente il focus del problema su un piano fisico, con la conseguenza che gli adolescenti che somatizzano o che agiscono (incidenti, etc.) non trovano una risposta al loro vero bisogno e - spesso - giocano a rialzo, ripetendo in modo coattivo il comportamento o il sintomo.
e) Tra l'altro la maggior parte di questi adolescenti, precisamente il 73%, ha attribuito la causa dell'evento a "fattori esterni".
Ne è un esempio Massimiliano, un ragazzo di 20 anni che ci riferisce di essere stato piuttosto sfortunato nell'ultimo anno poiché ha avuto tre incidenti stradali e due sportivi (ben 5 incidenti!!); per usare le sue parole:" è stato un anno sfigato...capitano tutte a me, forse sto antipatico alla Madonna...comunque è colpa della gente che mentre guida sta al telefonino e si distrae...poi sono uno jellato di prima categoria, forse dovrei partecipare ai pellegrinaggi di Padre Pio".
Questa tendenza alle attribuzioni esterne non vale solo per gli incidenti che sono sempre colpa di qualcosa che non è il soggetto ("un pazzo mi ha tagliato la strada","c'era il brecciolino", "è destino"...), ma anche per le lamentele somatiche che vengono percepite conseguenze di fattori esterni ("faceva caldo", "ho mangiato qualcosa che mi ha fatto male", "soffro di pressione bassa"...).
Per esempio, Silvia, una ragazza di 19 anni venuta al P.S. a causa di certi dolori addominali, esplosi - guarda caso - in occasione del primo incontro con i genitori del fidanzato; Silvia concentra tutta la sua attenzione sul corpo dolente: " ...mi era arrivato il ciclo e avevo già dei dolori, ho provato a sopportarli ma alla fine mi sono dovuta far accompagnare qui...ho pensato che era appendicite ma poi il medico mi ha detto che non è niente, solo uno stato di tensione".
Questa tendenza alle attribuzioni esterne potrebbe essere interpretata come una difficoltà dell'adolescente a percepire il corpo come proprio e/o a considerarsi soggetto attivo dell'evento, ma spesso, sono proprio gli adulti a lui vicini, a rinforzare nel giovane questi sentimenti di passività. Infatti, non di rado, capita di sentire i genitori di questi adolescenti rincuorarsi all'idea che alcune condotte rischiose siano solo "ragazzate" e d'altra parte il medico che dice alla ragazza che "non è niente, solo uno stato di tensione" non facilita certo la valorizzazione della consapevolezza.
Quando abbiamo chiesto ai ragazzi di definire il proprio stato d'animo prima dell'evento che li ha condotti in Pronto Soccorso, il 60% ha riferito uno stato d'animo "normale".
L'aggettivo "normale", proprio grazie alla sua ostentata neutralità, ci fa sempre riflettere e ci appare molto interessante, sotto l'apparente banalità: cosa vuol dire normale? La nostra ipotesi è che questa "normalità" esprima non tanto uno stato di autentico benessere, ma la difficoltà a percepire le proprie emozioni. Un'ipotesi avvalorata dal fatto che il colloquio con tanti "normalissimi" adolescenti ha spesso svelato vissuti molto problematici.
f) Dall'analisi dell'SCL-90-R, in accordo con i dati presenti in letteratura e con i dati ricavati dall'intervista, emerge una differenza tra i maschi e le femmine nel modo di espressione del disagio.
Dal confronto tra i maschi del gruppo di ricerca e quelli del gruppo di controllo non emergono differenze significative nelle nove dimensioni sintomatiche, mentre risulta significativo l'indice globale PSDI che misura lo stile di risposta (la tendenza del soggetto ad esasperare o attenuare il disturbo).
Questo dato, quindi, può essere interpretato come l'espressione di un'incapacità del soggetto di rappresentarsi adeguatamente le proprie difficoltà, di mentalizzarle, e ci sembra molto probabile che i maschi del nostro campione siano così inconsapevoli dei propri stati interni da non riconoscerli neppure quando se li trovano davanti, nelle domande di un questionario. D'altra parte il campione maschile è per lo più al P.S. per traumi conseguenti ad agiti ed è ben noto che la tendenza ad agire va nella direzione opposta alla capacità di mentalizzare.
Le femmine del campione di ricerca, a differenza dei ragazzi, hanno ottenuto punteggi più alti (e più problematici) in quasi tutte le scale del questionario rispetto le femmine del campione di controllo. E' probabile, quindi, che le ragazze esprimano il proprio disagio interno attraverso sintomi somatici, sintomi che focalizzano l'ansia su di un organo ma non la cancellano. Rispetto ai loro coetanei di sesso maschile le ragazze hanno quindi mostrato un maggior grado di consapevolezza e minore difficoltà nel processo di mentalizzazione e minore tendenza all'acting.


