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Anno I - N° 2 - Maggio 2001

Figure della violenza in adolescenza
Comunicazioni




Assenza della legge del padre e violenza

Maria Antonietta Fenu *



"Bisogna dunque spezzar loro prima le orecchie
affinché imparino a comprendere con gli occhi?
Bisogna far rumore come i suonatori
di timpani e i predicatori della penitenza?

"
da " Così parlò Zarathustra" di Friedrich Nietzsche


Per quali ragioni un giovane che abita in un quartiere notoriamente benestante di Roma e "quindi" di buona famiglia può arrivare in un certo momento della propria vita a proporsi attraverso atti e comportamenti violenti che violano, appunto, in chi gli sta vicino il bisogno di onorare il decoro familiare attraverso le norme di un giusto confine, di una giusta distanza?
Se utilizziamo la logica del cui prodest osserviamo che la violenza da parte di un membro della famiglia procura negli altri il disorientamento, la vergogna, l'impossibilità di mantenere espressioni d'amore, anzi procura rancore e disprezzo misto a paura e ad incapacità di pensare. Il bisogno più urgente dunque diventa quello di ristabilire l'ordine precedente. Nell'impossibilità di recuperare personalmente quell'ordine, scatta il "ricorso" a figure esterne, pensate come più capaci e più autorevoli, ma fantasticate in ogni modo come estensione magica del proprio desiderio. In quanto elemento terzo, invece, l'altro è colui che può introdurre un nuovo modo di pensare, di vedere, ed è colui che può introdurre il cambiamento tra le due parti in conflitto.
La violenza è l'elemento disvelatore di una verità non consapevole e non dicibile all'interno di un gruppo, ed è una richiesta, gestita attraverso una modalità traumatica, del bisogno improcrastinabile di cambiamento.


Il giovane Tom e le porte sfondate

La richiesta di aiuto venne fatta al Centro di salute mentale territoriale dai familiari di Tom, perché da un anno almeno il ragazzo aveva crisi pantoclastiche nella casa della nonna materna dove abitava. Tom aveva 19 anni e da molto tempo presentava comportamenti bizzarri:


in casa aveva imposto di gestire personalmente i propri pasti e si nutriva soltanto di alcuni alimenti vegetariani particolari, facendo "abuso" di spezie quali cannella, peperoncino, noce moscata (fino ad un etto al giorno!).
Passava intere notti a scrivere frenetiche riflessioni filosofiche con un culto fanatico per Giacomo Leopardi e in particolare per Friedrich Nietzsche, con cui s'identificava assumendo su di sé il concetto di Superuomo: nell'obiettivo di potenza e di dominio sugli altri il Superuomo percorre le tappe dal "tu devi" all'"io voglio" attraverso la dimensione del "rischio eroico", che prevede anche la solitudine e la violenza. Per converso l'identificazione risiedeva anche nell'altro aspetto dell'impotenza, quando il filosofo, oramai preda della follia, era stato oggetto di "tradimento" da parte degli amici che lo avevano fatto "internare".
si dedicava ossessivamente a disegnare lame splendenti e minacciose, caratterizzate da seghettature tanto virtuosistiche quanto improbabili.
presentava inoltre ritiro dallo studio, isolamento sociale, un amaro rancore verso il mondo o concentrato sulla figura della madre.


La storia familiare era complessa: sia la nonna Isabella che la madre Rosa, erano figlie illegittime e non avevano mai conosciuto il proprio padre.
Isabella, dopo la nascita, era stata affidata ad una zia, sposata e con una bambina.
Isabella aveva sempre chiamato "mia sorella" la cugina con cui era cresciuta e aveva chiamato "mamma" la zia, rimasta precocemente vedova e poi morta in preda alla demenza senile.
Rosa invece aveva goduto del "privilegio" di crescere in casa, con la madre e con la "zia". Ebbe Tom prima dei diciotto anni ma non arrivò a sposare l'uomo con cui aveva concepito il bambino. Dopo la nascita del figlio Rosa entrò in un periodo molto critico e finì per fare uso di droghe.
A quel punto Isabella pose l'aut-aut: "o l'affidamento a me del bambino o taglio il mantenimento e seguiamo le vie legali". Confusa, incapace di tenere la situazione, timorosa che il padre del bambino potesse fare ritorsioni, Rosa firmò per dare l'affidamento di Tom alla propria madre. Poi, seguìta amorevolmente da un nuovo compagno, una persona molto semplice dal punto di vista culturale, ma buono e visibilmente maschio, riuscì a divezzarsi dalla droga. Si trasferì quindi in una altra città, nonostante la totale disapprovazione della madre, si sposò ed ebbe un altro figlio.
A questo punto per la prima volta, in tre generazioni, si concretizzava un nucleo familiare normalmente costituito: il prezzo era stato la rinuncia a Tom, rimasto senza madre e senza padre, dunque tradito, esattamente come la nonna.
Isabella invece aveva ricostruito un nucleo familiare che comprendeva una strana triade: lei in veste di capofamiglia, la sorella-cugina in veste di "moglie", e Tom come oggetto maschile idealizzato cui veniva inconsapevolmente chiesto il risarcimento delle lacune di una intera vita. E' evidente che nessuno dei tre elementi occupasse il giusto posto e che nessuna delle richieste fatte all'altro fosse legittima.


