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A e P --> HOME PAGE --> N° 2 - Gennaio 2001




Anno I - N° 2 - Maggio 2001

Figure della violenza in adolescenza
Comunicazioni




Adolescente e terapeuta: tra il bisogno di elaborazione di una violenza e le esigenze delle istituzioni

Linda Root Fortini, Maria Patrizia Masini, Laura Mori, Cristina Pratesi *




Come introduzione a questa nostra breve comunicazione su alcune problematiche incontrate nel trattamento di adolescenti che hanno fatto o subito azioni violente, ci piace riportare qui di seguito la canzone “Agente Krupke” tratta da “West Side Story”, nella quale una banda di adolescenti, “I Jets” descrivono in coro le vicissitudini del loro incontro con le varie istituzioni (polizia, magistrati, assistenti sociali, psicoanalisti).

Agente Krupke
(da West Side Story, musica di L. Bernstein, parole di S. Sondheim, traduzione di A. Novelletto)


I Jets
Caro agente Krupke
Lei deve capire
E’ la nostra educazione che è andata storta
Noi siamo disturbati
Ci è mancato l’amore dovuto a ogni bambino
Non siamo delinquenti
Nessuno ci comprende
Dentro, in fondo in fondo, il peggiore di noi è buono.

Agente Krupke
Vallo a dire al giudice.

I Jets
Caro dottore, cortesemente, signor giudice
Non mi hanno desiderato
Ma comunque m’hanno fatto
Ecco perché sono così cattivo.

Giudice
Non gli ci vuole un giudice, ma uno psicoanalista
E’ la sua nevrosi che ha bisogno di cure
E’ psicologicamente disturbato
Questo ragazzo è deprivato perché non ha avuto una famiglia normale.

I Jets
Sì, sono depravato perché sono deprivato!
Papà massacra mamma e mamma gonfia me
Mio nonno è comunista e nonna spaccia l’erba
Mia sorella è baffuta e mio fratello travestito
Madonna, ti credo che io sono un casino.

Psicoanalista
Agente Krupke, il ragazzo non è qui che deve venire
Non gli serve il mio divano, ma una buona carriera
La società lo ha rovinato
E’ sociologicamente malato.

I Jets
Sì, sono malato, sono malato.

Psicoanalista
La delinquenza minorile è una malattia sociale
Lo porti da un’assistente sociale.

I Jets
Cortesemente signora, mi dicono di cercare un lavoro
Non sono antisociale, ma solo antioccupazionale.

Assistente sociale
Agente Krupke, ci risiamo. A questo gli ci vuole un anno d’istituto
Non è questione d’incompreso
Dentro, in fondo in fondo, non è buono.

I Jets
Non siamo buoni, il migliore di noi non è buono.

Coro
Il problema è che è sfaticato, il problema è che beve
Il problema è che è matto, il problema è che puzza.
Il problema è che cresce, il problema è che è cresciuto

I Jets
Agente Krupke, sono cavoli nostri.
Ma chi lo vuole un ragazzo con una malattia sociale!


Si può considerare l’adolescente violento come rimasto ingabbiato, nella relazione con l’altro e in particolare con i propri genitori, all’interno di una posizione schizoparanoide caratterizzata dal rancore. I conseguenti atti violenti nei confronti dell’oggetto consentono di scaricare, attraverso la proiezione, tutti gli impulsi aggressivi interni. Una situazione di questo tipo comporta la mancanza di sensi di colpa e di ricerca di riparazione.
Gamill (1999) pensa che la violenza patologica che si incontra clinicamente abbia origine da un “amalgama” esplosivo di pulsioni libidiche e aggressive e di sentimenti di amore e di odio intensi e primitivi, ben diverso dall’integrazione che si può avere al raggiungere della posizione depressiva. Accanto a questa situazione di labilità emotiva interna, secondo questo autore è necessaria la compresenza di altri due fattori:
1) un fattore esterno, vissuto come ferita narcisistica e che può comportare elementi paranoidi o di eccitazione anormali;
2) un difetto dello schermo para-eccitazione, legato alla mancanza di una identificazione materna (genitoriale) contenente ed elaborante.

