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Anno II - N° 2 - Maggio 2002


Recensioni




Donenberg G. R., Emerson E., Bryant F. B., Wilson H., Weber-Shifrin E.: Understanding AIDS-risk behavior among adolescents in psychiatric care: links to psychopathology and peer realtionships. J. Am. Acad. Child Adolesc. Psychiatry, 2001, 40:,6.

Johnson C. J., Johnson K. A.: High-risk behavior among gay adolescents: implications for treatment and support. Adolescence, 2000, 35: 140.



E’ a tutti ben noto come l’infezione HIV, che nel suo esordio aveva colpito omosessuali e tossicodipendenti, abbia oggi una diversa distribuzione epidemiologica. Gli omosessuali adulti sono riusciti a proteggersi validamente ed emerge chiaro il vantaggio difensivo di appartenere ad una comunità minoritaria, ma fortemente coesa. Non è avvenuto altrettanto per i tossicodipendenti, che continuano ad ammalarsi, mentre una nuova categoria sta assumendo un rischio progressivamente crescente: quella dei giovani adulti. Si tratta di un problema assai grave, che coinvolge fortemente l’opinione pubblica e nell’ultimo decennio sono state realizzate molte ricerche sul tema.
I due articoli sono molto diversi tra loro e esemplificano abbastanza bene il taglio e lo stile della più recente letteratura
Il primo articolo si riferisce ad una ricerca realizzata a Chicago, su un campione di 86 adolescenti, seguiti ambulatoriamente in un servizio psichiatrico.
Lo studio parte dall’ipotesi che i ragazzi con seri problemi psicologici siano più esposti al rischio di infezione HIV e si propone di valutare le caratteristiche psicologiche, comportamentali e socio-ambientali di questa popolazione allo scopo di individuare i soggetti maggiormente esposti e di utilizzare i servizi ambulatoriali psichiatrici anche per questo specifico fine preventivo.
Gli autori hanno utilizzato un’ampia batteria di tests (5 diversi tipi di questionario autosomministrato) costruita allo scopo di differenziare due grandi categorie: quella dei giovani che tendono ad “esternalizzare” la loro sofferenza mettendo in atto comportamenti aggressivi e trasgressivi di vario genere (alcool, droghe, sessualità promiscua, delinquenza É) e quella di coloro che tendono ad “internalizzare” la sofferenza (inibizione, depressione, isolamento É).
Come era prevedibile il gruppo dei ragazzi “esternalizzati” risulta maggiormente a rischio; emerge inoltre che il mediatore “forte” tra le problematiche del singolo ed il rischio di infezione è rappresentato dal gruppo dei pari e dal timore di esserne esclusi.

Veniamo ora al secondo articolo. Si tratta di un lavoro teorico che affronta da un vertice psicoanalitico (Mahler, Erikson) il rischio dell’AIDS a partire dal tema più vasto dell’omosessualità in adolescenza.
Chi lavora con i giovani sa bene quanto sia difficile, anche per gli adolescenti eterosessuali, integrare i molti cambiamenti introdotti dalla mestruazione puberale. Gli autori - con grande sensibilità - analizzano le difficoltà aggiuntive che si propongono ad un adolescente che si scopra “gay”; procedere verso l’assunzione matura della propria genitalità è in questi casi estremamente complesso e comporta una vera sfida contro la società (famiglia, gruppo dei pari, istituzioni, mass media É). E’ una sfida contro tutti che l’adolescente deve affrontare proprio nel momento della vita in cui la “norma” è fortemente idealizzata ed è più che mai vivo il bisogno del consenso e dell’appartenenza al gruppo dei pari.
Non sarebbe quindi l’omosessualità in quanto tale il fattore che aumenta il rischio di AIDS, ma piuttosto l’intimo conflitto generato nell’adolescente dalla cultura dominante: la società (“psi” compresi), con i suoi stereotipi e la sua omofobia induce nei giovani gay una profonda angoscia e li induce a mettere in atto quei comportamenti a rischio (droghe, fallimento scolastico, promiscuità É) con cui tanti adolescenti tentano di evadere dal sentimento di depressione e di impotenza.
Ho sintetizzato il contenuto dei due articoli, ambedue interessanti e utili per incrementare la conoscenza del fenomeno. Emerge, tra l’altro, una certa analogia nei contenuti perché ambedue i lavori sottolineano la centralità del gruppo in adolescenza come riferimento normativo e identificatorio fondamentale.
Vorrei però soffermarmi sulle differenze perché mettono in gioco una questione di stile (metodologico ed espositivo) che mi sembra di centrale importanza.
Il primo lavoro nasce da una meticolosa raccolta di informazioni ottenute attraverso quello strumento di ricerca sempre più diffuso che è il questionario strutturato autosomministrato. Colpisce noi clinici il fatto che a ciascuno degli 89 ragazzi siano stati somministrati ben cinque questionari e che non c’è stato nessuno incontro diretto con i ricercatori (le istruzioni erano addirittura proposte attraverso un nastro registrato!). Questo metodo di ricerca offre l’apparente vantaggio di ottenere dati precisi e utilizzabili per quelle analisi sofisticate che dovrebbero garantire la scientificità della ricerca.
Ciò che in realtà si verifica è che il lettore viene a conoscenza di “risultati” attraverso un intreccio complicato di numeri e tabelle e, se non aveva già un’idea personale del fenomeno, da questi numeri e tabelle non riesce a farsela. In sintesi: viene a sapere delle cose, ma non comprende meglio o di più la realtà di quegli 89 soggetti (o piuttosto “oggetti”) della ricerca.
Tutt’altra cosa succede leggendo il secondo articolo; il lettore si sente man mano portato a formarsi un’idea del fenomeno, dei ragazzi che lo vivono e degli autori che lo descrivono; dialoga sia con gli uni che con gli altri e, proprio per questo, si trova anche nelle condizioni di obiettare qualcosa a quella visione dei fatti (nel mio caso - per esempio - mi sono chiesta se gli autori, troppo preoccupati di opporsi all’omofobia della società, tendano a trascurare il fatto che la “vocazione” omosessuale di un adolescente possa essere un sintomo e non un “fatto”).
In nessuno dei lavori compaiono casi clinici o vignette ma dalla lettura del secondo articolo riusciamo ad intravedere dei ragazzi e degli autori; dalla lettura del primo cogliamo soltanto l’aggregarsi molteplice di costellazioni sintomatiche.
Per concludere direi che dal confronto dei due lavori emerge chiaro il dilemma della letteratura scientifica, ci auguriamo che questa rivista possa contribuire alla sua elaborazione.

Paola Carbone

E-mail: paola.carb@tiscalinet.it





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