Inizio di una storia terapeutica con paziente violento; proiezioni, identificazioni e coazione a ripetere

I primi colloqui valutativi vennero gestiti da un collega psichiatra che fece la diagnosi di "schizofrenia latente". Poi il caso venne affidato a me in quanto lo psichiatra sentiva di "non potere lavorare bene" con Tom, il quale sebbene entusiasta della vasta cultura religioso-filosofica dello specialista, pose sùbito in chiaro che non si sarebbe mai piegato all'assunzione di farmaci.
Dopo una fase di seduzioni reciproche tra lo specialista e i componenti della famiglia, il passaggio di mano suonò improvviso e determinò brucianti vissuti di abbandono. Data la complessità della situazione optai per un patteggiamento istituzionale in cui ottenni che il collega, oramai superinvestito di attese idealizzanti da parte di tutti, non scomparisse completamente dal caso creando una ingovernabile e inelaborabile ripetizione della storia familiare.
Dopo ogni colloquio con me, Tom avrebbe trascorso qualche minuto di "saluti" con il collega. Inoltre ci sarebbero stati periodicamente degli incontri con i familiari, gestiti a quattro mani.
Francamente non mi preoccupava di entrare nel caso come figura di secondo ordine, o per usare il linguaggio di Zapparoli, come "oggetto non qualificato", ma percepivo componenti di "ripetizione", di "coazione" nello scarto assai duro tra l'immaginario familiare e la realtà, che mi pareva andassero a colpire al cuore i punti nevralgici stratificati in tre generazioni. Un incremento ulteriore della violenza sarebbe forse stata la difesa più ovvia rispetto alla riattivazione di una ferita cumulativa trigenerazionale. A mia volta non fui certo tenera con il collega il quale, forse in maniera speculare a Tom, si era comprensibilmente sentito addosso un compito obbligato che alla lunga sarebbe stato per lui insostenibile (l'idealizzazione patologica prelude sempre all'uccisione). Ma, invece di attardarsi nel rito dell'inter praetium dare, tollerando i tempi fisiologici del reciproco sondaggio, il collega si era mosso come tutti i padri della famiglia, dandosi alla fuga. E questo ci dice qualcosa circa la pressione che ci si poteva sentire addosso di fronte a bisogni così stratificati. Cercai quindi di mettere ordine nel caos emozionale che si era creato (nonna Isabella chiese sottobanco allo psichiatra di vedere Tom privatamente, ricorrendo ancora una volta al potere economico) mettendo in atto un paradosso: la definizione del setting imposto "d'autorità". Insomma prima ancora di presentarmi con la giusta identità di terapeuta, in seguito alla particolare modalità di assegnazione del caso, mi sono trovata costretta ad esercitare un ruolo decisionale, definendo ruoli, obiettivi e funzioni rispettive, in una parola impersonando la norma, la legge, l'ordine, la funzione del Padre.
Il rischio grave che correvamo, d'altro canto, era che Tom, dopo essersi accostato con tanta fatica al nostro Centro, sentendosi praticamente "sedotto e abbandonato" ci abbandonasse a sua volta, valutando fallimentare il tentativo di essere capito da noi. Percepivo che il desiderio esplicito di épater le bourgeois e di ottenere ammirazione incondizionata, sottintendeva il bisogno di trovare un interlocutore maschio con cui duellare a colpi di citazioni filosofiche: un tentativo forse di misurarsi sul piano mentale, ma nella realtà, con un "padre simbolico"; un tentativo di misurarsi con una approssimazione dell'edipo.