Quando l’adolescente da bambino è stato deprivato di un’adeguata esperienza di contenimento, è soggetto ad espellere coattivamente una violenza interna attraverso atti antisociali o distruttivi. Diventa così necessario che lo psicoterapeuta prenda in considerazione, tra i fattori terapeutici che possono aiutare a controllare i propri impulsi distruttivi, il bisogno di questi adolescenti di essere contenuti anche concretamente da parte dell’ambiente (cf. ad es. Senise, 1991; Novelletto e coll., 2000), in modo analogo a quanto avviene, ad esempio, in psicoterapia infantile, dove talvolta occorre fermare o comunque interrompere -anche materialmente- l’innescarsi di un comportamento distruttivo nella seduta. Come ben sappiamo, lo psicoterapeuta infantile non può continuare a lavorare in seduta con un bambino violento: va fermato e quando il lavoro interpretativo non basta si può arrivare perfino a dovere sospendere la seduta. Non dobbiamo permettere al bambino di arrivare al punto di distruggere un oggetto della stanza o di farci male, altrimenti può perdere il controllo di sé e recare un vero danno, cosa che aumenterebbe il suo senso di persecutorietà, rendendo a volte impossibile il tornare in terapia.
Se è difficile lavorare con il bambino violento, ancor più difficile e più complicato è lavorare con l’adolescente violento: il suo potenziale distruttivo è maggiore, l’allarme che crea chiama in causa più istituzioni tra le quali può essere problematico il coordinamento.
Nell’adolescenza le pulsioni conoscono un periodo di esasperazione che è, fino ad un certo punto fisiologica, ma che, se è eccessiva, comporta rischi molto elevati in termini di etero ed autoaggressività. Oltre al rischio immediato collegato all’essere autori e/o vittime di un atto violento, esiste un altro rischio connesso ad una mancata o errata elaborazione intrapsichica degli eventi. Quando l’adolescente ha sufficienti “parti buone” e sufficienti sostegni nell’ambiente di riferimento, c’è una possibilità di elaborazione. Negli altri casi l’intervento psicoterapeutico è indispensabile per offrire un’esperienza di contenimento che nel tempo permette di trovare soluzioni diverse da quelle dell’acting out.


Ecco ora tre brevi vignette cliniche:


PAOLA
Appena raggiunta la maggiore età, Paola si rivolge spontaneamente ai Servizi, per abusi sessuali da parte del padre, abusi cominciati in età infantile e cessati da qualche anno. Racconta che da qualche tempo sta molto male: sente molta ansia, mangia troppo, spesso si ubriaca, sente l’impulso a farsi del male.
Il terapeuta cui si è rivolta cerca di capire quanto è successo, ma si trova rapidamente ad essere lui stesso superato dagli eventi. Paola si è rivolta quasi contemporaneamente ad un’associazione che dà aiuto alle vittime di abusi sessuali e un operatore di questa telefona per sollecitare il terapeuta a denunciare i fatti. Il terapeuta evita di intervenire così pesantemente sulla realtà, concordando con l’associazione che siano loro ad assumersi tale onere, insieme alla ragazza che ormai è maggiorenne, ma si sente molto in difficoltà rispetto alla possibilità di mantenere un setting terapeutico. Sembra che il desiderio di rivalsa e di risarcimento della ragazza per il momento abbia vinto su ogni possibilità di trovare uno spazio psicoterapeutico. Il terapeuta viene assalito dal dubbio che la realtà dei fatti sia diversa vivendo controtransferalmente sia una svalorizzazione del proprio ruolo sia incertezza e sofferenza. Decide comunque di continuare a vedere la ragazza e salvaguardare una eventuale possibilità di pensare ed entrare in contatto con le emozioni, ma presto Paola scomparirà lasciandosi dietro molti quesiti sul modo più opportuno per affrontare situazioni simili.
Questo breve flash clinico illustra la situazione di una richiesta di aiuto che è potuta avvenire solo dopo anni dall’accaduto, all’ingresso nella maggiore età. Contemporaneamente la ragazza cerca risarcimento e vendetta, rivolgendosi ad un’associazione ad hoc. Si viene così a creare una situazione in cui vengono privilegiati gli aspetti concreti (denuncia, allontanamento dalla famiglia ecc.). Questa scelta prende il sopravvento su una prospettiva di elaborazione interna con il terapeuta, implicita nella prima richiesta di aiuto. L’agire attraverso la denuncia può essere stato l’unico modo per Paola di riappropriarsi della propria vita e di uscire dalla passività. Occorre tenere però presente come le valenze di vendetta e di odio sottese, se non altrimenti elaborate, abbiano un valore potenzialmente distruttivo sulla vita psicologica dell’adolescente stesso.


