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Anno III - N° 3 - Settembre 2003

La biblioteca di A&P



"Child Abuse & Neglect"
vol. 26, Number 9, Number 12, 2002

Recensione di Ugo Sabatello



David L. Burton; Diane Lynn Miller; Chien Tail Shill: A social learning theory comparison of the sexual victimization of adolescent sexual offenders and non sexual offending male delinquent (pp 893-908)

David P.H.Jones: Editorial. Is sexual abuse perpetrated by a brother different from that committed by a parent? (pp 955-956)

Mireille Cyr; John Wright; Pierre McDuff; Alain Perron: Intrafamiliar sexual abuse: brother-sister incest does not differ from father-daughter and stepfather-stepdaughter incest. (pp 957-974)

La rivista Child Abuse & Neglect è ben conosciuta da chi si occupa di abuso e maltrattamento in quanto da molti anni pubblica contributi, organizza convegni e corsi di aggiornamento per sensibilizzare sia gli operatori professionisti che la popolazione sul tema, spesso sottovalutato, dell’abuso all’infanzia. I tre lavori qui recensiti hanno però particolare interesse in quanto si interrogano sulla partecipazione e le caratteristiche degli adolescenti coinvolti, quali vittime o perpetratori, nel fenomeno dell’abuso sessuale.
Il primo lavoro si propone di distinguere quali adolescenti divengano, dopo aver subito un abuso sessuale durante l’infanzia o l’adolescenza, abusanti a loro volta e quali invece, pur avendo subito un abuso, manifestano un comportamento delinquenziale ma non sessualizzato. Gli autori tentano cioè di verificare la veridicità di ciò che viene comunemente definito “il ciclo dell’abuso”, ovvero la restituzione da parte della vittima della violenza subita così da diventare a sua volta un abusante. Tale teoria, che legge l’abuso sessuale come un comportamento socialmente appreso, è stata formulata nel 1990 da Garland e Dougher.
L’impianto della ricerca mette a confronto due gruppi di adolescenti “delinquenti”, 216 con comportamenti sessualmente abusanti e 93 non abusanti. La totalità dei minori aveva, a suo tempo, subito violenze sessuali. Vengono identificati dagli autori cinque elementi di differenziazione che, se presenti, rendono più probabile che una vittima sviluppi nel tempo un comportamento abusante. Una particolare vicinanza relazionale con il perpetratore, un abusante maschio, una più lunga durata dell’abuso, l’aver subito violenza fisica sotto forma di vittimizzazione e l’esperienza della penetrazione sessuale sono identificati come fattori differenziali che, nel loro complesso, aiutano a predire chi svilupperà un comportamento sessualmente abusante e convalidano l’ipotesi che il ciclo dell’abuso possa essere un comportamento socialmente appreso.
In estrema sintesi potremmo dire che maggiore è il trauma e la vittimizzazione (cosa che spesso si associa al sesso maschile del violentatore) maggiore è la possibilità che si possa poi compiere una “restituzione della violenza”. L’articolo ha il pregio di porsi una delle domande fondamentali che il clinico, soprattutto se si occupa di sviluppo, è portato a porsi, e cioè la diversità dei destini individuali o, in senso più specifico, della psicopatologia, a partire da condizioni ambientali e da fattori traumatici che, se non identici, sono almeno molto simili. Gli autori si inseriscono quindi, con uno studio “sul campo”, all’interno del filone della “developmental psychopathology” e delle sue questioni fondamentali.
L’editoriale di Jones e l’articolo della Cyr e colleghi si propongono, invece, di sfatare un altro luogo comune, ovvero la minore pericolosità per la salute psichica dell’incesto tra fratelli rispetto a quello tra padre e figlia o tra patrigno e figlia acquisita. E’ sempre stata opinione diffusa, infatti, che l’incesto tra fratelli venga a far parte dei comportamenti esplorativi e di scoperta della sessualità e che, mancando della componente propria del “tradimento” della fiducia infantile nei confronti dell’adulto sia, per questo, meno dannoso.
Gli autori hanno messo a confronto tre gruppi di ragazze che avevano subito abuso sessuale da parte del padre, del fratello o del patrigno, per valutare le differenze nel tipo di abuso, dell’ambiente familiare e della situazione di malessere della vittima.
Il limite dello studio risiede nell’esiguità del campione preso in considerazione (settantadue ragazze tra i cinque e i sedici anni), e nel fatto che solo alcuni dei possibili abusi sessuali siano presi in considerazione. Ciononostante, i risultati dello studio sono interessanti e meritano ulteriori approfondimenti. Gli autori hanno riscontrato poche differenze nelle caratteristiche dell’abuso nei tre gruppi ma sorprendentemente, nell’incesto tra fratello e sorella, è più frequente che si arrivi ad un rapporto sessuale completo, spesso anche con l’uso della violenza. Inoltre le conseguenze negative, in termini di malessere e sofferenza psichica, del gruppo vittimizzato dai fratelli, è pari a quello delle ragazze che hanno subìto abuso da parte del padre e, comunque, più rilevante del gruppo che ha subìto abuso dal patrigno.
Riteniamo che tali risultati siano particolarmente interessanti perché vanno a contraddire una serie di ipotesi e considerazioni proprie della letteratura psicodinamica sull’abuso. L’incesto tra padre e figlia è sempre stato ritenuto uno dei più distruttivi in quanto protratto nel tempo e frutto di un tradimento dell’adulto nei confronti del bambino (il classico lavoro di Ferenczi sul linguaggio della passione e della tenerezza è il capostipite di tale linea di pensiero). Al contrario, la sessualità tra fratelli e sorelle è stata spesso considerata un passaggio obbligato, quasi con valore evolutivo, dell’acquisizione della propria identità sessuale. Ritroviamo qui l’enorme difficoltà di stabilire una normatività nel campo dei comportamenti sessuali (cosa distingua un comportamento esplorativo normale da un abuso è un problema di non facile risoluzione), ma anche la differenza tra le credenze più o meno diffuse e la realtà mostrata dalla ricerca. Comunque, secondo gli autori del lavoro, al posto della crescita e dell’esplorazione per colmare legittimi dubbi e curiosità (sempre presenti nel corso dello sviluppo), troviamo ancora la violenza, la sopraffazione, il trauma e le loro conseguenze psicopatologiche.