Colette Chiland (1992) nel paragrafo "le trilogie paterne" del volume "La funzione paterna", riassume le distinzioni:

padre biologico, padre legale, padre psicologico (privilegiata da alcuni autori, come Anna Freud)
padre reale, padre immaginario, padre simbolico (approfondita dal filone Lacaniano)

Non potendo qui addentrarmi nella complessità teorica di queste concezioni, mi limiterò a qualche accenno sul Padre Simbolico e sulla sua funzione fondamentale, la proibizione dell'incesto.
Con quest'aspetto del divieto s'intende precisamente la proibizione del desiderio che, nello specifico dell'Edipo, consiste nel desiderio del desiderio dell'altro. Il figlio desidera ciò che vede desiderare, desidera occupare il posto del padre che ama la madre. Il divieto di questo desiderio è la castrazione, sempre in termini di registro simbolico.
Dunque castrazione e legge sono strettamente legate in quanto la prima è la tappa obbligata, il presupposto, il principio organizzatore della legge. Ma questa Legge del Padre di cui ci occupiamo non è soltanto un principio restrittivo. Essa svolge sostanzialmente la funzione di elemento regolatore, di fattore strutturante: "La legge è il risultato razionale di una ricerca trasmissibile, comunicabile e verificabile attraverso l'esperienza di ciascuno nel mondo dei pensieri e delle cose...la trasmissione è quindi soprattutto la memoria, essa stessa da perpetuare, delle conquiste che danno prova di sé nelle relazioni tra gli uomini e per la loro felicità, grazie alla Legge." ( Guy Rosolato, 1992).

Se ripensiamo la storia di Tom attraverso le notizie che abbiamo ossia attraverso i vissuti personali, possiamo riassumerla sostanzialmente in questa sequenza: Tom viene rubato alla madre dalla nonna. La madre di Tom viene rubata al figlio da un uomo che non è il padre biologico. Quest'uomo, dopo anni di rifiuto viene cooptato nella funzione paterna da nonna Isabella che non può arginare la violenza, tenta quindi di affidare Tom ad un altro uomo, lo psichiatra, il quale a sua volta lo riaffida ad una donna, la psicologa.
Il divieto al desiderio di Tom nei confronti della madre è avvenuto non dal padre ma da parte della nonna, nel registro di una trasmissione della propria personale castrazione e per il conseguente tentativo perpetuare la castrazione nella propria figlia, Rosa. Secondo il divieto quest'ultima non avrebbe dovuto unirsi psicologicamente, affettivamente, esistenzialmente con l'uomo (né con il padre, né con il figlio, né con nessun altro). Il divieto riguardava non già il desiderio di Isabella ma la libertà di vivere la propria vita, di vivere la vita. Siamo agli antipodi della legge strutturante, siamo nel trionfo dei fantasmi distruttivi inconsci. Le figure maschili non vietano nulla, eludono e basta. Quindi la violenza agìta da Tom rispecchia una violenza intrinseca, relazionale, affettiva che si accanisce ciecamente sulla libertà e sulla creatività di ciascuno. E questa vicenda complessa con quali strumenti avrebbe potuto essere affrontata, risolta o elaborata dal nostro giovane Tom?


Assenza della Legge del Padre, presentificazione della funzione della Legge

Il trattamento di Tom si sviluppò sostanzialmente in tre fasi.