ROSSELLA
Rossella, figlia di una madre psicotica in carico presso il Servizio di Salute Mentale Adulti della ASL, non è mai stata “vista” né “riconosciuta” nei suoi bisogni e nei suoi traumi infantili. La gravità della patologia materna, costellata di ricoveri e di tentativi di suicidio, ed il conflitto interminabile della coppia genitoriale sembrano aver occupato in tutti questi anni, in maniera totalizzante, la mente degli operatori che hanno seguito il caso Arriva così all’attenzione degli operatori dell’Infanzia e dell’Adolescenza solo all’età di dodici anni, quando la scuola media cui la ragazza era iscritta, l’ha segnalata al Servizio Sociale, al Servizio di Psicologia Clinica e all’Ufficio Minori della Questura, per seri problemi di comportamento, fra i quali la saltuaria frequenza delle lezioni, l’appartenenza ad una banda di adolescenti che spadroneggiava nel Quartiere e del cui capo lei era la ragazza, e, più in generale, una vita senza limiti, senza orari, senza regole, affidata solamente a se stessa.
Durante il primo degli incontri faticosamente organizzati per realizzare una psicodiagnosi utilizzando la metodologia breve di individuazione per valutare la trattabilità psicoterapeutica, Rossella arriva accompagnata da un’Assistente Sociale: dimostra più dei suoi dodici anni, sembra averne almeno sedici o diciassette, è bella ed ha un viso “acqua e sapone” che ricorda le madonne rinascimentali, se non fosse per la bocca, marcata da rossetto e matita color marrone scuro. Parla volentieri della scuola, dei compagni, delle cose che le piacciono, come ad esempio, tingere ed acconciare i capelli per sé, alle amiche, alla mamma: nel colloquio si anima, sembra più spontanea.
Alla proposta della psicologa di rivedersi per cercare insieme di scoprire com’è lei, i suoi lati del carattere - sia parlando sia facendo dei test, dei disegni, chiede: “E chi è, poi, che li capisce?”. Quando la terapeuta le risponde che può farlo lei, Rossella appare colpita da questa proposta nuova e sconosciuta ma accetta di tornare.
Al secondo appuntamento racconta di esser stata denunciata ai Carabinieri per aver picchiato a sangue un’amica che aveva cercato di “soffiarle” il ragazzo, mentre gli altri componenti della banda facevano capannello intorno. Rossella è adesso carica di aggressività e violenza, non c’è più traccia della sua parte curiosa e infantile mostrata la volta precedente.
In seguito a quest’evento, nonostante il parere di tutti i suoi operatori, a Rossella non sarà consentito di portare avanti il percorso iniziato con la psicoterapeuta: con un provvedimento d’urgenza, infatti, il Tribunale decide il suo inserimento in una comunità per minori.
Rossella concluderà regolarmente questo programma pur continuando a presentare notevoli problemi.
Un primo dato che balza immediatamente agli occhi è il ritardo con cui Rossella è stata “vista” dai Servizi, e troppo spesso ci troviamo a constatare che gli adulti (genitori, insegnanti, assistenti sociali ecc.) sorvolino sui segnali che possono indicare in un minore segni di una violenza interna difficilmente controllata e controllabile (cfr. ad es. l’interessante articolo di Goodstein e Glaberson, 2000).
Ci sembra anche interessante una rilettura del reato alla luce del fatto che esso è stato commesso proprio nel momento in cui Rossella aveva sperimentato uno spazio di ascolto per sé. Questa violenza che si è sostituita al pensiero, per Rossella sembra aver risposto a diverse esigenze inconsce, fra loro anche in apparente conflitto. Di fronte ad un bisogno divenuto evidente, e quindi al rischio di un crollo dell’illusoria onnipotenza megalomanica di poter avere tutto e subito, la ragazza utilizza l’agire come una sorta di attacco sferrato contro il pensiero.
Aggredisce una compagna che rappresenta una minaccia per la sua indiscussa superiorità nel gruppo, così come la psicoterapeuta può rappresentare una tentazione verso una forma di regressione e di dipendenza e perciò anch’essa una minaccia per il suo narcisismo.
Cancellando i bisogni che sono emersi dalla seduta, Rossella mette in scacco il dolore e la fatica del processo di cambiamento, e, utilizzando l’agire, si illude di poter imprimere come un’accelerazione magica alla propria crescita; passando d’un balzo dall’universo infantile al potere adulto, superando come per magia il baratro dell’elaborazione del lutto e delle angosce narcisistiche (Novelletto, 1986; Charmet e Rosci, 1992).
Quest’atto violento appare d’altra parte anche come una richiesta d’aiuto “gridata dal cuore” (Winnicott, 1984) assolutamente non elaborata, un appello lanciato nel momento in cui Rossella è consapevole che c’è qualcuno in ascolto, probabilmente a seguito dell’attivazione di un bisogno profondo, (ben percepita anche dalla terapeuta nel corso della prima seduta) e che ha innescato il montare di una tensione interna che la ragazza non è riuscita a gestire e a modulare in nessun’altra maniera.