Ugo Sabatello


Kimberly A. Tyler; Ana Mari Cauce: Perpetrators of early physical and sexual abuse among homeless and runaway adolescents (pp1261-1274)

Child Abuse & Neglect, vol. 26, Number 12, 2002

Dopo decenni di silenzio il trauma ha ripreso un posto centrale quale fattore determinante nel malessere individuale e nella psicopatologia. Spesso, come conseguenza, la bilancia è ancora fuori asse e, considerando i fattori determinanti esogeni, si rischia di tralasciare le caratteristiche interne dell’individuo, la sua equazione personale e l’elaborazione dei così detti “life events”.
Ciononostante riteniamo che, la ricerca degli eventi traumatici come possibili elementi che concorrono a determinare una condizione di sofferenza abbia un senso e un valore, soprattutto dopo le parziali ed errate interpretazioni di Freud come colui che ha sottovalutato la realtà della violenza sui minori o la realtà della biologia nel determinarsi di un sintomo.
Lo scopo dell’articolo è di esaminare l’abuso come una specifica variabile negli adolescenti senza casa o fuggiti dalla famiglia, definendo inoltre alcune caratteristiche dei perpetratori dell’abuso.
Il fenomeno dei minori “vagabondi” è senz’altro più rappresentato negli Stati Uniti di quanto non lo sia in una realtà, quale quella italiana, incentrata sul nucleo famigliare. I dati non devono quindi essere supinamente generalizzati ma offrono, comunque, utili elementi di riflessione.
Le autrici hanno raccolto le interviste di 372 adolescenti vagabondi, grazie ad operatori di strada delle agenzie di servizi rivolte ai giovani della città di Seattle.
Nei loro risultati circa la metà di questi giovani riferiscono di aver subito abusi, un terzo di aver subito abusi sessuali. Le femmine hanno denunciato una percentuale molto più alta di abuso sessuale rispetto ai maschi ma, in particolar modo, gli omosessuali (maschi e femmine) hanno segnalato una percentuale di abuso fisico e sessuale significativamente più elevata rispetto ai giovani eterosessuali.
L’abuso fisico (maltrattamento) è segnalato come per lo più agito dai genitori naturali, mentre l’abuso sessuale era per lo più extrafamigliare. Entrambi i tipi di abuso vengono descritti, spesso, come estremamente violenti e protratti nel tempo. I perpetratori erano giovani (tra i venti e i trenta anni) e di sesso maschile. Frequentemente viene riportato l’abuso da parte di più perpetratori, cosa che può essere spiegata con l’instabilità dei nuclei familiari da cui i giovani provengono, instabilità che determina il cambiamento di almeno uno dei referenti adulti all’interno della casa. Altro elemento che risulta come un dato nuovo, prodotto dal lavoro di Tyler e Cauce, è la maggiore esposizione agli abusi da parte delle minoranze sessuali. E’ possibile che la diversità di un figlio rispetto ad una data norma lo esponga, da parte dei genitori, a scontri, incomprensioni e, a volte, a situazioni di violenza ma, altrettanto, sembra avvenire fuori casa, come espressione di una discriminazione che trova le sue radici in una persistente ostilità verso la differenza e la diversità.
Dallo studio si segnala anche la scarsa capacità degli adulti, cui l’abuso viene riferito, di offrire un sostegno o almeno un ascolto; la prima risposta ad una denuncia di abuso è sempre l’incredulità e il dubbio. Anche se tale posizione ci trova personalmente d’accordo come assetto interno da parte di chi si trovi ad ascoltare, è anche vero che l’adolescente che ha subito un vero abuso a volte ha meno bisogno di essere aiutato dell’adolescente che denuncia un falso abuso, per cui la posizione dell’adulto dovrebbe, in ogni caso e pur con qualche dubbio, essere di ascolto e di sostegno effettivo. Non stupisce, infatti, che la maggior parte dei giovani intervistati affermi di essersi allontanata da casa proprio in seguito agli abusi subiti e, potremmo aggiungere, alla risposta degli adulti.
Lo studio presenta importanti limiti metodologici che, onestamente, vengono riconosciuti. Nonostante ciò, esso propone una serie di interrogativi e di questioni su come proteggere gli adolescenti da esperienze intra o extra-famigliari estremamente distruttive capaci di compromettere, o almeno mettere radicalmente in forse, tutto il loro futuro.




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