1) La prima fase comprensibilmente espresse la diffidenza, il rancore, la minacciosità nei miei confronti, che apparivo ai suoi occhi come colei che lo aveva "rubato" allo psichiatra.
Per citare un dettaglio, nel nostro primo incontro a due il ragazzo, prima ancora che mi potessi sedere, prese posto su una sedia e letteralmente scaraventò, sulla sedia frontale dove contavo di collocarmi, lo zaino pieno di carte, scritti, e cose per lui significative che portava sempre con sé. L'unico posto rimasto era dunque l'autorevole poltrona dietro alla scrivania, postazione che vivo come forzatamente professionale e che assumo malvolentieri con gli adolescenti.
Normalmente, nell'entrare o nell'uscire dalla stanza, vestito sempre con una maglietta di cotone sbracciata anche in inverno, mentre brandiva lo zaino, assumeva con sguardo provocatorio pose plastiche molto simili a quelle delle statue di mussoliniana memoria che popolano lo Stadio dei marmi a Roma, nell'intento di sorprendermi e di intimorirmi. Cercava con ciò di mettere in mostra muscoli e potenza fisica, secondo lui "doverosi" in un vero uomo.
Sentendomi stretta nell'obbligatoria e formale posizione autorevole che snaturava completamente il mio ruolo di psicoterapeuta, imposi una interpretazione sul ricorso costante all'elemento terzo nel gestire la relazione con me (mi riferivo agli scritti febbrili che mi sottoponeva in tutti i modi mettendomi a parte della sua grandissima confusione concettuale, ottenendo il risultato opposto al desiderio di sorprendermi). Quest'interpretazione aveva offerto il fianco ad una accusa nei miei confronti di non essere all'altezza culturale che lui mi proponeva e, inscenando una situazione da grave ferita narcisistica, Tom aveva sprezzantemente deciso che non mi avrebbe fatto leggere più nulla.
Credo in realtà che Tom stesse cercando di sondare la qualità del rapporto che si configurava tra noi e il suo unico parametro era il rapporto di potere. Forse la mia costante e soprattutto silenziosa attenzione (seguìta all'autocritica sulla "violenza" dell'interpretazione) col tempo lo tranquillizzò.

2) La seconda fase fu caratterizzata da una modalità prevalentemente esibizionistica. Tom trovò il modo di ricostruire in mia presenza la sua storia personale sempre attraverso un elemento terzo: scritti che poi non riuscì a tenermi segreti, cassette con la registrazione di sue conversazioni telefoniche intime, centinaia e centinaia di fotografie che prevalentemente riproponevano in maniera ossessiva immagini di carlinghe di aerei erette fallicamente verso il cielo. Però, per mostrarmi le foto, veniva sempre più spesso vicino a me e stabilendo un lieve contatto corporeo. Ma soprattutto, tra tante noiose ripetizioni, il contatto avveniva sul piano empatico profondo attraverso improvvise sorprese. Ricordo ad esempio la forte emozione sollecitata dentro di me da una vecchissima foto che immortalava Tom in mezzo a due statuarie bellezze femminili: fanciulla in fiore trionfalmente mediterranea, la madre Rosa; austeramente prorompente e quasi germanica la più matura nonna Isabella. Al centro, un patetico mucchietto di ossa spigolose, Tom a sei anni; piccolo, disarticolato e col sorriso tirato del bambino nevrotico, lui, il maschio della famiglia, inesorabilmente sovrastato dalla fisicità delle due donne.
Chi sarà stato l'autore di quell'incredibile ritratto di famiglia?