TONI
Per il terzo ragazzo, Toni, come nel caso precedente di Rossella, il bisogno di appartenere ad un gruppo non ha potuto rappresentare quell’esperienza formativa di cui parla Meltzer (1978): una sorta di Arca di Noè per traghettare verso l’età adulta. La sua esperienza, in un gruppo di tipo delinquenziale e paranoide, ha funzionato piuttosto come un “contenitore cattivo” (Senise,1991) che non permette l’elaborazione del pensiero simbolico e lo sviluppo della personalità nel senso di potersi avvicinare a vissuti depressivi e riparativi

Toni proviene da una famiglia disfunzionale dove l’attività familiare di lavoro prende il sopravvento sulle relazioni affettive e dove i doveri da rispettare promettono futuri diritti.
Tra Toni undicenne e il padre si sviluppa un legame esclusivo attorno allo sport. Per tre anni il padre lo segue assiduamente negli allenamenti poi muore all’improvviso. A quel punto Toni abbandona lo sport e cerca facili consolazioni da una madre bisognosa di compagnia. I due diventano confidenti e complici l’uno dell’altro.
A sedici anni Toni si unisce ad una banda di ribelli locali che attacca un’altra banda rivale durante un avvenimento sportivo. Un coetaneo è gravemente ferito con un coltello. L’accusa è di tentato omicidio
Nel processo penale la difesa decide tatticamente di indicare Toni, unico minorenne, come esecutore materiale dell’aggressione. Mentre i compagni vengono chiusi in carcere, Toni, con la sospensione della pena, ottiene la libertà. Il verdetto del mondo degli adulti risulta così alquanto ambiguo e contraddittorio: a Toni viene attribuita pubblicamente la colpa, senza ricevere una condanna ufficiale corrispondente.
Al posto di essere “contenuto” concretamente dalla Legge che implica un riconoscimento dei fatti commessi e un giudizio di colpevolezza o non colpevolezza, Toni è affidato al Servizio Sociale per tre anni con il provvedimento della messa alla prova. Deve dimostrarsi “buono”, ubbidiente e recuperabile di fronte a tanti occhi che lo sorvegliano, quelli dei giudici, quelli degli assistenti sociali e quelli della società.
La sua messa alla prova consiste nel fare assistenza domiciliare ad un ragazzo cerebroleso. Toni non riceve una qualche preparazione a svolgere questo compito difficile e così lontano dalle sue esperienze di vita. Anzi viene catapultato in una situazione dove il termine “bontà” risulta stereotipato e vuoto di possibili significati. Ad un anno di distanza dalla messa alla prova a Toni non rimane che ripetere i soliti comportamenti violenti e distruttivi. Spinto da una labilità emotiva interna si scatena in Toni uno stato di ipereccitazione che risveglia fantasie incestuose analoghe a quelle del passato nei confronti della madre: Toni ha una relazione con la madre del suo assistito.
Di fronte a questo nuovo problema di comportamento, i Servizi Sociali chiedono una consulenza psicologica che ormai giunge in ritardo. Non è stato così possibile impedire il riemergere di una ripetizione coatta degli impulsi distruttivi in quanto gli interventi sono stati centrati sul comportamento di Toni, non tenendo conto dei bisogni del suo mondo interno e dei suoi disturbi psicopatologici, senza aiutarlo a sviluppare una capacità di controllare se stesso e contenere l’esplosività della propria vita fantasmatica.