3. LA FORMAZIONE

Abbiamo fin'ora descritto i due fondamentali obiettivi che ci hanno spinto a costituire uno Sportello di ascolto psicologico per giovani al Pronto Soccorso: capire meglio chi sono e offrire loro un'occasione di riflettere, la possibilità di integrare nella trama storica dell'esistenza un evento somatico scisso e alieno.
Ma - oltre che essere un luogo in cui è possibile offrire ai ragazzi un'occasione preziosa - lo sportello di ascolto è anche un luogo molto adatto alla formazione clinica di giovani professionisti.
Nella mia esperienza professionale è stato fondamentale aver messo in gioco la formazione psicoanalitica e averla sperimentata in interventi al di fuori del classico setting della "cura tipo", un setting caratterizzato da parametri spazio-temporali costanti e ben definiti.
Penso che per i giovani che stanno completando la formazione clinica sia molto utile esercitare il loro bagaglio di esperienze psicoanalitiche in setting meno concreti e meno strutturati.
Naturalmente è più difficile gestire un incontro senza il solido sostegno spazio-temporale del luogo protetto e dell'orario concordato, ma cimentarsi in queste esperienze consente di imparare ad utilizzare la funzione-setting della nostra mente.
Lavorare in Pronto Soccorso è un'occasione preziosa per capire che tutte le coordinate materiali dell'incontro sono utili (al paziente e a noi) se sono la concretizzazione di un setting interno, simbolico: quello spazio dentro di noi in cui possiamo accogliere l'altro.
Per concludere penso che questi territori di confine offrano occasioni di formazione preziose anche per chi non lavorerà mai nelle istituzioni, ma farà -come tanti allievi della nostra scuola ARPAD- il lavoro di psicoterapeuta nel suo studio privato. E questo è tanto più vero per chi ha scelto di occuparsi di adolescenti e cioè di pazienti che -per definizione- metteranno in mille modi alla prova il setting e ne saggeranno l'autenticità.


4. CONCLUSIONI

I dati epidemiologici parlano chiaro sull'afflusso dei giovani al Pronto Soccorso e qualcuno potrebbe anche lamentare l'uso inappropriato di un servizio per le urgenze che viene sovraccaricato da un'utenza non pertinente; il nostro progetto pilota dice però qualcosa di più e cioè che questa struttura potrebbe invece divenire un luogo fondamentale per la prevenzione di tanti disturbi del processo evolutivo.
Il problema è che se le consultazioni mediche non promuovono la consapevolezza rischiano di rappresentare uno stimolo iatrogeno.
Le consultazioni mediche sono iatrogene (e alimentano una spirale di agiti e di ritorni) perchè per i giovani sono incontri che si concludono con un fallimento della speranza di essere aiutati.
Nessuno scambio medico-paziente può essere neutro , ci sono troppe cose vitli in gioco : ogni incontro è un'occasione e, se non giova, danneggia.
Quando il medico del Pronto Soccorso cura una lesione senza porsi il problema del perché si sia prodotta -e addirittura, senza chiedersi come mai quel ragazzo sia al terzo o al quarto incidente!- oppure quando congeda un giovane paziente con la fatidica frase "non hai niente", non fa che confermare al suo interlocutore che non c'è proprio speranza di essere capiti e quindi che ciò che sta avvenendo non è né comprensibile, né controllabile.
E i ragazzi se ne vanno rassicurati e sollevati , ma per quanto?
Tra i dati della nostra ricerca , tutti interessanti, uno dei più significativi è proprio quello dei ritorni: più del 70 % dei ragazzi tornerà al Pronto Soccorso. Ed è proprio nella denominazione della struttura che sembra si stringa il nodo della collusione, nell'unione di un termine così intriso di umana solidarietà, quale "Soccorso" con l'aggettivo magicamente rassicurante "Pronto".
E' comprensibile che tanti giovani scelgano di recarsi proprio lì: al "Pronto Soccorso", una struttura anonima che ben si presta a sostenere la proiezione di una salvezza tipo "mordi e fuggi", l'illusione pericolosa del "tutto e subito".
Meno comprensibile è la difficoltà degli adulti di interrompere questo gioco collusivo; in fondo sarebbe facile, basterebbe chiedere al ragazzo "come stai?". ... sempreché, naturalmente, si voglia correre il rischio di ascoltare la risposta.


Note
1 psichiatra e psicoanalista, docente ARPAD docente Facoltà di Psicologia 2 , Università di Roma "la Sapienza"
2 Anche l'ultimo trattato pubblicato in Italia sui tanti modi in cui i giovani mettono, più o meno consapevolmente, a rischio la vita (Nizzoli U. e Colli C. (2004). Giovani che rischiano la vita. Milano, Ed. McGraw Hill.) scotomizza radicalmente il problema dell'incidentalità giovanile che non viene in alcun modo affrontato.
3 Questo paragrafo: "Prevenzione al Pronto Soccorso" è stato scritto dalle Dottoresse Martelli Venturi Ilaria e Mosconi Miriam.
4 Ringraziamo i Primari ( il Prof.Massimo De Simone e il Prof. Lucio Alessandro), tutti i Medici e gli Infermieri del Pronto Soccorso e la Direzione Sanitaria ( Dottoressa Velia Bruno) dell'Ospedale S.Eugenio , ASL RMC di Roma.


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