3) L'elemento di raccordo con la terza fase fu segnato da un momento particolarissimo: un giorno Tom arrivò con aria sorniona portando con sé un pacchetto. Estrasse un contenitore di plastica azzurra, levò il coperchio e da quella scatola si sprigionò una intensa, irrefrenabile fragranza di ananas. Fu come una improvvisa ventata di sensualità caraibica in quella grigia stanza istituzionale, priva, da sempre, di qualsiasi stimolo libidico. Lentamente Tom prese a gustarsi fetta dopo fetta il suo frutto profumato consumandolo davanti a me che, per la prima volta, ho davvero sentito il peso della "regola fondamentale", la neutralità del terapeuta, col conseguente divieto di condividere, di fatto, le sensazioni del paziente. Fu davvero una efficace rappresentazione della nascita del desiderio attraverso l'altrui desiderio e della sensazione di ottuso ingabbiamento, conseguente al divieto di soddisfare in maniera spontanea e libera il desiderio emerso.
Dopodiché venne introdotto in seduta il nuovo oggetto: la scacchiera. Quest'oggetto mi consentì finalmente una possibilità di relazione assai diversa, in quanto comportava un confronto franco tra me e Tom per cui la capacità di pensare e la progettazione delle mosse future ci ponevano in relazione dialettica. Tom si proponeva come Maestro, attingendo generosamente dalla propria maggiore esperienza per rendermi partecipe di principi, di criteri e di norme che avrebbero stabilito chi fosse il più forte, chi il vincitore e chi il vinto. Mi batteva sempre, ma non trionfava su di me, anzi traeva ulteriore spunto per spiegarmi il gioco, le mosse, con particolare riferimento allo"scacco del barbiere". In tutto questo faceva mostra di una organizzazione di pensiero e interna, di una capacità relazionale molto diversa da quelle iniziali. Tutto ciò andava a confortare la mia diagnosi di "disturbo di personalità sul versante isterico", che prospettava una prognosi più fausta rispetto a quella dello psichiatra. Quest'ultimo era rimasto come convenuto sullo sfondo, trattenendosi dopo ogni seduta a fare due chiacchiere con Tom, brevi ma adeguate in quanto lo aggiornavo costantemente sull'andamento della terapia e lo aggiornavo sui movimenti della nonna.
Le manifestazioni di violenza si erano acquietate (sia le crisi pantoclastiche che le minacce di suicidio) e Tom si era iscritto all'università con il proposito di riprendere gli studi. Aveva inoltre ripreso a frequentare qualche coetaneo. Erano sempre più manifesti i sentimenti di tenerezza, che Tom aveva bisogno di ricevere ma soprattutto di dare. La rabbia e il rancore che avevano caratterizzato le sue ferite narcisistiche erano stemperati da una serena capacità di autocritica in cui Tom pendeva atto di aver gestito male alcune relazioni spaventando, con l'eccessiva irruenza delle richieste, il proprio oggetto di interesse. Tom aveva invece imparato a porsi nella posizione di colui che "conduce" un rapporto con la calma di chi è consapevole della propria forza, senza l'ansia di strafare, senza la paura di non venire riconosciuto e anzi con il piacere di condividere il proprio bagaglio di conoscenze, per "trasmetterle".

In sintesi credo di poter azzardare che nella relazione terapeutica Tom abbia potuto in parte compensare le lacune di cui abbiamo parlato arrivando gradualmente a presentificare lui stesso la funzione normativa paterna. Il processo di tale presentificazione era iniziato attraverso la mia persona, e con la disponibilità da parte mia ad assumere un ruolo non desiderabile ma, in quel momento, necessario. Certamente ero sostenuta in questo dalla specifica formazione nel trattamento di adolescenti e dall'esperienza di situazioni con caratteristiche di urgenza. La scelta della tempestività nella definizione degli obiettivi era confortata dalla consapevolezza che, se avessimo scongiurato il rischio di perdere il paziente, il tempo e la costanza ci avrebbero aperto spazi di dialogo più creativi. Tom ha potuto verificare che quegli aspetti apparentemente direttivi e apparentemente castranti rispetto alle sue idealizzazioni fanatiche, corrispondevano in realtà ad uno spazio di ascolto profondo e affidabile, ad un essere "con" lui, senza aspettative precostituite. Ha fatto dunque "esperienza" di una situazione in cui la posizione di forza dell'altro non corrisponde ad una violenza, bensì ad un "impegno" garantito nel tempo. Ha così imparato a fare qualcosa di analogo esorcizzando l'angoscioso sentimento della nonna che all'inizio della storia terapeutica aveva trovato il modo di dire "meglio morto che pazzo".


Bibliografia

Aulagnier P. (1975), La violenza dell'interpretazione, Borla, Roma, 1994
Chiland C. (1992), "Le trilogie paterne" in Rosenfeld D., La funzione Paterna, Borla, Roma, 1995
Masina E. (a cura di) (2000) La trattabilità in Adolescenza, Franco Angeli, Milano, 2000
Kaes R., Faimberg H. (1993) Trasmissione della vita psichica tra generazioni, Borla, Roma, 1995
Lacan J., (1966), Ecrits, Editions du Seuil, Paris, 1966
Novelletto A., Biondo D., Monniello G., L'Adolescente Violento, Franco Angeli, Milano, 2000
Rosolato G., (1992), "La castrazione quanto al padre", in Rosenfeld D., La funzione paterna,
Borla,Roma, 1995
Zapparoli G.C., (1988), La psichiatria oggi, Boringhieri, Torino, 1988


* Maria Antonietta Fenu,
Psicoterapeuta-psicologa
Docente ARPAD
Socio Fondatore SIpSIA
Responsabile del Servizio di Accoglimento CSM RM/A Nord
antonietta.fenu@tiscalinet.it





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