Questi tre brevi flashes clinici ci sono sembrati utili per discutere alcuni quesiti intorno alla nostra possibilità di intervenire psicoterapeuticamente.
Il primo caso - Paola, che ha subito una violenza sessuale - esemplifica il conflitto tra un bisogno di essere capita e contenuta nella sua sofferenza e la tendenza ad evacuare la violenza attraverso agiti.
Nel secondo caso - Rossella, figlia di una madre psicotica -, a causa della mancata valutazione, da parte dei Servizi del rischio di un’evoluzione psicopatologica, l’intervento psicoterapeutico risulta compromesso.
Infine, nel terzo caso - Toni, imputato del reato di tentato omicidio -, si vedono gli esiti della confusione di ruoli e di responsabilità tra il sistema giudiziario e gli interventi riabilitativo e psicoterapeutico.
Secondo la nostra esperienza -condivisa con vari altri autori (Cfr. ad es. Biondo, 1995) occorre differenziare ed integrare tra loro il livello di riflessione sulle motivazioni coscienti dell’azione (livello relazionale-sociale), di competenza del Giudice, e il livello inconscio (livello intrapsichico) che ha prodotto l’azione, di competenza dello psicologo e dello psicoterapeuta.
Il livello giudiziario ha il compito di riconoscere i fatti, valutare le conseguenze e stabilire la pena in base alle leggi vigenti. Questo può rappresentare una funzione paterna nel senso di punire la trasgressione delle regole e fermare l’agire. Per riprendere una felice espressione dello psichiatra e psicoanalista americano Miller (1991, p.8), con gli adolescenti “Non fare qualcosa, significa fare qualcosa”, nel senso che non fornire strumenti di intervento capaci di fermare le sintomatologie distruttive può significare favorirne l’incremento. Winnicott (1984) mentre auspicava l’uso di una metodologia psicologica nelle indagini di casi giudiziari di bambini antisociali, metteva in guardia dall’assumere un “atteggiamento sentimentale” nei confronti del reato - perché nel sentimentalismo c’è odio rimosso inconscio, che alla fine può riemergere. Pur affermando l’importanza del trattamento del delinquente minorile, Winnicott rileva il pericolo di proporre uno scopo puramente terapeutico sul banco del giudice. Una volta che ci sia una sentenza, si può aprire la prospettiva per uno spazio riabilitativo.
A livello riabilitativo, è importante trovare un ambiente stabile e significativo dal punto di vista affettivo, in quanto la riabilitazione può costituire un “ponte” fra il livello concreto e la possibilità di interiorizzare. Ci sembra un momento intermedio, necessario preludio a qualsiasi intervento psicoterapeutico, in cui vi può essere una sospensione dalla coazione a ripetere la scarica degli agiti violenti e distruttivi e poter invece realizzare qualcosa di costruttivo.
Per quanto riguarda il livello psicoterapeutico, come tutti sappiamo nella prima infanzia e nell’adolescenza si fissano e si rimettono in gioco quei modelli rappresentazionali che poi determineranno gli stili di vita e anche gli assetti psicopatologici dell'età adulta. D'altra parte, non sempre c’è uno spazio per attuare la necessaria funzione terapeutica (spazio mentale per il ragazzo, spazio nelle disponibilità dei servizi per attuare questi interventi). Molto spesso esso può non essere l’unico tipo di intervento, per la necessità di contenimento e di protezione ambientali. Novelletto e coll. (2000) parlano ad esempio della necessità di offrire agli adolescenti che hanno difficoltà a controllare i propri impulsi distruttivi un “ambiente terapeutico” globale, oltre al sostegno psicoterapeutico individuale. Nei casi che abbiamo presentato la funzione psicoterapeutica si sarebbe potuta svolgere a partire dalla riflessione insieme alle altre istituzioni coinvolte su cosa fare, come farlo, su ciò che l’adolescente può “sopportare”, su i pro e i contro dell’intervento e del non intervento. A questo proposito vorremmo ricordare quanto ha scritto Bleger sull’importanza della figura dello “psicologo consulente”, che, operando con modelli concettuali specifici e con indipendenza professionale dalle istituzioni che ne hanno richiesto l’intervento, possa indagare sui contenuti manifesti e latenti del compito: “Lo psicologo deve sapere che la sua presenza all’interno di un’istituzione provoca ansie di diverso tipo e grado, e che il controllo delle resistenze, delle contraddizioni e delle ambiguità fa parte, necessariamente, del suo compito. Deve tener presente, inoltre, che incontrerà simili resistenze anche in quella parte o in quel settore dell’istituzione che promuove o incoraggia la sua assunzione o il suo inserimento. Quando lo psicologo si trova di fronte a due gruppi opposti, uno che lo accetta e un altro che lo respinge, deve sapere che fanno parte entrambi di una divisione schizoide e non deve parteggiare per nessuno dei due”. (Bleger, 1966, p.63)
E’ noto infatti come le organizzazioni istituzionali tendano ad essere “depositarie” delle parti più immature della personalità (Bleger, 1966 e 1967): il bisogno di contenimento, anche concreto, di fronte alla labilità emozionale interna che spesso questi adolescenti presentano, e la conseguente massiccia tendenza ad agire e a proiettare all’esterno il proprio disagio rendono necessario prevedere - ancor più che per altre psicopatologie comportamentali - uno spazio riabilitativo/psicoterapeutico “allargato” e coordinato fra le varie istituzioni. La tendenza a evacuare all’esterno può essere così massiccia da coinvolgere effettivamente le diverse istituzioni che si occupano del ragazzo (Tribunale dei Minorenni, Servizi Sociali, Igiene Mentale ecc.), provocando a volte fra di esse spaccature e contrasti difficilmente sanabili. Le ripercussioni possono essere - come abbiamo cercato di illustrare nei nostri esempi clinici - pesanti e soprattutto diventa sempre più difficile interrompere il ciclo della coazione a ripetere la distruttività e l’aggressività.


Bibliografia

Bleger J. (1966) trad.it. Psicoigiene e psicologia istituzionale .Il colloquio psicologico e contributi per una psicopatologia psicoanalitica, 1989, Loreto: Libreria Editrice Lauretana.
Bleger J., (1967), trad.it. Simbiosi e Ambiguità - Studio psicoanalitico, 1992, Loreto: Libreria Editrice Lauretana
Biondo D. (1995), Riflessioni su una possibile risposta giudiziaria e psicologica all’azione violenta in adolescenza, Adolescenza, vol.6, n°1, pp.80-100
Cavallo M. (a cura di) (1993), Punire Perché, Milano: FrancoAngeli
Charmet G. - Rosci E. (1992), La seconda nascita. Per una lettura psicoanalitica degli affetti in adolescenza. Milano: Unicopli
Gamill J. (1999), Prefazione in Lacroix M.B. e Monmayrant M. (a cura di), Enfants terribles, Enfants féroces Ramonville Saint-Agne, Éditions Erès
Goodstein L. e Glaberson W. (2000), Killers often show Signs that Other fail to grasp , International Herald Tribune, 11/04/200
Green A. (1990) (trad.it.) Il complesso di castrazione. Roma: Borla, 1991
Meltzer D. (1967) (trad.it.), Il processo psicoanalitico. Roma: Armando, 1971
Meltzer D. (1978), Psicopatologia dell’adolescenza, Quaderni di Psicoterapia Infantile, n°1, pp. 62-76
Miller D. (1991), La prevenzione del disturbo psichico in adolescenza, Adolescenza, 3, 1, pp. 4-14
Novelletto A. (1986) Psichiatria psicoanalitica dell’adolescenza. Roma: Borla
Novelletto A., Biondo D., Monniello G. (2000) L’adolescente violento, Milano, Franco Angeli
Senise T. (1991) Contenimento e sviluppo morale, Adolescenza, vol.2, n°1, pp.22-27
Winnicott D.W. (1984) (trad.it.) Il bambino deprivato. Milano: R.Cortina, 1986



* Gruppo di studio sull’adolescenza dell’Associazione Fiorentina di Psicoterapia Psicoanalitica (A. F. P. P.)
Linda Root Fortini: Psicologa e Psicoterapeuta nei Servizi dell’Azienda sanitaria 10 di Firenze, membro ordinario e docente con funzioni di training dell’AFPP

Maria Patrizia Masini: Psichiatra e Psicoterapeuta, nei servizi dell’Azienda sanitaria 10 di Firenze, membro ordinario e docente dell’AFPP

Laura Mori: Psicologa e Psicoterapeuta, membro ordinario e docente con funzioni di training dell’AFPP, membro ordinario dell’AIPPI

Cristina Pratesi: Psicologa e Psicoterapeuta nei Servizi dell’Azienda sanitaria 10 di Firenze, membro ordinario e docente dell’AFPP
e.mail: Laura Mori fmori@dada.it - Cristina Pratesi crprate@tin.it





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